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Canzoni cabile

Questo materiale didattico si riferisce al corso di Lingue e Letterature dell'Africa tenuto dal professor Vermondo Brugnatelli. Nell’ambito di una cultura orale come quella tradizionale berbera una netta distinzione tra poesia e canto non esiste, dal momento che la poesia, in linea di principio non scritta, vive in quanto recitata in modo armonioso,... Vedi di più

Esame di Lingue e Letterature dell'Africa docente Prof. V. Brugnatelli

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ESTRATTO DOCUMENTO

Probabilmente la sua prima canzone è stata che egli avrebbe

A MuÍ a MuÍ

composto durante la seconda guerra Mondiale, e che si apre con un di Si

asefru

Mohand. Il numero preciso delle sue composizioni in un quarantennio di carriera non

è sicuro. Alla SACEM (la SIAE francese) ne sono registrate 173; il volume di Y.

Nacib (2001) contiene i testi di 151 canzoni/poesie, ma l’autore riconosce che molti

elementi sono incerti e che probabilmente con ulteriori ricerche questo numero si

potrebbe ulteriormente incrementare. Aveva il dono di saper usare magistralmente le

espressioni idiomatiche amazigh (cabile), e di conseguenza la sua conversazione era

molto vivace ed ironica.

Slimane Azem è morto in esilio in Francia a Moissac (Tarn-et-Garonne) il 28 gennaio

1983.

A MuÍ a MuÍ

[Testo riportato in Azem 1979, pp. 16-17 e in Nacib 2001, canzone n°12, p. 194-195]

Algeri è una bella città,

Ledzayer d tamdint yelhan ne parlano i giornali

teffÌ-ed di lˆernan il suo nome è famoso in tutta l’Africa

di Lafrik mechu˜ yisem-is

Ìef Le sue fondamenta sfiorano il mare

Llsas-is yezzi-d waman è costruita con calce e cemento

yebna s lˆir d ssiman

w stupisce tutti per la sua bellezza.

wehmen ak medden di zzin-is

Åabde˜˜eÍman 6

O santo Abderrahmane

A Sidi dai grandi poteri miracolosi

a mul n lbe˜han yeqwan fa’ tornare l’emigrato alla sua casa!

terreá aÌrib s axxam-is O Mouh, o Mouh,

A MuÍ a MuÍ a n˜uÍ dai, vieni insieme a noi!

kker ma ad tedduá

Asmi uqbel ad ˜uÍeÌ Ricordo che prima di partire

zuxxeÌ-asen aäas ho fatto tante promesse ai miei

i lwaldin ho detto loro “Ritornerò.

nniÌ-asen a d-uÌaleÌ

ÄeääleÌ w Al più tardi tra un anno o due...”

ma asegg as neÌ sin

ÌerqeÌ ˜uÍeÌ sono partito sprofondando come in un sogno

am targit

Äac˜ e son già più di dieci anni!

tura kte˜ n snin

AnnaÌ a Sidi ™ebbi O Signore, mio Dio,

ay AÍnin ay AmaÄzuz o Clemente e Caro,

la mia giovinezza se n’è andata in

temì’-inu t˜uÍ d akwe˜fi corvée

7

nel giù, dentro al tunnel

deg umit˜u daxel uderbuz métro,

è Parigi che mi ha avviluppato

d Lpari tezzi fell-i sembra quasi un incantesimo.

waqila tesÄa leÍruz

Aql-i am win ihelken Sono come un ammalato

ttraˆuÌ ad teldi tebburt e aspetto che mi si “apra una porta”.

w È presto detto: mi sono abituato all’esilio

di lÌ erba wulfeÌ d ayen ma il mio cuore reclama la sua patria;

ma d ul-iw yebÌ a tamurt

˜uÍeÌ per partire mi mancano i soldi

ma ulac idrimen

w ma se resto temo di morire.

adeÌ lmut

ma qqimeÌ ug

6 Si tratta di Sidi Abderrahmane Thaalibi, il santo protettore di Algeri. Nato nel 1384 a Oued Issers,

morì nel 1497 a Algeri dove è sepolto nella moschea a lui dedicata.

7 Negli anni Quaranta, Slimane Azem ha lavorato come aiuto elettricista presso la RATP, l’azienda di

trasporti urbani di Parigi. — 18 —

ur i-iÌaá ur i-yerzi Nulla mi commuove, nulla mi tocca

siwa dderya nni d-Ìu˜˜eÌ se non i miei figli, che ho deluso:

ttraˆun-iyi loro mi aspettano sempre

kulyum ˜uÍeÌ

w ma io non mi decido a partire.

iÌ ad

ma d nekk ug

w L’esilio mi cinge d’assedio,

lÌ erba tezzi yiss-is ogni strada che imbocco va dalla parte sbagliata.

iÄe˜q-i webrid ttaÌeÌ

Questa canzone sarebbe, secondo molti autori, la prima composta da Slimane Azem, a

Parigi negli anni Quaranta. L’attacco ricorda molto da vicino un di Si Mohand,

asefru

che iniziava con le identiche parole “Algeri è una bella città”. A Si Mohand piacevano

le città moderne, che pur presentando rischi concreti di “perdizione”, avevano per lui

un grande fascino. E Slimane Azem in questo suo testo mostra un analogo

atteggiamento nei confronti della città di Parigi.

Be˜ka-yi si cc˜ab (Preghiera dell’ubriaco)

IruÍ leÄqel-iw iÌab La mia lucidità se n’è andata, è assente

yeˆˆa-iyi di leÄtab mi ha lasciato nell’affanno

yennuÌ netta d rray-iw ha lottato con la mia volontà...

ÄebdeÌ tissit n ccrab Sono diventato un adoratore del bere

ÒÒwab

yeÄreq-iyi ula d il mio stesso bene non mi interessa più

ˆˆiÌ ula d ddin-iw ho fin abbandonato la mia vera religione

w ÒÒeÍÍa-w

uk iÌ d trab mi sono svegliato e la mia salute non c’era più

aqerru-w meskin icab il mio capo, poveretto, si è imbiancato

™ebbi

a ili-k di leÄwen-iw o Dio, vieni in mio soccorso

™ebbi ÒÒwab

A awi-yi af O Dio, riportami sulla retta via,

eÄfu-yi yir cceddat liberami dalle penose sofferenze!

Ata uqerru-w icab, Ecco, il mio capo è imbiancato

ÄyiÌ tura di lmehnat. ormai sono stanco di queste miserie

Be˜ka-yi tissit n cc˜ab Basta col bere vino

ala ayen iÄeddan ifat. il passato è passato.

Be˜ka-yi tissit n cc˜ab, Basta col bere vino:

yeˆˆa-d ul-iw d amejruÍ; ha lasciato una ferita nel mio cuore

yesse˜wa-yi di lÄetab e mi ha colmato di affanni

seg wasmi lliÌ d amecäuÍ fin da quando ero giovane;

ke˜hen-iyi me˜˜a leÍbab e ora anche gli amici mi respingono

ula d leqde˜-iw i˜uÍ. ho perso fin la dignità.

˜˜um

Be˜ka-yi tissit n Basta col bere rum:

w

ye͘eq ak iìe˜man-iw mi brucia tutte le interiora,

yetce˜˜iq-iyi deg ugerjum, mi va di traverso per la gola

iteffeÌ-ed seg wanzaren-iw e mi esce dal naso.

seg wasmi t-ÄebdeÌ d amcum, Da quando ho preso ad adorare quel maledetto

yeqqu˜ ula d zzeh˜-iw. non ho più un futuro dinnanzi a me.

Be˜ka-yi si lpiritif Basta con gli aperitivi:

kulyum ixla-yi lˆib-iw le mie tasche son sempre più vuote,

ke˜hen iyi medden si rrif da ogni parte c’è gente che mi odia

áurreÌ

yerna i d iman-iw E quel che è peggio è che sono io la causa di tutto:

ttmenäa˜eg, ur sÄiÌ nnif, vado in giro ramingo, senza onore,

d ttberna i d axxam-iw. e la mia casa è l’osteria

— 19 —

Come la precedente, anche questa canzone si richiama con evidenza alle poesie di Si

Mohand, il grande poeta cabilo che per primo cantò il malessere di un popolo

oppresso e costretto all’emigrazione, con tutti i pericoli che ad essa erano connessi,

primo tra tutti quello di perdersi nel vizio. Molto spesso l’introduzione delle canzoni

di Slimane Azem è costituito da un “asefru mohandiano”.

La esplicita ammirazione per Si Mohand (che viene anche nominato in qualche sua

canzone) si è espressa anche nell’interpretazione, da parte del cantante, di alcuni

del grande poeta (o a lui attribuiti). Il modo di recitare poesie cantando con un

isefra

accompagnamento minimo strumentale (soprattutto negli intervalli tra un e un

asefru

altro) ricalca quello tradizionale.

Si MuÍ yenna-d (I detti di Si Mohand)

• Yeõõur wul armi yufes Ho il cuore colmo fino a scoppiare

A leÍbab nuyes amici, non ho più speranze

äämeÄ

Yekfa di lmaái ogni illusione è finita nel passato

G wefwad-iw tecÄel tmes nel mi petto arde un fuoco

La t˜eq kan weÍd-es che brilla da solo

w

Nett˜aˆu tug ’ a texsi io attendo pazientemente, ma rifiuta di spegnersi

Ttxilek a Lleh a Lkayes ti prego, o Dio nella tua sapienza

Ili-k d amwanes accompagnami

Efk-aÌ tafat a nwali e fammi luce perché possa vedere

w

õina

• Nekseb ak d llim Possedevo un giardino di aranci e di limoni

D lwe˜d u lyasmin tutto rose e gelsomini

Yezga lex˜if anebdu l’abbondanza dell’autunno durava fino all’estate

Nxeddem-it deg wass n nnsim l’ho lavorato anche nei giorni più freddi

Abaden a neqqim senza mai fermarmi

w

NÌil ad yebb a nezzhu pensavo già alla gioia del raccolto

Armi yebda la d-yettÄellim ma quando cominciavano i primi germogli

Yefka-d si mkul lÄin ogni gemma cominciava a produrre

Ihubb-ed iqelÄ-it waáu prese a soffiare con impeto il vento e se lo portò via

• Asmi llan widak yecfan Quando la gente era dotata di memoria

D lfahmin yeÌran intelligente, istruita,

Nelha-d d lwe˜d ntteììu-t ci piacevano le rose e le coltivavamo

Nerra-yas targa n waman mettendo un canale di irrigazione

Ar itess leˆnan per far bere le aiuole

YefreÍ wergaz d tmeääut uomini e donne erano felici

Ma d tura d lxe˜ n zzman mentre adesso, in questi ultimi tempi,

w

S yeÌ yal i t-ksan le lasciano brucare agli asini

w

Áesben ak bab-is yemmut come se il proprietario fosse morto.

• Yelha lxi˜ deg watmaten Che bella cosa la concordia tra fratelli

Ma yella msefhamen quando si capiscono tra loro

MebÄid i d-tezwar tissas chi vale farà molta strada

Ma fkan leqder i yiwen se portano rispetto ad uno,

w

I umeq ran deg-sen al primogenito,

Jebril fell-asen d aÄessas l’angelo Gabriele veglia su di loro

Ma ifat mxe˜waáen ma se perdono l’occasione e litigano

Kecmen-ten yeÄdawen i nemici penetrano in mezzo a loro

Yekfa lxi˜ deg yiwen wass ed ogni bene svanisce in un momento.

ÒÒalÍin

• A adrar ssaÍel O santi dei monti e delle pianure

A ssyadi newÍel ahimè, siamo in grandi difficoltà,

— 20 —

Dawit afwad-iw iÍus guarite il mio cuore provato

Íedd

HelkeÌ m’ad i-yeÄqel sono malato, nessuno più mi riconosce

ÓÒura tbeddel il mio aspetto è cambiato

D lmenäeq seg imi umexÒuÒ e perfino la parola mi esce difettosa

™ebbi

A keõõ d Lkamel o Dio, tu che sei perfetto

Õur-ek ay nemmuqel a te volgo lo sguardo

A Win ireffden yessrus o Tu che innalzi e confondi.

• Si tmurt armi d Lpari Dal paese natio fino a Parigi

E˜wiÌ imeääi ho esaurito le mie lacrime

ãelbeÌ di ssadat ssmaÍ implorando il perdono dei santi

w

Wehmen ak dg-i lÌaci Tutti si interrogano su di me

E˜wan asteqsi non finiscono di chiedere

˜˜waÍ

Dacu d ssebba-k n “qual è il vero motivo della tua partenza?”

