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CEDU - C.Cost. 348/07 Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 348 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2007. Il caso riguarda la violazione delle norme CEDU... Vedi di più

Esame di Diritto Costituzionale Avanzato docente Prof. F. Cerrone

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adottando misure di carattere generale suscettibili di eliminare la violazione strutturale

accertata dalla Corte europea, nonché, più in generale, con il solenne obbligo internazionale

a suo tempo assunto dallo Stato italiano di cooperare efficacemente e lealmente con il

Consiglio d’Europa per assicurare il funzionamento del meccanismo di tutela dei diritti

umani che fa perno sulla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e sulla Corte Europea

dei Diritti dell’Uomo».

Al riguardo, la parte privata sottolinea come l’art. 1 della legge n. 12 del 2006,

introducendo la lettera a-bis), nel comma 3 dell’art. 5 della legge 23 agosto 1988, n. 400

(Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei

Ministri), abbia individuato proprio nella Presidenza del Consiglio dei ministri l’organo

deputato non solo a promuovere «gli adempimenti di competenza governativa conseguenti

alle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo emanate nei confronti dello Stato

italiano», ma anche a comunicare «tempestivamente alle Camere le medesime pronunce ai

fini dell’esame da parte delle competenti Commissioni parlamentari permanenti» ed a

presentare «annualmente al Parlamento una relazione sullo stato di esecuzione delle suddette

pronunce».

Per le ragioni anzidette la parte privata reputa necessaria una pronunzia di illegittimità

costituzionale dell’art. 5-bis, «che consenta all’Italia di assolvere i propri obblighi

internazionali, di non uscire dalla legalità internazionale e di far recuperare unità

all’ordinamento».

8.2. – In merito all’esistenza di un presunto contrasto tra la giurisprudenza della Corte

europea e quella della Corte costituzionale, la difesa privata ritiene che si tratti di una

divergenza soltanto apparente, determinata dalla diversità dei parametri di giudizio finora

adottati dalle due Corti. Si tratterebbe, pertanto, di «interpretare (ed applicare) le norme

rilevanti nel presente giudizio di costituzionalità con lo stesso parametro di tutela dei diritti

umani utilizzato dalla Corte europea»; infatti – osserva la parte costituita – se il giudizio è

condotto sulla base del parametro sopra indicato, l’esito non può non essere identico.

Peraltro, le divergenze interpretative tra le Corti costituzionali degli Stati membri e la

Corte di Strasburgo «non sono affatto inusuali, ma sono piuttosto connaturate allo stesso

meccanismo di tutela dei diritti umani previsto dalla Convenzione ed ai principi di

sussidiarietà e solidarietà sul quale è basata».

8.3. – La difesa della parte privata passa, poi, in rassegna la più recente giurisprudenza

della Corte europea in tema di «violazioni strutturali», evidenziando le condizioni in

presenza delle quali ricorre un «problema strutturale» e non una mera violazione

«episodica» della Convenzione europea.

In particolare, si rileva come finora siano state «per lo più proprio le Corti costituzionali

degli Stati contraenti – in applicazione dei principi di sussidiarietà e solidarietà – a

rimediare ai problemi strutturali evidenziati nelle sentenze della Corte europea». A questo

proposito, sono richiamate numerose pronunzie della Corte europea, cui hanno fatto seguito

svariate decisioni delle Corti costituzionali degli Stati contraenti, tendenti a far fronte ai

problemi strutturali evidenziati dai giudici di Strasburgo.

In alcuni casi, poi, l’accertamento dell’esistenza di una violazione strutturale della CEDU

ha spinto lo Stato interessato a modificare la propria Carta costituzionale.

Con specifico riferimento all’Italia, sono richiamati il caso Sejdovic (sentenza della

Grande chambre del 1° marzo 2006), a seguito del quale si è resa necessaria la modifica

dell’art. 175 del codice di procedura penale a seguito dell’accertamento di violazione

strutturale ai sensi dell’art. 46 CEDU, la modifica dell’art. 111 Cost., attuata in relazione

alle sentenze della Corte europea che avevano rilevato violazioni delle garanzie dell’equo

processo, e infine le sentenze n. 152 e n. 371 del 1996 della Corte costituzionale, che hanno

fatto seguito, rispettivamente, alle sentenze CEDU Cantafio contro Italia del 20 novembre

1995 e Ferrantelli/Santangelo contro Italia del 7 agosto 1996 .

8.4. – In merito all’odierna questione, la difesa della parte privata osserva che la tutela

del diritto di proprietà prevista nell’art. 1 del primo Protocollo non differisce nel contenuto

dalla tutela apprestata dall’art. 42 Cost., posto che entrambe le norme richiedono un giusto

bilanciamento tra interessi del singolo e interesse della comunità.

Secondo la parte costituita, la necessità di un «giusto equilibrio» porta alla conclusione

per cui «ogni volta che venga sacrificato il diritto e l’interesse di un singolo per la

realizzazione di una singola opera pubblica e/o di pubblica utilità, l’indennizzo deve essere

pari al valore venale integrale del bene, mentre è soltanto nei casi eccezionali, in cui la

privazione della proprietà riguardi una serie indeterminata di soggetti e sia volta ad attuare

fondamentali riforme politiche, economiche e/o sociali, che l’indennizzo potrebbe, se del

caso, essere inferiore all’integrale valore venale del bene, fermo restando che, anche in

questi casi, l’indennizzo deve sempre e comunque essere in ragionevole collegamento con

detto valore».

Dunque, a parere della parte privata, l’integrale compensazione della perdita subita dal

proprietario sarebbe perfettamente compatibile con il principio contenuto nell’art. 42 Cost.,

come dimostrerebbe la circostanza che il criterio seguito fino al 1992 è stato quello previsto

dall’art. 39 della legge n. 2359 del 1865, che fa riferimento al valore di mercato, con l’unica

eccezione costituita dalla legge 15 gennaio 1885, n. 2892 (Risanamento della città di

Napoli). Peraltro, si sarebbe trattato di un’eccezione solo apparente, poiché la legge n. 2892

del 1885 riguardava essenzialmente l’espropriazione di edifici, sicché l’indennità era

determinata «sulla media del valore venale e dei fitti coacervati dell’ultimo decennio,

purché essi abbiano data certa corrispondente al rispettivo anno di locazione», ed era

assistita da una logica legata alla contingente situazione della città di Napoli (fabbricati di

scarso valore perché degradati, che però producevano un reddito alto per la condizione di

sovraffollamento e di canoni elevati). Il criterio ivi previsto non conduceva, pertanto, a

risultati penalizzanti per gli espropriati, i quali, se si fosse applicato il criterio generale del

valore venale, avrebbero percepito un’indennità minore.

