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innocenza, che tuttavia - contrariamente a quanto opinato dal rimettente - non

coinciderebbe con il diritto alla revisione, né lo implicherebbe.

Non sussisterebbe, infine, neppure la ipotizzata violazione dell’art. 27 della

Costituzione, atteso che le esigenze di rieducazione in esso sancite «sono da riferire alle

modalità esecutive della pena o, al più, alle modalità di computo della stessa e non al

procedimento utilizzato per giungere alla sua applicazione».

Considerato in diritto

1. – La Corte di appello di Bologna solleva, in riferimento agli artt. 3, 10, e 27 della

Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 630, comma 1, lettera a), del

codice di procedura penale, nella parte in cui esclude dai casi di revisione l’impossibilità

di conciliare i fatti stabiliti a fondamento della sentenza (o del decreto penale di condanna)

con la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo che abbia accertato l’assenza di

equità del processo, ai sensi dell’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei

diritti dell’uomo.

Chiamata a delibare una istanza di revisione, proposta da un condannato con sentenza

divenuta irrevocabile, la Corte rimettente ha sottolineato che il suo difensore – a sostegno

della interpretazione proposta per la norma citata, o in subordine della eccezione di

illegittimità costituzionale – aveva richiamato la sentenza del 9 settembre 1998 della Corte

europea dei diritti dell’uomo . Quest’ultima – su ricorso del condannato – aveva stabilito la

non equità del giudizio cui il medesimo era stato sottoposto, per violazione dell’art. 6

della Convenzione; e ciò in quanto i giudici italiani avevano pronunciato la condanna «in

base alle dichiarazioni di tre coimputati non esaminati in contraddittorio», essendosi

costoro avvalsi, in dibattimento, della facoltà di non rispondere. A seguito della decisione

della Corte europea, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa aveva più volte

sollecitato lo Stato italiano ad adottare le misure necessarie a garantire l’osservanza della

pronuncia di Strasburgo; ma tali sollecitazioni erano rimaste prive di effetto.

Il rimettente respinge la tesi avanzata dalla difesa del condannato, circa la possibilità

di ricondurre alla revisione il contrasto di giudicati tra la decisione della Corte europea –

ritenuta equiparabile alla sentenza di un “giudice speciale” – e quella del giudice

nazionale; e ciò perché la Corte di Strasburgo non può essere qualificata come un giudice

speciale.

D’altra parte, ad avviso della Corte rimettente, non è accettabile neppure la tesi

avanzata dal procuratore generale requirente, di attrarre nel concetto di “prova nuova” la

sentenza della Corte europea. Infatti – agli effetti dell’art. 630, comma 1, lettera c), cod.

proc. pen., – tale decisione, «né da sola, né unita alle prove già valutate, [...]

dimostrerebbe che il condannato deve essere prosciolto a norma dell’art. 631 c.p.p. Quella

sentenza, infatti, nulla aggiunge di diverso rispetto al fatto storico apprezzato nel giudizio

considerato “non equo”, e ciò a cui essa mira è la ripetizione (ove possibile) delle prove

ritenute invalide».

2. – Alla stregua di tali premesse, la Corte rimettente ritiene rilevante la questione.

Inoltre, nel merito, essa ravvisa, in primo luogo, una violazione dell’art. 3 Cost., in quanto

l’art. 630, comma 1, lettera a), cod. proc. pen. – nell’ammettere la revisione per l’ipotesi

di contrasto tra i fatti stabiliti nella pronuncia di condanna del giudice penale e quelli posti

a fondamento di altra sentenza penale irrevocabile del giudice ordinario o di un giudice

speciale – non prevede anche l’ipotesi in cui il contrasto si verifichi rispetto alla sentenza

della Corte europea dei diritti dell’uomo, ai sensi dell’art. 6, paragrafo 1, della

Convenzione europea. Secondo il giudice a quo, «per “fatto” non deve semplicemente

intendersi il fatto storico all’origine della vicenda processuale, ma anche l’accertamento

della invalidità di una prova del precedente giudizio, essendo questo un fatto “dal quale

dipende l’applicazione di norme processuali”, che determina il venir meno della legittimità

delle prove assunte e, dunque, dei fatti sui quali la sentenza interna di condanna si è

fondata».