Siwa yiwen am nekkini Ma solo a uno che, come me,

I ceggbet lemÍani ha subito tante prove

ÒÒeÍ

Umi mliÌ lexbar n io ho detto la verità.

Slimane Azem non si è limitato a cantare il malessere dell’emigrante. Ha anche

espresso pubblicamente il proprio impegno civile prima contro la colonizzazione

francese e poi, dopo l’indipendenza, contro gli arrivisti che avevano preso il potere e,

forti di questo, insuperbivano oltremisura.

Le canzoni in cui più esplicitamente si è espresso contro il colonialismo francese

Ì (“Cavalletta, via dal mio paese!”) e

sono ay ajrad tamurt-iw Idehr-ed wagur

Ffe

(“La luna è sorta”)

Ì

Ffe ay ajrad tamurt-iw (Cavalletta, via dal mio paese!)

Õur-i leˆnan d imÌelleq, Avevo uno splendido giardino

Kulci deg-s yexleq, vi cresceva ogni ben di Dio

˜˜emman.

Si lxux armi d dalle pesche ai melograni

XeddmeÌ-t deg uzal, ireq, lo avevo lavorato sotto il sole ardente

ììiÌ-as ula d leÍbeq, avevo piantato perfino il basilico

Iˆˆuˆeg-ed, mebÄid i d-itban. era tutto fiorito, si vedeva da lontano

Yewweá-ed wej˜ad s leÍmeq, Arrivò di corsa una cavalletta

Yeõõa armi ifelleq, e mangiò fino a scoppiare

YeámeÄ ula deg iìu˜an. se la prese fin con le radici

FfeÌ ay aj˜ad tamurt-iw, Cavalletta, esci dal mio paese

D lxir d-tufiá zik yemÍa. il bene che vi hai trovato un tempo è ormai finito

Ma d lqaái i k-yezzenzen, se qualche cadì te lo ha mai venduto,

Awi-d lÄaqed ma iÒeÍÍa. porta i documenti, se sono regolari

Ay aj˜ad teõõiá tamurt, Cavalletta, hai mangiato il paese

WehmeÌ d acu i d ssebba; Mi meraviglio: qual è la ragione?

Teksiá-tt-id armi d tabburt, hai divorato l’erba fino alla soglia di casa

Teõõiá i d-yeˆˆa baba; hai consumato quello che mi ha lasciato mio padre

Õas uÌal-ed d tasekkurt, E adesso, anche se ti trasformassi in una pernice

Tekfa yid-ek lemÍibba. ogni rapporto di amore con te è finito.

TeÌliá-d seg igenni am umeõõim Sei caduta dal cielo come una gran nevicata

Ger lmeÌreb d lÄica; tra il crepuscolo e la sera

Teõõiá lÍebb, terniá alim, hai mangiato sia i chicchi che lo stelo

Tettextiriá deg lemÄica; scegliendo per bene il tuo menù

Ma d nek teˆˆiá-iyi d aclim, A me hai lasciato solo un po’ di paglia

TeÍsebá-iyi am lhayca. manco fossi un somaro

— 21 —

Ay aj˜ad fhem iman-ik, Cavalletta, cerca di capirlo da te:

Tissineá d acu teswiá. tu sai quello che vali

Õas heggi deg iferrawen-ik, quindi prepara le ali

Ad tuÌaleá ansi d-tekkiá. per tornare da dove sei sei venuta.

Mulac ddnub i yiri-k, Se no, i tuoi peccati ricadranno su di te

A txellÒeá ayen teõõiá pagherai per quello che hai mangiato.

Tehleká-iyi ay aj˜ad, Cavalletta, mi hai fatto ammalare

TessufÌeá-d dg-i lÄella; mi hai fatto venire un bubbone

Tessef˜u˜uxeá amerrad, ti sei riprodotta a dismisura

TebÌiá a yi-d-teˆˆeá ccetla. volevi lasciarmi una discendenza

Ifut lÍal, iÄedda ujerrad, ma ormai è tardi: lo scriba è già passato

w

Yuk i-d zzeh˜-iw yeÍla. e la mia sorte è di nuovo in piedi, risanata.

Taqsiä n wemqerqer (Il racconto del ranocchio)

Taqsiä n wemqerqer, Il racconto del ranocchio,

Íacakum,

A ssamÄin o voi che ascoltate, con rispetto parlando,

Mi d-ikka sennig yeÌze˜, quando andò sopra al ruscello

Ar yessawal i lqum e convocò la popolazione

Bac akken a ten-ixebbe˜ per renderla edotta

Belli yessen ad iÄum. del fatto che lui sa nuotare

w

Uzzlen d ak sya w sya, Accorsero tutti, da ogni dove

D luluf, d lemlayen a migliaia, a milioni

Wa i˜uÍ-ed s nniyya, chi andò là ingenuamente,

Wa yewhem d acu isa˜en; chi curioso di sapere che cosa accadeva

w

Wa si lxuf ak d leÍya chi infine per paura o solidarietà

Almend n yeÄdawen. contro un comune nemico

Yebda d lxeäba s leÍce˜, Cominciò il discorso di furia

Lqum-is la d-ismeÍsis; il suo popolo stava ad ascoltare

Mkul awal d aske˜ke˜, ma ogni parola era un borbottio

Íed ÒÒut-is.

Ur ifhim i e nessuno capiva il suo dire:

Wa ijelleb s amdun yeffer, chi va a nascondersi nello stagno

Wa yerna-d deg wawal-is. chi ripete convinto quelle parole

Ataya iÄedda-d wezger, Quand’ecco arrivare un bue

S lqe˜b i t-imuqel; si avvicina a lo guarda dall’alto

Ar istaĈab di leqhe˜, lui è impressionato da quel fenomeno

Yewhem yeffeÌ-it leÄqel. lo stupore lo fa uscire di senno

Ixemmem, yufa-d lefke˜ poi ci pensa su e trova il modo

Amek ara t-id-imutel. per riuscire ad imitarlo

Iddem-ed lpumpa s leÍmeq, in fretta prende una pompa

yerra-tt deg imi-s, yetsummu, se la mette in bocca e aspira

Armi qrib ad ifelleq fino a che sta per scoppiare

Mazal kan la yetcuffu. ma lui continua a pompare

Mi yeqqezbe˜, yette˜áeq, finché, smisurato, esplode con fragore

w

Ag lim-is yeddem-it waáu. e il vento porta via la sua pelle.

(1924-1981)

3.2. H'nifa

Di vero nome Zoubida Ighil-Larbâa, è nata il 4 aprile 1924 a Ighil M’henni, nella

regione di Azeffoun (Cabilia marittima).

I genitori e la sua numerosa famiglia (erano sette fratelli), si trasferiscono, in cerca di

lavoro, dapprima nella Casbah di Algeri e poi a Bologhine. Nel 1939, all’inizio della

— 22 —

guerra, la famiglia ritorna al villaggio, dove Zoubida, ormai quindicenne, comincia a

farsi notare per la bellezza del suo canto alle feste di matrimonio. A 18 anni viene

obbligata a sposare un amico del padre, molto più anziano di lei, che, geloso, la

picchia. Ben presto torna a casa dai suoi, ma il padre lascia la madre e si risposa.

H'nifa si trasferisce di nuovo in città con la madre, e comincia così una vita errante.

Risposatasi, anche questo matrimonio dura poco, ma, in più, H'nifa si trova anche a

dover mantenere una figlia, nata nel 1950.

Analfabeta, si deve adattare a fare lavori come domestica per mantenere se stessa, la

madre e la figlia. In quegli anni divide un alloggio di fortuna con la cantante Cherifa,

afflitta da identiche preoccupazioni finanziarie. Un terzo matrimonio potrebbe

portarle un certo agio economico, ma dura anch’esso per poco.

Costretta dal bisogno, comincia una carriera come cantante —un’occupazione

considerata all’epoca assai disdicevole, soprattutto per una donna. Gli esordi alla radio

sono degli anni ’50, con Cheikh Nourdine. La sua prima canzone, è

Lqaa n tezdayt,

del 1951. Conosce immediatamente un successo di pubblico e nel 1957 emigra a

Parigi, dove comporrà le sue migliori canzoni. Tra l’altro, (“con te, con

Yid-em yid-em

te”) in duo con Kamal Hemadi. Rientra nel 1962, con l’indipendenza, ma emigrerà

ancora nel 1973. Interpreterà anche, come attrice, diversi film di Noureddine Meziane,

e si esibirà più volte alla radio. L’ultima apparizione pubblica è del 2 aprile 1978 al

Théâtre de la Mutualité. Precocemente invecchiata e con problemi di alcolismo,

muore a Parigi il 23 settembre 1981. Per un mese rimane all’obitorio, dimenticata da

tutti. Alla fine troverà una sepoltura anonima a El-Alia (il cimitero di Algeri).

Marginalizzata per tutta la vita e anche da morta, soltanto di recente, grazie all’opera

di alcune associazioni culturali, il suo paese natale torna a riscoprire il suo valore

come cantante, abbandonando l’implacabile marchio d’infamia con cui le tradizioni e

il conformismo l’avevano condannata per il solo fatto di avere scelto la carriera di

cantante.

Ma tebÌiá ad am-neggal (Se vuoi, te lo posso anche giurare)

Se vuoi, te lo posso giurare

Ma tebÌiá ad am-neggal

Íeqq su Sidi Hlal:

A Sidi Hlal tuo marito, a Parigi,

Argaz-im deg Lpari frequenta una donna che porta i pantaloni.

IleÍÍu d m userwal La moglie cabila, che tanto ha pazientato

Taqbaylit acÍal teÒbe˜ l’ha lasciata a curare il bestiame.

Yerra-tt i lmal Pensaci su

Debber tura Se vuoi, te lo posso giurare

Ma tebÌiá ad am-neggal

Íeqq Åic su Sidi Aich:

A Sidi tuo marito, a Parigi,

Argaz-im deg Lpari alleva un figlio.

A yettrebb’ aqcic La moglie cabila, che tanto ha pazientato

Taqbaylit acÍal teÒbe˜ l’ha lasciata a falciare il fieno.

Yerra-tt i leÍcic Pensaci su

Debber tura O ragazze, o sorelle di sventura

TiÍdayin a yessetma

™ebbi O Dio mio,

Allah ya chi presta fede all’uomo è una povera folle

Tin yumnen argaz texla o sorelle, come sanno prendere impegni

Yessetma i ttaken iles che Dio ti protegga

LwaÄd-ik ya ’llah o mano operosa

Ay afus ixeddmen ssenÄa — 23 —

o poveretta, che ti sei fatta pescare così ingenua

A tigellilt a tin ufan d nniya Se vuoi, te lo posso giurare

Ma tebÌiá ad am-neggal

Íeqq w su Tikorrabine:

A tiq errabin tuo marito, a Parigi,

Argaz-im deg Lpari continua a frequentare le francesi

La ileÍÍu d trumyin La moglie cabila, che tanto ha pazientato

Taqbaylit acÍal teÒbe˜ l’ha lasciata a curare gli uliveti

Yerra-tt i tzemrin Pensaci su

Debber tura Se vuoi, te lo posso giurare

Ma tebÌiá ad am-neggal

Íeqq su Bou Zerzour

A Bu-ìerìur tuo marito, a Parigi,

Argaz-im deg Lpari continua a frequentare la donna dai lunghi capelli

La ileÍÍu d m mmzur Lei, se la terrà da conto,

Tin ad yawi a tt-yeÍjeb e tu resterai a occuparti degli ulivi

Kemmini i uzemmur Pensaci su, oppure fa’ qualcosa

Debber neÌ ruÍ

Una caratteristica interessante di questa canzone è il fatto che essa riprende,

riattualizzandola con contenuti del ventesimo secolo, antichi temi tradizionali, e in

particolare una antica composizione tradizionale, pubblicata nell’Ottocento da

Hanoteau. Per un utile confronto, si riporta qui di seguito il testo di tale canzone:

Ma tebÌiá ad am-neggal (2)

“Canto di Mohand-Ou-Zâich, del villaggio di Tizi-Halouan, presso gli At Abbas

(Oued Sahel)”, Cabilia Orientale. Da Hanoteau 1867, pp. 405 ss.

