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Competenza giudice del lavoro - C. Cass. n. 141/06

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
In questo documento è riportato il testo della sentenza n. 141 del 2006 della Corte di Cassazione con in epigrafe il commento di Andrea... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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in Foro it., 2006, I, 704

Conseguenza di tutto ciò sarebbe che l’accoglimento della domanda di reintegrazione conseguirebbe

alla duplice prova del licenziamento e del requisito ora detto.

Ma questa tesi, che considera la tutela per equivalente del diritto soggettivo come la regola e la

tutela specifica come l’eccezione, non può essere condivisa.

Già nell’ambito generale del diritto privato l’art. 2058 c.c. nega un rapporto regola-eccezione così

fatto ed anzi lo capovolge: l’illecito aquiliano — ma la norma si estende all’illecito contrattuale —

attribuisce al danneggiato (nel rapporto contrattuale, al creditore insoddisfatto) la «reintegrazione in

forma specifica», se giuridicamente e materialmente possibile (1° comma) ed il risarcimento «per

equivalente» alla subordinata condizione che la reintegrazione risulti, secondo il giudice,

eccessivamente onerosa per il debitore (2° comma).

Sulla base di queste disposizioni già la dottrina immediatamente successiva all’entrata in vigore del

codice del 1942 notò come il legislatore avesse stabilito anzitutto il diritto del creditore «all’esatto

adempimento della prestazione dovuta» e come «soltanto in linea subordinata ed eventuale» questa

potesse ridursi al risarcimento del danno. Il legislatore del novecento aveva così superato

«l’anacronistica reminiscenza del diritto romano» (D.XLII, I, 13, 1 «... in pecuniam numeratam

condamnatur ...») recepita nell’art. 1142 c.c. francese, secondo cui ogni obbligazione di fare o di

non fare si risolve (se résout) nella prestazione di danni e interessi nel caso di inadempimento;

reminiscenza già scomparsa del resto già nel codice tedesco, di fine ottocento, il quale nel par. 280,

3° comma, permette il risarcimento del danno in luogo della prestazione (Schadenersatz statt der

Leistung) solo sulla base di determinati e circoscritti presupposti.

La sostituzione di un’obbligazione di risarcimento all’azione primitiva — si notava ancora in

dottrina — non è dunque come in diritto romano un fenomeno generale e costante, collegato in

modo necessario e per così dire automatico al far valere in giudizio l’obbligazione, bensì un

fenomeno affatto speciale e saltuario, condizionato da particolari circostanze di fatto.

Oggi l’obbligazione di ricostruire la situazione di fatto anteriore alla lesione del credito rendendo

così possibile l’esatta soddisfazione del creditore, non tenuto ad accontentarsi dell’equivalente

pecuniario, costituisce la traduzione nel diritto sostanziale del principio, affermato già dalla dottrina

processuale degli anni trenta e poi ricondotto all’art. 24 Cost. (Corte cost. 23 giugno 1994, n. 253,

id., 1994, I, 2005; 10 novembre 1995, n. 483, id., 1996, I, 2986), secondo cui il processo (ma

potrebbe dirsi: il diritto oggettivo, in caso di violazione) deve dare alla parte lesa tutto quello e

proprio quello che le è riconosciuto dalla norma sostanziale (da ultimo, Cass., sez. un., 5 luglio

2004, n. 12270, id., 2005, I, 2115).

Né la difficoltà o l’impossibilità materiale di attuare in sede esecutiva questo principio

costituzionalmente rilevante, dovute all’inesistenza nel nostro ordinamento di un sistema atipico di

misure coercitive, può incidere sulla questione sostanziale qui in esame, relativa al rapporto regola-

eccezione fra risarcimento specifico e per equivalente; la difficoltà di predisporre norme esecutive

di più intensa garanzia del creditore non può influire sullo statuto civilistico del rapporto

obbligatorio.

