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subire profonde trasformazioni, che ne hanno rimodellato anche le dinamiche interne alla società:

due cambiamenti radicali come il passaggio ad un’economia di mercato e l’inserimento nel

panorama mondiale hanno posto le basi per quello che oggi è sotto gli occhi di tutti, un gigante che

rapidamente si muove alla conquista di nuovi spazi e che porta tuttavia con sé enormi

problematiche, collegate al suo inarrestabile avanzare. Le zone d’ombra, le questioni che molto

spesso è preferibile insabbiare, l’altra faccia della medaglia: solo per citarne alcune, il crescente

divario fra ricchezza e povertà, gli effetti della globalizzazione sulle nuove generazioni di cinesi che

assorbono a volte in modo sommario la feccia dell’Occidente, l’inquinamento e la questione

ambientale in un Paese in cui la parola “salvaguardia” rimane ancora a molti sconosciuta?

La Cina oggi è il Paese che ha superato gli Stati Uniti come destinazione degli investimenti

stranieri, ponendosi al primo posto all’interno della classifica dei 30 Paesi più industrializzati

2 (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che è diventato meta

dell’Ocse

ambita della multinazionali, che detiene il più alto tasso di crescita al mondo negli ultimi 20 anni

(crescita annua media del PIL attorno all’8/9 %).

Un Paese che al contempo vede al suo interno un pesante divario fra regioni costiere e regioni

3

interne: le prime, assieme alle Zone Economiche Speciali ed alle Zone a Sviluppo Economico e

4

, mostrano uno sviluppo incontenibile e tassi di crescita nettamente superiori al resto

Tecnologico

del Paese, grazie anche al processo di industrializzazione ed all’afflusso di capitali esteri (sono le

province del Guangdong, del Fujian, del Zhejiang, del Jiangsu, dello Shandong, dello Hebei e le tre

province della Manciuria), le seconde, assieme alle aree di confine a settentrione e a occidente,

sono invece caratterizzate da un generale ritardo rispetto alle prime e da una condizione socio-

economica spesso arretrata e stagnante.

Comunque in movimento. In continua mutazione. Come le sue grandi megalopoli che cambiano

pelle da un giorno all’altro, rendendosi irriconoscibili al viaggiatore che le ha visitate solo pochi

mesi prima, così l’intero Dragone cambia e avanza; il sentimento di noi Occidentali di fronte a

questo suo procedere è un misto di ammirazione, fascino, sorpresa, sbalordimento, paura. Ciò che

non si conosce si teme, l’ignoto spaventa. Un ignoto che tuttavia, grazie ai continui e più serrati

contatti, ai nuovi mezzi di comunicazione interplanetari, alla presenza di rappresentanti in carne e

ossa anche nel nostro Paese si sta lentamente rivelando. Aprendo le porte anche ad aspetti

estremamente stimolanti e interessanti.

2 Federico Rampini, Il secolo cinese, Milano, Mondatori, 2005

3 ZES: Zone Economiche Speciali. Queste sono le città di Shenzhen, Shantou, Zhuhai, Xiamen, l’area di Pudong nella

municipalità di Shanghai e l’isola di Hainan. Sono zone nate a partire dalla fine degli anni ’70 nel sud e sud-est della

Cina con l’obiettivo di incoraggiare gli investimenti e la penetrazione di tecnologie straniere e che godono di particolari

condizioni fiscali e che offrono condizioni vantaggiose.

4 ZSET: Zone a Sviluppo Economico e Tecnologico. Istituite in apposite aree industriali di 14 città costiere. 2

Un Paese immenso

La Cina, circa 9.600.000 km², una superficie di poco inferiore a quella dell’Europa intera, una

grande estensione territoriale formata da due ampie aree: 1. la Cina propriamente detta, delimitata

a est dal Mar Giallo, dal Mar Cinese Orientale e dal Mar Cinese Meridionale, a ovest e sud-ovest

dall’altipiano del Tibet, a sud dalla pianura del Fiume Rosso (Yuanjiang) che la separa dal Vietnam

e a nord dalla Pianura Manciuriana e dal Deserto dei Gobi, e abitata da popolazioni di lingua

cinese, 2. le regioni periferiche che comprendono il Xinjiang (Turkestan cinese), la Mongolia