Se vuoi, te lo posso giurare

Ma tebÌiá ad am-neggal

Íeqq sugli Ibahlal:

U Ibahalal tuo marito sta per (ri)sposarsi

Argaz-im la ixeääeb sposerà una donna bella come la luna.

Ad yawi m elehlal Lei, se la terrà da conto,

Nettat a tt-yeÍjeb e tu resterai a occuparti degli asini

Kemmini i iÌyal Alza un piede

Rfed aáar-im scuoti il didietro

Huzz adaw-im Se vuoi, te lo posso giurare

Ma tebÌiá ad am-neggal

Íeqq su Bou Chekfa:

U Bu Cefqa tuo marito sta per (ri)sposarsi

Argaz-im la ixeääeb sposerà Cherifa.

Ad yawi Crifa Lei, se la terrà da conto,

Nettat a tt-yeÍjeb e tu resterai a intrecciare stuoie di alfa

Kemmini i lÍelfa Alza un piede

Rfed aáar-im scuoti il didietro

Huzz adaw-im Se vuoi, te lo posso giurare

Ma tebÌiá ad am-neggal

Íeqq Åic su Sidi Aich:

U Sidi tuo marito sta per (ri)sposarsi

Argaz-im la ixeääeb sposerà una che gli darà un figlio.

Ad yawi m weqcic Lei, se la terrà da conto,

Nettat a tt-yeÍjeb e ti lascerà a falciare il fieno.

Kemmini i leÍcic Alza un piede

Rfed aáar-im scuoti il didietro

Huzz adaw-im — 24 —

Se vuoi, te lo posso giurare

Ma tebÌiá ad am-neggal

Íeqq sugli chorfa (marabutti)

U eccerfa tuo marito sta per (ri)sposarsi

Argaz-im la ixeääeb sposerà Dhrifa.

Ad yawi Eáárifa Lei a dormire,

Nettat i teguni e tu nei campi.

Kemmini i lexla Alza la gamba

Rfed aáar-im scuoti il didietro

Huzz adaw-im Se vuoi, te lo posso giurare

Ma tebÌiá ad am-neggal

Íeqq sull’ago da cucito

U tissegnit tuo marito sta per (ri)sposarsi

Argaz-im la ixeääeb si prenderà una bella sposina.

Ad yawi tislit Lei, se la terrà da conto,

Nettat a tt-yeÍjeb e tu sarai trattata come un cane.

Kemmini am teydit Alza un piede

Rfed aáar-im scuoti il didietro

Huzz adaw-im Se vuoi, te lo posso giurare

Ma tebÌiá ad am-neggal

Íeqq sugli At Boubedir

U At Bubdir tuo marito sta per (ri)sposarsi

Argaz-im la ixeääeb sposerà quella dal diadema.

Ad yawi m ezzerir Lei, se la terrà da conto,

Nettat a tt-yeÍjeb e tu a raccogliere la malva.

Kemmini i mejjir Alza un piede

Rfed aáar-im scuoti il didietro

Huzz adaw-im Se vuoi, te lo posso giurare

Ma tebÌiá ad am-neggal

Íeqq sugli At Keggar

U At Qeggar tuo marito sta per (ri)sposarsi

Argaz-im la ixeääeb si prenderà quella dalle splendide vesti.

Ad yawi mm leÌyar Lei, se la terrà da conto,

Nettat a tt-yeÍjeb e tu ti occuperai del letamaio.

Kemmini i legbar Alza un piede

Rfed aáar-im scuoti il didietro

Huzz adaw-im Se vuoi, te lo posso giurare

Ma tebÌiá ad am-neggal

Íeqq su Taferkout

U Taferquä tuo marito sta per (ri)sposarsi

Argaz-im la ixeääeb una bella di ventre.

TucbiÍt n tÄebbuä Lei, se la terrà da conto,

Nettat a tt-yeÍjeb e tu filerai la lana.

Kemmini i taduä Alza un piede

Rfed aáar-im scuoti il didietro

Huzz adaw-im

La canzone antica, composta da un uomo e con stile di dileggio è evidentemente più

monotona e meno elaborata del canto di H'nifa. Si tratta infatti di un “canto per

danza” molto ritmato, una cui versione è stata eseguita da Taos Amrouche nei suoi

(il testo si può trovare nei di Jean

Chants de l’Atlas Chants berbères de Kabylie

Amrouche, p. 214). È comunque interessante osservare come anch’esso facesse

allusione ai timori delle donne nella società tradizionale: se ancora non c’era il timore

di essere abbandonata per una straniera, era sempre attuale il pericolo di essere

ripudiata o di vedersi portare in casa una una seconda moglie, evidentemente

takna,

— 25 —

più giovane e bella, e magari anche in grado di dare figli maschi (anche la sterilità era

un altro degli incubi della donna nella società tradizionale).

La canzone che segue, invece, ha un evidente carattere autobiografico: non è

difficile individuare aspetti della vita tribolata di H'nifa, costretta a guadagnare il pane

per sé, la madre e la figlia, e in più disprezzata dalla società per la propria scelta di

fare la cantante.

w na i ttÌenniÌ (Non canto canzonette)

Maõõi d leÌ

w

Aql-iyi g lÌ erba Eccomi qua, emigrata

Nnan-as medden tenfa di me hanno detto che sono in esilio

ääirellil

Teára-yi-d am la mia sorte è quella del pipistrello:

Ìef

A ttbeddeÌ tebbura me ne sto fissa alle porte

Õef tmaÄzuzt n yemma per il bene di mia madre;

˜wiÌ

Fell-as lemÍani Per lei sono colma di sofferenze

w

Maõõi d leÌ na i ttÌenniÌ Non canto canzonette

Äddan

D ayen i fell-i ma solo la mia vita

WwiÌ-d yelli d tamectuÍt ho portato con me una figlia piccola

Tse˜wa-yi di lemÍani mi ha fatto gustare tutte le sofferenze.

w

Aql-iyi g lÌ erba Eccomi qua, emigrata

Nnan-as medden temmut di me hanno detto che ero morta

Teára-yi-d am tsekkurt la mia sorte è quella della pernice

A ttnadiÌ tabburt tabburt me ne vado senza sosta di porta in porta

Õef tmaÄzuzt n yemma per il bene di mia madre:

ˆˆiÌ

Fell-as ur tamurt per lei non ho lasciato il paese.

Aql-iyi di lmeÍna ifuqen Eccomi qua tra pene opprimenti

Íaqiqen

D lmut è una vera morte

TeÄlemeá a Llah tettwaliá-i Dio, mi sei testimone,

Íerqen

Tasa d ufwad-iw mi bruciano il cuore e le viscere

Ar daxel i tent-uÌen nell’intimo sono malati

LeÄqel isewweq La mia ragione si perde

˜˜ay-iw

Nek umi tt-iga sono le mie scelte che lo hanno causato

™ebb’

I i-d-ixelqen A Dio che mi ha creata

WwiÌ-d lemÍayen ho portato le mie sofferenze

In’ad cbuÌ tizzyiwin-iw e voglio dire: faccio come quelle della mia età.

w

Aql-iyi g lÌ erba Eccomi qua, emigrata:

Nnan-as lexbar-is ur d-ittbin di me dicono che non si hanno notizie

ääir

Teára-yi-d am n lqefs la mia sorte è quella del un uccello in gabbia

Ìef

Yettbeddan tÌaltin che se ne sta fermo sulle colline

Õef tmaÄzuzt n yemma Per il bene di mia madre:

Fell-as kecmeÌ timdinin per lei sono ho messo piede in città.

Oltre agli aspetti autobiografici, un altro elemento interessante di questa canzone è la

ripresa di alcuni temi diffusi nell’ambito dei Cabili emigrati, come le contraddizioni

legate al fatto che la decisione di lasciare il paese sarebbe stata una scelta deliberata

(˜˜ay-iw), mentre sarebbero le stesse condizioni di vita dell’emigrante (conseguenze

di questa scelta) a oscurare la ragione (leÄqel) rendendo facile la caduta nel vizio. Non

a caso questo stesso binomio (˜˜ay - si ritrova anche all’inizio della canzone

leÄqel)

(sopra riportata) di Slimane Azem.

Be˜ka-yi si cc˜ab

4. Il fenomeno dei cantautori odierni

— 26 —

Passate le prime generazioni di cantanti e musicisti “moderni”, che dovettero

scontrarsi con radicate convinzioni, per cui essi erano considerati alla stregua di

figure ai margini della società, oggi i cantanti, e soprattutto i cantautori,

iáebbalen,

costituiscono un punto di riferimento importante della cultura orale berbera, e

raccolgono intorno a sé l’affetto ed il sostegno di vasti strati della popolazione, non

solo giovanile.

Un episodio emblematico: nel giugno del 1974, il mancato invito di cantanti cabili

(sostituiti con cantanti arabofoni) alla festa delle ciliegie di Larbaâ Nath Iraten è

all’origine di gravi disordini che la polizia non riesce a sedare: deve intervenire

l’esercito. È uno dei primi momenti di contestazione aperta da parte della popolazione

contro la politica di arabizzazione del paese che in quegli anni si andava

intensificando.

Ormai diverse generazioni di cantautori hanno cantato, con musiche nuove,

l’espressione del disagio berbero e la rivendicazione del riconoscimento della lingua e

della cultura amazigh.

Per il valore sovversivo del loro canto, i più battaglieri di essi, come Ferhat e

Matoub, sono stati definiti «i della canzone» dal letterato algerino Kateb

maquisards

Yacine.

Dato l’alto numero dei cantautori di ottimo livello, è impossibile presentarli tutti in

maniera esauriente. Per questo di seguito si troveranno solo testi di canzoni di alcuni

tra i più rappresentativi.

(n. 1949)

4.1. Idir

Hamid Cheriet, soprannominato Idir, è nato il 25 ottobre 1949 a Aït Lahcène. Ha

adottato lo pseudonimo di Idir (un nome tradizionale di buon augurio, che significa

“vivrà”) quando ha cominciato a cantare alla radio, per non far sapere ai suoi che

faceva il cantante.

A 9 anni segue ad Algeri, il padre costretto dall’esercito francese a lasciare il

villaggio. Comincia a cantare a 14 anni. Il suo liceo è vicino alla sede della radio in

cabilo (la “Chaîne 2”), e gli capita spesso di incontrare i cantanti cabili, suoi idoli. Nel

1973, ancora studente, esordisce alla radio con (“Aprimi la porta,

A Vava Inouva

nonno”, testo di Ben Mohamed), una canzone che lo rende subito famoso. Nel 1975,

finito il servizio militare, si installa a Parigi e incide due album: (1976)

A Vava Inouva

e (“I nostri ragazzi”,1979) che nel 1993 saranno uniti nella compilation

Ay arrac nneÌ

“Chasseurs de lumière” (“I cacciatori della luce”, ispirato al racconto berbero

Il suo terzo album, (“le identità di Idir”) è del 1999.

IÒeggaden n tafat). Identités

Benché tre album in tutta la carriera possano sembrare poco, l’altissima qualità delle

sue canzoni lo colloca ai primissimi posti tra i cantanti cabili contemporanei. La sua

canzone è stata tradotta in decine di lingue. Tra gli altri titoli

A Vava Inouva

ricordiamo “La rivoluzione”; “l’appello del popolo”;

Tagrawla TiÌri n-wegdud

“ho considerato (la storia dei Berberi)”; “Lo Chaoui”, “(canto

MuqleÌ Acawi Asendu

del)la zangola”, ecc.

[Su Idir si possono anche consultare articoli su: 15, febbraio 1993, 16-17;

Tiddukla Le

45, giugno 1993; 1448, 13-19 luglio 1993.

