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Caso Englaro - Interpretazione evolutiva del diritto

Questa dispensa si riferisce al ciclo di seminari di Diritto Pubblico, tenuti dal Prof. Carlo Colapietro nell'anno accademico 2010.
Il documento riporta il testo dell'ordinanza della Corte Costituzionale n. 334/08. La Corte, dopo... Vedi di più

Esame di Istituzioni di Diritto Pubblico docente Prof. C. Colapietro

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attribuzioni del Legislativo e superando, quindi, i limiti che l’ordinamento pone al Potere

Giudiziario, e non quello di un invito al riesame del processo logico seguito dalla Cassazione per

giungere alla sua pronuncia»: non si tratterebbe perciò di rilevare un error in iudicando, ma

l’esorbitanza dai «confini stessi della giurisdizione»; in tale ottica, la censura rivolta agli «errori

interpretativi dell’organo giudiziario» costituirebbe «passaggio essenziale al fine di mettere in

evidenza il momento e il modo in cui il giudice» avrebbe ecceduto dalla funzione sua propria;

che, nel merito, il Senato ritiene che la Corte di cassazione abbia adottato «un atto

sostanzialmente legislativo», con cui «si introduce nell’ordinamento italiano l’autorizzazione alla

cessazione della vita del paziente in stato vegetativo permanente», omettendo di conseguire tale

effetto tramite la sola via aperta al giudice in tal caso, ovvero sollevando questione di

costituzionalità sugli artt. 357 e 424 cod. civ., nella parte in cui essi precluderebbero la piena tutela

del diritto alla salute; la Cassazione, in altri termini, avrebbe «inteso trovare, nelle pieghe

dell’ordinamento, un appiglio normativo che consentisse di formulare il principio di diritto che

abilitasse a determinare la cessazione della vita del paziente»; per far ciò, prosegue il Senato, «ha

dovuto far ricorso a sporadiche sentenze di giudici appartenenti ad ordinamenti diversi da quello

italiano e alla Convenzione di Oviedo (…) ignorando che in diritto positivo italiano esistono già

norme utilizzabili nel caso di specie e, in particolare, quelle del codice penale (artt. 579 e 580 cod.

pen.)»;

che, per tale via, la Cassazione avrebbe esorbitato dalla propria funzione nomofilattica,

ledendo le attribuzioni assegnate dall’art. 70 della Costituzione al Parlamento: la fattispecie avrebbe

dovuto essere decisa non già tramite un non liquet, ma riconoscendo l’infondatezza della pretesa

alla luce del diritto vigente; infatti, spetterebbe al Parlamento «adottare una soddisfacente disciplina

diretta a regolare le scelte di fine vita»: sostiene il ricorrente che «la riconduzione della tematica in

parola all’interno del circuito della rappresentanza politica parlamentare consente di assicurare la

partecipazione delle più svariate componenti della società civile, ivi comprese quelle espressione

del mondo scientifico, culturale, religioso. Secondo una impostazione che appare difficilmente

contestabile il ricorso alla legge permette di rispettare il principio dell’art. 67 della Costituzione

nella adozione di scelte di sicuro interesse dell’intera comunità nazionale», in particolar modo in

presenza di una disciplina dei diritti fondamentali «riservata alla legge»;

che il Senato pone poi in rilievo che l’Autorità giudiziaria avrebbe articolato i propri

provvedimenti su due punti, entrambi contestabili, ovvero «il diritto del malato di conseguire

l’interruzione di trattamenti sanitari» e «la esercitabilità di tale diritto da parte del tutore»;

che, quanto al primo punto, il ricorrente osserva che l’alimentazione e l’idratazione assistita

sono solo da alcuni ritenute trattamento terapeutico, mentre altri li considerano «cure essenziali

doverosamente impartite dal sanitario», che avrebbe, anche sulla base del documento redatto dal

Comitato nazionale di bioetica del 18 dicembre 2003, il «dovere di procedere»; ad ogni modo, in

difetto di «una normativa intesa a determinare la interruzione di trattamenti del malato terminale»,

la stessa Corte di Cassazione in precedente pronuncia (ordinanza n. 8291 del 2005) ed il Tribunale

di Roma (con sentenza del 15 dicembre 2006) avevano escluso che il giudice potesse in tale materia

espletare «attività sostanzialmente paranormativa»;

che, piuttosto, sia l’art. 2 della CEDU (come interpretato dalla Corte EDU con la sentenza