5 ,abitate in prevalenza da popolazioni non cinesi, che

interna, il Tibet, alcune zone del sud-ovest

hanno mantenuto nei secoli i propri tratti culturali specifici e la Manciuria – composta dalle 3

province del Nord-est, Heilongjiang, Jilin, Liaoning – che pur non facendo parte storicamente del

territorio della Cina propriamente detta, è abitata per lo più da popolazioni di lingua cinese,

6

stanziatesi nella regione in seguito ad una serie di ondate migratorie del secolo scorso.

All’interno della popolazione della Cina coesistono varie nazionalità: i rappresentanti di uno solo fra

i 56 gruppi etnici riconosciuti ufficialmente che la compongono sono gli Han, i cinesi originari della

Cina propriamente detta, ovvero quella che coincideva con i confini tradizionali dell’Impero, gli

abitanti che fanno parte dell’etnia numericamente più cospicua, coloro che possono “rivendicare”

l’origine del bagaglio storico, culturale e linguistico che poi è stato adottato in tutto il Paese. Gli altri

55 gruppi, sebbene numericamente molto inferiori rispetto agli Han, rivestono un’importanza

fondamentale se si pensa che la porzione di territorio ricoperto dalla loro presenza, quello delle

regioni periferiche, è più della metà di tutto il territorio nazionale e ha sempre rivestito un ruolo

strategico, in quanto zona di frontiera, a contatto di Paesi come il Vietnam, l’India e l’ex Unione

sovietica.

La Cina propriamente detta può essere divisa in due grandi regioni naturali, le cui caratteristiche

per molti versi opposte, hanno condizionato e determinato il percorso di sviluppo della civiltà

cinese e saranno importanti anche per il successivo discorso sul cibo. Queste due aree sono la

parte nord, che prendendo come riferimento il Fiume Yangzi, si estende proprio al suo nord, dove

hanno sempre avuto la meglio le colture asciutte e dove il sistema di trasporti era prevalentemente

terrestre, e la parte sud, quindi a sud dello Yangzi, dove le colture prevalenti erano quelle di tipo

sommerso (prevalentemente riso) e dove i trasporti avvenivano soprattutto attraverso le vie fluviali.

Alla divisione geografica nord-sud rispetto al Fiume Lungo, a volte chiamato Fiume Azzurro, si

legano poi una serie di implicazioni storiche che hanno visto queste due aree della Cina

distinguersi nel corso dei secoli: il Nord è stato per un lungo periodo il centro economico e politico

e ha assunto importanza strategica, che, pur con fasi alterne, ha mantenuto (un esempio è la

5 Magda Abbiati, La lingua cinese, Venezia, 1992

6 Mario Sabattini – Paolo Santangelo, Storia della Cina, Bari, 1994 3

scelta della collocazione delle capitali, che durante le tre ultime dinastie, Yuan, Ming, Qing, e dopo

la nascita della Repubblica Popolare Cinese, è sempre stata al nord), il Sud, le cui regioni erano

abitate originariamente da popolazioni di ceppo etnico e linguistico diverso da quello del nord, ha

visto un lento processo di integrazione da parte di queste in una comune civiltà e nel corso dei

secoli è diventato sempre più importante da un punto di vista economico.

I cinesi stessi oggi rilevano questa divisione in due zone anche da un punto di vista socio-culturale:

Renata Pisu, giornalista autorevole ed esperta di Cina, riporta che al nord vivono “uomini e donne

austeri e compassati, dalla carnagione pallida, mangiatori di grano, i veri eredidel Celeste

Impero” mentre al sud “abitano altre genti, mangiatrici di riso, dalla carnagione assai più scura, i

modi più sciolti, che parlano infinite varietà di dialetti, o lingue e che appartenevano ad altre

7 (). Sono poi in particolare queste ultime genti, provenienti dalle province del sud-est,

culture”

Zhejiang e Fujian soprattutto, quelle che hanno uno spirito imprenditoriale più spiccato rispetto a

quelle del nord e che emigrano all’estero in cerca di fortuna.

