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periodo considerato per il computo del salario di anzianità, la formazione professionale non era

gestita dalla Regione Molise. Inoltre, il rapporto di convenzione non consente l'azione diretta dei

dipendenti verso la Regione configurandosi l'obbligo della stessa di rimborsare le spese anticipate

da altri enti come accollo intorno ex lege.

Infine, l'Enaip aveva quantificato alla Regione la somma corrispondente all'anzianità pregressa del

dipendente solo il 20 luglio 1992, onde, al momento in cui venne formulata l'istanza di chiamata in

causa, non sarebbe stato configurabile un obbligo della Regione per quanto non le era stato ancora

chiesto.

I due motivi, per l'intima ed inscindibile connessione delle censure (particolarmente sul punto,

coinvolto da entrambi, della ricorrenza dei presupposti sostanziali per la chiamata in garanzia)

meritano trattazione congiunta: entrambi sono infondati.

Anzitutto, deve essere disattesa la prima delle critiche nelle quali si articola il primo motivo.

Seppure, nelle fasi di merito, l'Enaip aveva contestato, come si sostiene, la propria legittimazione

passiva, appare evidente come la richiesta di rilevazione da parte di un terzo implica l'abbandono,

almeno in via subordinata, di quella eccezione, comunque non riproposta in questa sede.

D'altro lato, la chiamata in causa del terzo da parte del convenuto che chieda di essere rilevato

indenne dalla domanda del ricorrente non concretizza affatto (necessariamente), al contrario di

quanto assume la Regione, una eccezione (come tale soggetta alle preclusioni ex art. 416, comma

secondo, c.p.c.), ma costituisce, appunto, una vera e propria domanda rivolta contro il terzo: essa è

regolata, nel rito del lavoro, dall'art. 420 c.p.c. il quale, nel suo complesso, disciplina le molteplici

attività processuali proprie della udienza in discussione e (al comma nono) prescrive che, in caso di

chiamata in causa a norma degli artt. 102, secondo comma, 106 e 107 c.p.c., il giudice deve fissare

una nuova udienza.

Deve escludersi, anzitutto, alla stregua di tali disposizioni, che la chiamata debba essere formulata

con citazione (forma estranea al rito del lavoro) a norma dell'art. 369, primo comma c.p.c. (nel testo

vigente prima dell'entrata in vigore della legge 26 novembre 1990, n. 353), o con istanza contenuta

nella memoria difensiva, non essendo tal forma prescritta e non potendosi comunque ipotizzare una

decadenza per inosservanza della forma medesima al di fuori di una specifica previsione normativa

che sanzioni la preclusione.

Al riguardo non è privo di significato il raffronto con la diversa ipotesi della introduzione della

domanda riconvenzionale che, nel rito del lavoro, il convenuto deve proporre, a pena di decadenza,

con la memoria difensiva, secondo le modalità e nel termine espressamente previsti dall'art. 416

c.p.c.

Emerge, dunque, dal coordinamento della disposizione di cui all'art. 420, con quella di cui all'art.

269, comma secondo, c.p.c., che la sola forma per sollecitare la chiamata in causa del terzo nel rito

del lavoro è l'istanza da formularsi all'udienza di discussione della causa con l'ulteriore osservazione

che, mentre nel rito ordinario, il giudice istruttore, nei confronti della parte non attivatasi con

citazione per la prima udienza a norma dell'art. 269, primo comma, c.p.c. (testo originario) aveva

(prima della citata legge di riforma) la mera facoltà (e non obbligo) di concedere termine per la

chiamata del terzo, l'art. 420, nono comma, c.p.c. impone senz'altro al giudice di fissare una nuova

udienza, come si evince dalla lettera della norma e come ritiene anche la dottrina più accreditata (v.

anche, nello stesso anno, Cass. 28 gennaio 1987, n. 828, ma in senso contrario v. Cass. 12 maggio

1989, n. 2182). Ciò costituisce conferma del rilievo secondo cui non è prevista alcun'altra possibilità

alternativa per il convenuto chiamante in causa, nel rito del lavoro, di attivarsi anteriormente alla

prima udienza.

Anche le altre censure contenute nel ricorso sono prive di fondamento.

Vero è che questa Corte suprema, con una serie di pronunce (sent. 7 marzo 1990, n. 1771; 1º marzo

1990, n. 1602; 2 maggio 1989, n. 2182; 28 aprile 1989, n. 1994; 10 dicembre 1986, n. 7358; 18

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IRITTO PROCESSUALE CIVILE

Materiali didattici

maggio 1988, n. 3449; 30 gennaio 1987, n. 6782; 10 dicembre 1986, n. 7358; 16 dicembre 1982, n.

