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Caso Englaro - C.Cass. n. 21748/07 Appunti scolastici Premium

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 21748 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2007 relativa al caso Englaro. La Corte enuncia il... Vedi di più

Esame di Diritto Costituzionale Avanzato docente Prof. F. Cerrone

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ESTRATTO DOCUMENTO

Sentenza n. 21748 del 16 ottobre 2007

(Sezione Prima Civile, Presidente M. G. Luccioli, Relatore A. Giusti)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. – Con ricorso ex art. 732 cod. proc. civ., ZZZ YYY, quale tutore della figlia interdetta XXX YYY,

ha chiesto al Tribunale di Lecco, previa nomina di un curatore speciale ai sensi dell’art. 78 cod.

proc. civ., l’emanazione di un ordine di interruzione della alimentazione forzata mediante sondino

nasogastrico che tiene in vita la tutelata, in stato di coma vegetativo irreversibile dal 1992.

Il curatore speciale, nominato dal Presidente del Tribunale, ha aderito al ricorso.

Il Tribunale di Lecco, con decreto in data 2 febbraio 2006, ha dichiarato inammissibile il ricorso ed

ha giudicato manifestamente infondati i profili di illegittimità costituzionale prospettati in via

subordinata dal tutore e dal curatore speciale.

Né il tutore né il curatore speciale – hanno statuito i primi giudici – hanno la rappresentanza

sostanziale, e quindi processuale, dell’interdetta con riferimento alla domanda dedotta in giudizio,

involgendo essa la sfera dei diritti personalissimi, per i quali il nostro ordinamento giuridico non

ammette la rappresentanza, se non in ipotesi tassative previste dalla legge, nella specie non

ricorrenti.

Inoltre, la mancata previsione normativa di una tale rappresentanza è perfettamente aderente al

dettato costituzionale, e la lacuna non può essere colmata con una interpretazione

costituzionalmente orientata.

Peraltro, anche ove il curatore o il tutore fossero investiti di tale potere, la domanda – ad avviso dei

primi giudici - dovrebbe essere rigettata, perché il suo accoglimento contrasterebbe con i principi

espressi dall’ordinamento costituzionale. Infatti, ai sensi degli artt. 2 e 32 Cost., un trattamento

terapeutico o di alimentazione, anche invasivo, indispensabile a tenere in vita una persona non

capace di prestarvi consenso, non solo è lecito, ma dovuto, in quanto espressione del dovere di

solidarietà posto a carico dei consociati, tanto più pregnante quando, come nella specie, il

soggetto interessato non sia in grado di manifestare la sua volontà. In base agli artt. 13 e 32 Cost.

ogni persona, se pienamente capace di intendere e di volere, può rifiutare qualsiasi trattamento

terapeutico o nutrizionale fortemente invasivo, anche se necessario alla sua sopravvivenza,

laddove se la persona non è capace di intendere e di volere il conflitto tra il diritto di libertà e di

autodeterminazione e il diritto alla vita è solo ipotetico e deve risolversi a favore di quest’ultimo, in

quanto, non potendo la persona esprimere alcuna volontà, non vi è alcun profilo di

autodeterminazione o di libertà da tutelare. L’art. 32 Cost. porta ed escludere che si possa operare

una distinzione tra vite degne e non degne di essere vissute.

2. – Avverso tale decreto ha proposto reclamo alla Corte d’appello di Milano il tutore, chiedendo

che, previa opportuna istruttoria sulla volontà di XXX, a suo tempo manifestata, contraria agli

accanimenti terapeutici e, ove occorra, incidente di costituzionalità, venga ordinata l’interruzione

dell’alimentazione forzata di XXX, in quanto trattamento invasivo della sfera personale, perpetrato

contro la dignità umana.

Il curatore speciale, costituitosi, ha chiesto l’accoglimento dell’impugnazione, ed ha proposto egli

stesso reclamo, da intendersi anche come reclamo incidentale.

