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Caso Englaro - Interruzione trattamento medico

Questa dispensa si riferisce al ciclo di seminari di Diritto Pubblico, tenuti dal Prof. Giovanni Serges nell'anno accademico 2010.
In questo documento si trova la sentenza n. 214 del 2009 del Tar Lombardia relativa al caso Englaro. Il Tribunale... Vedi di più

Esame di Istituzioni di Diritto Pubblico docente Prof. G. Serges

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N.R.G. «2443/08»

svolgimento nei confronti di soggetto assistito dal Servizio Pubblico Sanitario Regionale giacché l’attuazione

materiale di tale potere giuridico costituirebbe una violazione degli obblighi professionali e di servizio.

5.1. Il massimo organo giurisdizionale dello Stato italiano ha ritenuto, all’esito della attività di interpretazione del

diritto oggettivo che ad esso massimamente compete, di enucleare e riconoscere in capo a ciascun individuo il

diritto assoluto a rifiutare le cure ad esso somministrate in qualunque fase del trattamento e per qualunque

motivazione filosofica, religiosa, etica; ove sussistano le condizioni sopra descritte, anche nel caso di persona in

stato vegetativo permanente. La Corte di Appello di Milano ha, poi, accertato in capo a ­­ ­­ tutti i

OMISSIS

presupposti per l’attribuzione del potere giuridico di rifiutare le cure per la propria figlia.

Costituisce principio di diritto risalente e radicato nella cultura giuridica, quello secondo cui il Giudice, anche in

assenza di una norma positiva espressa, non potrebbe mai ritenersi assolto dal dovere di decidere sulla richiesta

non liquet)

di accertamento del diritto invocato dal soggetto di diritto (c.d. divieto del giacché, attraverso la

tecnica di interpretazione, egli deve sempre “dare conto” della esistenza o meno del diritto a chi lo interpella.

La regola di diritto, ermeneuticamente desunta dall’ordinamento giuridico ed applicata nel caso concreto dalla

giurisprudenza, non ha minore effetto conformativo dell’ordinamento generale di quella promanante dalle fonti

scritte, almeno sino a quando essa non sia sconfessata dal Legislatore al quale, chiaramente, non è precluso

introdurre una eventuale diversa esplicita previsione, ove ritenuta maggiormente espressiva della sensibilità del

popolo italiano, finanche intesa a travolgere i giudicati già formatisi, contenendo quest’ultimi norme giuridiche

aventi lo stesso rango delle norme di legge recanti interpretazione autentica (Cass. 7 aprile 1978 n. 1598; Cass.

11 aprile 2000, n. 4630).

Dall’ottobre 2007 ad oggi, il Parlamento, ovvero l’organo istituzionale preminente ed espressivo della sovranità

popolare, non ha assunto alcuna iniziativa per sconfessare il convincimento espresso dalla Suprema Corte di

Cassazione, ma si è limitata a proporre due ricorsi (sollevati dalla Camera dei deputati e dal Senato della

Repubblica) per conflitto di attribuzione avverso la Corte di Cassazione e la Corte di Appello di Milano (appunto

in relazione alla determinazione e all’applicazione del principio di diritto che consente, a determinate condizioni,

l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali), entrambi dichiarati inammissibili dalla Consulta per

insussistenza del requisito oggettivo, in quanto non aventi per oggetto la delimitazione di sfere di attribuzioni

determinate dalla Costituzione, bensì l’invocazione di errori presuntivamente commessi nello svolgimento

dell’attività giurisdizionale (Corte Cost., 8 ottobre 2008 , n. 334).

5.2. Nel contesto appena descritto, la nota 16 dicembre 2008, a firma del M ,

INISTRO DEL LAVORO DELLA SALUTE E

rappresenta il convincimento, senza dubbio autorevole perché proveniente dal vertice

DELLE POLITICHE SOCIALI

dell’Amministrazione Ministeriale, ma comunque inidoneo, secondo i principi generali sulle fonti, ad intaccare il

quadro del diritto oggettivo come ricostruito con la forza e l’efficacia propri del provvedimento giurisdizionale.

Inoltre, il principio di non discriminazione del disabile di cui alla C O.N.U.