7. - Questa conclusione valida sul piano generale serve a maggior ragione nel diritto del lavoro non

solo perché qualsiasi normativa settoriale non deve derogare al sistema generale senza necessità,

come si dirà tra breve, ma anche perché il diritto del lavoratore al proprio posto, protetto dagli art. 1,

4 e 35 Cost., subirebbe una sostanziale espropriazione se ridotto in via di regola al diritto ad una

somma. Da ciò la necessità non solo di interpretare restrittivamente l’art. 2058, 2° comma, cit., ma

anche di considerare come eccezionali le norme che escludono o limitano la tutela specifica. In tal

senso va intesa la sentenza della Corte costituzionale 7 febbraio 2000, n. 46 (id., 2000, I, 699),

secondo cui la tutela reale del lavoratore può essere limitata discrezionalmente dal legislatore:

questi effettua il bilanciamento degli interessi costituzionalmente protetti e ben può ritenere, come

nella materia qui in esame, che le ragioni dell’impresa di piccole dimensioni debbano prevalere

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sulla tutela specifica del lavoratore illegittimamente licenziato. Non v’è però ragione di negare che

questa limitazione del diritto al lavoro debba essere affidata al soggetto interessato, ossia al datore

di lavoro, e di affermare al contrario che essa debba aggiungersi agli elementi costitutivi di quel

diritto, con conseguenze in ordine alla ripartizione dell’onere della prova.

8. - Né le tesi, sostenute da una parte dalla stessa dottrina privatistica, che pongono sullo stesso

piano la tutela specifica del diritto soggettivo a quella per equivalente, connettendo la prima ai diritti

assoluti e la seconda ai diritti di credito, possono trovare applicazione nei rapporti di lavoro

subordinato. A ciò ostano non solo le ragioni già dette ma anche la rilevanza degli interessi

coinvolti, che impediscono di ricondurre quei rapporti esclusivamente a fattispecie di scambio e,

nell’ambito di queste, di ridurre la posizione del prestatore di lavoro semplicemente a quella di

titolare del credito avente ad oggetto la retribuzione. Al contrario, il prestatore, attraverso il lavoro

reso all’interno dell’impresa, da intendere come formazione sociale ai sensi dell’art. 2 Cost.,

realizza non solo l’utilità economica promessa dal datore ma anche i valori individuali e familiari

indicati nell’art. 2 cit. e nel successivo art. 36 (cfr. Cass., sez. un., 12 novembre 2001, n. 14020, id.,

2002, I, 411). Subito dopo l’entrata in vigore della Carta fondamentale un’autorevole dottrina

civilistica qualificò come assoluto lo stesso diritto alla retribuzione.

Pertanto, anche se si ammettesse la validità dello schema «diritto assoluto = tutela specifica; diritto

di credito = tutela risarcitoria», esso non potrebbe applicarsi allo status del lavoratore subordinato.

9. - È necessario ancora dare conto della tendenza di una parte della dottrina lavoristica a

considerare la disciplina dei licenziamenti, così come altri istituti del settore, quale regime speciale,

avulso dal «diritto comune».

Da ciò deriverebbe la non riconducibilità dell’art. 18 l. n. 300 del 1970 e della l. n. 604 del 1966 al

modello codicistico del risarcimento in forma specifica o per equivalente. La tendenza non appare

però da seguire perché contraria al principio di unità e coerenza dell’ordinamento, riconducibili al

principio di eguaglianza sostanziale di cui al cpv. dell’art. 3 Cost.

Già in sede di fondazione del diritto del lavoro quale disciplina distinta dal diritto civile, or è circa

un secolo, venne l’appello a non isolare i relativi problemi dai principî generali del diritto delle

obbligazioni, cedendo al «cieco empirismo», mentre il richiamo all’unità dell’ordinamento quale

postulato non logico ma di giustizia percorre il diritto non solo italiano nell’età delle

specializzazioni.