Il pubblico ministero ha concluso per la reiezione del reclamo, ritenendo condivisibili le

argomentazioni poste dal Tribunale a fondamento del provvedimento impugnato.

3. – La Corte d’appello di Milano, con decreto in data 16 dicembre 2006, in riforma del

provvedimento impugnato, ha dichiarato ammissibile il ricorso e lo ha rigettato nel merito.

3.1. – La Corte ambrosiana non condivide la decisione del Tribunale in punto di inammissibilità

della domanda, giacché i rappresentanti legali di XXX domandano che sia il giudice a disporre

l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali, sul presupposto che tale presidio

medico costituisca un trattamento invasivo dell’integrità psicofisica, contrario alla dignità umana,

non praticabile contro la volontà dell’incapace o, comunque, in assenza del suo consenso.

Secondo la Corte territoriale, ai sensi del combinato disposto degli artt. 357 e 424 cod. civ., nel

potere di cura della persona, conferito al rappresentante legale dell’incapace, non può non

ritenersi compreso il diritto-dovere di esprimere il consenso informato alle terapie mediche. La

“cura della persona” implica non solo la cura degli interessi patrimoniali, quanto - principalmente –

di quelli di natura esistenziale, tra i quali vi è indubbiamente la salute intesa non solo come

integrità psicofisica, ma anche come diritto di farsi curare o di rifiutare la cura: tale diritto non può

trovare limitazione alcuna quando la persona interessata non è in grado di determinarsi.

La presenza in causa – indicata come necessaria dalla Corte di cassazione con l’ordinanza 20

aprile 2005, n. 8291 – del curatore speciale che si è associato alla richiesta del tutore supera ogni

problema di possibile conflitto tra la tutelata ed il tutore.

E, in considerazione dello stato di totale incapacità di XXX e delle gravi conseguenze che la

sospensione del trattamento in atto produrrebbe, il tutore o, in sua vece, il curatore speciale deve

adire il giudice per ottenerne l’interruzione.

3.2. - Nel merito, la Corte d’appello osserva che XXX – la quale non può considerarsi clinicamente

morta, perché la morte si ha con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo – si

trova in stato vegetativo permanente, condizione clinica che, secondo la scienza medica, è

caratteristica di un soggetto che “ventila, in cui gli occhi possono rimanere aperti, le pupille

reagiscono, i riflessi del tronco e spinali persistono, ma non vi è alcun segno di attività psichica e di

partecipazione all’ambiente e le uniche risposte motorie riflesse consistono in una redistribuzione

del tono muscolare”. Lo stato vegetativo di XXX è immodificato dal 1992 – da quando ella riportò

un trauma cranico-encefalico a seguito di incidente stradale – ed è irreversibile, mentre la

cessazione della alimentazione a mezzo del sondino nasogastrico la condurrebbe a sicura morte

nel giro di pochissimi giorni.

La Corte territoriale riferisce che dalle concordi deposizioni di tre amiche di XXX – le quali avevano

raccolto le sue confidenze poco prima del tragico incidente che l’ha ridotta nelle attuali condizioni -

emerge che costei era rimasta profondamente scossa dopo aver fatto visita in ospedale all’amico

Tizio, in coma a seguito di un sinistro stradale, aveva dichiarato di ritenere preferibile la situazione

di un altro ragazzo, Caio, che, nel corso dello stesso incidente, era morto sul colpo, piuttosto che

rimanere immobile in ospedale in balia di altri attaccato ad un tubo, ed aveva manifestato tale sua

convinzione anche a scuola, in una discussione apertasi al riguardo con le sue insegnanti suore.

Secondo i giudici del reclamo, si tratterebbe di dichiarazioni generiche, rese a terzi con riferimento

a fatti accaduti ad altre persone, in un momento di forte emotività, quando XXX era molto giovane,

si trovava in uno stato di benessere fisico e non nella attualità della malattia, era priva di maturità

certa rispetto alle tematiche della vita e della morte e non poteva neppure immaginare la

situazione in cui ora versa. Non potrebbe dunque attribuirsi alle dichiarazioni di XXX il valore di

una personale, consapevole ed attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione

di causa. La posizione di XXX sarebbe pertanto assimilabile a quella di qualsiasi altro soggetto

incapace che nulla abbia detto in merito alle cure ed ai trattamenti medici cui deve essere

sottoposto.