Nouvel Afrique-Asie Algérie-Actualité

Inoltre, il sito ]

http://www.ifrance.com/ajrari/

Discografia:

ß A vava inouva (1976)

[A “Babbo babbino” (testo di Ben Mohamed); “Poesie” (testo di Ben Mohamed);

vava inouva Isefra

“(Canto della) zangola”; “Il bue”; “Ho guardato” (testo di Ben Mohamed);

Ssendu Azger MuqleÌ Zwi-

“muovilo, agitalo” (testo di Ben Mohamed); “Mi ricordo” (testo di Ben Mohamed);

tt rwi-tt CfiÌ

“Cabilo” (testo di Ben Mohamed); “La rivoluzione” (testo di Ben Mohamed)]

Azwaw Tagrawla

— 27 —

ß Ay arrac-enneÌ “I nostri ragazzi” (1979)

[Acawi “Il Berbero dell’Aurès”; “I nostri ragazzi” (testo di Abdallah Mohia);

Ay arrac-enneÌ Cteddu-yi

“Salta salta!”(testo e musica di Brahim Izri); “Innumerevoli” (testo di Ben Mohamed);

Izumal Lmut

“La morte” (testo di Ben Mohamed); “Chi vuole”; “Lo straniero/emigrante”;

W’ibÌun AÌrib TiÌri

w “La voce del popolo” (testo di Ben Mohamed); “Il nostro Mohand” (da un

egdud MuÍend-nneÌ

bb

testo di Ben Mohamed)]

ß Les chasseurs de lumière “I cacciatori di luce” (1993)

[Yelha “Che bella festa”; “Dov’è” ; “Dimmi” ; “Figlio mio” ;

wurar Anda yella Ml-iyi Mimmi AbeÍri n

“La brezza pomeridiana” ; “Il fiore” ; “Lasciatemi andare”;

tmeddit Ajeˆˆig SerÍ-iyi ad ruÍeÌ Ssnitra-

“La mia chitarra” ; “I Celti”; “I ragazzi vogliono”; “Gli antichi”;

w Isaltiyen BÌan warrac At zik Ay

“O mio bene”; “La montagna” ; “Suo padre” ; “(La morte del) poeta”

elxir-inu Adrar Baba-s Amedyaz

; (2); “Ritorneremo”; “I Tuareg”]

Ssnitra-w Ad nuÌal Twareg

ß A vava inouva (compilation di brani precedenti - 1996)

ß Identités “Le identità di Idir” (1999)

[A (2); “Donne algerine”; “Un uomo che non ha

vava inouva A tulawin Un homme qui n’a pas de frère

fratelli”; “L’esilio”; (2); “Fiaba”; “Illusioni”;

D aÌrib Tizi Ouzou; Tagrawla Tamacahutt Awah awah

“L’aiuto reciproco”; (2)]

Tiwizi CfiÌ

ß Deux Rives un Rêve “Due rive un sogno” (2002)

[Pourquoi “Perché questa pioggia?” (testo di J.-J. Goldman); (2);

cette pluie? A vava inouva

“Trombette” (testo e musica di G. Brassens);

Trompettes Tizi-Ouzou; Azwaw; Ssendu; Yelha wurar;

(2); (2)]

Zwit rwit; Awah awah Tiwizi; SerÍ-iyi ad ruÍeÌ; Isaltiyen; Cteddu-yi; CfiÌ

ß Entre scènes et terre “Tra scene e terra” (compilation di brani precedenti - 2005)

Ne Idir ha musicato un vecchio racconto tradizionale a sfondo

La fiaba della pernice,

morale attribuito al saggio Sidi Qala (il testo si può leggere nel volume di poesie

cabile antiche di Mouloud Mammeri), il cui insegnamento è ancora attuale:

Tamacahutt n tsekkurt (La fiaba della pernice)

O Maestro del Pennino

A Sidi Bab UÌanim o saggio, ascolta e capisci

Ay uÍdiq fhem tÍesses C’era una palma nel deserto

Tella tezdayt di SseÍra

Ì

w era così alta che arrivava al cielo

ezzif yexf-is

Deg igenni Sulla cima ci viveva un falco

Lbaz iÄac s-ufella tra le radici un nido di pernice

Tasekkurt g iìu˜an-is Un bel giorno il falco

Iqqim almi d yiwen wass si consultò con i figlioli

Imcawar d warraw-is

w Prese la parola il maggiore

Inäeq umeq ran deg-sen e così parlò:

U yenna deg wawal-is “Babbo lascia che me la mangi io

Efk-iyi-tt a baba a tt-õõeÌ getterò le sue piume nel mare”

Di lebÍar ar nebÌu rric-is Rispose: “Ma bravo, figliolo,

Inna-yas gedha s memmi

ÒÒyada non è così che caccia uno che è astuto:

Maõõi d n wukyis Basta che arrivi qualche nuotatore

Ad d-alin iÄawwamen e scopriranno le sue piume

Ad d-mlilen d rric-is E gli uccelli verrebbero a sapere

Ad yaweá lexbar leáyur che il falco si è mangiato la vicina.”-

Lbaz yeõõa taˆarett-is Prese la parola il figlio di mezzo

Inäeq ulemmas deg-sen e così parlò:

U yenna deg wawal-is “Babbo lascia che me la mangi io

Efk-iyi-tt a baba a tt-õõeÌ getterò le sue piume in un granaio”

Di tesraft ar nebÌu rric-is Rispose: “Ma bravo, figliolo,

Inna-yas gedha s memmi

ÒÒyada non è così che caccia uno che è astuto:

Maõõi d n wukyis — 28 —

˜˜xa Verrà il momento del raccolto

Ad d-yaweá lweqt n ciascuno andrà al suo granaio

Kulwa issefqed tasraft-is E gli uccelli verranno a sapere

Ad yaweá lexbar leáyur che il falco si è mangiato la vicina.”-

Lbaz yeõõa taˆarett-is Prese la parola il più piccino

Inäeq umejäuÍ deg-sen e così parlò:

U yenna deg wawal-is “Babbo lascia che me la mangi io

Efk-iyi-tt a baba a tt-õõeÌ comincerò dalle sue piume”

Ad zwireÌ di rric-is Rispose: “Bravo, figliolo,

Inna-yas gedha s memmi

ÒÒyada così caccia uno che è astuto:

Tagi d n wukyis Chi ha mangiato la pernice la faccia sparire

W’ iõõan tasekkurt ar tt-ifak e si passi il tovagliolo sulla bocca

IÒukk talaba f yimi-s

ˆˆiÌ Se morissi lascerò una discendenza:

Ma mmuteÌ d laÄmara tuo padre ha trovato chi lo sostituirà”

Baba-k yergel wemkan-is

La celebre canzone Vava Inouva—quella che ha decretato il successo anche a livello

internazionale di Idir— è costituita da un testo di Ben Mohamed cantato sulla musica

di una ninna-nanna tradizionale. In esso si rievoca con molta poesia il mondo delle

fiabe e della cultura orale, che per secoli si è tramandato nel corso delle serate intorno

al fuoco. La prima strofa rimanda al contenuto di una celebre fiaba, analoga, per molti

versi a quella di Cappuccetto Rosso.

Vava Inouva presto, aprimi la porta

Ttxilek ldi-yi-n tabburt babbo, babbino

a baba-inu ba

õõenõen fa’ tintinnare i tuoi braccialettini

tizebgatin-im

Õriba figlia mia, Ghriba

a yelli

w ho paura delle belve della foresta

ug adeÌ lweÍc n lÌaba babbo babbino

a baba-inu ba

w ne ho paura anch’io

ug adeÌ ula d nekkini

Õriba figlia mia, Ghriba

a yelli Il nonno, avviluppato nel burnus,

AmÌar yettel deg ubernus si riscalda in un cantuccio

di tesga la yeììiìin suo figlio pensa a come sfamare tutti

mmi-s yettÍebi˜ i lqut i giorni gli danzano per la testa

ussan deg uqe˜˜u-s tezzin la sposa, nascosta dal telaio

tislit deffir uìeääa fa progredire il lavoro

tessalay tijebbadin i bimbi si stringono intorno alla nonna

arrac zzin-d i temÌa˜t per farsi raccontare del buon tempo andato

a sen-tesÌa˜ tiqdimin La neve si accumula contro le soglie

Adfel yessud tibbura nella pentola è entrata la minestra invernale

tugi kecmen-tt yeÍlulen la piazza del paese sogna la primavera

tajmaÄt tettargu tafsut

Íejben la luna e le stelle sono velate

aggur d yetran mentre il grosso ceppo di quercia

ma d aqejmu˜ n tasaft prende il posto dei fichi messi a seccare

idegger akin idenyen

w tutta la famiglia si è raccolta

mlalen-d ak at wexxam per ascoltare la fiaba.

i tmacahutt ad slen — 29 —

La quercia dell’orco

[Il racconto tradizionale cui è ispirato il canto di Idir è qui riportato nella versione di Marguerite-

Fadhma e Louise-Taos Amrouche, da: Oscar

Fiabe del Popolo tuareg e dei Berberi del Nordafrica,

Mondadori, vol. II n°12]

Che il mio racconto sia bello e si dipani come un lungo filo!

Si racconta che nei tempi antichi vi era un povero vecchio che si ostinava a vivere e ad

attendere la morte tutto solo nella sua casupola. Abitava fuori dal villaggio. E non entrava né

usciva mai perché era paralizzato. Gli avevano trascinato il letto vicino alla porta, e questa

porta aveva un paletto che si tirava con un cordino. Ora, questo vecchio aveva una nipotina,

poco più di una bimbetta, che tutti i giorni gli portava il pranzo e la cena. Aisha veniva dalla

parte opposta del villaggio, mandata dai suoi genitori che non potevano prendersi cura di

persona del vecchietto.

La fanciulla, recando una focaccia e un piatto di cuscus, cantilenava appena arrivata:

«Aprimi la porta, padre mio Inubba, padre mio Inubba!» E il nonno rispondeva: «Fa’

risuonare i tuoi braccialettini, Aisha, figlia mia!»

La fanciulla faceva tintinnare uno contro l’altro i suoi braccialetti ed egli tirava il

cordino. Aisha entrava, scopava la casetta, rifaceva il letto. Poi serviva al vecchio il suo

pasto, gli versava da bere. Dopo essersi lungamente intrattenuta accanto a lui, faceva ritorno

a casa, lasciandolo tranquillo e sul punto di addormentarsi. Ogni giorno la ragazzina

raccontava ai genitori come si era presa cura del nonno e che cosa gli aveva detto per

distrarlo. Il nonno era molto contento quando la vedeva arrivare.

Ma un giorno, l’Orco scorse la fanciulla. La seguì di nascosto fino alla casupola e l’udì

cantilenare: «Aprimi la porta, padre mio Inubba, padre mio Inubba!». Udì il vecchio

rispondere: «Fa’ risuonare i tuoi braccialettini, Aisha, figlia mia!»

L’Orco si disse: «Ho capito. Tornerò domani e ripeterò le parole della ragazzina; lui mi

aprirà e io lo mangerò!»

L’indomani, poco prima che arrivasse la fanciulla, l’Orco si presentò davanti alla

casupola e disse con la sua voce profonda: «Aprimi la porta, padre mio Inubba, padre mio

Inubba!» «Mettiti in salvo, maledetto!» gli rispose il vecchio. «Credi che non ti riconosca?»

L’Orco tornò a diverse riprese, ma ogni volta il vecchio indovinava chi era. Alla fine

l’Orco se ne andò a trovare lo stregone. «Ecco», gli disse, «c’è un vecchio immobilizzato che

abita fuori del villaggio. Non vuole aprirmi perché la mia voce profonda mi tradisce.

Indicami il modo di avere una voce fine e chiara come quella della sua nipotina.»

Lo stregone rispose: «Va’, cospargiti la gola di miele e stenditi a terra al sole, con la

bocca spalancata. Vi entreranno delle formiche e ti raschieranno la gola. Ma un giorno non

basterà per farti schiarire e affinare la voce!»

L’Orco fece quello che gli aveva raccomandato lo stregone: comprò del miele, se ne

riempì la gola e andò a stendersi al sole, con la bocca aperta. Un esercito di formiche entrò

nella sua gola.

In capo a due giorni l’Orco si recò alla casupola e cantò: «Aprimi la porta, padre mio

Inubba, padre mio Inubba!» Ma il vecchio lo riconobbe ancora. «Allontanati, maledetto!» gli

gridò, «Lo so bene chi sei!»

L’Orco se ne tornò a casa.

Mangiò ancora e ancora il miele. Si distese per lunghe ore al sole. Lasciò andare e venire

per la sua gola legioni di formiche. Il quarto giorno, la sua voce era fine e chiara come

quella della fanciulla. L’Orco se ne andò allora dal vecchio e cantilenò davanti alla sua

casupola: «Aprimi la porta, padre mio Inubba, padre mio Inubba!» «Fa’ risuonare i tuoi

braccialettini, Aisha, figlia mia!» Rispose il nonno.

L’Orco si era munito di una catenella: la fece tintinnare. La porta si aprì. L’Orco entrò e

divorò il povero vecchio. Dopodiché indossò i suoi abiti, prese il suo posto, e attese la

fanciulla per divorare anche lei.