Il criterio previsto nel censurato art. 5-bis, invece, non attuerebbe «il necessario ed

imprescindibile giusto equilibrio tra il diritto umano del singolo e l’interesse della

collettività», assumendo, pertanto, un «carattere sostanzialmente “punitivo”».

9. – Con ordinanza depositata il 19 ottobre 2006 (r.o. n. 2 del 2007), la Corte di

cassazione ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 5- bis del decreto-

legge n. 333 del 1992, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 359 del 1992, per

violazione dell’art. 111, primo e secondo comma, Cost., in relazione all’art. 6 della

Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ed all’art.

1 del primo Protocollo della Convenzione stessa, nonché dell’art. 117, primo comma, Cost.,

in relazione al citato art. 1 del primo Protocollo.

La norma è oggetto di censura nella parte in cui, ai fini della determinazione

dell’indennità di espropriazione dei suoli edificabili, prevede il criterio di calcolo fondato

sulla media tra il valore dei beni e il reddito dominicale rivalutato, disponendone altresì

l’applicazione ai giudizi in corso alla data dell’entrata in vigore della legge n. 359 del 1992.

9.1. – Nel giudizio a quo, la parte privata M.T.G., già proprietaria di terreni siti nel

comune di Ceprano, occupati nel 1980 ed espropriati nel 1984, ha proposto ricorso avverso

la sentenza definitiva della Corte d’appello di Roma del 22 novembre-18 dicembre 2000,

censurando la quantificazione dell’indennità di espropriazione, determinata ai sensi dell’art.

5-bis, nonché il rigetto della domanda di liquidazione degli interessi legali e della

rivalutazione monetaria. La ricorrente chiede la disapplicazione del citato art. 5- bis, per

contrasto con gli artt. 1 del primo Protocollo e 6 CEDU, oltre ad invocare il mutamento

dell’orientamento giurisprudenziale nel senso della qualificazione dell’indennità di

espropriazione come credito di valore anziché di valuta. Avverso la medesima sentenza ha

proposto ricorso incidentale il Comune di Ceprano, il quale lamenta, in via principale ed

assorbente, che la Corte di merito ha rideterminato l’indennità di espropriazione, in senso

favorevole alla parte ricorrente, dopo che la stessa Corte, con la sentenza non definitiva del

28 gennaio 1991, aveva respinto la domanda di risarcimento danni per l’occupazione dei

suoli e su tale rigetto si era formato il giudicato. Il ricorrente incidentale censura altresì la

mancata applicazione dell’art. 16 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 ( Riordino

della finanza degli enti territoriali, a norma dell’articolo 4 della legge 23 ottobre 1992, n.

421), in luogo dell’art. 5-bis, ai fini della determinazione dell’indennità di espropriazione.

Con successiva memoria, la parte ricorrente in via principale ha formulato,

subordinatamente al mancato accoglimento della richiesta di disapplicazione, eccezione di

illegittimità costituzionale dell’art. 5-bis, per violazione degli artt. 2, 10, 11, 42, 97, 111 e

117 Cost., in relazione all’art. 1 del primo Protocollo e all’art. 6 CEDU.

9.2. – Il giudice a quo procede preliminarmente alla delibazione del motivo di ricorso

incidentale relativo all’inammissibilità della opposizione alla indennità, e ciò in quanto

l’eventuale suo accoglimento comporterebbe l’inapplicabilità dell’art. 5- bis nel giudizio in

corso. Superato il profilo preliminare, nel senso della infondatezza del motivo di

impugnazione, è esaminata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5- bis, come

eccepita dalla parte ricorrente.

Il percorso argomentativo, in esito al quale la Cassazione solleva la questione nei termini

indicati in premessa, è peraltro in tutto identico a quello sviluppato nell’ordinanza r.o. n.

681 del 2006, e dunque può rinviarsi a quanto esposto nel paragrafo 5.

9.3. – Avuto riguardo alla rilevanza della questione, il giudice a quo precisa che, essendo

incontestata la natura edificabile delle aree espropriate, nel giudizio principale trova

applicazione, ratione temporis, la norma contenuta nell’art. 5-bis, e non l’art. 37 del d.P.R.

n. 327 del 2001, pure richiamato dalla parte ricorrente, il quale risulta applicabile ai soli

giudizi iniziati dopo il 1° luglio 2003. Il giudizio di opposizione alla stima è stato introdotto

nel 1987, in esito al procedimento espropriativo iniziato nel 1980. Il riferimento temporale

risulta decisivo, a parere della Corte rimettente, ai fini della rilevanza del denunciato

contrasto dell’art. 5-bis con l’art. 111 Cost, in relazione all’art. 6 CEDU. L’applicazione

retroattiva del relativo criterio di determinazione dell’indennità avrebbe comportato, nel

caso di specie, l’alterazione della condizione di parità delle parti nel processo, a favore

dell’espropriante, e dunque la lesione dell’affidamento della parte privata, la quale si era

risolta a proporre il giudizio confidando nell’applicazione delle più favorevoli regole allora

vigenti.

10. – È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e

difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il quale ha concluso per la non fondatezza delle

questioni, svolgendo considerazioni del tutto coincidenti con quelle sviluppate nei giudizi

promossi con le ordinanze del 29 maggio 2006 (r.o. n. 402 del 2006) e del 19 ottobre 2006

(r.o. n. 681 del 2006) della Corte di cassazione. Si rinvia, pertanto, a quanto esposto nel

paragrafo 2.

11. – Con memoria depositata il 25 gennaio 2007 si è costituita M.T.G., ricorrente

principale nel giudizio a quo, la quale ha concluso per la declaratoria di inammissibilità

delle questioni ed in subordine per l’accoglimento delle stesse, con conseguente declaratoria

di illegittimità costituzionale della norma censurata.

La memoria della parte privata è in tutto coincidente con quella depositata nel giudizio di

cui al r.o. n. 681 del 2006, e pertanto si rinvia a quanto esposto nel paragrafo 7.

12. – In data 20 giugno 2007 la stessa M.T.G. ha depositato una memoria integrativa, con

allegata documentazione.

Nella memoria si contestano il contenuto dell’atto di costituzione della Presidenza del

Consiglio dei ministri e le conclusioni ivi raggiunte, nel senso della infondatezza delle

questioni poste dalla Corte rimettente, e sono svolti ulteriori argomenti a sostegno delle

conclusioni già rassegnate nel proprio atto di costituzione.