La Corte d’appello non condivide la tesi – sostenuta dal tutore ed avallata dal curatore speciale –

secondo cui, di fronte ad un trattamento medico - l’alimentazione forzata mediante sondino

nasogastrico - che mantiene in vita XXX esclusivamente da un punto di vista biologico senza

alcuna speranza di miglioramento, solo l’accertamento di una precisa volontà, espressa da XXX

quando era cosciente, favorevole alla prosecuzione della vita ad ogni costo, potrebbe indurre a

valutare come non degradante e non contrario alla dignità umana il trattamento che oggi le viene

imposto.

Innanzitutto perché, in base alla vigente normativa, XXX è viva, posto che la morte si ha con la

cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo. In secondo luogo perché – al di là di ogni

questione inerente alla natura di terapia medica, di accanimento terapeutico (inteso come cure

mediche svincolate dalla speranza di recupero del paziente) o di normale mezzo di sostentamento

che si possa dare alla alimentazione forzata cui è sottoposta XXX – è indiscutibile che, non

essendo XXX in grado di alimentarsi altrimenti ed essendo la nutrizione con sondino nasogastrico

l’unico modo di alimentarla, la sua sospensione condurrebbe l’incapace a morte certa nel volgere

di pochi giorni: equivarrebbe, quindi, ad una eutanasia indiretta omissiva.

Secondo i giudici del gravame, non vi sarebbe alcuna possibilità di accedere a distinzioni tra vite

degne e non degne di essere vissute, dovendosi fare riferimento unicamente al bene vita

costituzionalmente garantito, indipendentemente dalla qualità della vita stessa e dalle percezioni

soggettive che di detta qualità si possono avere.

“Se è indubbio che, in forza del diritto alla salute e alla autodeterminazione in campo sanitario, il

soggetto capace possa rifiutare anche le cure indispensabili a tenerlo in vita, nel caso di soggetto

incapace (di cui non sia certa la volontà, come nel caso di XXX) per il quale sia in atto solo un

trattamento di nutrizione, che indipendentemente dalle modalità invasive con cui viene eseguito

(sondino nasogastrico) è sicuramente indispensabile per l’impossibilità del soggetto di alimentarsi

altrimenti e che, se sospeso, condurrebbe lo stesso a morte, il giudice – chiamato a decidere se

sospendere o meno detto trattamento – non può non tenere in considerazione le irreversibili

conseguenze cui porterebbe la chiesta sospensione (morte del soggetto incapace), dovendo

necessariamente operare un bilanciamento tra diritti parimenti garantiti dalla Costituzione, quali

quello alla autodeterminazione e dignità della persona e quello alla vita”. Detto bilanciamento – a

giudizio della Corte d’appello – “non può che risolversi a favore del diritto alla vita, ove si osservi la

collocazione sistematica (art. 2 Cost.) dello stesso, privilegiata rispetto agli altri (contemplati dagli

artt. 13 e 32 Cost.), all’interno della Carta costituzionale”; tanto più che, alla luce di disposizioni

normative interne e convenzionali, la vita è un bene supremo, non essendo configurabile

l’esistenza di un “diritto a morire” (come ha riconosciuto la Corte europea dei diritti dell’uomo nella

sentenza 29 aprile 2002 nel caso Pretty c. Regno Unito).

4. – Per la cassazione del decreto della Corte d’appello il tutore ZZZ YYY, con atto notificato il 3

marzo 2007, ha interposto ricorso, affidato ad un unico, complesso motivo.

Anche il controricorrente curatore speciale Avv. Franca Alessio ha proposto ricorso incidentale,

sulla base di due motivi.