Non è possibile poi adoperare quale argomento sistematico, onde dimostrare l’eccezionalità della

tutela reintegratoria, «il numero notevole dei destinatari del precetto legislativo, nella capillare ed

articolata diffusione nel territorio di piccole e medie imprese» (così Cass. n. 4337 del 1995, cit.

condivisa dal pubblico ministero in udienza). L’esigenza di contenere gli oneri economici a carico

di queste imprese ben può indurre il legislatore ad incentivi ed agevolazioni da attribuire attraverso

scelte di diritto sostanziale, insindacabili a qualsiasi livello di giurisdizione (art. 101, 2° comma,

Cost.; art. 28 l. 11 marzo 1953 n. 87), ma non può influire sull’interpretazione delle norme che

disciplinano il processo.

10. - Per quanto riguarda infine il criterio di distribuzione dell’onere della prova basato sulla

vicinanza o disponibilità dei relativi strumenti e valorizzato sul piano generale da queste sezioni

unite con la riportata sentenza n. 13533 del 2001 nonché, nell’interpretazione dell’art. 18 l. n. 300

del 1970, dalle sentenze n. 613 del 1999 e n. 7227 del 2002, cit., esso tanto più deve valere quando

trattasi del «requisito occupazionale», vale a dire della forza-lavoro dell’impresa, risultante non

soltanto dal numero degli occupati ma anche ed eventualmente dal loro status nell’impresa, o anche

personale, come risulta espressamente dal sopra riportato 2° comma dell’art. 18.

(1) Nel caso di specie, il lavoratore dipendente di un istituto di patronato e assistenza aveva domandato l’accertamento

dell’illegittimità del licenziamento intimatogli dall’ente, la condanna alla reintegrazione nel posto di lavoro, nonché la

condanna al risarcimento del danno. 7 D I (A – L)

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Intervenuto il provvedimento di liquidazione coatta amministrativa durante la pendenza del processo, il giudice

d’appello ha accolto le prime due domande e ritenuto improseguibile quella risarcitoria. La Suprema corte ha

confermato la pronuncia di secondo grado enunciando il principio di cui alla prima massima.

In senso conforme, con la precisazione che la regola della improponibilità o improseguibilità delle domande dirette al

pagamento di somme di denaro vale per la liquidazione coatta amministrativa, non per il fallimento, dove la domanda è

attratta nel foro fallimentare, v. Cass. 1° giugno 2005, n. 11674, Foro it., Mass., 901; 21 novembre 2000, n. 14998, id.,

Rep. 2001, voce Liquidazione coatta amministrativa, n. 66, e Notiziario giurisprudenza lav., 2001, 383, in riferimento al

caso delle imprese bancarie, per cui la materia è disciplinata dall’art. 83 d.leg. n. 385 del 1993.

Inoltre, v., richiamate in motivazione, Cass. 5 dicembre 2000, n. 15447, Foro it., 2001, I, 1898; 27 luglio 1999, n. 8136,

id., Rep. 2000, voce cit., n. 63, e Dir. fallim., 2000, II, 287, con nota di BONAVITACOLA; 4 aprile 1998, n. 3522,

Foro it., Rep. 1999, voce Fallimento, n. 377, e Lavoro giur., 1999, 257, con nota di ROSSI, secondo la quale nell’ipotesi

in cui il dipendente di un’impresa successivamente dichiarata fallita abbia, prima dell’apertura della procedura

fallimentare, instaurato un giudizio volto all’accertamento dell’illegittimità del licenziamento intimatogli ed alla

conseguente reintegrazione nel posto di lavoro, ove detta reintegrazione non sia più possibile per cessazione dell’attività

dell’impresa, sicché l’unica tutela apprezzabile resti quella risarcitoria, permane tuttavia una ragione d’essere della

pronuncia limitatamente all’accertamento della illegittimità del licenziamento, al fine di identificare esattamente il

momento al quale va riferito l’effetto estintivo del rapporto, e, quindi, la durata complessiva di questo, utile per la

determinazione dei conseguenti crediti, di natura retributiva e risarcitoria, da far valere in sede concorsuale; su tale

domanda, in quanto proposta prima dell’apertura della procedura concorsuale, competente a decidere resta il giudice del

lavoro, laddove le domande relative alle retribuzioni e ai crediti conseguenziali al licenziamento vanno assoggettate alla

procedura di verificazione dello stato passivo e sono quindi devolute alla competenza del giudice fallimentare; 20 luglio