La memoria propone, in maniera pressoché identica, le argomentazioni svolte

nell’omologo atto depositato dalla parte privata A.C. nel giudizio di cui al r.o. n. 681 del

2006, e pertanto si rinvia a quanto esposto nel paragrafo 8.

Viene segnalata, inoltre, la sproporzione ancor più grave che si produrrebbe, a carico dei

proprietari espropriati, per effetto dell’applicazione nel caso di specie del criterio

indennitario contenuto nell’art. 5-bis, trattandosi di suoli espropriati per essere destinati a

fini di edilizia residenziale pubblica. In virtù della legge 17 febbraio 1992, n. 179 ( Norme

per l’edilizia residenziale pubblica), antecedente all’introduzione dell’art. 5-bis, gli

assegnatari di alloggi di edilizia residenziale pubblica possono liberamente cedere tali

alloggi a terzi, a qualunque prezzo, dopo che siano trascorsi cinque anni dall’assegnazione.

Ciò fa sì che il depauperamento subito dal proprietario del suolo oggetto di espropriazione

vada a beneficio di altri privati, rientrando gli immobili ivi edificati nel mercato delle libere

contrattazioni dopo cinque anni dall’assegnazione, con la conseguenza di rendere ancor più

inaccettabile, perché ingiustificato, il criterio indennitario previsto dalla norma censurata.

Considerato in diritto

1. – Con tre distinte ordinanze la Corte di cassazione ha sollevato questione di legittimità

costituzionale dell’art. 5-bis del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333 (Misure urgenti per il

risanamento della finanza pubblica), convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto

1992, n. 359, per violazione dell’art. 111, primo e secondo comma, della Costituzione, in

relazione all’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà

fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, cui è stata data esecuzione con

la legge 4 agosto 1955, n. 848 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia

dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 e del

Protocollo addizionale alla Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952), ed

all’art. 1 del primo Protocollo della Convenzione stessa, firmato a Parigi il 20 marzo 1952,

nonché dell’art. 117, primo comma, Cost., in relazione ai citati artt. 6 CEDU e 1 del primo

Protocollo.

La norma è oggetto di censura nella parte in cui, ai fini della determinazione

dell’indennità di espropriazione dei suoli edificabili, prevede il criterio di calcolo fondato

sulla media tra il valore dei beni e il reddito dominicale rivalutato, disponendone altresì

l’applicazione ai giudizi in corso alla data dell’entrata in vigore della legge n. 359 del 1992.

2. – I giudizi, per l’identità dell’oggetto e dei parametri costituzionali evocati, possono

essere riuniti e decisi con la medesima sentenza.

3. – Preliminarmente, occorre valutare la ricostruzione, prospettata dalla parte privata

A.C., dei rapporti tra sistema CEDU, obblighi derivanti dalle asserite violazioni strutturali

accertate con sentenze definitive della Corte europea e giudici nazionali.

3.1. – Secondo la suddetta parte privata, il contrasto, ove accertato, tra norme interne e

sistema CEDU dovrebbe essere risolto con la disapplicazione delle prime da parte del

giudice comune. Viene richiamato, in proposito, il Protocollo n. 11 della Convenzione EDU,

reso esecutivo in Italia con la legge 28 agosto 1997, n. 296 (Ratifica ed esecuzione del

protocollo n. 11 alla convenzione di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà

fondamentali, recante ristrutturazione del meccanismo di controllo stabilito dalla

convenzione, fatto a Strasburgo l’11 maggio 1994). L’art. 34 di tale Protocollo prevede la

possibilità di ricorsi individuali diretti alla Corte europea da parte dei cittadini degli Stati

contraenti, mentre, con l’art. 46, gli stessi Stati si impegnano a conformarsi alle sentenze

definitive della Corte nelle controversie delle quali sono parti.

Sono parimenti invocate la Risoluzione 1226 (2000) dell’Assemblea Parlamentare del

Consiglio d’Europa, con la quale le Alte Parti contraenti sono invitate ad adottare le misure

necessarie per dare esecuzione alle sentenze definitive della Corte di Strasburgo, la

Risoluzione Res(2004)3 del 12 maggio 2004 del Comitato dei ministri del Consiglio

d’Europa, relativa alle sentenze che accertano un problema strutturale sottostante alla

violazione, la Raccomandazione Rec(2004)5, di pari data, del Comitato dei ministri del

Consiglio d’Europa, relativa alla verifica di conformità dei progetti di legge, delle leggi

vigenti e della prassi amministrativa agli standard stabiliti dalla Convenzione, nonché la

Raccomandazione Rec(2004)6, di pari data, con cui il Comitato dei ministri ha ribadito che

gli Stati contraenti, a seguito delle sentenze della Corte che individuano carenze di carattere

strutturale o generale dell’ordinamento normativo o delle prassi nazionali applicative, sono

tenuti a rivedere l’efficacia dei rimedi interni esistenti e, se necessario, ad instaurare validi

rimedi, al fine di evitare che la Corte venga adita per casi ripetitivi.

3.2. – La prospettata ricostruzione funge da premessa alla richiesta, avanzata dalla

predetta parte privata, che la questione sia dichiarata inammissibile, posto che i giudici

comuni avrebbero il dovere di disapplicare le norme interne che la Corte europea abbia

ritenuto essere causa di violazione strutturale della Convenzione.

3.3. – L’eccezione di inammissibilità non può essere accolta.

Questa Corte ha chiarito come le norme comunitarie «debbano avere piena efficacia

obbligatoria e diretta applicazione in tutti gli Stati membri, senza la necessità di leggi di

ricezione e adattamento, come atti aventi forza e valore di legge in ogni Paese della

Comunità, sì da entrare ovunque contemporaneamente in vigore e conseguire applicazione

eguale ed uniforme nei confronti di tutti i destinatari» ( sentenze n. 183 del 1973 e n. 170 del

1984 ). Il fondamento costituzionale di tale efficacia diretta è stato individuato nell’art. 11

Cost., nella parte in cui consente le limitazioni della sovranità nazionale necessarie per

promuovere e favorire le organizzazioni internazionali rivolte ad assicurare la pace e la

giustizia fra le Nazioni.