I cinesi all’estero

Mai come quando sono stata in Cina mi sono resa conto di quanti siano i cinesi: la mia

consapevolezza si è acutizzata il giorno che, sfidando la personale avversione per i centri

commerciali e affidandomi all’onnipresente desiderio di conoscenza, sono entrata in uno fra i tanti

presenti a Pechino. Panico! Letteralmente sono stata travolta da una marea umana che mi ha

trascinato sulle scale mobili fino al primo piano. Ora che sono in Italia, non ne vedo così tanti, ma

ho avuto modo di conoscerne molti presenti nella mia regione, il Trentino Alto-Adige. Oltre a

questo, girando un po’ lungo il Belpaese ci si accorge che la presenza cinese in Italia è massiccia.

Studi rivelano che il flusso migratorio proveniente dalla Cina è uno fra i più consistenti a livello

internazionale, dal momento che è cospicuo sia il numero di persone che si spostano sia quello dei

Paesi verso cui si dirigono. I cinesi hanno iniziato ad arrivare in Europa alla fine dell’800, ma è

soprattutto durante gli ultimi decenni del ‘900 che la loro presenza ha cominciato ad incidere in

maniera rilevante nel Vecchio Continente.

In Italia la comunità cinese è una fra quelle “storiche”: un primo gruppo è arrivato in Italia alla fine

della Prima Guerra Mondiale e si è stabilito a Milano, allargandosi gradualmente e diffondendosi al

di fuori della Lombardia in tutto il Paese, un secondo gruppo consistente è arrivato nel ventennio

8

. Da quest’ultima data a oggi, il flusso di immigrati in Italia sta

compreso fra il 1950 ed il 1970

continuando e sta portando nel nostro Paese molte persone, che nella maggioranza dei casi, si

ricongiungono ai familiari o si collegano agli amici ed entrano a far parte delle comunità già

7 Renata Pisu, Cina – Il drago rampante, Milano, 2006

8 Sito intenet: http://venus.unive.it/aliasve 4

presenti sul territorio; le regioni italiane con maggior presenza di cinesi sono la Lombardia, la

Toscana ed il Lazio.

Le modalità attraverso cui i cinesi si inseriscono nel nuovo tessuto sociale sono peculiari e li

differenziano dalle altre culture presenti: per loro si parla sempre di “comunità cinese”, in quanto

effettivamente questo è il tipo di organizzazione interna che hanno, caratterizzata da una forte

coesione e da uno spirito solidaristico che permette ai nuovi arrivati di trovare persone in grado di

aiutarli nei primi momenti di inserimento nel Paese. Questa collaborazione è preziosa soprattutto

per risolvere i problemi pratici che si presentano all’inizio (presentazione di documenti, contatti con

la Questura, ricerca di lavoro e alloggio?), oltre a diventare un punto d’appoggio stabile durante la

permanenza in Italia. Tuttavia, proprio questa sua autosufficienza, la rende spesso chiusa ed

impenetrabile e le pone degli evidenti limiti, uno fra i quali è determinato dalla lingua.

Personalmente ho tenuto un corso serale di italiano L2 ad adulti cinesi presenti in Italia, alcuni da 4

o 5 anni, altri da un periodo ancora più lungo: il livello di conoscenza della nostra lingua era

minimo o comunque molto ad di sotto di quanto ci si sarebbe aspettati. I fattori sono molti: per gli

uomini ritmi di lavoro massacranti, inseriti in un contesto dove la maggioranza dei lavoratori sono

anch’essi cinesi, quindi la lingua madre è il veicolo principale per la comunicazione, per le donne

casalinghe poche occasioni di contatti con italiani, se non al supermercato o nei contatti con la

scuola frequentata dai figli. Più di una volta mi sono ritrovata a dialogare proprio con i bambini, che

traducevano per me dal dialetto locale al Putonghua, il cinese mandarino, quello che mi volevano

dire i loro genitori. E una volta a casa, sicuramente fra di loro i cinesi non parlano italiano. Un bene,

ovviamente.

