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Competenza - S.U. n. 2207/05 Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 2207 emessa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel 2005.
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Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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in Foro it., 2005, I, 1014

impronta deontologica e corporativa e si prendesse atto della nozione costituzionale del mercato

come luogo della libertà di impresa che attribuisce un rilievo pubblico anche al conflitto

interindividuale (Cass. 11859/97, id., Rep. 1998, voce Concorrenza (disciplina), n. 134), essa

conserva il carattere fondamentale di strumento di tutela del corretto rapporto di concorrenza.

La sussistenza di siffatto rapporto tra le parti che controvertono innanzi al giudice è il presupposto

della sua operatività e mantiene pertanto la dimensione essenzialmente interindividuale dei conflitti.

La normativa che difende l’imprenditore dalla concorrenza sleale, dunque, ancorché la si possa

ritenere consapevole della dimensione necessariamente concorrenziale del mercato, provvede pur

sempre alla riparazione dello squilibrio che ad uno specifico rapporto di concorrenza viene

cagionato dalla scorrettezza di un concorrente.

La novità del trattato Ce è stata l’introduzione della tutela della struttura e della logica competitiva

del mercato. Questo, in quanto luogo nel quale si esplicita la pretesa di autoaffermazione economica

della persona attraverso l’esercizio dell’impresa, è perciò stesso luogo della competizione, cosicché

ogni comportamento di mercato che riduce tale competitività perché diminuisce la possibilità per

chiunque di esercitare liberamente la propria pretesa di autoaffermazione, è illecito.

In particolare, poiché l’esercizio della concorrenza presuppone l’autonomia delle imprese

concorrenti nell’esercizio delle rispettive scelte di mercato, è illecito ogni fatto che porta a ridurre

questa autonomia, assimilando o avvicinando i comportamenti di mercato all’esecuzione di accordi

antecedenti ovvero comunque conformandoli oggettivamente ad un certo grado di collaborazione

che sostituisce o riduce la competizione.

1.c. - Detta affermazione merita qualche ulteriore considerazione.

L’art. 2 l. antitrust chiarisce che «sono considerati intese» una serie di comportamenti, come gli

accordi, le pratiche concordate e addirittura le deliberazioni di consorzi ed associazioni di imprese.

Essi sono vietati se hanno «per oggetto o per effetto di ridurre o falsare in modo consistente il gioco

della concorrenza ...». Pertanto se al di là della loro veste giuridico-formale, tali attività in realtà

mirano ad eliminare ovvero addirittura eliminano o riducono l’autonomia di mercato dei soggetti

che le compiono, esse integrano l’illecito di cui si tratta.

La norma si conclude, al n. 3, con la perentoria statuizione: «le intese vietate sono nulle ad ogni

effetto».

L’elencazione del n. 2 dell’art. 2 in parola, considerata esemplificativa, sorregge la lettura della

norma innanzi anticipata giacché consente all’interprete di delineare i tipi dei comportamenti

anticompetitivi. Le fattispecie elencate, e cioè la fissazione diretta o indiretta dei prezzi di acquisto

o di vendita ovvero di altre condizioni contrattuali, l’impedimento e la limitazione della produzione

o dello sbocco o dell’accesso al mercato, l’impedimento degli investimenti e dello sviluppo tecnico

delle imprese, tutte le forme di ripartizione dei mercati o delle fonti di approvvigionamento,

l’applicazione di condizioni ingiustificatamente diverse a categorie di imprenditori omogenee,

l’imposizione nei contratti con i concorrenti di prestazioni prive di relazione con la natura del

rapporto, sono classici comportamenti anticompetitivi. La loro funzione è di sostituire all’esercizio

individuale e perciò stesso libero del potere d’impresa, un potere esercitato collettivamente,

estraneo alle forme societarie nelle quali si esercita l’impresa collettiva ed esente dai controlli che la

legge in proposito prevede. Tali pratiche rafforzano la posizione dei loro autori riducendo l’efficacia

della concorrenza da parte degli esclusi ed eliminando quella tra i partecipi.

1.d. - Va osservato ancora che la l. n. 287 del 1990, la quale ai sensi della prima parte dell’art. 1

deve essere letta come attuazione dell’art. 41 Cost., deve peraltro essere interpretata in base ai

principî dell’ordinamento comunitario. Pertanto in armonia con la norma del trattato (vedi, quanto

alla c.d. regola de minimis nel diritto comunitario della concorrenza, sent. 18 febbraio 1971, causa

40/70, Sirena, id., 1971, IV, 161, e 9 luglio 1969, causa 5/69, Völk, id., 1969, IV, 153) essa fa

rilevare una dimensione quantitativa dell’intesa traducendola in carattere della stessa. La legge vieta

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le intese che abbiano per effetto o per oggetto di impedire, restringere o falsare «in maniera

consistente» il gioco della concorrenza «all’interno del mercato nazionale o in una sua parte

rilevante».