Il ricorrente ed il ricorrente incidentale hanno, entrambi, depositato memoria in prossimità

dell’udienza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con l’unico mezzo illustrato con memoria - denunciando violazione degli artt. 357 e 424 cod.

civ., in relazione agli artt. 2, 13 e 32 Cost., nonché omessa ed insufficiente motivazione circa il

punto decisivo della controversia – il tutore, ricorrente in via principale, chiede alla Corte di

affermare, come principio di diritto, “il divieto di accanimento terapeutico, e cioè che nessuno

debba subire trattamenti invasivi della propria persona, ancorché finalizzati al prolungamento

artificiale della vita, senza che ne sia concretamente ed effettivamente verificata l’utilità ed il

beneficio”. Qualora tale risultato ermeneutico sia precluso per effetto degli artt. 357 cod. civ. e 732

cod. proc. civ., ovvero di altre norme di legge ordinaria, il ricorrente chiede che sia sollevata

questione di legittimità costituzionale di tutte tali norme legislative, per violazione degli artt. 2, 13 e

32 Cost., da cui si assume discendere la piena operatività del divieto di accanimento terapeutico.

Secondo il ricorrente, la Corte d’appello di Milano avrebbe frainteso e travisato completamente il

significato da attribuirsi alla indisponibilità ed irrinunciabilità del diritto alla vita. Il predicare

l’indisponibilità del diritto alla vita, a differenza di quel che accade per altri diritti costituzionali e

fondamentali, si riallaccia al fatto che, nella mappa del costituzionalismo moderno, esso costituisce

un diritto diverso da tutti gli altri: la vita è indispensabile presupposto per il godimento di qualunque

libertà dell’uomo e, proprio per questo, non può ammettersi che la persona alieni ad altri la

decisione sulla propria sopravvivenza o che il diritto si estingua con la rinuncia. E tuttavia,

l’indisponibilità ed irrinunciabilità del diritto alla vita è garantita per evitare che soggetti diversi da

quello che deve vivere, il quale potrebbe versare in stato di debolezza e minorità, si arroghino

arbitrariamente il diritto di interrompere la vita altrui; ma sarebbe errato costruire l’indisponibilità

della vita in ossequio ad un interesse altrui, pubblico o collettivo, sopraordinato e distinto da quello

della persona che vive.

Del resto – ricorda il ricorrente – la Corte costituzionale ha precisato che nella tutela della libertà

personale resa inviolabile dall’art. 13 Cost. è postulata la sfera di esplicazione del potere della

persona di disporre del proprio corpo. E la giurisprudenza della Corte di cassazione, nel ricostruire

di recente come fonte di responsabilità del medico il solo fatto di non avere informato il paziente, o

di non averne sollecitato ed ottenuto previamente l’assenso per il trattamento, ha chiarito che qui

siamo fuori dall’ipotesi in cui il consenso dell’avente diritto vale come esimente da responsabilità

giuridica per chi ha agito praticando la cura invasiva della sfera individuale: il consenso libero ed

informato è piuttosto percepito come un requisito intrinseco perché l’intervento di chi pure sia

professionalmente competente a curare risulti di per sé legittimo.

Il che – ad avviso del ricorrente – sottolinea come il diritto alla vita, proprio perché irrinunciabile ed

indisponibile, non spetti che al suo titolare e non possa essere trasferito ad altri, che lo costringano

a vivere come essi vorrebbero.

Ciò che la Corte ambrosiana avrebbe trascurato è che, nel caso di XXX YYY come in qualunque

altro caso di trattamenti praticati dal medico o da altri sulla persona per mantenerla in vita, a venire

in rilievo non è il diritto alla vita, ma “solo ed esclusivamente la legittimità della decisione di un

uomo, che solitamente e per fortuna nel caso nostro è un medico professionalmente competente,

di intervenire sul corpo di una persona per prolungarne la vita”.