ONVENZIONE SUI DIRITTI DELLE PERSONE

, richiamata nella nota medesima, oltre ad essere principio agevolmente desumibile dalla esegesi

CON DISABILITÀ

della Carta Costituzionale Italiana, non contraddice affatto il diritto al rifiuto di cure da parte dell’incapace

giacchè, al contrario, se si seguisse l’impostazione ministeriale, ovvero se al disabile (incapace) non fosse

riconosciuto tale diritto, proprio allora egli sarebbe ingiustamente discriminato nell’esercizio di una libertà

costituzionale.

5.3. L’obiezione della Regione, per la quale la sentenza della Cassazione non farebbe “stato” nei suoi confronti,

trattandosi di provvedimento di volontaria giurisdizione, non coglie nel segno.

I provvedimenti assunti in sede di giurisdizione volontaria non contenziosa, essendo preordinati all’esigenza

prioritaria della tutela degli interessi e revocabili e modificabili in ogni momento dall’autorità giudiziaria, sono

normalmente inidonei ad assumere carattere di definitività ed efficacia di giudicato. Al contrario, le procedure

camerali, che si concludano con un provvedimento di natura decisoria su contrapposte posizioni di diritto

soggettivo, sono anch’esse suscettibili di acquistare autorità di giudicato (Cass. 16 aprile 2003, n. 6011). Al fine

di sussumere in quest’ultima ipotesi anche il provvedimento camerale pronunciato nei confronti di ­­ omissis ­­,

potrebbe richiamarsi il difetto di ulteriore impugnabilità nel merito, il fatto di avere ad oggetto una decisione su

diritti soggettivi costituzionali e, soprattutto, la circostanza che il ricorso ex art. 111 Cost. è stato ritenuto

ammissibile dalla Suprema Corte, tale ammissibilità potendo predicarsi solo in caso di impugnativa riguardante

diritti, avverso una decisione atta a divenire definitiva (il che, come affermato dal Giudice del rinvio, implica che i

presupposti accertamenti di fatto siano divenuti definitivi e immodificabili).

In ogni caso, a prescindere da ogni considerazione sulla discussa tematica inerente il carattere decisorio o meno

dell’accertamento prodromico ad una autorizzazione del giudice camerale, si ricorda che, con la presente

pronuncia, non si intende portare materialmente ad esecuzione un titolo giuridico, ma sindacare la legalità

dell’azione provvedimentale amministrativa che ritenga di poter preventivamente negare ad un assistito

l’esercizio di una libertà conferita dall’ordinamento civile.

4 N.R.G. «2443/08»

Su questo versante, il Collegio ricorda che il Giudice Tutelare effettua una valutazione di opportunità in ordine

alla gestione di interessi a sé esclusivamente devoluti. La pronuncia, contenente l’accertamento di un diritto

soggettivo al fine di conferire il relativo potere di esercizio, costituisce essa stessa il requisito della fattispecie

costitutiva del diritto. Pure nel caso di trasposizione in sede contenziosa di siffatta autorizzazione (si ipotizzi

l’opposizione materiale del medico all’esercizio del diritto autorizzato), al giudice del contenzioso sarebbe

comunque preclusa l’indagine sul merito delle scelte effettuate dal giudice camerale; merito il cui riesame

potrebbe essere provocato dallo stesso giudice camerale in via di revoca (art. 742 c.p.c.), ad istanza del tutore e

curatore; la ripartizione di funzioni tra la giurisdizione contenziosa e quella non contenziosa comporta che la

prima non possa mai esercitare poteri sostitutivi sulle valutazioni che la legge riserva al giudice camerale,

cosicchè la efficacia definitiva (nel senso di non più impugnabile ma solo revocabile ad istanza del titolare del

diritto inciso) del decreto della Corte di Appello di Milano produce, sul punto, un effetto di preclusione

quantomeno “equivalente” a quello di un giudicato (in tal senso, anche l’opinione di App. Milano, decreto 9 luglio

2008).

In definitiva, la pronuncia del Giudice Tutelare ottenuta da ­­ ­­ ha prodotto un effetto “sostantivo”

OMISSIS

nell’ordinamento generale che nessuno, se non il Giudice tutelare su istanza del titolare del diritto inciso (­­

­­tramite tutore o curatore), può disconoscere. L’amministrazione che disconosca siffatto effetto si pone

OMISSIS

in contrasto con l’ordinamento giuridico.