Il riferito indirizzo giurisprudenziale non riguarda le norme CEDU, giacché questa Corte

aveva escluso, già prima di sancire la diretta applicabilità delle norme comunitarie

nell’ordinamento interno, che potesse venire in considerazione, a proposito delle prime,

l’art. 11 Cost. «non essendo individuabile, con riferimento alle specifiche norme pattizie in

esame, alcuna limitazione della sovranità nazionale» (sentenza n. 188 del 1980 ). La

distinzione tra le norme CEDU e le norme comunitarie deve essere ribadita nel presente

procedimento nei termini stabiliti dalla pregressa giurisprudenza di questa Corte, nel senso

che le prime, pur rivestendo grande rilevanza, in quanto tutelano e valorizzano i diritti e le

libertà fondamentali delle persone, sono pur sempre norme internazionali pattizie, che

vincolano lo Stato, ma non producono effetti diretti nell’ordinamento interno, tali da

affermare la competenza dei giudici nazionali a darvi applicazione nelle controversie ad essi

sottoposte, non applicando nello stesso tempo le norme interne in eventuale contrasto.

L’art. 117, primo comma, Cost., nel testo introdotto nel 2001 con la riforma del titolo V

della parte seconda della Costituzione, ha confermato il precitato orientamento

giurisprudenziale di questa Corte. La disposizione costituzionale ora richiamata distingue

infatti, in modo significativo, i vincoli derivanti dall’«ordinamento comunitario» da quelli

riconducibili agli «obblighi internazionali».

Si tratta di una differenza non soltanto terminologica, ma anche sostanziale.

Con l’adesione ai Trattati comunitari, l’Italia è entrata a far parte di un “ordinamento” più

ampio, di natura sopranazionale, cedendo parte della sua sovranità, anche in riferimento al

potere legislativo, nelle materie oggetto dei Trattati medesimi, con il solo limite

dell’intangibilità dei principi e dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione.

La Convenzione EDU, invece, non crea un ordinamento giuridico sopranazionale e non

produce quindi norme direttamente applicabili negli Stati contraenti. Essa è configurabile

come un trattato internazionale multilaterale – pur con le caratteristiche peculiari che

saranno esaminate più avanti – da cui derivano “obblighi” per gli Stati contraenti, ma non

l’incorporazione dell’ordinamento giuridico italiano in un sistema più vasto, dai cui organi

deliberativi possano promanare norme vincolanti, omisso medio, per tutte le autorità interne

degli Stati membri.

Correttamente il giudice a quo ha escluso di poter risolvere il dedotto contrasto della

norma censurata con una norma CEDU, come interpretata dalla Corte di Strasburgo,

procedendo egli stesso a disapplicare la norma interna asseritamente non compatibile con la

seconda. Le Risoluzioni e Raccomandazioni citate dalla parte interveniente si indirizzano

agli Stati contraenti e non possono né vincolare questa Corte, né dare fondamento alla tesi

della diretta applicabilità delle norme CEDU ai rapporti giuridici interni.

3.4. – Si condivide anche l’esclusione – argomentata nelle ordinanze di rimessione – delle

norme CEDU, in quanto norme pattizie, dall’ambito di operatività dell’art. 10, primo

comma, Cost., in conformità alla costante giurisprudenza di questa Corte sul punto. La citata

disposizione costituzionale, con l’espressione «norme del diritto internazionale

generalmente riconosciute», si riferisce soltanto alle norme consuetudinarie e dispone

l’adattamento automatico, rispetto alle stesse, dell’ordinamento giuridico italiano. Le norme

pattizie, ancorché generali, contenute in trattati internazionali bilaterali o multilaterali,

esulano pertanto dalla portata normativa del suddetto art. 10. Di questa categoria fa parte la

CEDU, con la conseguente «impossibilità di assumere le relative norme quali parametri del

giudizio di legittimità costituzionale, di per sé sole ( sentenza n. 188 del 1980 ), ovvero come

norme interposte ex art. 10 della Costituzione» (ordinanza n. 143 del 1993 ; conformi, ex

plurimis, sentenze n. 153 del 1987 , n. 168 del 1994 , n. 288 del 1997 , n. 32 del 1999 , ed

ordinanza n. 464 del 2005 ).

4. – La questione di legittimità costituzionale dell’art. 5- bis del decreto-legge n. 333 del

1992, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 359 del 1992, sollevata in riferimento

all’art. 117, primo comma, Cost., è fondata.

4.1. – La questione, così come proposta dal giudice rimettente, si incentra sul presunto

contrasto tra la norma censurata e l’art. 1 del primo Protocollo della CEDU, quale

interpretato dalla Corte europea per i diritti dell’uomo, in quanto i criteri di calcolo per

determinare l’indennizzo dovuto ai proprietari di aree edificabili espropriate per motivi di

pubblico interesse condurrebbero alla corresponsione di somme non congruamente

proporzionate al valore dei beni oggetto di ablazione.

Il parametro evocato negli atti introduttivi del presente giudizio è l’art. 117, primo

comma, Cost., nel testo introdotto dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3

(Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione ). Il giudice rimettente ricorda

infatti che la stessa norma ora censurata è già stata oggetto di scrutinio di costituzionalità da

parte di questa Corte, che ha rigettato la questione di legittimità costituzionale, allora

proposta in relazione agli artt. 3, 24, 42, 53, 71, 72, 113 e 117 Cost. ( sentenza n. 283 del

1993 ). La sentenza citata è stata successivamente confermata da altre pronunce di questa

Corte del medesimo tenore. Il rimettente non chiede oggi alla Corte costituzionale di

modificare la propria consolidata giurisprudenza nella materia de qua, ma mette in rilievo

che il testo riformato dell’art. 117, primo comma, Cost., renderebbe necessaria una nuova

valutazione della norma censurata in relazione a questo parametro, non esistente nel periodo

in cui la pregressa giurisprudenza costituzionale si è formata.

4.2. – Impostata in tal modo la questione da parte del rimettente, è in primo luogo

necessario riconsiderare la posizione e il ruolo delle norme della CEDU, allo scopo di

verificare, alla luce della nuova disposizione costituzionale, la loro incidenza

sull’ordinamento giuridico italiano.

L’art. 117, primo comma, Cost. condiziona l’esercizio della potestà legislativa dello Stato

e delle Regioni al rispetto degli obblighi internazionali, tra i quali indubbiamente rientrano

quelli derivanti dalla Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Prima della sua

introduzione, l’inserimento delle norme internazionali pattizie nel sistema delle fonti del

diritto italiano era tradizionalmente affidato, dalla dottrina prevalente e dalla stessa Corte

costituzionale, alla legge di adattamento, avente normalmente rango di legge ordinaria e

quindi potenzialmente modificabile da altre leggi ordinarie successive. Da tale collocazione

derivava, come naturale corollario, che le stesse norme non potevano essere assunte quali

parametri del giudizio di legittimità costituzionale ( ex plurimis, sentenze n. 188 del 1980 , n.