Ad avviso del ricorrente, la garanzia del diritto alla vita è più complessa per soggetti incapaci di

intendere e di volere, come XXX YYY, che non per chi abbia coscienza e volontà. Per chi sia

cosciente e capace di volere, invero, la prima garanzia del proprio diritto alla vita risiede nella

libertà di autodeterminazione rispetto all’ingerenza altrui, ove pure consista in una cura da erogarsi

in nome del mantenimento in vita.

Lo stesso tipo di garanzia non è sostenibile per chi sia in stato di incapacità. La giurisprudenza ha

da tempo individuato, come criterio di azione, l’autolegittimazione dell’intervento medico, in quanto

dedito a curare e dotato all’uopo di convenienti capacità ed attitudini professionali. Secondo il

ricorrente, resterebbe l’esigenza, di rango costituzionale, che il trattamento invasivo della persona,

quando non sia e non possa essere assentito da chi lo subisce, sia erogato sotto il diretto controllo

dell’autorità giudiziaria, in quanto sicuramente ricadente nell’ambito di applicazione dell’art. 13

Cost.

La Corte d’appello di Milano avrebbe svolto, sotto questo profilo, un ragionamento alquanto

contraddittorio. Per un verso, nel dichiarare ammissibile il ricorso del tutore, la Corte territoriale non

avrebbe negato ed avrebbe anzi ammesso la necessità che il trattamento di cura invasivo della

persona di XXX sia sottoposto al controllo dell’autorità giudiziaria; mentre, nel contempo e per altro

verso, la stessa Corte avrebbe poi rifiutato, giudicando nel merito, di rilevare ogni e qualunque

limite all’intervento del medico, quando il trattamento di cura incida sul diritto alla vita.

Questa contraddizione, ad avviso del ricorrente, sarebbe frutto di una impostazione radicalmente

errata, giacché l’autolegittimazione del medico ad intervenire, anche per trattamenti incidenti sul

bene della vita, deve arrestarsi quando i trattamenti medesimi configurino ciò che costituisce

accanimento terapeutico.

Secondo il codice di deontologia medica (art. 14), il medico deve astenersi dall’ostinazione in

trattamenti da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o

un miglioramento della qualità della vita. In questo si rispecchiano l’idea di non accanirsi in

trattamenti “futili”, presente nell’esperienza anglosassone, o le prescrizioni della riforma del Codice

della salute francese introdotte dalla legge 2005-370 del 22 aprile 2005, sulla sospensione e la

non erogazione, a titolo di “ostinazione irragionevole”, di trattamenti “inutili, sproporzionati o non

aventi altro effetto che il solo mantenimento artificiale della vita”.

Sicché, quando il trattamento è inutile, futile e non serve alla salute, sicuramente esso esula da

ogni più ampio concetto di cura e di pratica della medicina, ed il medico, come professionista, non

può praticarlo, se non invadendo ingiustificatamente la sfera personale del paziente (artt. 2, 13 e

32 Cost.).

Il ricorrente contesta la tesi – fatta propria dalla Corte di Milano – secondo cui, poiché la

conservazione della vita è un bene in sé, qualsiasi trattamento volto a tale scopo non potrebbe

configurare accanimento. Difatti, in frangenti come quello in cui si trova XXX, non è lo spegnersi,

bensì il protrarsi della vita ad essere artificiale, ad essere il mero prodotto dell’azione che un uomo

compie nella sfera individuale di un’altra persona la quale, solo per tale via, viene, letteralmente,

costretta a sopravvivere.

Si sostiene che anche per i trattamenti tesi al prolungamento della vita altrui, come per qualunque

altro trattamento medico, deve essere verificato se essi rechino un beneficio o un’utilità al paziente

o non incorrano nel divieto di accanimento terapeutico.

Ad avviso del ricorrente, il divieto di ostinazione in cure per cui non sia accertabile ed accertato un

beneficio o un miglioramento della qualità della vita non sarebbe in contraddizione con il divieto di

trattamenti diretti a provocare la morte: giacché una cosa è che il medico non debba uccidere,

neppure sotto le mentite spoglie del curare; altra cosa è che il medico possa e debba astenersi da

quei trattamenti che, pur suscettibili di prolungare il vivere, fosse accertato non rechino beneficio o

utilità per il paziente, nel sottrarlo all’esito naturale e fatale dello stato in cui si trova e nel forzarlo a

mantenere talune funzioni vitali.