5.4. Le affermazioni dell’Amministrazione secondo cui il Servizio sanitario nazionale non sarebbe obbligato a

prendere in carico un paziente che a priori rifiuti le cure necessarie a tenerlo in vita e secondo cui il personale

medico non potrebbe dare corso alla volontà di rifiutare le cure, pena la violazione dei propri obblighi di servizio,

non appaiono conformi ai principi che regolano la materia di cui si è sopra dato conto.

Il diritto costituzionale di rifiutare le cure, come descritto dalla Suprema Corte, è un diritto di libertà assoluto, il cui

erga omnes,

dovere di rispetto si impone nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di

cura, non importa se operante all’interno di un struttura sanitaria pubblica o privata.

La manifestazione di tale consapevole rifiuto rende quindi doverosa la sospensione di mezzi terapeutici il cui

impiego non dia alcuna speranza di uscita dallo stato vegetativo in cui versa la paziente e non corrisponda con il

mondo dei valori e la visione di vita dignitosa che è propria del soggetto.

Qualora l’ammalato decida di rifiutare le cure (ove incapace, tramite rappresentante legale debitamente

autorizzato dal Giudice Tutelare), tale ultima manifestazione di rifiuto farebbe immediatamente venire meno il

titolo giuridico di legittimazione del trattamento sanitario (ovvero il consenso informato), costituente

imprescindibile presupposto di liceità del trattamento sanitario medesimo, venendo a sorgere l’obbligo giuridico

(prima ancora che professionale o deontologico) del medico di interrompere la somministrazione di mezzi

terapeutici indesiderati.

Come ha precisato la Suprema Corte, tale obbligo giuridico sussiste anche ove si tratti di trattamento di sostegno

vitale il cui rifiuto conduca alla morte, giacchè tale ipotesi non costituisce, secondo il nostro ordinamento, una

forma di eutanasia (per tale dovendo intendersi soltanto il comportamento eziologicamente inteso ad abbreviare

la vita e che causa esso positivamente la morte) bensì la scelta insindacabile del malato a che la malattia segua

exitus.

il suo corso naturale fino all’inesorabile

Sotto altro profilo, rifiutare il ricovero ospedaliero, dovuto in linea di principio da parte del SSN a chiunque sia

affetto da patologie mediche, solo per il fatto che il malato abbia preannunciato la propria intenzione di avvalersi

del suo diritto alla interruzione del trattamento, significa di fatto limitare indebitamente tale diritto.

L’accettazione presso la struttura sanitaria pubblica non può infatti essere condizionata alla rinuncia del malato

ad esercitare un suo diritto fondamentale.

Né il rifiuto opposto dall’Amministrazione alla richiesta del sig. ­­ omissis ­­ può giustificarsi in base a ragioni

attinenti l’obiezione di coscienza.

Spetta infatti alla legge disciplinare compiutamente le modalità e i limiti entro cui possono assumere rilevanza i

convincimenti intimi del singolo medico, ferma la necessità che la struttura ospedaliera garantisca comunque la

officio”.

doverosità del “satisfacere

5.5. Ricoveratasi presso la struttura del servizio sanitario regionale individuata con le modalità di cui al

successivo punto 5.6, ­­ ­­ che, per sua stessa volontà (manifestata attraverso tutore e curatore di lei),

OMISSIS

intende lasciare scorrere le sue energie vitali seguendo il flusso degli accadimenti naturali, potrà esercitare il

proprio diritto assoluto a rifiutare il trattamento sanitario consistente nell’idratazione e alimentazione artificiali e

avrà altresì diritto, a quel punto quale malata in fase terminale, a che le siano apprestate tutte le misure,

standard

suggerite dagli scientifici riconosciuti a livello internazionale, atte a garantirle un adeguato e dignitoso

accudimento accompagnatorio della persona, durante tutto il periodo successivo alla sospensione del

trattamento di sostegno vitale; rientrando ciò a pieno titolo nelle funzioni amministrative di assistenza sanitaria.

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce al ciclo di seminari di Diritto Pubblico, tenuti dal Prof. Giovanni Serges nell'anno accademico 2010.
In questo documento si trova la sentenza n. 214 del 2009 del Tar Lombardia relativa al caso Englaro. Il Tribunale ha dichiarato la competenza dell'amministrazione sanitaria a scegliere la struttuta più idonea all'interruzione dei trattamenti medici, negandola ai pazienti e ai familiari.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Serges Giovanni.

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