La norma censurata sarebbe in contrasto anche con l’art. 10 Cost., in base al quale

«l’ordinamento giuridico si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente

riconosciute». Secondo l’ordinanza di rimessione, è vero che il principio costituzionale

evocato si riferisce alle norme di diritto internazionale consuetudinario. Peraltro – come è

stato posto in evidenza dalla dottrina - le norme della Convenzione per la salvaguardia dei

diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali che fanno riferimento a garanzie e valori

inderogabili, sono «effettivamente riproduttive di analoghe norme consuetudinarie

esistenti nella Comunità internazionale».

Posto, dunque, che tra i principi della Convenzione è prevista anche la presunzione di

innocenza; e considerato che tale principio è annoverabile tra le norme internazionali di

carattere consuetudinario, la stessa tutela – soggiunge il giudice a quo – dovrebbe essere

riconosciuta a quell’aspetto della presunzione di innocenza «che si sostanzia nel diritto

alla revisione di una condanna pronunciata in violazione delle garanzie dell’equo

processo». Non senza trascurare, al riguardo, che l’art. 4 del VII Protocollo aggiuntivo

della Convenzione – relativo al divieto di bis in idem – consente espressamente la

riapertura del processo, nella ipotesi in cui «un vizio fondamentale della procedura

antecedente» sia in grado di inficiare la sentenza intervenuta.

Pertanto, secondo l’ordinanza di rimessione, venendo qui in discorso garanzie

provenienti dal diritto internazionale consuetudinario – che rinvengono nell’art. 10, primo

comma, Cost. la fonte del relativo adattamento automatico nell’ordinamento interno – la

norma impugnata si porrebbe in evidente frizione con l’indicato parametro, nella parte,

appunto, «in cui esclude la revisione del processo quando una sentenza della Corte

europea dei diritti dell’uomo abbia accertato un “vizio fondamentale della procedura

precedente”».

La disciplina censurata, infine, si porrebbe in contrasto anche con l’art. 27 Cost.,

secondo il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato; detto principio

«ha un senso solo se si parte dal presupposto che tali pene siano inflitte a seguito di un

processo giusto». L’ordinanza di rimessione sottolinea che «nessun condannato potrà

sentire il dovere di rieducarsi e di riadattarsi alle regole sociali, se queste regole lo hanno

condannato secondo un processo privo di equità; correlativamente, lo Stato non potrà

pretendere dal condannato la rieducazione e il reinserimento nella società, se lo ha

giudicato secondo regole inique».

3. – La questione di legittimità costituzionale nasce dalla assenza – nel sistema

processuale penale – di un apposito rimedio, destinato ad attuare l’obbligo dello Stato di

conformarsi (anche attraverso una eventuale rinnovazione del processo) alle conferenti

sentenze definitive della Corte di Strasburgo, nell’ipotesi in cui sia stata accertata la

violazione della Convenzione o dei suoi Protocolli, secondo quanto prevede l’art. 46 della

stessa Convenzione, nel testo modificato ad opera dell’art. 16 del Protocollo n. 14 ,

ratificato con la legge 15 dicembre 2005, n. 280 (Ratifica ed esecuzione del Protocollo n.

14 alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali

emendante il sistema di controlli della Convenzione, fatto a Strasburgo il 13 maggio

2004).

Il Comitato dei Ministri e l’Assemblea del Consiglio d’Europa hanno stigmatizzato –

con reiterate risoluzioni, risoluzioni interinali e raccomandazioni, proprio in riferimento

alla vicenda del condannato nel giudizio a quo – l’inerzia dello Stato italiano

nell’approntare adeguate iniziative riparatorie.