Nel ricorso si sostiene che il diritto alla vita è in uno - e non è contrapponibile, come viceversa

vorrebbe la Corte d’appello milanese - con la garanzia dell’individualità umana di cui agli artt. 2, 13

e 32 Cost. Il modo normale di garantire l’individualità di un uomo è l’autodeterminazione; ma

quando, come nel caso di XXX, l’autodeterminazione non è più possibile, perché la persona ha

perso irreversibilmente coscienza e volontà, bisogna perlomeno assicurarsi che ciò che resta

dell’individualità umana, in cui si ripone la “dignità” di cui discorrono gli artt. 2, 13 e 32 Cost., non

vada perduta. E tale individualità andrebbe perduta qualora un’altra persona, diversa da quella che

deve vivere, potesse illimitatamente ingerirsi nella sfera personale dell’incapace per manipolarla fin

nell’intimo, fino al punto di imporre il mantenimento di funzioni vitali altrimenti perdute.

Il divieto di accanimento terapeutico – si sostiene – nasce proprio da qui: esso nasce affinché

l’intervento del medico, artificiale ed invasivo della sfera personale di chi è incapace e perciò

inerme, sia entro i confini dati dall’autolegittimazione del medico come professionista, il quale,

come tale, deve curare e quindi recare un tangibile vantaggio al suo paziente. Siffatta accurata

verifica della utilità o del beneficio del trattamento per chi lo subisce andrebbe fatta proprio e

soprattutto quando il trattamento miri a prolungare la vita, poiché “proprio e soprattutto quando il

trattamento stesso miri a prolungare la vita, il medico, come professionista, si spinge al massimo

dell’intromissione nella sfera individuale dell’altra persona, addirittura modificando, o quanto meno

spostando, le frontiere tra la vita e la morte”.

Certamente non ci si deve permettere, neppure ed anzi a maggior ragione per chi sia incapace o

abbia minorazioni, di distinguere tra vite degne e non degne di essere vissute. Il che non toglie,

tuttavia, che vi siano casi in cui, per il prolungamento artificiale della vita, non si dia riscontro di

utilità o beneficio alcuno ed in cui, quindi, l’unico risultato prodotto dal trattamento o dalla cura è di

sancire il trionfo della scienza medica nel vincere l’esito naturale della morte. Tale trionfo è però un

trionfo vacuo, ribaltabile in disfatta, se per il paziente e la sua salute non c’è altro effetto o

vantaggio.

Non è la vita in sé, che è un dono, a potere essere mai indegna; ad essere indegno può essere

solo il protrarre artificialmente il vivere, oltre quel che altrimenti avverrebbe, solo grazie

all’intervento del medico o comunque di un altro, che non è la persona che si costringe alla vita.

La Corte d’appello di Milano, ad avviso del ricorrente, avrebbe inoltre finito con il travisare e

distorcere il significato dell’istruttoria effettuata durante il giudizio, nel quale è stato appurato, per

testi, il convincimento di XXX, anteriormente all’incidente che l’ha ridotta in stato vegetativo

permanente, che sarebbe stato “meglio” morire piuttosto di avere quella che “non poteva

considerarsi vita”. I convincimenti di XXX sarebbero stati chiesti e sarebbero stati oggetto di

istruttoria non perché taluno potesse pensare che essi, manifestati in un tempo lontano, quando

ancora XXX era in piena salute, valgano oggi come manifestazione di volontà idonea, equiparabile

ad un dissenso in chiave attuale dai trattamenti che ella subisce. L’accertamento dei convincimenti

di XXX, quando ancora poteva manifestarli, sarebbe stato richiesto e fatto, invece, perché la Corte

d’appello, nel pronunciarsi sul mantenimento dell’idratazione e dell’alimentazione artificiali, potesse

valutare e ponderare ogni elemento disponibile.