Essa venne. Ma appena giunta davanti alla casupola notò subito che del sangue colava

sotto la porta. Si disse: «Che cosa sarà successo a mio nonno?» Sprangò la porta

— 30 —

dall’esterno e cantilenò: «Aprimi la porta, padre mio Inubba, padre mio Inubba!» L’Orco

rispose con la sua voce fine e chiara: «Fa’ risuonare i tuoi braccialettini, Aisha, figlia mia!»

La fanciulla, che non riconobbe in questa voce quella del nonno, posò sul sentiero la

focaccia e il piatto di cuscus che aveva portato, e corse al villaggio a dare l’allarme ai suoi

genitori.

«L’Orco ha mangiato il nonno,» annunciò loro piangendo. «Gli ho sprangato la porta. E

adesso che faremo?»

Il padre fece annunciare la notizia sulla pubblica piazza. Allora ogni famiglia offrì una

fascina e da ogni parte accorsero degli uomini per portare queste fascine fino alla casupola e

appiccarvi il fuoco. Invano l’Orco cercò di fuggire. Fece forza con tutto il suo peso sulla

porta che resisté. Fu così che bruciò.

L’anno seguente, nello stesso luogo in cui l’Orco fu bruciato spuntò una quercia. La

chiamarono la «Quercia dell’Orco». Da allora, la si fa vedere ai passanti.

Il mio racconto è come un ruscello, l’ho raccontato a dei Signori!

* * * *

AÌrib (L’esilio)

˜˜waÍ Disse: “me ne andrò”

Ihed˜-ed a n˜uÍ Teneva la valigia in mano

Tabalizt ger ifassen “Amici miei, restate in pace

Qimet a leÍbab di sslama

Ì-iÍemmlen O voi che mi volete bene

A wigad i w Se vivrò abbastanza

izi n leÄmer

Ma tella teÌ Ìur-wen Tornerò qui da voi

Ad d-nuÌal ar da

Ì-teõõur Se invece morrò prima da qualche parte

Ma yella wanda Il perdono sia nei vostri cuori”

SsmaÍ deg wulawen

™uÍ w “Va’: noi ti auguriamo buon viaggio

nek ni nqelled ak lehna Percorri la strada che preferisci

Abrid-ik yehwan tawiá-t Se tu sarai felice saremo felici tutti

Ma trebÍeá nerbeÍ merra Se fallirai sarai scusato”

Ma teÌliá ssmaÍ tewwiá-t

Ìer ÌeläeÌ Eccomi al paese d’emigrazione: che delusione

WwáeÌ lÌerba Non è come lo vedevano i miei occhi

Maõõi akken i tt-walent wallen-iw

ÕileÌ ˜˜unda Mi sembra di giocare alle carte

am ad qemmreÌ Ho tirato una carta perdente

JebdeÌ-d teÌli-d tew˜iqt-iw

ÌefleÌ I giorni passano e io non combino niente

Ussan leÍÍun nek Incasso colpi e mi cedono le gambe

Wetn-iyi rrìan ifadden-iw

Ì Dal momento che ho voluto provare io il

Imi d ddunit sewqqe

mondo Se fallirò sarà solo colpa mia

Ma ccáeÌ ddnub i yiri-w Ben venga quello che porterai

A mreÍba s wayen i d-tewwiá che sia buono o sia cattivo

Ama yelha ama diri-t

Ìellin Se fallirai, tanti altri falliscono

Ma teÌliá wiyiá

w Da noi troverai un riparo per la sera

Nek ni neÒÒ˜-ak tameddit

Se oggigiorno l’attenzione di Idir è rivolta soprattutto alle questioni dell’identità ed

alla ricerca di una convivenza tra culture diverse, mentre è meno marcata (ma non

certo assente) la vena “contestatrice” e di denuncia dei mali della società algerina, nei

primi tempi della sua attività era presente una notevole carica di contestazione di

alcuni valori tradizionali considerati un ostacolo allo sviluppo di una società moderna.

— 31 —

Í (“Il nostro Mohand”), che riprende un

Ne è un esempio la canzone end-nne

Mu Ì

testo di Ben Mohamed in cui, imitando la forma tradizionale dell’adekker in onore dei

santi di villaggio, si denuncia il pericolo e l’inutilità di questi culti popolari che

inducono la gente ad un atteggiamenti di passiva rassegnazione in attesa di qualche

miracolo.

Isiditen (I santi) di Ben Mohamed

Sidi YaÍya LÄidali Sidi Yahia Lâidali

Yemzel wezger yessekr-it che ha sgozzato un bue e lo ha resuscitato

Lemluk sebÌen-t d lwali gli angeli lo considerano un santo

Win i t-iÄuÒan yurez-it chi gli disubbidisce, lui lo paralizza

Anda yella LÄidali Ma dov’era Lâidali

Mi d-yewweá weÄdaw s asqif? Quando il nemico è arrivato alla porta?

w

Tendeh tmurt irk elli Tutto il paese si lamentava,

A sellaÍ sefáet elÍif “O santi, fate sparire la sventura”

Waqila lberÍan yeÌli forse il potere magico gli è caduto in terra

˜˜Òas

Mi yebda yettiììif quando han cominciato a piovere pallottole

A Sidi Twati AÍwayli O Sidi Touati Ahwayli

Zdat-ek idurar knan davanti a te i monti si inginocchiano

TserrÍeá abrid i tmuÌli tu sbarazzi gli ostacoli alla vista

LkeÄba a t-walin lexwan così che in fedeli possano vedere la Mecca

Anda yella weÍwayli Dov’era Ahwayli

Asmi yettwarez wegdud? Quando il popolo era in catene?

Waqila iÌuc tilelli forse non gli piace la libertà

w

Iregg el i rriÍa n lbarud fugge l’odore della polvere da sparo

Yekmen di lxelwa i tili se ne sta protetto all’ombra dell’eremitaggio

Di letteÄ yettrebbi afud nel suo rifugio ritempra le forze

Si Winnat d abbudali San Come-si-chiama dei Miracoli

w w

Yessker taÄekk emt ig elman accumulò un mucchio di pelli

Kul wa yebded d aÍuli e da ciascuna venne fuori un capretto

Ìef

lÍan uáar ar amkan che si avviò a piedi a destinazione

Anda yella Webbudali Dov’era il santo dei miracoli

Asmi runt tyemmatin quando le madri piangevano

Wa ye˜˜ez wa d imnejli chi era è percosso chi è esiliato

Wa yenfa wa ddaw tmedlin chi fuggiasco chi sotto terra

Ula d lemqam-is yeÌli è andato giù perfino il suo santuario

Wwint-et tÍemmalin se l’è portato via la piena.

Mu end-nne (Il nostro Mohand) di Idir

Ì

Í

MuÍend-nneÌ d afeÍli Il nostro Mohand è un superuomo

Yemzel wezger yessekr-it che ha sgozzato un bue e lo ha resuscitato

Lemluk sebÌen-t d lwali gli angeli lo considerano un santo

Win i t-iÄuÒan yurez-it chi gli disubbidisce, lui lo paralizza

Anda akka yella ufeÍli Ma dov’era il superuomo

Mi d-yewweá weÄdaw s asqif? Quando il nemico è arrivato alla porta?

w

Tendeh tmurt irk elli Tutto il paese si lamentava,

a sellaÍ sefáet elÍif “O santi, fate sparire la sventura”

waqila lberÍan yeÌli forse il potere magico gli è caduto in terra

˜˜Òas

mi yebda yettiììif quando han cominciato a piovere pallottole

MuÍend-nneÌ d afeÍli Il nostro Mohand è un superuomo

— 32 —

S wawal idurar knan a una sua parola i monti si inginocchiano

IserreÍ abrid i tmuÌli ha sbarazzato gli ostacoli alla vista

LkeÄba a t-walin lexwan così che in fedeli possano vedere la Mecca

Anda akka yella ufeÍli Ma dov’era il superuomo

Asmi runt tyemmatin quando le madri piangevano

Wa ye˜˜ez wa d imnejli chi era è percosso chi è esiliato

Wa yenfa wa ddaw tmedlin chi fuggiasco chi sotto terra

Ccix n teddart yeÌli perfino lo cheikh del villaggio è caduto

Wwint-et tÍemmalin se l’è portato via la piena.

Ecc akkin err akkin sciò, via, vattene via

S tlufa-k baÄd-iyi akkin via da me con i tuoi guai

(n. 1950)

4.2. Lounes Ait Menguellat

Lounis Abdenbi Ait Menguellat è nato il 17 gennaio 1950 a Ighil Bouamas (Ait-

Boudrar), ultimo di sei figli, in una famiglia di commercianti. La sua infanzia ha

coinciso con la guerra di liberazione (iniziata quando aveva 4 anni e terminata

quando ne aveva 12). Per questo motivo i suoi studi sono stati alquanto irregolari: fece

in tempo a frequentare la scuola del villaggio solo per un anno prima che questa

venisse data alle fiamme, e in seguito condusse studi saltuari vivendo un po’ al

villaggio un po’ ad Alger. Riprende gli studi ad Algeri nel 1962 dove frequenta corsi

professionali di ebanisteria ma ha anche modo di accostarsi alla letteratura e alla

poesia, che sarà la sua vocazione: comincia a scrivere poesie ed a cantarle nei modi

tradizionali. Non conclude gli studi per la morte improvvisa del fratello maggiore che

lo manteneva ad Algeri (il padre era ad Orano per gestire il suo commercio). Costretto

a lavorare per vivere (trova un impiego presso un ministero), comincia parallelamente

a dedicarsi al canto.

Esordisce nel 1967 in una trasmissione dedicata ai nuovi talenti musicali della

radio 2 cabila con la canzone (“Se tu piangi, io piango ancor

ma truá ula d nek ekter

di più”), composta l’anno prima per una delusione amorosa con una coetanea.

Nel 1969 costituisce con alcuni amici un gruppo musicale che si dà il nome

cosa per quei tempi insolita ed audace, e il sindaco di Tigzirt, pioniere del

ImaziÌen,

militantismo identitario, li invita alla festa annuale del paese, dove si esibiscono con

grande successo, facendo anche risuonare con gli altoparlanti le canzoni di Slimane

Azem, messe al bando dal potere.

Rompendo musicalmente con la moda delle grandi orchestrazioni e testualmente

con le melensaggini sentimentali, Lounes trova presto un vasto uditorio presso i

giovani di cui interpreta con grande sensibilità il disagio crescente. Dopo i primi

tempi, in cui esprimeva soprattutto tematiche personali (perlopiù canzoni d’amore), si

è ben presto orientato su tematiche di ambito sociale, politico, identitario e filosofico,

esprimendosi sempre con un linguaggio poetico molto personale, forte e ricco di

immagini e metafore.

Nel 1983 compone una canzone che farà epoca: (“Figlio mio”), una lunga

A mmi

lettera al figlio, in cui, col pretesto di impartirgli consigli utili per il successo, mette a

nudo il cinismo e la miseria morale dei detentori del potere: se il figlio vorrà riuscire

dovrà mettere da parte gli ideali di bontà, tolleranza e rettitudine, e ricordare invece

che ogni mezzo è lecito per arrivare ai propri fini, per la qual cosa occorrerà munirsi

di scaltrezza, indifferenza al bene e al male, cinismo e calcolo. Un appassionato

apologo che per molti è un adattamento alla situazione algerina degli insegnamenti del

di Machiavelli.

Principe — 33 —

Il 29 ottobre 1985 viene incarcerato col pretesto ridicolo di detenere delle armi da

collezione: immediatamente la gioventù cabila insorge sfasciando gli edifici pubblici

per reclamare la sua liberazione. Questo evento, il primo del genere in Algeria, fa

capire quale sia l’impatto della cultura dei cantautori sugli animi della gioventù cabila.

Ed è tanto più notevole in quanto, a differenza di altri colleghi che non nascondono

esplicite professioni di “militanza” anche politica, Ait Menguellat tende a tenere

separata l’arte, la musica e la poesia dal mondo della politica. Pur agendo con

impegno al servizio della cultura berbera, e non mancando di denunciare l’avidità,

l’arrivismo e le bassezze di chi cede alle lusinghe del potere, la sua natura di poeta è

incompatibile con la militanza politica, da cui mantiene sempre una certa distanza. Si

definisce infatti un semplice artigiano melodico e un “rapper” che si serve della

musica per meglio trasmettere i propri punti di vista e le sue idee.