Da ultimo, il Comitato dei Ministri – facendo seguito a precedenti “moniti” – ha

espressamente deplorato «il fatto che, più di sei anni dopo l’accertamento della violazione

in questo caso, le autorità italiane non abbiano adottato alcuna misura per cancellare per

quanto possibile le conseguenze della violazione (restitutio in integrum) e che non siano

state attuate soluzioni alternative, quali la concessione della grazia presidenziale»; ed ha

constatato, al tempo stesso, che «la riapertura del procedimento in questione resta lo

strumento migliore d’assicurare la restitutio in integrum in questo caso» (Risoluzione

interinale ResDH (2005) 85. V., anche, la Risoluzione finale CM/ResDH (2007) 83).

Allo stesso modo, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa nella

Risoluzione n. 1516 (2006) – adottata il 2 ottobre 2006, in materia di attuazione delle

sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo – ha deplorato la circostanza che «in

Italia, e, in una certa misura, in Turchia, la legge non prevede ancora la riapertura dei

processi penali per i quali la Corte abbia constatato violazioni alla CEDU e questi due

Stati non hanno adottato altre misure per ripristinare il diritto dei ricorrenti ad un equo

processo malgrado le domande pressanti e ripetute del Comitato dei Ministri e

dell’Assemblea (tra numerosi altri casi Dorigo c. Italia e Hulki Gunes c. Turchia )».

Tuttavia, nonostante l’evidente, improrogabile necessità che l’ordinamento

predisponga adeguate misure – atte a riparare, sul piano processuale, le conseguenze

scaturite dalle violazioni ai principi della Convenzione in tema di “processo equo”,

accertate da sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo – la questione sollevata

dalla Corte di appello di Bologna, in riferimento a tutti i parametri evocati, deve ritenersi

infondata.

4.1. – Il giudice a quo fonda la prima censura di illegittimità costituzionale su una

premessa argomentativa le cui coordinate non possono condividersi né sul piano logico, né

su quello sistematico. A base della dedotta irragionevole disparità di trattamento – a suo

avviso derivante dalla mancata previsione della revisione delle condanne “in contrasto”

con sentenze della Corte di Strasburgo, che abbiano accertato la violazione dei principi

della Convenzione nel relativo processo – la Corte rimettente pone un postulato infondato

di omologabilità fra i casi disciplinati dall’art. 630, comma 1, lettera a), cod. proc. pen., e

la situazione in esame.

Secondo il giudice rimettente – considerato che la norma citata prevede, nelle ipotesi

che legittimano la revisione della condanna, il contrasto tra i “fatti” stabiliti da due diverse

sentenze – non dovrebbe necessariamente accedersi «alla accezione di “fatto” con

esclusivo riferimento alle circostanze storiche della vicenda sottoposta a giudizio». Agli

effetti che qui interessano, rappresenterebbe «un “fatto” anche l’accertamento

dell’invalidità (iniquità) della prova assunta nel processo interno, intervenuto ad opera del

giudice sopranazionale».

In realtà, però, il contrasto, che legittima – e giustifica razionalmente – l’istituto

della revisione (per come esso è attualmente disciplinato) non attiene alla difforme

valutazione di una determinata vicenda processuale in due diverse sedi della giurisdizione

penale. Esso ha la sua ragione d’essere esclusivamente nella inconciliabile alternativa

ricostruttiva che un determinato “accadimento della vita” – essenziale ai fini della

determinazione sulla responsabilità di una persona, in riferimento ad una certa

regiudicanda – può aver ricevuto all’esito di due giudizi penali irrevocabili.

Nella logica codicistica – secondo una affermazione costante della giurisprudenza di

legittimità – il concetto di inconciliabilità fra sentenze irrevocabili, evocato dall’art. 630,

comma 1, lettera a), cod. proc. pen., non può essere inteso in termini di contraddittorietà

logica tra le valutazioni effettuate nelle due decisioni. Tale concetto deve, invece, essere

inteso in termini di oggettiva incompatibilità tra i “fatti” (ineludibilmente apprezzati nella

loro dimensione storico-naturalistica) su cui si fondano le diverse sentenze.