6960; 13 febbraio 1982, n. 915) ha ritenuto che gli enti gestori di attività di formazione

professionale sono i soli tenuti all'adempimento dell'obbligazione retributiva nei confronti dei propri

dipendenti, senza che tale diretta responsabilità possa estendersi all'ente finanziatore (regione) il

quale, di conseguenza, non può essere chiamato in garanzia impropria, tenuto conto dell'assoluta

eterogeneità dell'anzidetta obbligazione (di natura contrattuale) rispetto a quella di finanziamento

(nascente ex lege).

Tale indirizzo, tuttavia, è stato disatteso con ampie e convincenti argomentazioni dalle Sezioni unite

di questa Corte (sentenza 17 ottobre 1991, n. 10960) e da una sentenza di poco successiva di questa

Sezione (11 dicembre 1991, n. 13350).

Hanno osservato le Sezioni unite che la sola ragione sulla quale riposa, secondo la precedente

giurisprudenza di legittimità, l'esclusione della configurabilità di un rapporto di garanzia impropria

e quindi della ammissibilità della chiamata in rilevazione della Regione da parte dell'Ente di

formazione professionale è l'eterogeneità dei titoli costitutivi e dei contenuti delle obbligazioni

derivanti rispettivamente dai rapporti di lavoro fra istituti di formazione professionale e personale

dipendente e da quelli fra istituti e regioni finanziatrici dei corsi. Ma tale ragione sarebbe valida

soltanto se fosse preceduta da una persuasiva dimostrazione dell'impossibilità di includere nella

vasta e composita figura della cosiddetta garanzia impropria, comunemente riconosciuta, anche il

caso del convenuto il quale, al fine di essere rimborsato di quanto dovrà eventualmente dare

all'attore, chiama nel processo un soggetto che tuttavia solo verso di lui è obbligato e che nessun

rapporto ha, pertanto, con l'attore: dimostrazione, peraltro, che dovrebbe impegnarsi nel confutare la

giurisprudenza e la dottrina prevalenti, le quali reputano che la garanzia cui allude l'art. 106 c.p.c. è

da intendere in senso lato, per cui se, ad onta della reciproca autonomia dei rispettivi rapporti

sostanziali, la sorte della domanda del convenuto verso il terzo dipende, in senso beninteso

economico, non certo giuridico, da quella della domanda dell'attore verso il convenuto, sarebbe

incongruo impedire che un unico giudizio risolva entrambe le liti, quando ciò non implichi deroga

alle regole sulla giurisprudenza o sulla competenza. In mancanza di una valida motivazione per

abbandonare questo orientamento, l'introduzione del limite dell'omogeneità delle obbligazioni

coinvolte nella domanda principale e dalla chiamata in garanzia appare già di per sé inaccettabile,

perché in contrasto con l'ampiezza del comune concetto di garanzia impropria e con le esigenze

pratiche in vista delle quali esso è stato formulato.

Né, secondo le Sezioni unite, avrebbe rilevanza ai fini della ammissibilità della chiamata la

eterogeneità della fonte delle obbligazioni (rapporto di lavoro e, rispettivamente, di finanziamento

in forza di convenzione pubblica): si tratterebbe pur sempre, infatti, di rapporti di origine

contrattuale, nel secondo dei quali l'amministrazione aveva stipulato in posizione paritetica, anche

se rimanevano ad esso riservati poteri di controllo e di autotutela che solo eventualmente avrebbero

potuto affievolire la posizione della controparte da diritto soggettivo ad interesse legittimo.

A conferma, in fatto, della esattezza delle argomentazioni che precedono, le Sezioni unite hanno

richiamato disposizioni della legge regionale della Puglia 17 ottobre 1978, n. 54 (artt. 12, ultimo

comma, 13, secondo, terzo e quarto comma) sulla disciplina per convenzione dei rapporti finanziari

tra Regione ed enti gestori di corsi di formazione professionale, delle relative provvidenze

finanziarie regionali e delle modalità di erogazione, delle quali è dato - nel presente giudizio -

riscontrare la sostanziale corrispondenza con altre, analoghe, contenute nella legge regionale del

Molise 17 gennaio 1983, n. 3 (Disciplina della formazione professionale nel Molise). In particolare,

l'art. 1 prevede che la regione... promuove, programma, coordina, istituisce, controlla e finanzia

iniziative di formazione professionale...; e ciò (art. 5) mediante attività di formazione gestita

direttamente dai propri centri e da centri [...] istituiti o gestiti da enti riconosciuti a tale funzione e

(art. 7) mediante programmi pluriennali e piani annuali di attuazione così predisposti [...]: [...] b)

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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Processuale Civile I, tenute dal Prof. Giorgio Costantino, nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 1020 emessa dalla Corte di Cassazione nel 1998, che analizza la questione della chiamata in garanzia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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