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CEDU - C.Cost. n. 317/09 Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
il documento riporta il testo della sentenza n. 317 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2009 in tema di rapporti tra la CEDU e il diritto... Vedi di più

Esame di Diritto Costituzionale Avanzato docente Prof. F. Cerrone

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ratio che fosse stata «privilegiata l’autodifesa rispetto alla difesa tecnica» ( sentenza n. 315

del 1990 ). Si subordinava la restituzione nel termine alla prova, da parte del condannato,

di aver ignorato il provvedimento senza sua colpa (comma 2 dell’art. 175). Veniva fissato

un termine di dieci giorni dalla cognizione dell’atto e si precludeva la rimessione nel

termine per l’impugnazione, a favore dell’imputato, qualora il difensore avesse già

impugnato la sentenza. Infine l’art. 603, ancora in vigore, ammetteva, alle medesime

condizioni previste per l’impugnazione tardiva nel testo originario del comma 2 dell’art.

175 cod. proc. pen., il diritto alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale.

Intervenendo nuovamente con la legge 16 dicembre 1999, n. 479 (Modifiche alle

disposizioni sul procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica e altre

modifiche al codice di procedura penale. Modifiche al codice di procedura penale e

all’ordinamento giudiziario. Disposizioni in materia di contenzioso civile pendente, di

indennità spettanti al giudice di pace e di esercizio della professione forense), il

legislatore sopprimeva la necessità del mandato speciale al difensore per impugnare la

sentenza resa a carico del contumace, ma non eliminava per quest’ultimo la preclusione ad

una restituzione nel termine per l’impugnazione, nel caso che questa fosse stata già

proposta dal difensore medesimo.

Intervenivano quindi altre due significative pronunce della Corte di Strasburgo ( in

particolare, la decisione 11 settembre 2003 nel procedimento Sejdovic c. Italia, e la

successiva sentenza, nello stesso procedimento, in data 10 novembre 2004 ). In tali

pronunce si censurava la legislazione italiana per l’eccessiva difficoltà di provare il difetto

di conoscenza e per l’estrema brevità (dieci giorni) del tempo utile per la presentazione

dell’istanza di restituzione nel termine per impugnare la sentenza contumaciale. Con la

seconda delle decisioni citate, la Corte europea segnalava un «problema strutturale

connesso ad una disfunzione della legislazione italiana».

Tenendo conto di tale giurisprudenza della Corte EDU, il legislatore è intervenuto

ancora una volta in materia, con una nuova formulazione dell’art. 175 cod. proc. pen.,

introdotta dal decreto-legge n. 17 del 2005 e dalla relativa legge di conversione, che detta

alcune nuove regole: a) il contumace non deve più provare l’inconsapevolezza

dell’esistenza del procedimento o del provvedimento, per la cui impugnazione chiede di

essere rimesso in termini, con la conseguenza che l’onere della prova ricade su chi

sostiene invece la consapevolezza; b) il termine per la richiesta è aumentato a trenta giorni

dalla conoscenza dell’atto; c) non è riprodotta l’esplicita preclusione ad una restituzione

dell’imputato, nel termine per impugnare, in caso di impugnazione già proposta dal

difensore.

6. – Dopo la riforma del 2005, la Corte di cassazione aveva ritenuto in due pronunce

(sez. I, 21 giugno 2006, n. 34468; sez. I, 7 dicembre 2006, n. 41711) che, in base al nuovo

testo dell’art. 175 cod. proc. pen., fosse ammissibile la restituzione del contumace nel

termine per impugnare anche dopo l’impugnazione del difensore. Nella seconda delle

pronunce citate, la Corte di legittimità segnalava che l’art. 669 cod. proc. pen. prevede

appositi rimedi per rimuovere l’eventuale contrasto tra giudicati, nell’ipotesi di una

pluralità di sentenze emesse, per lo stesso fatto, a carico della medesima persona.