Pretty v. Gran Bretagna del 29 aprile 2002), sia l’art. 3 della Dichiarazione universale dei diritti

dell’uomo sottolineano, a parere del ricorrente, la «essenzialità del principio di tutela della vita»,

così saldandosi all’art. 27 della Costituzione e agli artt. 579 e 580 cod. pen., in tema di omicidio del

consenziente e di aiuto al suicidio: «esistono, quindi, due modi contrapposti di considerare la

persona e i suoi diritti inviolabili che conducono a leggere la decisione sulla interruzione della

alimentazione o come causa del decesso o come manifestazione della libera determinazione della

cessazione di un trattamento terapeutico inaccettabile in quanto sproporzionato e inutile»;

che per risolvere tale alternativa, il Senato stima necessario l’intervento del legislatore, al

quale soltanto spetterebbe sciogliere il nodo, stabilendo, tra l’altro, condizioni e natura dello stato

vegetativo permanente, «ancora oggetto di incertezze e divergenze di opinioni in quanto non

coincidente con la morte cerebrale»: parimenti, è stata la legge 29 dicembre 1993, n. 578 (Norme

per l’accertamento e la certificazione di morte) a stabilire espressamente che la morte si identifica

con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo;

che la necessità di legiferare troverebbe conferma in «strumenti internazionali», quali l’art. 5,

paragrafo 3, della Convenzione di Oviedo (la cui attuazione avrebbe richiesto il decreto legislativo

previsto dall’art. 3 della legge 28 marzo 2001, n. 145 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione del

Consiglio d'Europa per la protezione dei diritti dell'uomo e della dignità dell'essere umano riguardo

all’applicazione della biologia e della medicina: Convenzione sui diritti dell’uomo e sulla

biomedicina, fatta a Oviedo il 4 aprile 1997, nonché del Protocollo addizionale del 12 gennaio

1998, n. 168, sul divieto di clonazione di esseri umani) e l’art. 3, comma 2, della Carta dei diritti

fondamentali dell’Unione europea;

che, quanto ai poteri del tutore, il Senato afferma «la non esistenza nel nostro ordinamento

del puntuale potere del tutore di intervenire in tema di diritto indisponibile alla interruzione della

vita e il regime costituzionale dei diritti definiti personalissimi», in assenza di una disciplina di

diritto positivo concernente il cd. testamento biologico;

che, in particolare, sarebbe erroneo il convincimento espresso dall’Autorità giudiziaria circa

l’estensione dei poteri tutori al di fuori della sfera degli interessi patrimoniali, in assenza di una

specifica norma attributiva di tali poteri: la stessa Cassazione, in altra pronuncia (ordinanza n. 8291

del 2005) avrebbe escluso il «generale potere di rappresentanza con riferimento ai cosiddetti atti

personalissimi»;

che, innanzi a tale principio, le ipotesi contrarie segnalate dagli atti oggetto del conflitto, (art.

4 del d.lgs. 211 del 2003 in tema di sperimentazioni cliniche; art. 13 della legge n. 194 del 1978 in

tema di interruzione volontaria della gravidanza; art. 6 della Convenzione di Oviedo) apparirebbero

eccezionali ed insuscettibili di applicazione analogica: l’esercizio del diritto di «disporre del proprio

corpo» e di «decidere sulle proprie cure» non potrebbe perciò essere affidato al tutore.