Lo stato vegetativo permanente (SVP) in cui giace XXX è uno stato unico e differente da

qualunque altro, non accostabile in alcun modo a stati di handicap o di minorità, ovvero a stati di

eclissi della coscienza e volontà in potenza reversibili come il coma. Nello stato di SVP, a

differenza che in altri, può darsi effettivamente il problema del riscontro di un qualunque beneficio

o una qualunque utilità tangibile dei trattamenti o delle cure, solo finalizzate a posporre la morte

sotto l’angolo visuale biologico.

2.1. – Con il primo motivo, illustrato con memoria, denunciando violazione o falsa applicazione

degli artt. 357 e 424 cod. civ., in relazione agli artt. 2, 13 e 32 Cost., il curatore speciale, ricorrente

in via incidentale, chiede che sia affermato come principio di diritto il divieto di accanimento

terapeutico. Ripercorrendo le medesime argomentazioni contenute nel ricorso principale, nel

ricorso incidentale si sottolinea come XXX non sia in grado di esprimere alcun consenso riguardo

ad atti che si configurano come invasivi della sua personale integrità psico-fisica, e si richiama la

giurisprudenza costituzionale sull’attinenza della tutela della libertà personale a qualunque

intromissione sul corpo o sulla psiche cui il soggetto non abbia consentito. Si pone l’accento sulla

tutela della dignità umana, inscindibile da quella della vita stessa, come valore costituzionale, e si

invoca, tra l’altro, l’art. 32 Cost., che preclude trattamenti sanitari che possano violare il rispetto

della persona umana. Si sostiene che, quando il trattamento è inutile, futile e non serve alla salute,

sicuramente esso esula da ogni più ampio concetto di cura e di pratica della medicina, ed il

medico, come professionista, non può praticarlo, se non invadendo ingiustificatamente la sfera

personale del paziente.

2.2. – Il secondo mezzo del ricorso incidentale denuncia omessa ed insufficiente motivazione circa

il punto decisivo della controversia e chiede che la Corte si pronunci in ordine al principio che

nessuno debba subire trattamenti invasivi sulla propria persona, ancorché finalizzati al

prolungamento artificiale della vita, senza che ne sia concretamente ed effettivamente verificata

l’utilità ed il beneficio. Ad avviso del ricorrente in via incidentale, l’osservanza del divieto di

accanimento terapeutico doveva essere assicurata dalla Corte d’appello di Milano nell’accezione

del divieto di attività svincolata dalla speranza di recupero del paziente, indipendentemente

dall’essere il trattamento in questione finalizzato al mantenimento in vita.

Anche nella memoria si sottolinea che la Corte d’appello erroneamente avrebbe, dopo averle

ammesse, ritenuto ininfluenti le testimonianze delle amiche di XXX. Secondo il ricorrente in via

incidentale, un’eventuale dichiarazione circa la propria volontà a non essere mantenuti in vita

durante lo stato vegetativo permanente non può che essere formulata ex ante, da chi si trovi

ancora in piena salute e perfettamente in grado di comprendere e di volere, non avendo alcuna

rilevanza il fatto che la ragazza, allora, fosse in giovane età. Non sarebbe condivisibile il giudizio

della Corte d’appello secondo cui le determinazioni di XXX avrebbero avuto valore solo

nell’attualità della malattia.

3. – Il ricorso principale ed il ricorso incidentale devono essere riuniti, ai sensi dell’art. 335 cod.

proc civ., essendo entrambe le impugnazioni proposte contro lo stesso decreto.