1995, n. 7907, Foro it., 1996, I, 3194, con nota di richiami, nel senso che va proposta al commissario della liquidazione

coatta amministrativa e non al pretore quale giudice del lavoro la domanda di riconoscimento della giusta causa del

recesso e del credito per indennità e altre somme di denaro correlate alla risoluzione del rapporto.

(2) I. - Con la pronuncia in epigrafe le sezioni unite della Suprema corte compongono il contrasto di giurisprudenza

sorto sulla questione relativa alla «distribuzione dell’onere di provare il numero dei dipendenti dell’organizzazione

datrice di lavoro», allorché il lavoratore agisca per domandare non soltanto l’accertamento dell’illegittimità del

licenziamento, ma anche la reintegrazione nel posto di lavoro.

Ai sensi dell’art. 18 l. 300/70, modificato dalla l. 108/90 (in più occasioni oggetto di richieste di referendum abrogativo,

su cui v., da ultimo, Corte cost. 6 febbraio 2003, nn. 41 e 45, Foro it., 2003, I, 997 e 995), l’ordine giudiziale di

reintegra è subordinato alla sussistenza del «requisito dimensionale» ivi previsto, computato sulla base di specifici criteri

relativi all’individuazione dei prestatori di lavoro dei quali tener conto a tali fini; ad esso può accompagnarsi la

condanna del datore di lavoro al pagamento di una indennità a titolo di risarcimento del danno.

Al di sotto della soglia stabilita ovvero per talune categorie di lavoratori, può essere concessa, in alternativa alla

riassunzione, una tutela di tipo obbligatorio, consistente nel risarcimento del danno, ai sensi degli art. 2 e 4 l. 108/90 e 8

l. 604/66.

Sull’ambito di applicazione della tutela reale prima della novella del 1990, v. Corte cost. 14 gennaio 1986, n. 2, id.,

1986, I, 1184, nonché Cass., sez. un., 16 gennaio 1986, n. 222, id., Rep. 1986, voce Lavoro (rapporto), n. 2040;

Notiziario giurisprudenza lav., 1986, 210, e Mass. giur. lav., 1986, 69, secondo cui la tutela c.d. reale, accordata al

lavoratore licenziato dall’art. 18 l. 300/70, trova applicazione ai sensi del successivo art. 35 per le imprese industriali e

commerciali che in ciascuna sede, stabilimento o filiale, o ufficio, o reparto autonomo, ovvero nell’ambito dello stesso

comune, occupino più di quindici dipendenti, nonché per le imprese agricole che occupino più di cinque dipendenti (sia

pure soltanto nello stesso ambito territoriale), quale che sia la loro dimensione complessiva; in difetto di tali presupposti,

ed inoltre nel caso di datore di lavoro non imprenditore, è operante la tutela c.d. obbligatoria contemplata dall’art. 8 l.

604/66, sempre che sussista il requisito numerico dell’occupazione complessiva di almeno trentasei dipendenti, stabilito

dall’art. 11 stessa legge del 1966; mancando, infine, quest’ultimo requisito il licenziamento rimane disciplinato dall’art.

2118 c.c. (recesso ad nutum).