La norma ripete quasi letteralmente il tenore dell’art. 81 del trattato, salvo che per la norma

comunitaria la rilevanza quantitativa è data ovviamente dall’ambito comunitario. Ma ciò che conta

rispetto al problema che ne occupa è il rilievo dimensionale della fattispecie, che si spiega con il

fatto che oggetto della tutela della l. n. 287 del 1990, come già del trattato, è appunto la struttura

concorrenziale del mercato di riferimento, la quale ragionevolmente non viene messa in discussione

da un comportamento che per quanto ontologicamente rispondente alla fattispecie di cui si tratta,

per la sua dimensione, non incide significativamente sull’assetto che trova.

In definitiva, poiché, come è stato scritto argutamente, la legge non si occupa dell’intesa tra i

barbieri di piccolo paese, il dato quantitativo conferma che oggetto immediato della tutela della

legge non è il pregiudizio del concorrente ancorché questo possa essere riparato dalla repressione

dell’intesa (cfr., quanto al pregiudizio al commercio comunitario, presupposto di applicabilità

dell’art. 81, Corte giust. 13 luglio 1966, cause riunite 56 e 58/64, Grundig, id., 1966, IV, 194, e 8

luglio 1999, causa C-235/92 P, Montecatini, id., Rep. 2000, voce Unione europea, n. 960, ex

multis), bensì un più generale bene giuridico.

Tuttavia tale più ampia tutela accordata dalla legge nazionale antitrust, in armonia con il trattato,

non ignora la plurioffensività possibile del comportamento vietato (cfr. Cass. n. 827 del 1999, id.,

1999, I, 831). Un’intesa vietata può ledere anche il patrimonio del singolo, concorrente o meno

dell’autore o degli autori dell’intesa. Ciò spiega che la l. n. 287 del 1990 all’art. 33, che contiene

tanto una norma di giurisdizione, quanto una norma di competenza, si preoccupi con quest’ultima

d’individuare anche il giudice dell’accertamento della nullità, che è il presupposto dell’eliminazione

del pregiudizio in una prospettiva esplicitamente risarcitoria.

La legge infatti mentre affida al giudice amministrativo (Tar del Lazio) la giurisdizione sulle

impugnative avverso le deliberazioni dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato,

stabilisce pure che: «Le azioni di nullità e di risarcimento del danno, nonché i ricorsi intesi ad

ottenere provvedimenti di urgenza in relazione alla violazione delle disposizioni di cui ai titoli dal I

al IV sono promossi davanti alla corte d’appello competente per territorio».

Alla corte d’appello, dunque, deve rivolgersi chi allega il comportamento di mercato tenuto da un

imprenditore tale da ledere la struttura concorrenziale del medesimo, e dunque ne chieda la

dichiarazione di nullità, presupposto dell’eventuale risarcimento (Cass. n. 827 del 1999).

1.e. - Va appena osservato che siffatta struttura della giurisdizione che comunque risale alla

repressione dell’intesa appare datata, perché influenzata dall’impostazione che al momento in cui la

legge venne emanata era dominante. La previsione, che risale alla concezione del doppio binario di

tutela di cui alla legge sul contenzioso amministrativo n. 2248 del 1865, art. 4 e 5, non a caso

appare coerente con quella contenuta nella legge comunitaria n. 142 del 1992 che, all’art. 13,

regolando la tutela giurisdizionale conseguente alla violazione delle normative comunitarie in

materia di appalti pubblici, stabiliva che il risarcimento del danno poteva essere domandato al

giudice ordinario da parte di quegli che avesse ottenuto dal giudice amministrativo l’annullamento

dell’atto amministrativo.

Detta norma è stata abrogata dall’art. 35, ultimo comma, d.leg. n. 80 del 1998 (abrogazione

confermata dall’art. 7, lett. c, l. n. 205 del 2000), ma soprattutto l’assetto della giurisdizione ancora

riconoscibile agli inizi degli anni novanta, è stato superato dalla legge e dalla giurisprudenza del

giudice delle leggi (Corte cost. n. 281 del 2004, id., 2004, I, 2593). Ciò contribuisce a spiegare

come, attribuendo al giudice amministrativo la giurisdizione sull’atto di Agcm, e dunque

nell’ambito di questa il potere di dire se l’intesa affermata si è realizzata, la l. antitrust n. 287 del

1990 abbia voluto accorciare il giudizio di merito introdotto da una domanda di nullità e di

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conseguente risarcimento del danno, stabilendo un unico grado innanzi alla corte d’appello

competente per territorio. Cosicché anche quegli che non ha partecipato al giudizio innanzi al Tar,

perché non ha resistito all’impugnativa della sanzione irrogata da Agcm, proposta dall’affermato

autore dell’intesa, o non vi ha potuto partecipare perché in quella sede era carente d’interesse, si

trova a perdere un grado di giudizio allorché si rivolge al giudice ordinario. Situazione processuale

che non trova ostacoli di carattere costituzionale (art. 125 Cost.), e che comunque appare coerente

con l’esigenza di favorire la sollecita soluzione di controversie che attengono all’assetto del

mercato.