D’altra parte, ove così non fosse, la revisione, da rimedio impugnatorio straordinario,

si trasformerebbe in un improprio strumento di controllo (e di eventuale rescissione) della

“correttezza”, formale e sostanziale, di giudizi ormai irrevocabilmente conclusi. Non è la

erronea (in ipotesi) valutazione del giudice a rilevare, ai fini della rimozione del giudicato;

bensì esclusivamente “il fatto nuovo” (tipizzato nelle varie ipotesi scandite dall’art. 630

del codice di rito), che rende necessario un nuovo scrutinio della base fattuale su cui si è

radicata la condanna oggetto di revisione.

La infondatezza della tesi sostenuta dal giudice a quo è confermata proprio dal

referente normativo che il medesimo richiama a conforto del proprio percorso logico. La

Corte rimettente sostiene che la possibilità di attrarre nella sfera del concetto di “fatto”

anche la ipotesi dell’accertamento della «invalidità (iniquità) della prova assunta nel

processo interno», si desumerebbe dall’art. 187, comma 2, cod. proc. pen.: una norma

secondo la quale è “fatto” anche quello da cui dipende “l’applicazione di norme

processuali”. Ma il richiamo a tale norma dimostra l’esatto contrario.

La disposizione citata – nel menzionare, come oggetto di prova, anche i fatti dai

quali dipende l’applicazione delle norme processuali – si riferisce proprio agli accadimenti

(ancora una volta, naturalisticamente intesi) costituenti il presupposto “materiale” che

deve essere “provato”, perchè si generi un determinato effetto processuale: come la

situazione di fatto a base del legittimo impedimento, che determina l’assoluta

impossibilità di comparire; o l’evento che integra il caso fortuito o la forza maggiore, agli

effetti della restituzione nel termine, e simili. Essa, evidentemente, non può riferirsi alla

disposizione processuale la cui applicabilità può scaturire dall’accertamento di quei fatti; e

meno ancora alla valutazione che il giudice abbia effettuato in ordine alla congruità della

prova di quegli stessi fatti e della relativa idoneità a porsi quale premessa per la (equa)

applicazione della regola processuale che venga, volta a volta, in discorso.

Infine, sotto il profilo sistematico, il concetto di “fatto” assunto a paradigma della

ipotesi di conflitto “teorico” fra giudicati – previsto quale caso di revisione dall’art. 630,

comma 1, lettera a), cod. proc. pen. – non può distinguersi dal concetto di medesimo

“fatto” su cui si radica la disciplina del conflitto “pratico” tra giudicati, di cui all’art. 669,

comma 1, cod. proc. pen. Ed è pacifico che quest’ultima norma risulta applicabile quando

la pluralità di sentenze - oltre che lo stesso imputato - concerna il «medesimo fatto»,

inteso come coincidenza tra tutte le componenti delle fattispecie concrete. D’altronde,

anche ai fini della preclusione connessa al principio del ne bis in idem, l’identità del

“fatto” sussiste – secondo la giurisprudenza di legittimità (Cass., Sez. un., 28 giugno 2005,

n. 34655) – quando vi sia corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del

reato, considerato in tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso causale) e con

riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e di persona.

La pretesa irragionevole disparità di trattamento – che il giudice a quo pone a fulcro

della dedotta violazione dell’art. 3 della Carta fondamentale – deve ritenersi, dunque,

infondata, proprio perchè la asserita assimilabilità delle situazioni poste a confronto non

può essere condivisa.

4.2. – Allo stesso epilogo conduce lo scrutinio della questione alla stregua del

parametro di cui all’art. 10 Cost.