Considerato che la Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica con due distinti ricorsi

hanno sollevato conflitto di attribuzione nei confronti dell’Autorità giudiziaria, deducendo che la

sentenza n. 21748 del 2007 della Corte di cassazione ed il decreto 25 giugno 2008 della Corte di

appello di Milano avrebbero usurpato, e comunque menomato, le attribuzioni legislative del

Parlamento;

che, in particolare, tali provvedimenti, venendo a stabilire termini e condizioni affinché possa

cessare il trattamento di alimentazione ed idratazione artificiale cui è sottoposto un paziente in stato

vegetativo permanente, avrebbero utilizzato la funzione giurisdizionale per modificare in realtà il

sistema legislativo vigente, così invadendo l’area riservata al legislatore;

che i ricorsi meritano di essere riuniti, riferendosi alla medesima vicenda;

che in questa fase del giudizio, a norma dell’art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11

marzo 1953, n. 87, questa Corte è chiamata a delibare, senza contraddittorio tra le parti,

esclusivamente se il ricorso sia ammissibile, valutando se sussistano i requisiti soggettivo ed

oggettivo di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato;

che non è dubbia la legittimazione attiva di ciascun ramo del Parlamento a difendere le

attribuzioni costituzionali che gli spettino, quand’anche esercitate congiuntamente;

che spetta parimenti alla Corte di cassazione ed alla Corte di appello di Milano la

legittimazione passiva al conflitto, in quanto organi competenti a dichiarare in via definitiva, in

relazione al procedimento di cui sono investiti, la volontà del potere cui appartengono (ex plurimis,

ordinanza n. 44 del 2005);

che la Corte di cassazione, con la sentenza oggetto dei conflitti, ha enunciato, nel corso di un

procedimento di volontaria giurisdizione, il principio di diritto cui deve attenersi il giudice di rinvio

nella fattispecie sottoposta al suo giudizio e che la Corte di appello di Milano ha applicato questo

principio al caso concreto, avendo previamente ritenuto manifestamente infondati gli ipotetici dubbi

di legittimità costituzionale;

che, per costante giurisprudenza di questa Corte, l’ammissibilità di un conflitto avente ad

oggetto atti giurisdizionali sussiste «solo quando sia contestata la riconducibilità della decisione o di

statuizioni in essa contenute alla funzione giurisdizionale, o si lamenti il superamento dei limiti,

diversi dal generale vincolo del giudice alla legge, anche costituzionale, che essa incontra

nell’ordinamento a garanzia di altre attribuzioni costituzionali» (ordinanza n. 359 del 1999; nello

stesso senso, tra le più recenti, sentenze n. 290, n. 222, n. 150, n. 2 del 2007);

che la medesima giurisprudenza afferma che un conflitto di attribuzione nei confronti di un

atto giurisdizionale non può ridursi alla prospettazione di un percorso logico-giuridico alternativo

rispetto a quello censurato, giacché il conflitto di attribuzione «non può essere trasformato in un

atipico mezzo di gravame avverso le pronunce dei giudici» (ordinanza n. 359 del 1999; si veda

altresì la sentenza n. 290 del 2007);

che, peraltro, questa Corte non rileva la sussistenza nella specie di indici atti a dimostrare che i

giudici abbiano utilizzato i provvedimenti censurati – aventi tutte le caratteristiche di atti

giurisdizionali loro proprie e, pertanto, spieganti efficacia solo per il caso di specie – come meri

schermi formali per esercitare, invece, funzioni di produzione normativa o per menomare l’esercizio

del potere legislativo da parte del Parlamento, che ne è sempre e comunque il titolare;

che entrambe le parti ricorrenti, pur escludendo di voler sindacare errores in iudicando, in

realtà avanzano molteplici critiche al modo in cui la Cassazione ha selezionato ed utilizzato il

materiale normativo rilevante per la decisione o a come lo ha interpretato;

che la vicenda processuale che ha originato il presente giudizio non appare ancora esaurita, e

che, d’altra parte, il Parlamento può in qualsiasi momento adottare una specifica normativa della

materia, fondata su adeguati punti di equilibrio fra i fondamentali beni costituzionali coinvolti;

che, pertanto, non sussiste il requisito oggettivo per l’instaurazione dei conflitti sollevati.

PER QUESTI MOTIVI

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i ricorsi,


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce al ciclo di seminari di Diritto Pubblico, tenuti dal Prof. Carlo Colapietro nell'anno accademico 2010.
Il documento riporta il testo dell'ordinanza della Corte Costituzionale n. 334/08. La Corte, dopo aver dichiarato l'inammissibilità del ricorso per conflitto di attribuzione tra magistratura e Stato relativo al caso Englaro, chiarisce che i giudici di Milano diedero in merito un'interpretazione evolutiva del diritto.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Colapietro Carlo.

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