315 del 1990 , n. 388 del 1999 ).

4.3. – Rimanevano notevoli margini di incertezza, dovuti alla difficile individuazione del

rango delle norme CEDU, che da una parte si muovevano nell’ambito della tutela dei diritti

fondamentali delle persone, e quindi integravano l’attuazione di valori e principi

fondamentali protetti dalla stessa Costituzione italiana, ma dall’altra mantenevano la veste

formale di semplici fonti di grado primario. Anche a voler escludere che il legislatore

potesse modificarle o abrogarle a piacimento, in quanto fonti atipiche (secondo quanto

affermato nella sentenza n. 10 del 1993 di questa Corte, non seguita tuttavia da altre

pronunce dello stesso tenore), restava il problema degli effetti giuridici di una possibile

disparità di contenuto tra le stesse ed una norma legislativa posteriore.

Tale situazione di incertezza ha spinto alcuni giudici comuni a disapplicare direttamente

le norme legislative in contrasto con quelle CEDU, quali interpretate dalla Corte di

Strasburgo. S’è fatta strada in talune pronunce dei giudici di merito, ma anche in parte della

giurisprudenza di legittimità (Cass., sez. I, sentenza n. 6672 del 1998; Cass., sezioni unite,

sentenza n. 28507 del 2005), l’idea che la specifica antinomia possa essere eliminata con i

normali criteri di composizione in sistema delle fonti del diritto. In altre parole, si è creduto

di poter trarre da un asserito carattere sovraordinato della fonte CEDU la conseguenza che

la norma interna successiva, modificativa o abrogativa di una norma prodotta da tale fonte,

fosse inefficace, per la maggior forza passiva della stessa fonte CEDU, e che tale inefficacia

potesse essere la base giustificativa della sua non applicazione da parte del giudice comune.

Oggi questa Corte è chiamata a fare chiarezza su tale problematica normativa e

istituzionale, avente rilevanti risvolti pratici nella prassi quotidiana degli operatori del

diritto. Oltre alle considerazioni che sono state svolte nel paragrafo 3.3 (per più ampi

svolgimenti si rinvia alla sentenza n. 349 del 2007 ), si deve aggiungere che il nuovo testo

dell’art. 117, primo comma, Cost, se da una parte rende inconfutabile la maggior forza di

resistenza delle norme CEDU rispetto a leggi ordinarie successive, dall’altra attrae le stesse

nella sfera di competenza di questa Corte, poiché gli eventuali contrasti non generano

problemi di successione delle leggi nel tempo o valutazioni sulla rispettiva collocazione

gerarchica delle norme in contrasto, ma questioni di legittimità costituzionale. Il giudice

comune non ha, dunque, il potere di disapplicare la norma legislativa ordinaria ritenuta in

contrasto con una norma CEDU, poiché l’asserita incompatibilità tra le due si presenta come

una questione di legittimità costituzionale, per eventuale violazione dell’art. 117, primo

comma, Cost., di esclusiva competenza del giudice delle leggi.

Ogni argomentazione atta ad introdurre nella pratica, anche in modo indiretto, una sorta

di “adattamento automatico”, sul modello dell’art. 10, primo comma, Cost., si pone

comunque in contrasto con il sistema delineato dalla Costituzione italiana – di cui s’è detto

al paragrafo 3.4 – e più volte ribadito da questa Corte, secondo cui l’effetto previsto nella

citata norma costituzionale non riguarda le norme pattizie ( ex plurimis, sentenze n. 32 del

1960 , n. 323 del 1989 , n. 15 del 1996 ).

4.4. – Escluso che l’art. 117, primo comma, Cost., nel nuovo testo, possa essere ritenuto

una mera riproduzione in altra forma di norme costituzionali preesistenti (in particolare gli

artt. 10 e 11), si deve pure escludere che lo stesso sia da considerarsi operante soltanto

nell’ambito dei rapporti tra lo Stato e le Regioni. L’utilizzazione del criterio interpretativo

sistematico, isolato dagli altri e soprattutto in contrasto con lo stesso enunciato normativo,

non è sufficiente a circoscrivere l’effetto condizionante degli obblighi internazionali,

rispetto alla legislazione statale, soltanto al sistema dei rapporti con la potestà legislativa

regionale. Il dovere di rispettare gli obblighi internazionali incide globalmente e

univocamente sul contenuto della legge statale; la validità di quest’ultima non può mutare a

seconda che la si consideri ai fini della delimitazione delle sfere di competenza legislativa di

Stato e Regioni o che invece la si prenda in esame nella sua potenzialità normativa generale.

La legge – e le norme in essa contenute – è sempre la stessa e deve ricevere

un’interpretazione uniforme, nei limiti in cui gli strumenti istituzionali predisposti per

l’applicazione del diritto consentono di raggiungere tale obiettivo.

Del resto, anche se si restringesse la portata normativa dell’art. 117, primo comma, Cost.

esclusivamente all’interno del sistema dei rapporti tra potestà legislativa statale e regionale

configurato dal titolo V della parte seconda della Costituzione, non si potrebbe negare che

esso vale comunque a vincolare la potestà legislativa dello Stato sia nelle materie indicate

dal secondo comma del medesimo articolo, di competenza esclusiva statale, sia in quelle

indicate dal terzo comma, di competenza concorrente. Poiché, dopo la riforma del titolo V,

lo Stato possiede competenza legislativa esclusiva o concorrente soltanto nelle materie

elencate dal secondo e dal terzo comma, rimanendo ricomprese tutte le altre nella

competenza residuale delle Regioni, l’operatività del primo comma dell’art. 117, anche se

considerata solo all’interno del titolo V, si estenderebbe ad ogni tipo di potestà legislativa,

statale o regionale che sia, indipendentemente dalla sua collocazione.

4.5. – La struttura della norma costituzionale, rispetto alla quale è stata sollevata la

presente questione, si presenta simile a quella di altre norme costituzionali, che sviluppano

la loro concreta operatività solo se poste in stretto collegamento con altre norme, di rango

sub-costituzionale, destinate a dare contenuti ad un parametro che si limita ad enunciare in

via generale una qualità che le leggi in esso richiamate devono possedere. Le norme

necessarie a tale scopo sono di rango subordinato alla Costituzione, ma intermedio tra

questa e la legge ordinaria. A prescindere dall’utilizzazione, per indicare tale tipo di norme,

dell’espressione “fonti interposte”, ricorrente in dottrina ed in una nutrita serie di pronunce

di questa Corte (ex plurimis, sentenze n. 101 del 1989 , n. 85 del 1990 , n. 4 del 2000 , n. 533

del 2002 , n. 108 del 2005 , n. 12 del 2006 , n. 269 del 2007 ), ma di cui viene talvolta

contestata l’idoneità a designare una categoria unitaria, si deve riconoscere che il parametro

costituito dall’art. 117, primo comma, Cost. diventa concretamente operativo solo se

vengono determinati quali siano gli “obblighi internazionali” che vincolano la potestà

legislativa dello Stato e delle Regioni. Nel caso specifico sottoposto alla valutazione di

questa Corte, il parametro viene integrato e reso operativo dalle norme della CEDU, la cui

funzione è quindi di concretizzare nella fattispecie la consistenza degli obblighi

internazionali dello Stato.