È tuttavia intervenuta, successivamente, una sentenza delle Sezioni unite della stessa

Corte di cassazione (31 gennaio 2008, n. 6026), che ha capovolto l’interpretazione

precedente ed ha sviluppato una serie di argomenti, che possono essere considerati

all’origine della presente questione di legittimità costituzionale. Si afferma che il codice di

rito vigente è caratterizzato dal principio dell’unicità del diritto di impugnazione,

collegato al principio del ne bis in idem, da ritenere fondamentale nel nostro ordinamento

processuale. A ciò si aggiunge che la Corte costituzionale non avrebbe negato, in linea di

principio, la validità delle misure ripristinatorie ai fini della difesa del contumace

inconsapevole e che l’art. 6 CEDU non accorderebbe allo stesso una tutela maggiore di

quella offerta dall’art. 111 Cost. Si deve tener conto – sempre secondo le Sezioni unite –

che, con la modifica dell’art. 571 cod. proc. pen., il legislatore ha consentito

l’impugnazione senza mandato da parte del difensore, affermando così il primato della

difesa tecnica su quella personale. Segue il richiamo alle sentenze nn. 348 e 349 del

2007 di questa Corte, dalle quali si ricaverebbe la necessità di bilanciare la difesa

dell’imputato contumace ed il principio di ragionevole durata del processo, di cui l’unicità

dell’impugnazione sarebbe diretta proiezione. Il duplice esercizio del diritto

all’impugnazione entrerebbe in conflitto con tale principio e non potrebbe pertanto essere

introdotto nell’ordinamento processuale italiano.

Quanto alla recente modifica dell’art. 175 cod. proc. pen., ed in particolare

all’eliminazione dell’inciso che precludeva la restituzione in termini nel caso di gravame

già proposto dal difensore, i lavori parlamentari non offrirebbero una chiave interpretativa

univoca circa l’intenzione del legislatore.

Non si dovrebbe trascurare, infine, la possibilità che i contumaci, in caso di

ammissibilità della doppia impugnazione, rendano sempre provvisorie le sentenze emesse

nei loro confronti.

Dopo la suddetta sentenza delle Sezioni unite, la Corte di cassazione ha aderito, con tre

pronunce – l’ultima delle quali è quella che ha sollevato la presente questione – al nuovo

orientamento interpretativo (l’ordinanza di rimessione è stata preceduta da sez. I, 11

novembre 2008, n. 33 del 2009, e sez. I, 10 dicembre 2008, n. 8429 del 2009). Non si

rilevano decisioni difformi. Si può concludere quindi che sul punto si è formato un vero e

proprio «diritto vivente», che impone a questa Corte di incentrare le sue valutazioni sulla

norma impugnata nell’interpretazione dominante, fatta propria dal giudice a quo.

L’imputato giudicato in contumacia resta così privo, nel caso che il suo difensore abbia

già promosso un giudizio impugnatorio, della possibilità di chiedere la restituzione nel

termine per impugnare e, conseguentemente, dell’effettività del diritto ad essere presente

nel processo che lo riguarda.

L’esistenza di un diritto vivente nel senso indicato non consente di accogliere la

richiesta dell’Avvocatura dello Stato di una pronuncia di inammissibilità, per non avere il

rimettente considerato la possibilità di dare della disposizione censurata un’interpretazione

conforme alla Costituzione, sulla falsariga delle pronunce della Corte di cassazione

anteriori alla sentenza delle Sezioni unite n. 6026 del 2008. Al contrario, lo stesso giudice

ha esplicitamente ritenuto di non poter giungere a interpretazione diversa da quella delle

Sezioni unite, facendo uso degli ordinari strumenti ermeneutici.

7. – Identificato come sopra l’oggetto del presente giudizio, la valutazione della

questione di legittimità costituzionale concernente l’art. 175, comma 2, cod. proc. pen.

deve essere condotta in riferimento congiunto ai parametri di cui agli artt. 117, primo

comma – in relazione all’art. 6 CEDU, quale interpretato dalla Corte di Strasburgo – 24 e

111, primo comma, Cost. Occorre infatti mettere in rilievo la compenetrazione delle tutele

offerte da queste tre norme, ai fini di un adeguato esercizio del diritto di difesa. Questa

Corte ha già chiarito che l’integrazione del parametro costituzionale rappresentato dal

primo comma dell’art. 117 Cost. non deve intendersi come una sovraordinazione

gerarchica delle norme CEDU – in sé e per sé e quindi a prescindere dalla loro funzione di

fonti interposte – rispetto alle leggi ordinarie e, tanto meno, rispetto alla Costituzione. Con

riferimento ad un diritto fondamentale, il rispetto degli obblighi internazionali non può

mai essere causa di una diminuzione di tutela rispetto a quelle già predisposte

dall’ordinamento interno, ma può e deve, viceversa, costituire strumento efficace di

ampliamento della tutela stessa. Se si assume questo punto di partenza nella

considerazione delle interrelazioni normative tra i vari livelli delle garanzie, si arriva

facilmente alla conclusione che la valutazione finale circa la consistenza effettiva della

tutela in singole fattispecie è frutto di una combinazione virtuosa tra l’obbligo che

incombe sul legislatore nazionale di adeguarsi ai principi posti dalla CEDU – nella sua

interpretazione giudiziale, istituzionalmente attribuita alla Corte europea ai sensi dell’art.