Dopo oltre trent’anni di carriera, A. Manguellat conosce sempre lo stesso successo

fenomenale. Maestro nell’uso della parola, con immagini dense e suggestive, e

metafore non sempre facili da decifrare, viene unanimemente considerato il più

grande poeta tra i cantautori cabili di oggi.

Askuti (Il boy-scout)

ÌreÌ

SÍefáen-iyi ad Mi avevano insegnato a leggere

LqaÄa d igenwan i segni sul suolo e nel cielo

ÄerqeÌ

Deg yiá ima se mi fossi perduto nella notte

TtafeÌ abrid s yetran avrei trovato la strada con le stelle.

Si mkul amkan wwáeÌ Dovunque passassi

Íemmlen-iyi

Medden la gente mi voleva bene

Asmi lliÌ d askuti quand’ero un boy-scout

Tennam anga-t yetri Mi avete chiesto dove sta la stella

Nek nwiÌ s tidett credevo parlaste di una vera

ZiÌen meskin yeÌli ma la povera stelletta è caduta

Teääfem-t-id di tce˜kett l’avete presa al laccio

Sers allen-ik seg igenni Abbassa lo sguardo dal cielo,

8

Ìef

Muqel-it-id tayett eccotela lì sulla spallina :

Ur telliá d askuti non sei più un boy-scout.

Terram widen yeìran Avevate messo dei sapienti

Ì-áebÄan

A tamusni ad insegnarci la scienza

Temlam-iyi ayen yelhan mi avevate mostrato cosa è bene

w

Yak ayen ur nelhi e che cosa non lo è

Temlam-iyi ayen yellan mi avevate mostrato cosa c’è

w

Yak ayen ur nelli e cosa non c’è

Asmi lliÌ d askuti quand’ero un boy-scout

Terram-t ad yesseÍfaá Avete messo ad insegnare

Ayen yettnadi ur t-ittaf uno che non sa neppure trovare quel che cerca

Seg uyeffus s azelmaá un’inversione di rotta: da destra a manca

Ìer

Seg webrid lkaf dalla retta via al precipizio

Ìer

Yerna-iyi wiyaá anche nei miei rapporti con gli altri

™ebbi

A ili-k yid-i O Dio, sii al mio fianco

Ur lliÌ d askuti Non sono più un boy-scout

Äass

Tennam lˆa˜-ik Mi avevate detto: curati del tuo prossimo

Ìur-es

Ma yenäer azzel se è in difficoltà accorri da lui

8 Qui si fa riferimento alle stellette che i militari portano sulle spalline.

— 34 —

Ur k-ittÌaá yiman-ik non ti risparmiare

D abruri neÌ d adfel anche se grandina o nevica

w

Medden yak d atmaten-ik tutti gli uomini sono tuoi fratelli

w

Di ddunit irk elli in ogni parte del mondo

Asmi telliá d askuti quando sei un boy-scout

Äass

Tennam lˆa˜-ik Mi avete detto: curati del tuo prossimo

Muqel d acu i ihedde˜ sta’ attento a quello che dice

Ayen yexdem d ccÌel-ik quello che fa è affar tuo

w

Nek ni nebÌa a t-nìer Noi vogliamo saperlo

í

we˜ awi-d iman-ik Allora sta’ all’erta

Leg˜ad-ik ad yali E salirai di grado

Ur telliá d askuti non sei più un boy-scout.

Anga teddiá lÍu Dovunque tu vada

Ur qebbel ara lbaäel non accettare l’ingiustizia

Akken wi yellan yettru chiunque sia in lacrime

D keõ iwimi aa d-issiwel saprà che può appellarsi a te

Anga teddiá cfu Dovunque tu vada ricorda

LÍeqq yid-ek aa yili che con te ci sarà la giustizia

Aqli-k-id d askuti perché tu sei un boy-scout

Lehlak yebda-d si rrif Il male si leva da ogni parte

Kulwa anda illa a t-iÍaz senza risparmiare nessuno

W’ ur neqbil yella ssif per chi non ci sta c’è la violenza

Ul aÍnin ad yeddaz chi mostra compassione è stritolato

Terram iles-iw d lkif Avete fatto della mia parola l’oppio

9

Afus-iw d aÄeqqaz e del mio braccio il bastone

Ur lliÌ d askuti Non sono più un boy-scout

TiÌri-agi tsellem Questa voce che udite

Tekka-yi-d si temìi mi viene dalla mia infanzia

í

riÌ a tt-tfehmem so che la capirete

Deg umeyyez tifem-iyi perché siete più saggi di me

Õurwat ad i-tamnem Guai a fidarvi di me

Ur tteddut yid-i non seguite il mio esempio

Nek maõõi d askuti Io non sono un boy-scout…

In questa canzone Ait Menguellet riesce ad esprimere con molta sensibilità il

disincanto di quanti, dopo avere aderito con giovanile entusiasmo alla rivoluzione, si

sono ritrovati, dopo l’indipendenza, sotto un regime militare. Il boy-scout è il simbolo

di quei giovani, dal momento che proprio l’associazione degli scout musulmani

d’Algeria fornì un primo quadro organizzativo in cui si ritrovarono molti dei futuri

combattenti per la libertà. La canzone di A. Menguellet è stata anche il simbolo cui fa

esplicitamente allusione il romanzo dallo stesso titolo, scritto da Said Sadi nel

Askuti,

1983, in cui si narrano proprio le vicende di un cabilo che, dopo avere aderito al

in gioventù, abbandonando gli studi al liceo, si ritrova, dopo l’indipendenza, a

maquis

fare il poliziotto che perseguita e tortura i suoi compatrioti.

Askuti

Dal romanzo di Said Sadi (1983)

[dal p. 58:]

Capitolo III,

9 Evidente l’allusione al celebre romanzo di Mouloud Mammeri, (1965).

L’opium et le bâton

— 35 — mujahid,

Mi ricordo il primo giorno che mi dissero di picchiare un uomo, un per farlo

parlare. Io mi rifiutai, non riuscivo ad alzare le mani su di lui. Allora il capo mi chiamò fuori

e mi disse: «Bada bene, non credere che noi ci divertiamo a fare del male alla gente. A chi

non sanguina il cuore nel far male a un proprio simile? Quello che devi sapere è questo: se

vuoi continuare a guadagnarti da vivere qui da noi, dovrai imparare a calpestare i tuoi

sentimenti. Se non torturassimo quelli che passano di qui, se chi esce di qui può andare in

giro a dire di non aver parlato, a noi non resterà che cambiare mestiere. Tieni presente con

chi abbiamo a che fare. Senza le bastonate, senza la paura, non si potrebbe garantire

l’ordine. Eh sì, figliolo, per prima cosa quando uno esce di qui, anche se avrà rifiutato di

collaborare, bisogna che chiunque lo veda, chiunque gli senta raccontare l’inferno che ha

passato, si metta a tremare dal terrore. Ogni volta che la gente lo vedrà, vedrà la violenza

dello Stato. Ficcatelo bene in testa una volta per tutte: se non li facessimo gridare, mandar

giù acqua e tutto il resto, puoi star certo che non riusciremmo a farli parlare al momento

voluto. E nel nostro mestiere ogni minuto può essere prezioso. Quando entri e ti chiudi la

porta alle spalle, dimentica tutti questi scrupoli pietosi, lasciali fuori di qui.»

Mi riportarono da quel disgraziato, arrivai che gli stavano facendo ingurgitare acqua con

un imbuto. Quando la sua pancia fu grossa come un otre, mi porsero un grosso bastone, un

manico di piccone, e mi dissero: «Colpisci! ». Rimasi titubante per un po’, finché non vidi che

gli altri poliziotti, superiori ed inferiori di grado, cominciavano a ridere di me. Allora presi a

colpire. Una volta..., e poi giù come un ossesso, dovettero tirarmelo via. Sudavo, avevo la

nausea, vomitai tutto quello che avevo in corpo, poi persi i sensi per qualche minuto. Quando

tornai in me, il capo era chino su di me. Mi mise la mano sulla spalla e mi disse: «Il primo

giorno è un po’ dura, ma adesso è fatta, da oggi in poi ti puoi considerare un vero poliziotto,

tutto quello che è successo ti sembrerà uno scherzo.»

E fu proprio come aveva predetto. Quei primi giorni mi sentivo disgustato di me stesso,

avevo un nodo allo stomaco, il cibo mi andava di traverso e, durante il sonno, ogni tanto mi

svegliavo gridando, madido di sudore.

Un giorno mi dissero di spogliare nudo un vecchio in pieno inverno, stesero dei ceci per

terra, lo fecero inginocchiare sopra e gli diedero una grossa pietra da reggere sulle spalle.

Lo sorvegliai per tutta la notte. Quando stava per cadere per il sonno, la stanchezza e il

freddo, gli gettavo dell’acqua. Verso le cinque del mattino svenne e io gli versai un secchio di

acqua fredda. Si riprese e mi disse: «Oggi a noi, domani toccherà a voi». Era troppo: mi

gettai su di lui con un bastone. Dovette arrivare il collega cui spettava il turno di guardia

dopo di me e che stava dormendo in una stanza. Tirandomi da dietro, mi disse: «Fermati, è

svenuto». Per tutto il tempo che lo avevo picchiato era rimasto privo di sensi.

Finii per farci l’abitudine: i pestaggi e tutto il resto divennero il pane quotidiano anche

per me, come per tutti gli altri. E pensare che prima non sarei stato capace di uccidere

nemmeno una mosca. L’unica eccezione era stata durante la guerra di liberazione, ma in

quel caso non c’era scelta: uccidere per non essere ucciso... E poi lo si faceva per la Patria.

Se qualcuno mi avesse predetto che avrei accettato di mancare di rispetto, anche solo a

parole, ad un altro Algerino, lo avrei preso a male parole. E invece le cose erano cambiate,

al punto che ora vedevo gli altri come degli insetti fastidiosi.

A poco a poco finii per ritrovarmi un’altra persona. Si finisce per accettare quello che la

mente non può accettare, per fare quello che il cuore non vorrebbe, e non ci fai nemmeno più

caso.

Ti poteva capitare di torturare un uomo al mattino e di uscirtene la sera col cappotto sulle

spalle e la sigaretta in bocca, andando in giro da un caffè all’altro come qualunque altro

lavoratore. Avevi lavorato, avevi finito la tua giornata, eri stanco, dovevi rilassarti,

assaporare un po’ di tranquillità. E c’è chi dice che i sortilegi non esistono! E questo che

cos’è? Un essere umano si trasforma in un mostro senza nemmeno accorgersene!

L’allusione al mostro, propriamente l’orco (waÌzen) delle fiabe, si collega a sua volta

con un’altra canzone di Ait Menguellat, che accosta in un

Siwel-iyi-d tamacahutt,

— 36 —

modo molto poetico ed efficace il mondo tradizionale, con la sua autenticità

simboleggiata dalle fiabe, e la realtà moderna di una società corrotta e spietata.

Siwel-iyi-d tamachahutt ("Raccontami una storia")

Áku-yi-d Ìur-em

taqsiä meÄna kan Raccontami una storia; solo, bada che,

Õas ma tesseÍzan ad tfak akken yehla anche se con qualche tribolazione, vada a finire bene

Áku-yi-d taqsiä n wasmi ussan Raccontami una storia di quando i giorni

Nutni d wuáan sÄedlen nnuba e le notti si alternavano in piena armonia

Áku-yi-d Ìef yetran amek i d-ttÄassan Raccontami delle stelle, quand’erano le nostre custodi

Õef widak yelhan yesÄan nniya e della gente buona e sincera

Siwel-iyi-d tamacahutt Raccontami una storia...

Áku-yi-d taqsiä n wid amek akken Raccontami la storia di quei... chi erano più?

Ilemìi d tlemìit asmi myeÍmalen quel ragazzo e quella ragazza che si amavano

Áku-d amek akken i teára yid-sen Racconta quello che è successo loro,

Anwa aÄdaw-nni d-yezgen gar-asen chi fu il nemico che venne a separarli:

NnuÌen ferqen ferqen mi nnuÌen litigarono e si divisero, si divisero dopo un litigio

Mi ferqen mcedhan uÌalen mlalen ma, divisi, languirono e tornarono a incontrarsi

Siwel-iyi-d tamacahutt Raccontami una storia...

