Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

che, per contro, gli elementi normativi richiamati dall’Autorità giudiziaria a sostegno delle

pronunce appaiono alla ricorrente «palesemente inidonei»: infatti, sia il decreto legislativo 24

giugno 2003, n. 211 (Attuazione della direttiva 2001/20/CE relativa all’applicazione della buona

pratica clinica nell’esecuzione delle sperimentazioni cliniche di medicinali per uso clinico), sia l’art.

13 della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e

sull’interruzione volontaria della gravidanza), sia il codice deontologico dei medici, sia l’art. 2 della

CEDU, sia infine la Convenzione di Oviedo sancirebbero l’opposto principio di tutela del diritto

alla vita e alla salute del paziente;

che, infine, neppure gli artt. 13 e 32 della Costituzione varrebbero, secondo la Camera dei

deputati, a sorreggere le conclusioni cui è giunta l’Autorità giudiziaria, posto che «anche a

considerare l'ipotesi che i principi costituzionali siano suscettibili di applicazione diretta in sede

giudiziaria, detta eventualità non può che risultare circoscritta al caso in cui il loro contenuto

precettivo sia univoco ed auto sufficiente, come tale in grado di assolvere ex se alla funzione di

criterio esauriente di qualificazione della fattispecie»;

che, invece, le precitate disposizioni costituzionali non varrebbero, di per sé, a somministrare

al giudice la regola del giudizio, anche in ragione delle «differenti letture di cui appare suscettibile

l’art. 32 della Costituzione»;

che l’Autorità giudiziaria, per conseguire il risultato cui è giunta, avrebbe dovuto, secondo la

Camera, prospettare piuttosto una questione di legittimità costituzionale dell’art. 357 cod. civ.:

omettendo tale condotta, essa avrebbe invece proceduto alla «disapplicazione delle norme di legge

che avrebbero precluso la soluzione adottata», sostituendole con «una disciplina elaborata ex

novo»;

che per tali ragioni, la Camera dei deputati chiede alla Corte, previa declaratoria di

ammissibilità del conflitto, di dichiarare che non spettava all’Autorità giudiziaria adottare gli atti

impugnati, con conseguente annullamento degli stessi;

che con ricorso depositato il 17 settembre 2008 (reg. confl. poteri amm. n. 17 del 2008) il

Senato della Repubblica ha sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della Corte di

Cassazione e della Corte di appello di Milano, avente ad oggetto i medesimi atti impugnati dalla

Camera dei deputati, chiedendo a questa Corte di dichiarare che «non spettava al Potere giudiziario,

e in particolare alla Suprema Corte di Cassazione: a) stabilire il diritto del malato in stato vegetativo

permanente di conseguire l’interruzione di trattamenti sanitari invasivi che si risolvono in un inutile

accanimento terapeutico cui consegua con certezza il suo decesso; b) disporre la esercitabilità di tale

diritto personalissimo da parte del tutore alla stregua e nel presupposto di presunte opinioni espresse

in precedenza dall’infermo», con conseguente annullamento della sentenza n. 21748 del 2007 della

Corte di cassazione e del decreto del 25 giugno del 2008 della Corte di appello di Milano;

che i presupposti in fatto del ricorso sono i medesimi già enunciati dalla Camera dei deputati:

i provvedimenti dell’Autorità giudiziaria avrebbero determinato una «interferenza nell’area della

attribuzione della funzione legislativa», fondata su una «cosciente intenzione supplettiva diretta ad

ovviare ad una supposta situazione di vuoto normativo»; anzi, le proposte di legge vertenti in

argomento attribuirebbero a tale interferenza i caratteri di un intervento indebito «in un puntuale

procedimento di legislazione che il Parlamento ha in corso»;

che, in punto di ammissibilità, il Senato osserva che «il proposito del ricorso è unicamente

quello di dimostrare che la sentenza ha fissato un principio di diritto debordando verso le

attribuzioni del Legislativo e superando, quindi, i limiti che l’ordinamento pone al Potere