32 della Convenzione – l’obbligo che parimenti incombe sul giudice comune di dare alle

norme interne una interpretazione conforme ai precetti convenzionali e l’obbligo che

infine incombe sulla Corte costituzionale – nell’ipotesi di impossibilità di una

interpretazione adeguatrice – di non consentire che continui ad avere efficacia

nell’ordinamento giuridico italiano una norma di cui sia stato accertato il deficit di tutela

riguardo ad un diritto fondamentale. Del resto, l’art. 53 della stessa Convenzione stabilisce

che l’interpretazione delle disposizioni CEDU non può implicare livelli di tutela inferiori a

quelli assicurati dalle fonti nazionali.

L’accertamento dell’eventuale deficit di garanzia deve quindi essere svolto in

comparazione con un livello superiore già esistente e giuridicamente disponibile in base

alla continua e dinamica integrazione del parametro, costituito dal vincolo al rispetto degli

obblighi internazionali, di cui al primo comma dell’art. 117 Cost.

È evidente che questa Corte non solo non può consentire che si determini, per il tramite

dell’art. 117, primo comma, Cost., una tutela inferiore a quella già esistente in base al

diritto interno, ma neppure può ammettere che una tutela superiore, che sia possibile

introdurre per la stessa via, rimanga sottratta ai titolari di un diritto fondamentale. La

conseguenza di questo ragionamento è che il confronto tra tutela convenzionale e tutela

costituzionale dei diritti fondamentali deve essere effettuato mirando alla massima

espansione delle garanzie, anche attraverso lo sviluppo delle potenzialità insite nelle

norme costituzionali che hanno ad oggetto i medesimi diritti.

Nel concetto di massima espansione delle tutele deve essere compreso, come già

chiarito nelle sentenze nn. 348 e 349 del 2007 , il necessario bilanciamento con altri

interessi costituzionalmente protetti, cioè con altre norme costituzionali, che a loro volta

garantiscano diritti fondamentali che potrebbero essere incisi dall’espansione di una

singola tutela. Questo bilanciamento trova nel legislatore il suo riferimento primario, ma

spetta anche a questa Corte nella sua attività interpretativa delle norme costituzionali.

Il richiamo al «margine di apprezzamento» nazionale – elaborato dalla stessa Corte di

Strasburgo, come temperamento alla rigidità dei principi formulati in sede europea – trova

la sua primaria concretizzazione nella funzione legislativa del Parlamento, ma deve essere

sempre presente nelle valutazioni di questa Corte, cui non sfugge che la tutela dei diritti

fondamentali deve essere sistemica e non frazionata in una serie di norme non coordinate

ed in potenziale conflitto tra loro. Naturalmente, alla Corte europea spetta di decidere sul

singolo caso e sul singolo diritto fondamentale, mentre appartiene alle autorità nazionali il

dovere di evitare che la tutela di alcuni diritti fondamentali – compresi nella previsione

generale ed unitaria dell’art. 2 Cost. – si sviluppi in modo squilibrato, con sacrificio di

altri diritti ugualmente tutelati dalla Carta costituzionale e dalla stessa Convenzione

europea.

Il risultato complessivo dell’integrazione delle garanzie dell’ordinamento deve essere di

segno positivo, nel senso che dall’incidenza della singola norma CEDU sulla legislazione

italiana deve derivare un plus di tutela per tutto il sistema dei diritti fondamentali.

Questa Corte non può sostituire la propria interpretazione di una disposizione della

CEDU a quella della Corte di Strasburgo, con ciò uscendo dai confini delle proprie

competenze, in violazione di un preciso impegno assunto dallo Stato italiano con la

sottoscrizione e la ratifica, senza l’apposizione di riserve, della Convenzione ( sentenza n.

311 del 2009 ), ma può valutare come ed in qual misura il prodotto dell’interpretazione

della Corte europea si inserisca nell’ordinamento costituzionale italiano. La norma CEDU,

nel momento in cui va ad integrare il primo comma dell’art. 117 Cost., da questo ripete il

suo rango nel sistema delle fonti, con tutto ciò che segue, in termini di interpretazione e

bilanciamento, che sono le ordinarie operazioni cui questa Corte è chiamata in tutti i

giudizi di sua competenza.