La possibilità per il lavoratore di ottenere la tutela specifica (che presuppone e assicura la continuità del rapporto di

lavoro) oppure quella meramente risarcitoria (che, invece, presuppone la risoluzione del rapporto di lavoro), dunque,

discende dalla verifica relativa al «requisito dimensionale»; sicché, diventa di fondamentale importanza appurare se

l’onere di offrire prova di tale requisito spetti, ai sensi dell’art. 2697 c.c., al lavoratore oppure al datore di lavoro.

Nel caso di specie, l’azione era stata promossa dal dipendente di un istituto di patronato e assistenza sociale posto in

liquidazione coatta amministrativa durante il processo. La corte ha ritenuto interamente applicabile la disciplina dell’art.

18 l. 300/70, facendo leva sulla non inclusione dell’ente tra quelli di cui all’art. 4, 1° comma, l. 108/90 («datori di lavoro

non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di

religione o di culto») e sulla funzione da esso svolta, di assistere i lavoratori e i loro aventi causa per il conseguimento,

in via amministrativa o giudiziaria, delle prestazioni previdenziali o di quiescenza, ai sensi dell’art. 1 d.leg.c.p.s. 29

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luglio 1947 n. 804, salve le altre funzioni previste dallo statuto, ai sensi dell’art. 4, 1° comma, lett. f), l. 30 marzo 2001

n. 152.

II. - Secondo l’orientamento prevalente, l’onere in parola grava sul lavoratore che, assumendo di essere stato

illegittimamente licenziato, invochi la tutela reale prevista dall’art. 18.

Cfr., richiamate in motivazione, Cass. 1° settembre 2003, n. 12747, Foro it., Rep. 2004, voce cit., n. 1604; 27 agosto

2003, n. 12579, id., Rep. 2003, voce cit., n. 1538; 7 dicembre 1998, n. 12375, id., Rep. 1998, voce cit., n. 1507; 16

maggio 1998, n. 4948, ibid., n. 1735, secondo cui è irrilevante che il convenuto, non gravato al riguardo da alcun onere

di eccezione, si sia limitato sul punto ad una contestazione generica; 18 marzo 1996, n. 2268, id., 1996, I, 2435, e Mass.

giur. lav., 1996, 589, con nota di BOGHETICH (fattispecie anteriore alla l. 11 maggio 1990 n. 108); 18 aprile 1995, n.

4337, Foro it., Rep. 1995, voce cit., n. 1517, e Lavoro giur., 1995, 911, con nota di ROTONDI, e Mass. giur. lav., 1995,

398, con nota di BATTISTA; 13 febbraio 1993, n. 1815, Foro it., Rep. 1993, voce cit., n. 1377, e Mass. giur. lav., 1993,

228; 3 luglio 1991, n. 7286, Foro it., Rep. 1992, voce cit., n. 1550; Informazione prev., 1991, 1332, e Arch. civ., 1992,

431; 16 aprile 1991, n. 4048, Foro it., Rep. 1991, voce cit., n. 1455 (relativa a fattispecie anteriore all’entrata in vigore

della l. n. 108 del 1990); 28 aprile 1988, n. 3229, id., Rep. 1988, voce cit., n. 1934; sez. un. 4 marzo 1988, n. 2249, id.,

1989, I, 840, con nota di G. MASSETANI, Note in tema di impugnazione del licenziamento, che esclude l’onere a

carico del lavoratore ove questo si sia limitato a chiedere l’applicazione della tutela risarcitoria.

A tali pronunce adde Cass. 10 novembre 1999, n. 12492, id., Rep. 2000, voce cit., n. 1618, e Mass. giur. lav., 2000, 81,

con nota di BOGHETICH; Riv. critica dir. lav., 2000, 160, con nota di MUGGIA, e Riv. it. dir. lav., 2000, II, 555, con

nota di CARO, nel senso che la tutela obbligatoria configura il regime generale di tutela del lavoratore licenziato e che il

carattere speciale della disciplina dettata dall’art. 18 statuto dei lavoratori impedisce l’estensione tout court alla materia

dei licenziamenti dei principî codicistici in tema di responsabilità contrattuale; 22 novembre 1999, n. 12926, Foro it.,

2000, I, 74, con nota di richiami.