4.6. – La CEDU presenta, rispetto agli altri trattati internazionali, la caratteristica

peculiare di aver previsto la competenza di un organo giurisdizionale, la Corte europea per i

diritti dell’uomo, cui è affidata la funzione di interpretare le norme della Convenzione

stessa. Difatti l’art. 32, paragrafo 1, stabilisce: «La competenza della Corte si estende a tutte

le questioni concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi

protocolli che siano sottoposte ad essa alle condizioni previste negli articoli 33, 34 e 47».

Poiché le norme giuridiche vivono nell’interpretazione che ne danno gli operatori del

diritto, i giudici in primo luogo, la naturale conseguenza che deriva dall’art. 32, paragrafo 1,

della Convenzione è che tra gli obblighi internazionali assunti dall’Italia con la

sottoscrizione e la ratifica della CEDU vi è quello di adeguare la propria legislazione alle

norme di tale trattato, nel significato attribuito dalla Corte specificamente istituita per dare

ad esse interpretazione ed applicazione. Non si può parlare quindi di una competenza

giurisdizionale che si sovrappone a quella degli organi giudiziari dello Stato italiano, ma di

una funzione interpretativa eminente che gli Stati contraenti hanno riconosciuto alla Corte

europea, contribuendo con ciò a precisare i loro obblighi internazionali nella specifica

materia.

4.7. – Quanto detto sinora non significa che le norme della CEDU, quali interpretate dalla

Corte di Strasburgo, acquistano la forza delle norme costituzionali e sono perciò immuni dal

controllo di legittimità costituzionale di questa Corte. Proprio perché si tratta di norme che

integrano il parametro costituzionale, ma rimangono pur sempre ad un livello sub-

costituzionale, è necessario che esse siano conformi a Costituzione. La particolare natura

delle stesse norme, diverse sia da quelle comunitarie sia da quelle concordatarie, fa sì che lo

scrutinio di costituzionalità non possa limitarsi alla possibile lesione dei principi e dei diritti

fondamentali (ex plurimis, sentenze n. 183 del 1973 , n. 170 del 1984 , n. 168 del 1991 , n. 73

del 2001 , n. 454 del 2006 ) o dei principi supremi (ex plurimis, sentenze n. 30 e n. 31 del

1971 , n. 12 e n. 195 del 1972 , n. 175 del 1973 , n. 1 del 1977 , n. 16 del 1978 , n. 16 e n. 18

del 1982 , n. 203 del 1989 ), ma debba estendersi ad ogni profilo di contrasto tra le “norme

interposte” e quelle costituzionali.

L’esigenza che le norme che integrano il parametro di costituzionalità siano esse stesse

conformi alla Costituzione è assoluta e inderogabile, per evitare il paradosso che una norma

legislativa venga dichiarata incostituzionale in base ad un’altra norma sub-costituzionale, a

sua volta in contrasto con la Costituzione. In occasione di ogni questione nascente da pretesi

contrasti tra norme interposte e norme legislative interne, occorre verificare congiuntamente

la conformità a Costituzione di entrambe e precisamente la compatibilità della norma

interposta con la Costituzione e la legittimità della norma censurata rispetto alla stessa

norma interposta.

Nell’ipotesi di una norma interposta che risulti in contrasto con una norma costituzionale,

questa Corte ha il dovere di dichiarare l’inidoneità della stessa ad integrare il parametro,

provvedendo, nei modi rituali, ad espungerla dall’ordinamento giuridico italiano.

Poiché, come chiarito sopra, le norme della CEDU vivono nell’interpretazione che delle

stesse viene data dalla Corte europea, la verifica di compatibilità costituzionale deve

riguardare la norma come prodotto dell’interpretazione, non la disposizione in sé e per sé

considerata. Si deve peraltro escludere che le pronunce della Corte di Strasburgo siano

incondizionatamente vincolanti ai fini del controllo di costituzionalità delle leggi nazionali.

Tale controllo deve sempre ispirarsi al ragionevole bilanciamento tra il vincolo derivante

dagli obblighi internazionali, quale imposto dall’art. 117, primo comma, Cost., e la tutela

degli interessi costituzionalmente protetti contenuta in altri articoli della Costituzione.

In sintesi, la completa operatività delle norme interposte deve superare il vaglio della loro

compatibilità con l’ordinamento costituzionale italiano, che non può essere modificato da

fonti esterne, specie se queste non derivano da organizzazioni internazionali rispetto alle

quali siano state accettate limitazioni di sovranità come quelle previste dall’art. 11 della

Costituzione.

5. – Alla luce dei principi metodologici illustrati sino a questo punto, lo scrutinio di

legittimità costituzionale chiesto dalla Corte rimettente deve essere condotto in modo da

verificare: a) se effettivamente vi sia contrasto non risolvibile in via interpretativa tra la

norma censurata e le norme della CEDU, come interpretate dalla Corte europea ed assunte

come fonti integratrici del parametro di costituzionalità di cui all’art. 117, primo comma,

Cost.; b) se le norme della CEDU invocate come integrazione del parametro,

nell’interpretazione ad esse data dalla medesima Corte, siano compatibili con l’ordinamento

costituzionale italiano.

5.1. – L’art. 5-bis del decreto-legge n. 333 del 1992, convertito, con modificazioni, dalla

legge n. 359 del 1992, prescrive, al primo comma, i criteri di calcolo dell’indennità di

espropriazione per pubblica utilità delle aree edificabili, che consistono nell’applicazione

dell’art. 13, terzo comma, della legge 15 gennaio 1885, n. 2892 (Risanamento della città di

Napoli), «sostituendo in ogni caso ai fitti coacervati dell’ultimo decennio il reddito

dominicale rivalutato di cui agli articoli 24 e seguenti del testo unico delle imposte sui

redditi, approvato con d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917». L’importo così determinato è

ridotto del 40 per cento. Il secondo comma aggiunge che, in caso di cessione volontaria del

bene da parte dell’espropriato, non si applica la riduzione di cui sopra.