In sintesi, il «margine di apprezzamento» nazionale può essere determinato avuto

riguardo soprattutto al complesso dei diritti fondamentali, la cui visione ravvicinata e

integrata può essere opera del legislatore, del giudice delle leggi e del giudice comune,

ciascuno nell’ambito delle proprie competenze.

8. – Alla luce delle considerazioni che precedono, si deve esaminare l’eventualità che –

come affermato dalle Sezioni unite della Corte di cassazione nella citata sentenza n. 6026

del 2008 – il diritto di difesa del contumace inconsapevole debba bilanciarsi con il

principio di ragionevole durata del processo, di cui al secondo comma dell’art. 111 della

Costituzione.

Tale eventualità deve essere esclusa, giacché il diritto di difesa ed il principio di

ragionevole durata del processo non possono entrare in comparazione, ai fini del

bilanciamento, indipendentemente dalla completezza del sistema delle garanzie. Ciò che

rileva è esclusivamente la durata del «giusto» processo, quale delineato dalla stessa norma

costituzionale invocata come giustificatrice della limitazione del diritto di difesa del

contumace. Una diversa soluzione introdurrebbe una contraddizione logica e giuridica

all’interno dello stesso art. 111 Cost., che da una parte imporrebbe una piena tutela del

principio del contraddittorio e dall’altra autorizzerebbe tutte le deroghe ritenute utili allo

scopo di abbreviare la durata dei procedimenti. Un processo non «giusto», perché carente

sotto il profilo delle garanzie, non è conforme al modello costituzionale, quale che sia la

sua durata.

In realtà, non si tratterebbe di un vero bilanciamento, ma di un sacrificio puro e

semplice, sia del diritto al contraddittorio sancito dal suddetto art. 111 Cost., sia del diritto

di difesa, riconosciuto dall’art. 24, secondo comma, Cost.: diritti garantiti da norme

costituzionali che entrambe risentono dell’effetto espansivo dell’art. 6 CEDU e della

corrispondente giurisprudenza della Corte di Strasburgo.

È bene chiarire in proposito che un incremento di tutela indotto dal dispiegarsi degli

effetti della normativa CEDU certamente non viola gli articoli della Costituzione posti a

garanzia degli stessi diritti, ma ne esplicita ed arricchisce il contenuto, innalzando il

livello di sviluppo complessivo dell’ordinamento nazionale nel settore dei diritti

fondamentali.

9. – A fortiori non possono essere richiamati, per convalidare la legittimità

costituzionale della norma censurata, i principi dell’unicità del diritto all’impugnazione e

del divieto di bis in idem, da cui non possono essere tratte conclusioni limitative di un

diritto fondamentale. Tali principi devono essere presi in considerazione, invece, sia per

ricercare i rimedi ad eventuali giudicati contraddittori che già siano presenti

nell’ordinamento positivo, sia per approntare, da parte del legislatore, norme tecniche di

dettaglio, volte a rendere maggiormente operativo, sul piano processuale, il principio di

garanzia costituito dal diritto del contumace inconsapevole a fruire di una misura

ripristinatoria. Quest’ultima, per avere effettività, non può essere «consumata» dall’atto di

un soggetto, il difensore (normalmente nominato d’ufficio, in tali casi, stante l’assenza e

l’irreperibilità dell’imputato), che non ha ricevuto un mandato ad hoc e che agisce

esclusivamente di propria iniziativa. L’esercizio di un diritto fondamentale non può essere

sottratto al suo titolare, che può essere sostituito solo nei limiti strettamente necessari a

sopperire alla sua impossibilità di esercitarlo e non deve trovarsi di fronte all’effetto

irreparabile di una scelta altrui, non voluta e non concordata, potenzialmente dannosa per

la sua persona.

È appena il caso di aggiungere che questa Corte può intervenire in materia nei limiti

della sua competenza e non può incidere sulla conformazione del processo contumaciale,

che spetta al legislatore. Si deve soltanto sottolineare che, nell’accogliere parzialmente la


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
il documento riporta il testo della sentenza n. 317 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2009 in tema di rapporti tra la CEDU e il diritto interno, le interpretazioni della Carta da parte della Corte Costituzionale e della Corte di Strasburgo, la tutela convenzionale e la tutela costituzionale dei diritti fondamentali.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cerrone Francesco.

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