La rigorosità del principio si accompagna spesso ad enunciazioni tese a mitigare la gravosità dell’adempimento richiesto

al lavoratore.

In particolare, v., richiamate in motivazione:

— nel senso che in caso di mancata contestazione o ammissione da parte del datore di lavoro, il giudice è tenuto a

ritenere come sussistente tale dato, Cass. 19 gennaio 2005, n. 996, id., Mass., 72; 18 gennaio 2005, n. 881, ibid., 66, con

riferimento alla rinuncia da parte del procuratore del datore di lavoro — con atto che rientra nei suoi poteri, essendo una

semplice modifica delle conclusioni precedentemente formulate e non integrando una rinunzia agli atti del giudizio —

all’eccezione di mancato raggiungimento del requisito in parola; 7 dicembre 1998, n. 12375, cit.; 5 febbraio 1993, n.

1429, id., Rep. 1993, voce cit., n. 1356, e Notiziario giurisprudenza lav., 1993, 580; 3 luglio 1991, n. 7286, cit.; 16

aprile 1991, n. 4048, cit. (alle quali adde Cass. 23 aprile 2004, n. 7735, Foro it., Rep. 2004, voce cit., n. 1598);

— nel senso che occorre aver riguardo al numero medio dei dipendenti in relazione alle normali esigenze produttive e

non al numero al momento di intimazione del licenziamento, mentre resta a carico del datore di lavoro dimostrare che,

mediante la risoluzione di altri rapporti di lavoro in epoca precedente il licenziamento in contestazione, è stata attuata

una scelta stabile in ordine ad una nuova e minore dimensione dell’organizzazione produttiva, Cass. 13 febbraio 1993,

n. 1815, cit. (sui criteri di computo del numero dei dipendenti ai fini dell’operatività della tutela reale, v. Cass. 10

febbraio 2004, n. 2546, ibid., n. 1602, e Notiziario giurisprudenza lav., 2004, 617; 10 settembre 2003, n. 13274, Foro

it., Rep. 2003, voce cit., n. 1534; 5 aprile 2001, n. 5092, id., 2001, I, 2528);

— nel senso che il documento contenente l’elenco dei dipendenti, ancorché mancante di sottoscrizione, è prova idonea a

dimostrare che il numero dei dipendenti dell’impresa è superiore al limite fissato dal legislatore per la tutela del diritto

del lavoratore illegittimamente licenziato alla reintegrazione nel posto di lavoro, Cass. 27 marzo 2003, n. 4666, id., Rep.

2003, voce cit., n. 1491, e Giur. it., 2003, 2013, con nota di DOMINICI;

— nel senso che il giudice può desumere il proprio convincimento sulla verità dei fatti stessi dagli elementi probatori

acquisiti al processo, da chiunque forniti, Cass. 12 febbraio 1985, n. 1202, Foro it., Rep. 1985, voce Prova civile in

genere, n. 9;

— nel senso che il giudice può legittimamente ordinare l’esibizione del libro matricola per poter stabilire il numero dei

dipendenti e trarre, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., dalla mancata produzione la prova della esistenza del requisito

dimensionale, Cass. 1° settembre 2003, n. 12747, cit.;

— nel senso che il giudice può esercitare il potere discrezionale a lui riservato e insindacabile in sede di legittimità,

facendo ricorso alle nozioni di comune esperienza, Cass. 25 novembre 2004, n. 22271, id., Rep. 2004, voce cit., n. 40,

che ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto «notoria» la sussistenza del requisito dimensionale

dell’impresa delle Ferrovie dello Stato, in relazione al numero minimo di dipendenti occupati; 19 novembre 1998, n.

11701, id., Rep. 1998, voce cit., n. 29.