Giudiziario, e non quello di un invito al riesame del processo logico seguito dalla Cassazione per

giungere alla sua pronuncia»: non si tratterebbe perciò di rilevare un error in iudicando, ma

l’esorbitanza dai «confini stessi della giurisdizione»; in tale ottica, la censura rivolta agli «errori

interpretativi dell’organo giudiziario» costituirebbe «passaggio essenziale al fine di mettere in

evidenza il momento e il modo in cui il giudice» avrebbe ecceduto dalla funzione sua propria;

che, nel merito, il Senato ritiene che la Corte di cassazione abbia adottato «un atto

sostanzialmente legislativo», con cui «si introduce nell’ordinamento italiano l’autorizzazione alla

cessazione della vita del paziente in stato vegetativo permanente», omettendo di conseguire tale

effetto tramite la sola via aperta al giudice in tal caso, ovvero sollevando questione di

costituzionalità sugli artt. 357 e 424 cod. civ., nella parte in cui essi precluderebbero la piena tutela

del diritto alla salute; la Cassazione, in altri termini, avrebbe «inteso trovare, nelle pieghe

dell’ordinamento, un appiglio normativo che consentisse di formulare il principio di diritto che

abilitasse a determinare la cessazione della vita del paziente»; per far ciò, prosegue il Senato, «ha

dovuto far ricorso a sporadiche sentenze di giudici appartenenti ad ordinamenti diversi da quello

italiano e alla Convenzione di Oviedo (…) ignorando che in diritto positivo italiano esistono già

norme utilizzabili nel caso di specie e, in particolare, quelle del codice penale (artt. 579 e 580 cod.

pen.)»;

che, per tale via, la Cassazione avrebbe esorbitato dalla propria funzione nomofilattica,

ledendo le attribuzioni assegnate dall’art. 70 della Costituzione al Parlamento: la fattispecie avrebbe

dovuto essere decisa non già tramite un non liquet, ma riconoscendo l’infondatezza della pretesa

alla luce del diritto vigente; infatti, spetterebbe al Parlamento «adottare una soddisfacente disciplina

diretta a regolare le scelte di fine vita»: sostiene il ricorrente che «la riconduzione della tematica in

parola all’interno del circuito della rappresentanza politica parlamentare consente di assicurare la

partecipazione delle più svariate componenti della società civile, ivi comprese quelle espressione

del mondo scientifico, culturale, religioso. Secondo una impostazione che appare difficilmente

contestabile il ricorso alla legge permette di rispettare il principio dell’art. 67 della Costituzione

nella adozione di scelte di sicuro interesse dell’intera comunità nazionale», in particolar modo in

presenza di una disciplina dei diritti fondamentali «riservata alla legge»;

che il Senato pone poi in rilievo che l’Autorità giudiziaria avrebbe articolato i propri

provvedimenti su due punti, entrambi contestabili, ovvero «il diritto del malato di conseguire

l’interruzione di trattamenti sanitari» e «la esercitabilità di tale diritto da parte del tutore»;

che, quanto al primo punto, il ricorrente osserva che l’alimentazione e l’idratazione assistita

sono solo da alcuni ritenute trattamento terapeutico, mentre altri li considerano «cure essenziali

doverosamente impartite dal sanitario», che avrebbe, anche sulla base del documento redatto dal

Comitato nazionale di bioetica del 18 dicembre 2003, il «dovere di procedere»; ad ogni modo, in

difetto di «una normativa intesa a determinare la interruzione di trattamenti del malato terminale»,

la stessa Corte di Cassazione in precedente pronuncia (ordinanza n. 8291 del 2005) ed il Tribunale

di Roma (con sentenza del 15 dicembre 2006) avevano escluso che il giudice potesse in tale materia

espletare «attività sostanzialmente paranormativa»;

che, piuttosto, sia l’art. 2 della CEDU (come interpretato dalla Corte EDU con la sentenza

Pretty v. Gran Bretagna del 29 aprile 2002), sia l’art. 3 della Dichiarazione universale dei diritti

dell’uomo sottolineano, a parere del ricorrente, la «essenzialità del principio di tutela della vita»,

così saldandosi all’art. 27 della Costituzione e agli artt. 579 e 580 cod. pen., in tema di omicidio del

consenziente e di aiuto al suicidio: «esistono, quindi, due modi contrapposti di considerare la

persona e i suoi diritti inviolabili che conducono a leggere la decisione sulla interruzione della

alimentazione o come causa del decesso o come manifestazione della libera determinazione della

cessazione di un trattamento terapeutico inaccettabile in quanto sproporzionato e inutile»;

che per risolvere tale alternativa, il Senato stima necessario l’intervento del legislatore, al