La norma censurata è stata oggetto di questione di legittimità costituzionale, definita con

la sentenza n. 283 del 1993 .

Nel dichiarare non fondata la questione, questa Corte ha richiamato la sua pregressa

giurisprudenza, consolidatasi negli anni, sul concetto di «serio ristoro», particolarmente

illustrato nella sentenza n. 5 del 1980 . Quest’ultima pronuncia ha stabilito che «l’indennizzo

assicurato all’espropriato dall’art. 42, comma terzo, Cost., se non deve costituire una

integrale riparazione della perdita subita – in quanto occorre coordinare il diritto del privato

con l’interesse generale che l’espropriazione mira a realizzare – non può essere, tuttavia,

fissato in una misura irrisoria o meramente simbolica ma deve rappresentare un serio

ristoro. Perché ciò possa realizzarsi, occorre far riferimento, per la determinazione

dell’indennizzo, al valore del bene in relazione alle sue caratteristiche essenziali, fatte palesi

dalla potenziale utilizzazione economica di esso, secondo legge. Solo in tal modo può

assicurarsi la congruità del ristoro spettante all’espropriato ed evitare che esso sia

meramente apparente o irrisorio rispetto al valore del bene».

Il principio del serio ristoro è violato, secondo tale pronuncia, quando, «per la

determinazione dell’indennità, non si considerino le caratteristiche del bene da espropriare

ma si adotti un diverso criterio che prescinda dal valore di esso».

5.2. – L’effetto della sentenza da ultimo richiamata (e della successiva n . 223 del 1983 ) è

stato quello di rendere nuovamente applicabile il criterio del valore venale, quale previsto

dall’art. 39 della legge 25 giugno 1865, n. 2359 (Espropriazioni per causa di utilità

pubblica) sino all’introduzione, nel 1992, della norma censurata.

A proposito di quest’ultima, la Corte, con la già ricordata sentenza n. 283 del 1993 , ha

confermato il principio del serio ristoro, precisando che, da una parte, l’art. 42 Cost. «non

garantisce all’espropriato il diritto ad un’indennità esattamente commisurata al valore

venale del bene e, dall’altra, l’indennità stessa non può essere (in negativo) meramente

simbolica od irrisoria, ma deve essere (in positivo) congrua, seria, adeguata».

Posto che, in conformità all’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, deve

essere esclusa «una valutazione del tutto astratta in quanto sganciata dalle caratteristiche

essenziali del bene ablato», questa Corte ha ritenuto ammissibili criteri «mediati», lasciando

alla discrezionalità del legislatore l’individuazione dei parametri concorrenti con quello del

valore venale. La Corte stessa ha tenuto a precisare che la «mediazione tra l’interesse

generale sotteso all’espropriazione e l’interesse privato, espresso dalla proprietà privata, non

può fissarsi in un indefettibile e rigido criterio quantitativo, ma risente sia del contesto

complessivo in cui storicamente si colloca, sia dello specifico che connota il procedimento

espropriativo, non essendo il legislatore vincolato ad individuare un unico criterio di

determinazione dell’indennità, valido in ogni fattispecie espropriativa».

Come emerge chiaramente dalla citata pronuncia, questa Corte, accanto al criterio del

serio ristoro – che esclude la pura e semplice identificazione dell’indennità espropriativa

con il valore venale del bene – ha pure riconosciuto la relatività sincronica e diacronica dei

criteri di determinazione adottabili dal legislatore. In altri termini, l’adeguatezza dei criteri

di calcolo deve essere valutata nel contesto storico, istituzionale e giuridico esistente al

momento del giudizio. Né il criterio del valore venale (pur rimasto in vigore dal 1983 al

1992), né alcuno dei criteri «mediati» prescelti dal legislatore possono avere i caratteri

dell’assolutezza e della definitività. La loro collocazione nel sistema e la loro compatibilità

con i parametri costituzionali subiscono variazioni legate al decorso del tempo o al

mutamento del contesto istituzionale e normativo, che non possono restare senza

conseguenze nello scrutinio di costituzionalità della norma che li contiene.

La Corte ha concluso affermando: «anche un contesto complessivo che risulti

caratterizzato da una sfavorevole congiuntura economica – che il legislatore mira a

contrastare con un’ampia manovra economico-finanziaria – può conferire un diverso peso ai

confliggenti interessi oggetto del bilanciamento legislativo. Questa essenziale relatività dei

valori in giuoco impone una verifica settoriale e legata al contesto di riferimento nel

momento in cui si pone il raffronto tra il risultato del bilanciamento operato dal legislatore

con la scelta di un determinato criterio “mediato” ed il canone di adeguatezza dell’indennità

ex art. 42, comma 3, della Costituzione».

5.3. – La Corte rimettente ha posto in evidenza proprio la relatività delle valutazioni, che

richiede di verificare nel tempo e nello spazio normativo il punto di equilibrio tra i

contrastanti interessi costituzionalmente protetti. Si impongono pertanto due distinti

approfondimenti: a) l’incidenza del mutato quadro normativo sulla compatibilità della

norma censurata con la tutela del diritto di proprietà; b) il legame tra la contingente

situazione storica (economica e finanziaria) esistente al momento della sentenza n. 283 del

1993 e l’esito del giudizio di legittimità costituzionale sulla stessa norma.

5.4. – Sul primo punto, si deve rilevare che l’art. 1 del primo Protocollo della CEDU è

stato oggetto di una progressiva focalizzazione interpretativa da parte della Corte di

Strasburgo, che ha attribuito alla disposizione un contenuto ed una portata ritenuti dalla

stessa Corte incompatibili con la disciplina italiana dell’indennità di espropriazione.

In esito ad una lunga evoluzione giurisprudenziale, la Grande Chambre , con la decisione

del 29 marzo 2006, nella causa Scordino contro Italia , ha fissato alcuni principi generali: a)

un atto della autorità pubblica, che incide sul diritto di proprietà, deve realizzare un giusto

equilibrio tra le esigenze dell’interesse generale e gli imperativi della salvaguardia dei diritti

fondamentali degli individui (punto 93); b) nel controllare il rispetto di questo equilibrio, la

Corte riconosce allo Stato «un ampio margine di apprezzamento», tanto per scegliere le

modalità di attuazione, quanto per giudicare se le loro conseguenze trovano legittimazione,

nell’interesse generale, dalla necessità di raggiungere l’obiettivo della legge che sta alla

base dell’espropriazione (punto 94); c) l’indennizzo non è legittimo, se non consiste in una

somma che si ponga «in rapporto ragionevole con il valore del bene»; se da una parte la

mancanza totale di indennizzo è giustificabile solo in circostanze eccezionali, dall’altra non

è sempre garantita dalla CEDU una riparazione integrale (punto 95); d) in caso di

«espropriazione isolata», pur se a fini di pubblica utilità, solo una riparazione integrale può

essere considerata in rapporto ragionevole con il valore del bene (punto 96); e) «obiettivi

legittimi di utilità pubblica, come quelli perseguiti da misure di riforma economica o di

giustizia sociale possono giustificare un indennizzo inferiore al valore di mercato effettivo»

(punto 97).