III. - Secondo l’orientamento minoritario, invece, l’onere di provare l’inesistenza del requisito occupazionale e, quindi,

l’impedimento all’applicazione dell’art. 18 l. n. 300 del 1970, incombe sul datore di lavoro, tenuto conto del fatto che il

licenziamento illegittimo costituisce un inadempimento contrattuale e che l’azione di impugnazione si configura come

azione di adempimento e/o di responsabilità di inadempimento ex art. 1218 c.c.

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in Foro it., 2006, I, 704

In tal senso, v. Cass. 22 gennaio 1999, n. 613 (nella specie, il licenziamento era successivo all’entrata in vigore della l.

11 maggio 1990 n. 108), id., 1999, I, 1204, nonché Mass. giur. lav., 1999, 323, con nota di BOGHETICH; Dir. e pratica

lav., 1999, 2085, con nota di GIUDICI; Orient. giur. lav., 1999, I, 176, con nota di GANDI, e Guida al dir., 1999, fasc.

6, 45, con nota di IVELLA, richiamata in motivazione.

Successivamente, v. Cass. 17 maggio 2002, n. 7227, Foro it., 2002, I, 2345, nonché Giur. it., 2003, 456, con nota di

MIRANDA; Mass. giur. lav., 2002, 470, con nota di MANNACIO; Lavoro giur., 2002, 968, con nota di ZAVALLONI;

Guida al dir., 2002, fasc. 24, 31, con nota di IVELLA, e Dir. e giustizia, 2002, fasc. 27, 23, con nota di TURCO,

richiamata in motivazione.

In particolare, a sostegno di tale posizione si afferma che:

— «fatti costitutivi dell’azione di impugnazione del licenziamento sono esclusivamente l’esistenza di un rapporto di

lavoro subordinato a tempo indeterminato e la sua interruzione per effetto di un licenziamento»;

— «fatti impeditivi degli effetti giuridici che il lavoratore intende conseguire sono la sussistenza di una giusta causa o di

un giustificato motivo»;

— «l’art. 8 l. n. 604 del 1966 prevede invece una forte attenuazione delle conseguenze a carico della parte inadempiente

ed è allora giustificato [...] porre a carico di colui che pretende di essere esonerato da quelle che sarebbero le comuni

sanzioni derivanti da un inadempimento (dettate dall’art. 18 l. n. 300 del 1970) l’onere di dimostrare la sussistenza delle

condizioni che determinano la riduzione degli effetti restitutori o risarcitori»;

— «addossare al datore di lavoro l’onere della prova in materia appare giustificato, oltre che dalle considerazioni

sistematiche sopra accennate, anche dal rilievo che la circostanza da provare consiste in un dato di fatto ben noto al

datore di lavoro e che risulta addirittura da libri, la cui tenuta è obbligatoria per legge».

IV. - Le sezioni unite, nel comporre il contrasto di giurisprudenza, aderiscono a quest’ultima impostazione, facendo leva

sul principio di riferibilità o vicinanza o disponibilità della prova, secondo il quale «è più facile al debitore dimostrare il

fatto positivo di aver adempiuto che non al creditore di dimostrare l’opposto fatto negativo» (v., richiamata in

motivazione, Cass., sez. un., 30 ottobre 2001, n. 13533, Foro it., 2002, I, 769, con nota di LAGHEZZA) e respingendo

la tesi, propugnata anche da una parte della dottrina, della «normalità» o «generalità» della tutela obbligatoria rispetto a

quella reale.