Il mantenimento della lingua d’origine da parte degli adulti è quindi facilitato dalle dinamiche interne

alla famiglia e alla comunità, ma in modo rilevante anche da quelle lavorative: quando non

lavorano per ditte italiane (come operai) o per privati, i cinesi in Italia sfruttano lo spirito e l’abilità

imprenditoriale che li contraddistingue e danno spesso vita a imprese a gestione familiare nel

campo della ristorazione e nel settore tessile (produzione di pelletteria e di capi di abbigliamento),

o lavorano come ambulanti.

Una comunità unita dove la collaborazione è uno fra i valori imprescindibili e diventa un dovere nei

confronti della collettività, all’interno della quale il rispetto per le gerarchie familiari e non solo, è

molto sentito: come si riporterà più avanti parlando della famiglia, questa specificità dei nuclei

allargati che si creano al di fuori della patria è molto più legata alla tradizione rispetto – sembra

9

.

assurdo – ai nuclei, per molti versi disgregati ed esplosi, che rimangono in Cina

9 Cfr. paragrafo La famiglia, pag. 7 5

La donna

Un curioso e significativo punto di partenza per affrontare il tema della condizione della donna

nella società cinese è dato dalla scrittura: all’interno di questo complesso sistema di caratteri,

quello di donna, pronunciato nu, è la stilizzazione dell’antico pittogramma che mostrava una

persona inginocchiata, con le mani giunte e il capo chino, in segno di rispetto e devozione verso

l’uomo (il cui carattere, nan, è invece l’unione di due unità di senso, quella di campo, terra e quella

di forza). Abbastanza evidente quindi la distinzione dei ruoli nella vita quotidiana, in cui la donna

era sottomessa e succube dell’ uomo che lavorava e diventava il capo famiglia.

Che le donne in Cina oggi reggano “la metà del cielo”, in quanto a nuovi compiti, nuove

responsabilità, nuovi ruoli è vero, anzi forse ne reggono anche un po’ di più: sicuramente però,

l’accezione originaria dell’ormai famoso slogan di Mao, che puntava a sottolineare la conquista

della parità con l’uomo da parte della donna, se già al tempo non faceva riferimento ad una

concreta uguaglianza di diritti e trattamento, purtroppo non lo fa neppure nel 2007. In alcune zone

della Cina, con particolare riferimento alle aree rurali più povere, nascere femmina nel XXI secolo

è ancora una disgrazia e fonte di drammi familiari. Se poi ai retaggi culturali di una tradizione che

ha sempre messo al centro l’uomo, padre e poi marito, si aggiungono anche le conseguenze della

politica di contenimento delle nascite, conosciuta con il nome di “legge del figlio unico”, attuata dal

governo cinese dalla fine degli anni ‘70, si può capire come il sesso del nascituro diventi di vitale

importanza per alcune famiglie che devono portare avanti la stirpe.

Rispetto al passato, la politica del figlio unico ha subìto un graduale ammorbidimento, se si pensa

che all’inizio i metodi adottati dal Partito erano sbrigativi e imposti in modo autoritario: spesso nelle

unità di lavoro si assisteva ad un capillare controllo sui cicli mestruali delle donne, una volta

partorito il primo figlio venivano sterilizzate e gli aborti forzati erano una pratica all’ordine del giorno

soprattutto nelle zone più povere. Con il tempo si è cercato di eliminare certe pratiche, alcune delle

quali però purtroppo sopravvivono, si è puntato a lasciare maggior “libertà” alle donne che vogliono

avere più di un figlio, penalizzandole però da un punto di vista economico, con multe o tasse salate

per aver trasgredito la legge che impone un bambino solo. L’aver puntato ad un sistematico e

organizzato contenimento demografico, in parte giustificabile se si calcola che 1/5 della

popolazione mondiale proviene dalla Cina, unito a un sistema di gerarchie familiari che ha sempre

privilegiato il maschio, ha tuttavia portato a ad un forte squilibrio interno nella società: oggi esiste

un vistoso divario fra presenza maschile e femminile in Cina e il rapporto numerico fra uomini e

donne secondo i sondaggi è di 120 maschi per 100 femmine (in alcune regioni aumenta a 130

uomini per 100 donne).