Poiché i criteri di calcolo dell’indennità di espropriazione previsti dalla legge italiana

porterebbero alla corresponsione, in tutti i casi, di una somma largamente inferiore al valore

di mercato (o venale), la Corte europea ha dichiarato che l’Italia ha il dovere di porre fine ad

una violazione sistematica e strutturale dell’art. 1 del primo Protocollo della CEDU, anche

allo scopo di evitare ulteriori condanne dello Stato italiano in un numero rilevante di

controversie seriali pendenti davanti alla Corte medesima.

5.5. – Per stabilire se e in quale misura la suddetta pronuncia della Corte europea incide

nell’ordinamento giuridico italiano, occorre esaminare analiticamente il criterio di calcolo

dell’indennità di espropriazione previsto dalla norma censurata.

L’indennità dovuta al proprietario espropriato, secondo la citata norma, è pari alla media

del valore venale del bene e del reddito dominicale rivalutato riferito all’ultimo decennio,

con un’ulteriore sottrazione del 40 per cento dalla cifra così ottenuta.

Si deve, in primo luogo, osservare che è stato modificato l’originario criterio previsto

dalla legge n. 2892 del 1885, che, essendo mirata al risanamento di una grande città,

prevedeva coerentemente il ricorso, ai fini della media, alla somma risultante dai «fitti

coacervati» dell’ultimo decennio. C’era l’evidente e dichiarata finalità di indennizzare i

proprietari di fabbricati ricadenti nell’area urbana, tenendo conto che gli stessi erano per lo

più degradati, ma densamente abitati da inquilini che pagavano alti canoni di locazione. Si

intendeva, in tal modo, indennizzare i proprietari per il venir meno di un reddito concreto

costituito dai fitti che gli stessi percepivano. L’indennizzo così calcolato poteva essere

anche più alto del valore venale del bene in sé e per sé considerato.

La sostituzione dei fitti coacervati con il reddito dominicale ha spostato verso il basso

l’indennità rispetto a quella prevista dalla legge per il risanamento di Napoli, con il risultato

pratico che, nella generalità dei casi, la somma ottenuta in base alla media prevista dalla

legge è di circa il 50 per cento del valore venale del bene. A ciò si aggiunge l’ulteriore

decurtazione del 40 per cento, evitabile solo con la cessione volontaria del bene.

5.6. – Sia la giurisprudenza della Corte costituzionale italiana sia quella della Corte

europea concordano nel ritenere che il punto di riferimento per determinare l’indennità di

espropriazione deve essere il valore di mercato (o venale) del bene ablato. V’è pure

concordanza di principio – al di là delle diverse espressioni linguistiche impiegate – sulla

non coincidenza necessaria tra valore di mercato e indennità espropriativa, alla luce del

sacrificio che può essere imposto ai proprietari di aree edificabili in vista del

raggiungimento di fini di pubblica utilità.

Rispetto alla pregressa giurisprudenza di questa Corte, si deve rilevare un apparente

contrasto tra le sentenze di rigetto (principalmente la n. 283 del 1993 ) sulle questioni

riguardanti la norma oggi nuovamente censurata e la netta presa di posizione della Corte di

Strasburgo circa l’incompatibilità dei criteri di computo previsti in tale norma e l’art. 1 del

primo Protocollo della CEDU.

In realtà, come rilevato, questa Corte – nel dichiarare non fondata la questione relativa

all’art. 5-bis del decreto-legge n. 333 del 1992, convertito, con modificazioni, dalla legge n.

359 del 1992 – ha posto in rilievo il carattere transitorio di tale disciplina, giustificata dalla

grave congiuntura economica che il Paese stava attraversando ed ha precisato – come s’è

ricordato al paragrafo 5.2 – che la valutazione sull’adeguatezza dell’indennità deve essere

condotta in termini relativi, avendo riguardo al quadro storico-economico ed al contesto

istituzionale.

Sotto il primo profilo, si deve notare che il criterio dichiaratamente provvisorio previsto

dalla norma censurata è divenuto oggi definitivo, ad opera dell’art. 37 del d.P.R. 8 giugno

2001, n. 327 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di

espropriazione per pubblica utilità) – non censurato ratione temporis dal giudice rimettente

–, che contiene una norma identica, conformemente, del resto, alla sua natura di atto

normativo compilativo. È venuta meno, in tal modo, una delle condizioni che avevano

indotto questa Corte a ritenere la norma censurata non incompatibile con la Costituzione. Né

si può ritenere che una «sfavorevole congiuntura economica» possa andare avanti

all’infinito, conferendo sine die alla legislazione una condizione di eccezionalità che, se

troppo prolungata nel tempo, perde tale natura ed entra in contraddizione con la sua stessa

premessa. Se problemi rilevanti di equilibrio della finanza pubblica permangono anche al

giorno d’oggi – e non si prevede che potranno essere definitivamente risolti nel breve

periodo – essi non hanno il carattere straordinario ed acuto della situazione dei conti

pubblici verificatasi nel 1992, che indusse Parlamento e Governo ad adottare misure di

salvataggio drastiche e successivamente non replicate.

Un’indennità «congrua, seria ed adeguata» (come precisato dalla sentenza n. 283 del

1993 ) non può adottare il valore di mercato del bene come mero punto di partenza per

calcoli successivi che si avvalgono di elementi del tutto sganciati da tale dato, concepiti in

modo tale da lasciare alle spalle la valutazione iniziale, per attingere risultati marcatamente

lontani da essa. Mentre il reddito dominicale mantiene un sia pur flebile legame con il


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 348 emessa dalla Corte Costituzionale nel 2007. Il caso riguarda la violazione delle norme CEDU in tema di espropriazione; il giudice interno non ha potere di disapplicazione del diritto interno contrastante con la CEDU in quanto la diversa natura di essa rispetto al diritto comunitario.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cerrone Francesco.

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