quale soltanto spetterebbe sciogliere il nodo, stabilendo, tra l’altro, condizioni e natura dello stato

vegetativo permanente, «ancora oggetto di incertezze e divergenze di opinioni in quanto non

coincidente con la morte cerebrale»: parimenti, è stata la legge 29 dicembre 1993, n. 578 (Norme

per l’accertamento e la certificazione di morte) a stabilire espressamente che la morte si identifica

con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo;

che la necessità di legiferare troverebbe conferma in «strumenti internazionali», quali l’art. 5,

paragrafo 3, della Convenzione di Oviedo (la cui attuazione avrebbe richiesto il decreto legislativo

previsto dall’art. 3 della legge 28 marzo 2001, n. 145 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione del

Consiglio d'Europa per la protezione dei diritti dell'uomo e della dignità dell'essere umano riguardo

all’applicazione della biologia e della medicina: Convenzione sui diritti dell’uomo e sulla

biomedicina, fatta a Oviedo il 4 aprile 1997, nonché del Protocollo addizionale del 12 gennaio

1998, n. 168, sul divieto di clonazione di esseri umani) e l’art. 3, comma 2, della Carta dei diritti

fondamentali dell’Unione europea;

che, quanto ai poteri del tutore, il Senato afferma «la non esistenza nel nostro ordinamento

del puntuale potere del tutore di intervenire in tema di diritto indisponibile alla interruzione della

vita e il regime costituzionale dei diritti definiti personalissimi», in assenza di una disciplina di

diritto positivo concernente il cd. testamento biologico;

che, in particolare, sarebbe erroneo il convincimento espresso dall’Autorità giudiziaria circa

l’estensione dei poteri tutori al di fuori della sfera degli interessi patrimoniali, in assenza di una

specifica norma attributiva di tali poteri: la stessa Cassazione, in altra pronuncia (ordinanza n. 8291

del 2005) avrebbe escluso il «generale potere di rappresentanza con riferimento ai cosiddetti atti

personalissimi»;

che, innanzi a tale principio, le ipotesi contrarie segnalate dagli atti oggetto del conflitto, (art.

4 del d.lgs. 211 del 2003 in tema di sperimentazioni cliniche; art. 13 della legge n. 194 del 1978 in

tema di interruzione volontaria della gravidanza; art. 6 della Convenzione di Oviedo) apparirebbero

eccezionali ed insuscettibili di applicazione analogica: l’esercizio del diritto di «disporre del proprio

corpo» e di «decidere sulle proprie cure» non potrebbe perciò essere affidato al tutore.

Considerato che la Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica con due distinti ricorsi

hanno sollevato conflitto di attribuzione nei confronti dell’Autorità giudiziaria, deducendo che la

sentenza n. 21748 del 2007 della Corte di cassazione ed il decreto 25 giugno 2008 della Corte di

appello di Milano avrebbero usurpato, e comunque menomato, le attribuzioni legislative del

Parlamento;

che, in particolare, tali provvedimenti, venendo a stabilire termini e condizioni affinché possa

cessare il trattamento di alimentazione ed idratazione artificiale cui è sottoposto un paziente in stato

vegetativo permanente, avrebbero utilizzato la funzione giurisdizionale per modificare in realtà il

sistema legislativo vigente, così invadendo l’area riservata al legislatore;

che i ricorsi meritano di essere riuniti, riferendosi alla medesima vicenda;

che in questa fase del giudizio, a norma dell’art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11

marzo 1953, n. 87, questa Corte è chiamata a delibare, senza contraddittorio tra le parti,


PAGINE

8

PESO

47.23 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce al ciclo di seminari di Diritto Pubblico, tenuti dal Prof. Paolo Carnevale nell'anno accademico 2010.
Il documento riporta il testo dell'ordinanza della Corte Costituzionale n. 334/08. La Corte dichiara l'inammissibilità della questione relativa al presunto conflitto di attribuzione tra i giudici e lo Stato relativamente al caso Englaro. Per la Corte si tratta di interpretazione evolutiva del diritto.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Carnevale Paolo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Istituzioni di diritto pubblico

Istituzioni di diritto pubblico - Appunti
Appunto
Riassunto Diritto Pubblico Modugno
Appunto
Immunità - Illegittimità costituzionale
Dispensa
Caso Englaro - Comunicato Carbone
Dispensa