Áku-yi-d taqsiä n wefrux di lÄecc-is Raccontami la storia dell’uccello che, nel nido,

Äacen

Netta d warraw-is di ttejra con i suoi piccoli viveva su di un albero;

Mi d-yeÌli yiwen yettraˆu-t wuccen quando uno cadde giù, lo sciacallo lo aspettava

Baba-s yetÍeyyer ur yezmir i kra il padre, disperato, non poteva far nulla

Yeìra-t-id lmelk d izem i t-id-yerra ma un angelo lo vide e lo tramutò in leone

Ìef

IÍureb mmi-s yuÌal akken yella e lui potè salvare il figlio, tornando poi com’era prima

Siwel-iyi-d tamacahutt Raccontami una storia...

Taqsiä nniden tin akken n waÌzen Un’altra storia ancora è quella dell’orco

Mi yuker taqcict d weqcic yewwi-ten che rapì una ragazza e un ragazzo e li portò via

Mi yewweá yeÄya yeÌli di tnafa quando fu stanco sprofondò nel sonno

Kkren-d s tuffra ar ami d-as-rewlen allora quelli di nascosto fuggirono

Mi d-yuki waÌzen yettabeÄ-iten quando l’orco si svegliò, prese a inseguirli

YeÌli di tesraft d netta i yettwaääfen ma cadde in una buca e rimase lui intrappolato

Siwel-iyi-d tamacahutt Raccontami una storia...

Áku-yi-d taqsiä aql-i usiÌ-d eÄyiÌ Raccontami una storia; vedi come sono stanco

Seg wayen d-ìriÌ ur t-bÌiÌ ara per quello cui assisto controvoglia

Taqsiä anda llan widak i yelhan Una storia dove c’è gente buona

Áku-yi-d taqsiä aa ifaken akken yelha Raccontami una storia dal lieto fine

ÍluÌ

Akken ad steÄfuÌ akken ad per farmi riposare, per farmi guarire

Áku-d ad ttuÌ ayen i xedmeÌ ass-a Racconta per farmi dimenticare ciò che ho fatto oggi

Uqbel a m-d-ÍkuÌ arˆu ad am-d-iniÌ Ma prima racconto io, aspetta che ti dica

A m-d-ÍkuÌ ay xedmeÌ ass-a ti racconterò quello che ho fatto oggi

Ad teìreá amek i lliÌ e tu saprai come sono

íer kan d acu-yi sta’ attenta un po’a chi sono:

Ur yelli waÌzen non c’è orco

Ur yelli wuccen non c’è sciacallo

NeÌ lewÍuc nniáen o un’altra bestia selvaggia

A d-yasen nnig-i che mi superi.

LewÍuc i yellan Tutte le bestie selvagge

I widen yeìran per chi lo sa

Ìur-i

Ar cuban sono simili a me

NeÌ d nekkini o sono io simile a loro.

A m-d-ÍkuÌ ass-a Ti racconterò di oggi,

Mi d i-d-ssawalen di quando mi hanno chiamato

Widak iÍekmen quelli che comandano

w

l i xedmeÌ nel lavoro che faccio

Di cceÌ — 37 —

Mlan-iyi-d yiwen e mi hanno indicato uno

Seg widak kerhen di quelli sulla lista nera:

CegÄen-iyi akken mi hanno ordinato

w

Yid-es ara d-ceÌ leÌ di occuparmi di lui;

Mi t-ÌeáleÌ meskin quando ho abbattuto quel poveraccio

S snat terÒaÒin con due proiettili

Netta ur di-yissin lui non sapeva niente di me

Nek ur t-ssineÌ e io non sapevo niente di lui.

J.S.K.

(Parole e musica di Lounes Aït-Menguellet)

YerbeÍ neÌ yexÒe˜ Vincente o sconfitto

D gmat-neÌ ayen è sempre nostro fratello

S idis-is neÍáe˜ e noi saremo al suo fianco

A t-id-nÄiwen per sostenerlo

Õef J. S. K. Per la J. S. K.

Wetet afus a n˜uÍ Battiamo le mani e via!

Win d-ibedren adrar Chi evoca le montagne

Ad iglu s yisem-im insieme evoca il tuo nome

Kra i d-urwent tuddar tutti gli uomini dei villaggi

Atan s idis-im sono al tuo fianco

Ur tÌelliá ara Tu non cadrai

Ad tbeddeá lebda resterai sempre in piedi

Wetet afus a n˜uÍ Battiamo le mani e via!

Taqbaylit tefreÍ La cabilità è fiera

Ur tt-enkiren ara nessuno la rinnega

Ìef ÒÒeÍ

Ayen yebnan ciò che ha solide fondamenta

Ur iÌell’ara non può cadere

Õef yisem-is terbeÍ il suo nome porta fortuna

Fellas i gecbeÍ e bene le si addice

Wetet afus a n˜uÍ Battiamo le mani e via!

Iäij ice˜q-ed Il sole è sorto

Yeáwa-d idurar e illumina i monti

Ayla-m ileÍq-ed finalmente hai quel che ti spetta

Zdat i d-yezwar in testa a tutti, primo,

Mmi-m iban-ed tuo figlio è bene in vista

Afcal ulaÍed non sente la fatica.

Wetet afus a n˜uÍ Battiamo le mani e via!

FreÍ a taqbaylit Sii fiera, donna cabila

Õef wid i d-trebbaá di quelli che hai allevato

Win nÌant tismin Gli altri muoiono di invidia

Ur ten-issawaá ma non li raggiungeranno

Õelben taÒebÍit hanno vinto al mattino

Zemren i tmeddit e lo faranno anche alla sera.

Wetet afus a n˜uÍ Battiamo le mani e via!

è un canto, dal ritmo scatenato, a sostegno della “Jeunesse Sportive de

J.S.K.

Kabylie”, la squadra di football più volte trionfatrice nel campionato algerino e nella

— 38 —

Coppa d’Africa, che per molto tempo, quando era duramente repressa ogni

manifestazione di cultura berbera ha rappresentato l’unica espressione possibile delle

aspirazioni dei Cabili. Il potere ricorse ad ogni mezzo per contrastare questo

movimento non solo sportivo, arrivando a cambiare il nome alla squadra in J.E.T.

“Jeunesse Electronique de Tizi-Ouzou”. Un po’ tutti i cantautori cabili hanno nel loro

repertorio almeno una canzone sulla JSK.

Tibratin (Lettere)

Aha eddm-ed astilu Dai, prendi una penna

a k-n-ÍkuÌ keõõ ttaru io ti detto e tu scrivi

heggid lkaÌeá ad yekfu prepara tanti fogli:

yeõõur wul, ah ho il cuore che trabocca

A k-n-hed˜eÌ s teqbaylit io ti parlerò in cabilo

s wayen i k-ihwan ketb-it tu trascrivi nella lingua che preferisci

win ur nefhim sfehm-it fa’ capire chi non capisce

keõõ te̘iá, ah tu che hai studiato

Aru-tent am tebratin Scrivi delle lettere

d keõõ ara tent-yawin sarai tu poi che le consegnerai,

d keõõ ad asen-yinin sarai tu che dirai loro:

dayen iruÍ ah “È finita, se n’è andato”

ÍemmleÌ

In-as i yemma Alla mia mamma amata di’:

ad iyi-d-yaf lÍal ruÍeÌ “io sarò già partito

m’ara n-yas wayen i m-in-ketbeÌ quando ti perverrà ciò che ti ho fatto scrivere:

semmeÍ-iyi ah perdonami.

nek d ddunit nemxallaf Io e questa vita seguiamo direzioni diverse

ur tt-ufiÌ ur d-i-tettaf io non mi trovo con lei e lei non trova me

la tettlÄeb yid-i am welqaf gioca con me come coi dadi

terwi-yi ah e mi sballotta di qua e di là

limmer zmireÌ ad as-kellxeÌ se potessi, le giocherei un brutto tiro:

ad sÄuÌ tasa ad mteÌ se avessi il coraggio di morire

i wakken ad as-rewleÌ per fuggire da lei

be˜ka-yi ah la farei finita

imi lkuraj-nneÌ ifut ma siccome mi manca il coraggio

nettazzal ad nawi lqut continuo a correre dietro al pane

nugad ddunit d lmut temo la vita e la morte

ad rewleÌ ah e continuo a fuggire.

a yemma aql-iyi ad rewleÌ Ecco, mamma, io continuo a fuggire

ì˜iÌ

ur sani a ruÍeÌ non so dove vado

ad leÍÍuÌ alamma wwáeÌ continuerò ad andare fino ad arrivare

wis’ sani ah chissà dove.

ì˜iÌ

kem ad i-tfahmeá So che tu mi capirai:

tifeá-iyi akken di-tessneá tu mi conosci meglio di me stesso.

seg wasmi akken i di-d-turweá Da quando mi hai messo al mondo

siwa elÍif ah ci sono state solo tribolazioni

luleÌ-d itr-iw d asemmaá sono nato sotto una stella fredda

maõõi d ayen aa d-tcafÄeá tu non puoi farci nulla

teì˜iá m’akken i d-id-tesÄiá lo hai saputo fin da quando mi hai avuto

anef-iyi ah lasciami perdere.

— 39 —

ttu˜ebbaÌ-d d ameÍqur Sono cresciuto disprezzato

seg wass-en anyir-iw mechu˜ da quel giorno il mio destino è stato chiaro

˜uÍeÌ Ìer

ma lebÍer teqqur davanti a me fin il mare si prosciugava

d akkagi ah non c’era niente da fare

w ÌileÌ

mi meqq reÌ ad-tbeddel una volta adulto, pensavo che sarebbe cambiata

a yemma imir-en i tkemmel madre mia, proprio allora fu il colpo di grazia

ula d asirem fiÍel non ho più neppure la speranza

d ayenni ah basta così.

ma nniÌ-am qim di lehna Se ti dico addio

ì˜iÌ ur twehhemá ara so che non ti stupirai

carreÌ tabrat-iw tekfa straccia la mia lettera quando l’avrai finita

ttu-yi ah dimenticami”

ketb-as tura i texáibt-iw Adesso scrivi alla mia promessa sposa

a ttekkes taxatemt-iw che si tolga pure l’anello

siweá-as me˜˜a lehdu˜-iw falle arrivare tutte le mie parole

sferÍ-itt ah rendila felice:

tabratt agi m’ aa tt-teÌreá “Quando leggerai questa lettera

ì˜iÌ aäas aa tferÍeá so che sarai felice:

serrÍeÌ-am ad textireá ti lascio libera di sceglierti

win tebÌiá ah un altro di tuo piacimento

asmi di-kem-yefka baba-m quando tuo padre ti ha destinata a me

ì˜iÌ txe˜b enniya-m so che i tuoi sogni sono andati in frantumi

ul-im kra i yessaram tutto quello che speravi in cuor tuo

i˜uÍ-as ah era per te perduto

ass agi lliÌ-am lqid Oggi spezzo le tue catene

rriÌ-am-ed ul-im d ajdid ti rendo un cuore nuovo

mennaÌ ad am-d-yefk webrid e ti auguro che la tua nuova vita

siwa lxi˜ ah sia tutta rose e fiori

maõõi d nekk i m-ilaqen Io non vado bene per te:

nek seg wigad yettewten io sono un perdente

amkan-iw d iderwicen il mio posto è tra i perdigiorno

tifeá-iyi ah tu vali più di me;

xti˜ aqcic la yeqqar scegliti un ragazzo istruito:

ääbib

d neÌ d kumiÒar un medico o un funzionario

neÌ wi yetfeˆˆiˆen am lefna˜ o uno bello come il sole

d lmetl-im ah al pari di te.

Ìrant

tab˜att agi wallen-im Quando i tuoi occhi avranno letto la lettera

sfeá yes-s imeääi n lferÍ-im usala per asciugarti le lacrime di gioia

tÄefseá-tt s ddaw uáar-im e calpestala ben bene:

dayenni ah è finita.”

tura a k-weÒÒiÌ s iÍbiben Adesso ti indirizzo agli amici

d widak i d-i-yisnen ed ai conoscenti

a k-iniÌ keõõ ketb-asen io ti dico, e tu scrivi per loro,

w

irk elli ah tutti quanti.

w

ay iÍbiben-iw a k en-ˆˆeÌ “Cari amici, vi lascio:

s kenwi s wayen i nebda lascio voi e i nostri progetti comuni.

lÄehd i yid-wen cerkeÌ Il patto che ho stretto con voi

ugadeÌ ur s-zmireÌ ara temo di non riuscire ad onorarlo

— 40 —

tebÌam taswiÄt ad-tbeddel voi auspicate che le cose cambino

tebÌam ad iban lefÍel auspicate che emergano dei prodi

tebdam teggulem a tkemmel avete giurato di portare a compimento ciò che

mennaÌ ar d-tawáem vi auguro di farcela. [avete iniziato:

Teggulem ad yekkes lbaäel Avete giurato di eliminare l’ingiustizia

yir tikli yid-es ar d-tenäel e di seppellire con essa il malaffare

tamurt fell-awen tettkel il paese conta su di voi:

mennaÌ ar d-tawáem vi auguro di farcela.