A parere della Corte rimettente, alcune fra le garanzie fondamentali enunciate dalla

CEDU coinciderebbero con altrettante “norme di diritto internazionale generalmente

riconosciute” (così l’art. 10 Cost.) che, come tali, troverebbero “adattamento automatico”

nell’ordinamento interno. Sicché, dovendosi annoverare tra quelle garanzie anche il

principio di presunzione di innocenza, l’art. 630, comma 1, lettera a), cod. proc. pen., si

porrebbe in contrasto con l’art. 10, primo comma, della Costituzione, nella parte in cui

non prevede – tra i casi di revisione del processo – l’ipotesi in cui una sentenza della

Corte europea dei diritti dell’uomo «abbia accertato un “vizio fondamentale nella

procedura precedente”».

L’assunto è per più versi infondato.

In primo luogo, il principio di presunzione di non colpevolezza non si pone in

contrasto con la esigenza di salvaguardare il valore del giudicato, la cui ineludibile

funzione è stata più volte affermata da questa Corte (si vedano, al riguardo, le sentenze n.

74 del 1980 ; n. 294 del 1995 ; n. 413 del 199 9 e le ordinanze nn. 14 e 501 del 2000 ). La

presunzione di non colpevolezza accompagna lo status del “processando” ed impedisce

sfavorevoli “anticipazioni” del giudizio di responsabilità; ma essa si dissolve

necessariamente (sul piano sintattico, ancor prima che giuridico) allorché il processo è

giunto al proprio epilogo, trasformando la posizione di chi vi è sottoposto da imputato –

presunto non colpevole – in condannato, con una statuizione di responsabilità irrevocabile.

La revisione mira a riparare un (ipotetico) errore di giudizio, alla luce di “fatti”

nuovi; non a rifare un processo (in ipotesi) iniquo. La presunzione di innocenza, in sé e

per sé, non ha dunque nulla a che vedere con i rimedi straordinari destinati a purgare gli

eventuali errores , in procedendo o in iudicando che siano.

In secondo luogo, la impossibilità di far leva sul parametro richiamato dal giudice a

quo si evince dai principi enunciati dalla giurisprudenza di questa Corte. Si è infatti in più

occasioni (si vedano, da ultimo, le sentenze nn. 348 e 349 del 2007 ) affermato che l’art.

10, primo comma, della Costituzione, con l’espressione «norme del diritto internazionale

generalmente riconosciute», intende riferirsi alle norme consuetudinarie; e dispone,

rispetto alle stesse, l’adattamento automatico dell’ordinamento giuridico italiano.

L’osservanza che a simili norme presta l’ordinamento internazionale, nel suo complesso,

giustifica all’evidenza il postulato che ad esse si debba necessariamente conformare anche

l’ordinamento “interno”; e ciò per evitare un intollerabile sfasamento circa la

realizzazione “domestica” di principi universalmente affermati e, dunque, patrimonio

comune delle genti.

Al contrario, la norma invocata dal remittente, in quanto pattizia e non avente la

natura richiesta dall’art. 10 Cost., esula dal campo di applicazione di quest’ultimo. Se ne

deve dedurre, pertanto, l’impossibilità di assumerla come integratrice di tale parametro di

legittimità costituzionale.

4.3. – Ugualmente infondata si rivela, infine, la pretesa violazione dell’art. 27, terzo

comma, Cost., il quale – nel sancire il principio della necessaria funzione rieducativa della

pena – ad avviso del giudice rimettente «presuppone istanze etiche che trovano

contrappunto in regole processuali non inique».

La giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo – in più occasioni – di

puntualizzare i confini entro i quali il richiamato principio costituzionale è destinato ad

operare; e ciò, anche a voler prescindere dal rilievo preliminare – e per certi aspetti

assorbente – che, se si assegnasse alle regole del “giusto processo” una funzione


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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 129 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2008. La pronuncia analizza i rapporti tra i casi di revisione del processo penale e l'accertata violazione dell'art. 6 CEDU (giusto processo) accertato dalla Corte di Strasburgo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cerrone Francesco.

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