1.f. - Sembra a questo punto al collegio di poter esprimere talune conclusioni, utili alla soluzione

dei quesiti ad esso sottoposti.

La diversità di ambito e di funzione tra la tutela codicistica dalla concorrenza sleale e quella innanzi

detta della legge antitrust esclude si possa negare la legittimazione all’azione davanti al giudice

ordinario ai sensi dell’art. 33, 2° comma, l. n. 287 del 1990, al consumatore, terzo estraneo

all’intesa. Contrariamente a quanto ritenuto da Cass. n. 17475 del 2002, la legge antitrust non è la

legge degli imprenditori soltanto, ma è la legge dei soggetti del mercato, ovvero di chiunque abbia

interesse, processualmente rilevante, alla conservazione del suo carattere competitivo al punto da

poter allegare uno specifico pregiudizio conseguente alla rottura o alla diminuzione di tale carattere.

Pare opportuno notare peraltro che mentre siffatta esclusione della legittimazione in parola non è

prevista espressamente dalla legge, questa peraltro, all’art. 4, laddove prevede il potere

discrezionale dell’Agcm di autorizzare un’intesa che possiede i caratteri che giustificherebbero il

divieto, indica tra i presupposti della discrezionalità che fonda «il beneficio del consumatore». La

legge dunque non ignora, nella materia dell’intesa, l’interesse del consumatore al punto da

prevedere un’ipotesi in cui esso, alla cui tutela l’ideologia antitrust è funzionale, può essere tutelato

per un «periodo limitato» addirittura da un allentamento del divieto del più classico comportamento

anticoncorrenziale.

Il consumatore, che è l’acquirente finale del prodotto offerto al mercato, chiude la filiera che inizia

con la produzione del bene. Pertanto la funzione illecita di un’intesa si realizza per l’appunto con la

costituzione del suo diritto di scelta effettiva tra prodotti in concorrenza con una scelta apparente. E

ciò quale che sia lo strumento che conclude tale percorso illecito. A detto strumento non si può

attribuire un rilievo giuridico diverso da quello dell’intesa che va a strutturare, giacché il suo

collegamento funzionale con la volontà anticompetitiva «a monte» lo rende rispetto ad essa non

scindibile.

Va detto pure, atteso il rilievo interpretativo dei principî dell’ordinamento comunitario nella

materia, che la sentenza della Corte di giustizia 20 settembre 2001, causa C-453/99, Courage (id.,

2002, IV, 75) tende ad ampliare l’ambito dei soggetti tutelati dalla normativa sulla concorrenza, in

una prospettiva, sembra al collegio, che valorizza proprio le azioni risarcitorie, quali mezzi capaci

di mantenere effettività alla struttura competitiva del mercato.

1.g. - È appena il caso di precisare, dal momento che la sentenza impugnata sembra sovrapporre le

due figure, che quanto fin qui espresso non è contraddetto dalla considerazione dell’abuso di

posizione dominante, che è fattispecie diversa da quella che rileva nella controversia e che dunque

non viene in esame.

1.h. - Nella delineata prospettiva dunque il contratto c.d. «a valle» costituisce lo sbocco dell’intesa,

essenziale a realizzarne gli effetti. Esso in realtà, oltre ad estrinsecarla, la attua.

È ben vero, come si fa rilevare in atti, che la legge vieta anche le intese che abbiano anche solo per

«oggetto» la distorsione di cui si tratta, oltre che per «effetto», ma ciò si spiega in considerazione

del doppio livello di intervento che essa prevede, quello amministrativo della Agcm e quello

riparatorio di cui all’azione di nullità e risarcimento. L’autorità garante è organo di

amministrazione, ancorché caratterizzato da ampiezza di poteri sui generis. Essa opera anche in

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 2207 emessa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel 2005.
Spetta alla cognizione della Corte d'Appello competente per territorio, l'azione proposta dal consumatore che accusa la controparte di partecipare a intese restrittive della concorrenza chiedendone la condanna e il risarcimento del danno.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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