Nel Paese delle contraddizioni, paradossalmente si sta viaggiando su un doppio binario: se nelle

campagne e nelle aree più interne e remote del Paese, dove ancora il tasso di analfabetismo è

6

elevato e dove i mezzi di sostentamento delle famiglie sono esigui, le bambine spesso non

vengono ancora registrate e purtroppo si assiste ancora ad abbandoni o infanticidi, nelle aree più

sviluppate e nei grandi centri il governo di Pechino ha invertito la rotta di marcia e da qualche anno

sta offrendo incentivi alle famiglie che mettono al mondo figlie femmine: è del 2004 il varo del

10

, con il quale le famiglie ottengono degli aiuti finanziari e non che si

piano “Aiuto alle ragazze”

traducono in rimborsi per le tasse scolastiche, altissime nei grandi centri, assicurazioni gratuite fino

a quando la figlia diventa maggiorenne, agevolazioni varie nel momento della ricerca del posto di

lavoro.

All’interno delle continue e rapide trasformazioni che si stanno verificando in Cina, il dibattito

attorno al ruolo della donna assume quindi un’importanza fondamentale: primo perché ancora

esistono enormi disparità a livello di possibilità, di trattamento e di diritti, fra la sua condizione nelle

aree rurali e nelle aree urbane, secondo perché la sua presenza nella società cinese è vitale

anche come elemento di equilibrio in una realtà sempre più maschile, terzo perché comunque

negli anni si è assistito ad una progressiva emancipazione che ha portato una parte delle donne

cinesi ad avere un livello di istruzione sempre più elevato, a entrare nel mondo del lavoro, a

ritagliarsi un posto nell’universo che le circonda e a iniziare a volgere lo sguardo verso l’esterno.

Tutto ciò in un Paese che, dopo anni di chiusura e con l’apertura all’Occidente, ha assorbito in

modo a volte famelico e senza discriminazioni, mode, abitudini, valori altri che si scontrano con la

tradizione e che stanno modificando le dinamiche interne alla società, e più in piccolo, al suo

nucleo fondante, la famiglia.

La famiglia

Come per donna, introduciamo il concetto di famiglia partendo dal carattere che lo

contraddistingue: jia. Formato da due parti, dotate entrambe di senso, quella superiore “tetto”,

quella inferiore “maiale”, il carattere di famiglia nasce proprio dalla loro unione e il suo significato

va ricercato nel passato. La Cina è sempre stato un Paese prevalentemente agricolo e la società

contadina era il suo motore: il maiale era considerato un animale preziosissimo, in quanto era

fonte di sostentamento per la sua carne e di inesauribile ricchezza, dato che del suo corpo non si

11 . Possedere un maiale era

risparmiava nulla, setole comprese che servivano a fare le spazzole

quindi importante nel momento in cui si voleva creare un nucleo familiare e poterlo mantenere:

avere sotto il tetto questa bestia era quindi segno di prosperità e diventava garanzia di

sopravvivenza. Ecco così il carattere di famiglia, “il maiale sotto il tetto”.

10 Federico Rampini, Il secolo cinese, Milano, 2005

11 Renata Pisu, op. cit. 7


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Sociologia delle relazioni interculturali della Prof.ssa Enrica Tedeschi. Trattasi di un saggio di Educazione alimentare interculturale avente ad oggetto la Cina ed in particolar modo: la cultura, la società e l'economia cinese; la cucina e l'alimentazione, la filosofia alimentare, la preparazione dei cibi e gli ingredienti.

Si ringrazia la Prof.ssa Enrica Tedeschi per aver gentilmente messo a disposizione il materiale.
[url=https://sites.google.com/site/enricatedeschi/]https://sites.google.com/site/enricatedeschi/[/url]


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia delle relazioni interculturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Tedeschi Enrica.

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