Secondo la corte, depongono in questo senso, infatti:

a) l’art. 24 Cost., nella parte in cui «connette al diritto di azione in giudizio il divieto di interpretare la legge in modo da

renderne impossibile o troppo difficile l’esercizio» (v., richiamata in motivazione, Corte cost. 21 aprile 2000, n. 114, id.,

2000, I, 1740), in applicazione del principio, ad esso sotteso, secondo cui «il processo [...] deve dare alla parte lesa tutto

quello e proprio quello che le è riconosciuto dalla norma sostanziale» (v., richiamate in motivazione, Corte cost. 23

giugno 1994, n. 253, id., 1994, I, 2005, con nota di CAPPONI; 10 novembre 1995, n. 483, id., 1996, I, 2986, con nota

di CARBONE, nonché Cass., sez. un., 5 luglio 2004, n. 12270, id., 2005, I, 2115, con nota di DE MARZO);

b) l’irrilevanza, a tal proposito, della difficoltà o impossibilità materiale «di attuare in sede esecutiva questo principio

costituzionalmente rilevante, dovute all’inesistenza nel nostro ordinamento di un sistema di misure coercitive»;

c) il superamento da parte del nostro ordinamento dell’«anacronistica reminiscenza del diritto romano [...] recepita

nell’art. 1142 c.c. francese, secondo cui ogni obbligazione di fare o di non fare si risolve [...] nella prestazione di danni e

interessi nel caso di inadempimento; reminiscenza già compresa del resto già nel codice tedesco, di fine ottocento, il

quale nel par. 280, 3° comma, permette il risarcimento del danno in luogo della prestazione [...] solo sulla base di

determinati e circoscritti presupposti»;

d) l’art. 2058 c.c., che «nega un rapporto regola-eccezione» tra la tutela per equivalente del diritto soggettivo e la tutela

specifica «ed anzi lo capovolge»;

e) l’impossibilità di aderire alla tesi contraria «a maggior ragione nel diritto del lavoro, non solo perché qualsiasi

normativa settoriale non deve derogare al sistema generale senza necessità [...] ma anche perché il diritto del lavoratore

al proprio posto, protetto dagli art. 1, 4 e 35 Cost., subirebbe una sostanziale espropriazione se ridotto in via di regola al

diritto ad una somma [...] Al contrario, il prestatore, attraverso il lavoro reso all’interno dell’impresa, da intendere come

formazione sociale ai sensi dell’art. 2 Cost., realizza non solo l’utilità economica promessa dal datore ma anche i valori

individuali e familiari indicati nell’art. 2 cit. e nel successivo art. 36» (v., richiamata in motivazione, Cass., sez. un., 12

novembre 2001, n. 14020, id., 2002, I, 411).

V. - Da ultimo, va ricordato che i lavori della commissione «per lo studio e la revisione della normativa processuale del

lavoro», presieduta da Raffaele Foglia, contengono rilevanti novità in ordine alla questione in esame. Infatti, nell’ambito

del nuovo procedimento d’urgenza a cognizione sommaria predisposto per l’esercizio della tutela reintegratoria contro il

licenziamento ingiustificato, l’onere della prova, non soltanto con riferimento ai motivi che hanno determinato il

provvedimento espulsivo, ma anche al numero dei dipendenti occupati in azienda, grava sul datore di lavoro che ha di

fatto conoscenza dei relativi dati (cfr. l’art. 2 del testo predisposto dalla commissione e la relazione generale definitiva

trasmessa al ministro della giustizia e al ministro del lavoro il 4 maggio 2001).

La prova del «requisito dimensionale» ex art. 18 l. 300/70 al vaglio delle sezioni unite.

10 D I (A – L)

IRITTO PROCESSUALE CIVILE

Materiali didattici


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
In questo documento è riportato il testo della sentenza n. 141 del 2006 della Corte di Cassazione con in epigrafe il commento di Andrea Proto Pisani.
La sentenza stabilisce che in caso di sottoposizione del datore di lavoro a liquidazione coatta amministrativa, l’azione proposta dal lavoratore dipendente diretta all’accertamento della illegittimità del licenziamento o alla reintegrazione nel posto di lavoro, deve essere proposta o proseguita davanti al giudice del lavoro; quella avente ad oggetto la condanna al pagamento di una somma di denaro diviene improponibile o improseguibile per la durata della procedura di liquidazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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