4. – Trattandosi dell’impugnazione di un provvedimento depositato il 16 dicembre 2006 - quindi

nella vigenza del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 (Modifiche al codice di procedura civile in materia di

processo di cassazione in funzione nomofilattica e di arbitrato, a norma dell’articolo 1, comma 2,

della legge 14 maggio 2005, n. 80), in base alla disciplina transitoria recata dall’art. 27, comma 2 -

il ricorso per cassazione per violazione di legge comprende la possibilità di dedurre, altresì, il vizio

di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il

giudizio, ai sensi del novellato art. 360 cod. proc. civ.

Le proposte impugnazioni vanno pertanto scrutinate anche là dove prospettano il vizio di cui al

numero 5 del citato art. 360 cod. proc. civ.

5. – I motivi in cui si articolano il ricorso principale ed il ricorso incidentale, stante la loro stretta

connessione, possono essere esaminati congiuntamente.

Essi investono la Corte - oltre che del quesito se la terapia praticata sul corpo di XXX YYY,

consistente nell’alimentazione e nella idratazione artificiali mediante sondino nasogastrico, possa

qualificarsi come una forma di accanimento terapeutico, sull’asserito rilievo che si verserebbe in

fattispecie di trattamento invasivo della persona, senza alcun beneficio od utilità per la paziente

che vada oltre il prolungamento forzoso della vita, perché oggettivamente finalizzato a preservarne

una pura funzionalità meccanica e biologica – anche della questione se ed in che limiti, nella

situazione data, possa essere interrotta quella somministrazione, ove la richiesta al riguardo

presentata dal tutore corrisponda alle opinioni a suo tempo espresse da XXX su situazioni

prossime a quella in cui ella stessa è venuta, poi, a trovarsi e, più in generale, ai di lei

convincimenti sul significato della dignità della persona.

Quest’ultima questione è preliminare in ordine logico. Dall’esame di essa, pertanto, conviene

prendere le mosse.

6. – Occorre premettere che il consenso informato costituisce, di norma, legittimazione e

fondamento del trattamento sanitario: senza il consenso informato l’intervento del medico è

sicuramente illecito, anche quando è nell’interesse del paziente; la pratica del consenso libero e

informato rappresenta una forma di rispetto per la libertà dell’individuo e un mezzo per il

perseguimento dei suoi migliori interessi.

Il principio del consenso informato – il quale esprime una scelta di valore nel modo di concepire il

rapporto tra medico e paziente, nel senso che detto rapporto appare fondato prima sui diritti del

paziente e sulla sua libertà di autodeterminazione terapeutica che sui doveri del medico – ha un

sicuro fondamento nelle norme della Costituzione: nell’art. 2, che tutela e promuove i diritti

fondamentali della persona umana, della sua identità e dignità; nell’art. 13, che proclama

l’inviolabilità della libertà personale, nella quale “è postulata la sfera di esplicazione del potere della

persona di disporre del proprio corpo” (Corte cost., sentenza n. 471 del 1990); e nell’art. 32, che

tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo, oltre che come interesse della collettività,

e prevede la possibilità di trattamenti sanitari obbligatori, ma li assoggetta ad una riserva di legge,

qualificata dal necessario rispetto della persona umana e ulteriormente specificata con l’esigenza

che si prevedano ad opera del legislatore tutte le cautele preventive possibili, atte ad evitare il

rischio di complicanze.

Nella legislazione ordinaria, il principio del consenso informato alla base del rapporto tra medico e

paziente è enunciato in numerose leggi speciali, a partire dalla legge istitutiva del Servizio sanitario

nazionale (legge 23 dicembre 1978, n. 833), la quale, dopo avere premesso, all’art. 1, che «La

tutela della salute fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e della libertà della

persona umana», sancisce, all’art. 33, il carattere di norma volontario degli accertamenti e dei


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato, tenute dal Prof. Francesco Cerrone nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta il testo della sentenza n. 21748 emessa dalla Corte di Cassazione nel 2007 relativa al caso Englaro. La Corte enuncia il seguente principio di diritto: è possibile l'interruzione dell'alimentazione artificiale nel caso di coma irreversibile e accertamento inequivocabile della volontà del paziente di interrompere le cure.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale Avanzato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Cerrone Francesco.

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