ˆˆiÌ lÄehd-iw ifut Io ho lasciato perdere il patto

nÌiÌ-t ugadeÌ ar tenÌem io l’ho ucciso e temo che lo farete anche voi

teggulem alamma d lmut il vostro giuramento è fino alla morte

lameÄna ugadeÌ ad-tbedlem ma purtroppo temo che cambierete

a d-ttmektim iáelli ricorderete il passato

tinem-as i txeddem temìi e vi direte: “che cosa fa la gioventù...

w

nfaq tura ula d nek ni Ma adesso anche noi siamo gente di successo

nexáa-yas i lhem e non vogliamo noie”

lameÄna ugadeÌ ar tettum Ma purtroppo temo che dimenticherete:

asmi aa wen-id-yessiwel weÌrum quando avrete i problemi del pane quotidiano

ala yid-es ara d telhum penserete solo a quello

ayen nniáen a t-teˆˆem e lascerete perdere tutto il resto;

dÌa ass-en m’ara te˜wum allora, quel giorno, sarete appagati:

ddunit ar d awen-tdum la vita vi sembrerà per sempre assicurata

win aa wen-ihed˜en d amcum chi vi parlerà d’altro sarà uno scocciatore

ugadeÌ ar t-tenÌem e temo che arrivereste ad ucciderlo

w

ma iÌad-ik en lÍal me˜˜a e se questa ipotesi vi rattrista

ttxilwet semmeÍt-iyi vi prego di scusarmi

w

ayen ak i d-qqareÌ ass-a tutto quello che dico oggi

neì˜a-t yeára-d idelli l’ho visto succedere ieri

kul wa ad yili d warraw-is ciascuno se ne starà coi suoi figli

w

ad yettag ad f wemkan-is preoccupandosi di non perdere il posto

ad yettelhi ala d cceÌl-is impegnandosi nella sua attività

a s-yini tÒeggem gli sembrerà che tutto vada bene

di lemtul aa wen-d-efkeÌ Se, negli esempi che vi faccio

Ìurwet ÌeläeÌ

ma trovate che io mi sbagli, badate

Ìer Ìures

tidett rret-iyi-d di ricondurmi alla verità.

nettemyassam gar-aneÌ Siamo gelosi l’uno dell’altro

ma iban-ed gmat-neÌ quando qualcuno emerge fra noi

ma zeddig ard a t-names se è pulito e onesto lo infanghiamo

mi d-iban wergaz deg-neÌ se qualcuno fra noi si distingue

amzun maõõi nneÌ facciamo come se fosse uno straniero

w Ìr-es

d nek ni aa d-yezwiren siamo noi i primi a dargli addosso

a t-nenfu neÌ a t-enneÌ lo mandiamo in esilio o lo uccidiamo

mi t-nekkes sseg-neÌ e una volta eliminato dalla nostra vista

nettu leqyud yesseÌres ci scordiamo le catene che ha spezzato

neste˜Íib s ube˜˜ani accogliamo lo straniero

akken yebÌu yili chiunque egli sia

lhiba as-tt-id-nesnulfu e gli attribuiamo grande prestigio

— 41 —

di leÄnaya-nneÌ yedduri gli accordiamo la nostra protezione

ul-nneÌ yelli gli apriamo il nostro cuore

gar-aneÌ akken yebÌu yelÍu e può andarsene a piacimento tra di noi

Ìas

gmat-neÌ ma yeÌli ma quando un nostro fratello cade

ssmeÍ ur yelli non c’è perdono:

nÄefs-it w ad as-nernu lo calpestiamo ferocemente

gar-aneÌ yekker imenÌi quando sorge una lotta al nostro interno

armi ur nettwali ci lasciamo accecare a tal punto

Ì-yefru

aÄdaw mi d-yewweá a che devono venire i nemici a riconciliarci

ccwal yeáran ger tudrin le lotte che ci sono state tra i nostri villaggi

ur d-yeˆˆ aa inin lasciano senza parole

aa inin ineggura le ultime generazioni

Ìellin

f jmeÄliman i cadevano per questioni d’onore

ì˜in

yemmuten ur morivano senza nemmeno sapere

anida tezdeÌ ssebba dove stesse il motivo

s kra zerÄen d kra yemÌin Quello che hanno seminato e fatto crescere

w

yeÌleb yak lesnin ha superato gli anni

yewweá-aÌ-d nmegr-it ass-a è arrivato fino a noi e noi lo raccogliamo

asmi tqaraÄen taÄdawin Occupati delle lotte intestine

azger ur t-ì˜in non si accorgevano del bue

mi sen-d-yesxe˜b azeääa che calpestava il telaio

ma nexdem akken ixdem yeÌleá se agiremo così commetteremo un errore

a ntezzi ntenneá continueremo a girare in tondo:

nettuÌal ansi i d-nekka ci ritroveremo sempre al punto di partenza

lqum-enni n zik yecceá le generazioni del passato hanno fallito

tawacáa tseffeá ma all’errore si può porre rimedio

muqlet ger zdat tura adesso guardate in avanti

TiÌri nesla mi nteäeá la voce che udimmo da lattanti

tezwar kul tayeá viene prima di qualunque altra

Ìurwet a s-tebrum ass-a badate, oggi, di non abbandonarla

Zik wa ihedd˜-itt i wayeá un tempo era tramandata di bocca in bocca

ass-a di lkaÌeá oggi è scritta sulla carta

a tt-id-afen ineggura per le future generazioni.”

(n. 1951)

4.3. Ferhat

La biografia di Ferhat

Ferhat Mehenni è nato il 5 marzo 1951 nel villaggio di Maraghna a llloula nella regione di

Azazga in Cabilia (Algeria). La sua infanzia ha coinciso con il periodo della guerra

anticoloniale, nella quale il padre, resistente contro i Francesi, trovò la morte nel 1961. È solo

dopo l’indipendenza, all’età di 12 anni che comincia a frequentare la scuola, a Tabouda, a otto

chilometri da casa. Andrà poi in collegio a Chateauneuf e a Larba n At Yiraten, dove

comincia ad appassionarsi alla musica. «Se sono approdato alla musica lo devo all’amore per

Cherif Kheddam e anche ad una vocazione familiare» Ferhat ricorda che un giorno suo padre

aveva cantato una canzone senza accompagnamento strumentale davanti a tutto il villaggio.

w

Sempre da lui aveva appreso la canzone di Laimèche Ali, la versione in berbero

Ameddak el

del canto per i caduti di guerra di Uhland, uno dei primi canti

Ich hatte einen Kameraden

berbero-nazionalisti, che entrerà a far parte del suo repertorio. Il figlio seguirà le orme del

padre, con la complicità del fratello : «Un giorno, il mio fratello maggiore rientra dalla

Francia portando con se un liuto. Io provo a pizzicarlo un po’». Questo gli darà la voglia di

— 42 —

imparare a suonare lo strumento, ma, incerto se optare per lo stile o la musica

chaabi loukoum

dell’epoca, finirà per cantare e suonare il folk. Non prima, però, di aver seguito la scuola di

Cherif Kheddam e di avere imitato Lounis Ait Menguellat e Kamel Hamadi. «Ad ogni modo

—precisa— all’epoca era impensabile che un giovanotto potesse cavarsela con la sola chitarra

per accompagnare la canzone con tre accordi minori.» C’era sempre e soltanto la mandola coi

quarti di tono. Compone la sua prima canzone, prima di esibirsi per la prima

Un fiore blu,

volta alla radio (la ‘Chaîne II’, che trasmette in cabilo) nel 1969. Al suo debutto però non fece

particolare impressione. Il successo arriverà quattro anni dopo, ma prima deve lavorare per

mantenere la famiglia, che si è ingrandita nel 1970. Lavoro, vita famigliare e pratica della

musica: gli rimane ancora del tempo da dedicare allo studio? «Ho preso la maturità da

privatista a Algeri nel 1972. Con la lode, non dimenticatelo!» Ferhat scoppia in una sonora

risata. Questo ammiratore di Abdelhalim Hafez, di Johnny Halliday, dei Beatles, avrà il suo

colpo di fulmine nel 1973 con l’uscita di l’indimenticabile canzone di Idir.

Vava Inouva,

«Vava è un fattore che scatena in me una rivoluzione.» Due chitarre sole, tre o quattro

lnouva

accordi minori e dei testi che raccontavano la Cabilia, le sue colline dimenticate e i suoi

uomini rimasti abbarbicati alle loro montagne o partiti per lavorare nelle fabbriche di Parigi o

nelle fonderie di Alsazia e Lorena. Decide di fare come Idir.

lmazighen Imoula

Gli

Ottobre 1973: forma il suo primo complesso per partecipare al concorso nazionale della

canzone algerina. Il nome del gruppo è «Per la verità —precisa— doveva

Imazighen Imoula

essere llloula, il nome del mio villaggio». Ma farà buon viso a cattivo gioco. Conserva lo

stesso quel nome. «Imula, in berbero, significa il versante nord delle montagne». Vince il

primo premio e con esso il diritto a farsi trasmettere dalla radio algerina. Ma invece di

annunciare il nome del suo gruppo il presentatore si limita a gridare

Imazighen Imoula,

“Ferhat Mehenni”. «lo mi presento per protestare, tenendo in mano il diploma del ministero

della Cultura in cui è menzionato il nome del gruppo». La radio corregge il tiro. «Per la prima

volta la parola “Imazighen” viene pronunciata su di un mezzo di comunicazione ufficiale

algerino». Prima vittoria dell’uomo, primi attriti tra il cantante e le autorità algerine.

I primi arresti

1976: l’Algeria è immersa in una grande effervescenza politica. I dibattiti sulla Carta

nazionale e sulla Costituzione toccano il loro apice. Un concerto al Théâtre National gli

causerà di essere ricercato dalla polizia. «Sono venuti a prendermi alle 6 del mattino nella mia

camera universitaria a Kouba». Direzione "Barberousse", la prigione resa tristemente celebre

dai ghigliottinati della Rivoluzione algerina. Gli occhi di Ferhat sono umidi quando rievoca

l’episodio: «Ho passato la notte più atroce della mia vita. Mi credevo perduto per sempre».

Questo arresto costituirà per lui il battesimo del carcere, e sarà seguito, nel corso della sua

vita, da molti altri arresti, lunghe notti di torture e molti mesi di detenzione. Ma l’arresto,

lungi dallo spingerlo a lasciare da parte la chitarra, a rimangiarsi la collera e lasciar perdere la

sua “foga rivoluzionaria”, lo rende invece ancora più testardo. Decide di scrivere testi

decisamente impegnati e moltiplica i concerti nei campus universitari, senza per questo

abbandonare gli studi. La discussione della sua tesi di laurea avrà luogo nel giugno del 1977.

Col suo diploma in tasca, Ferhat decide di tentare la fortuna nel Sud algerino. Nel gennaio del

1978 è a Hassi Messaoud, il polmone petrolifero dell’economia algerina. Vi resta meno di un

anno prima di recarsi a Parigi, dove incontra per la prima volta Hocine Ait Ahmed, il leader

del FFS. « Davanti a questo monumento della storia algerina mi sono commosso ». Ait

Ahmed aveva appena rotto il suo silenzio in occasione del 1° novembre, anniversario

dell’avvio della Rivoluzione. L’incontro tra i due uomini sarà determinante per il cantante,

che più tardi entrerà in politica.

La “Primavera berbera” del 1980

Quando arriva la “Primavera” (Tafsut) dell’aprile 1980. Ferhat, che sarà uno dei suoi

protagonisti, viene colto di sorpresa. Il 19 aprile 1980 sbarca all’aeroporto di Algeri. I

poliziotti sono lì che lo attendono: nei suoi confronti è stato emesso un mandato di

comparizione. Ad aggravare la situazione, Ferhat trasportava nei suoi bagagli una

— 43 —

videocassetta di Ait Ahmed. Un corpo del reato ideale. Fa la conoscenza del commissariato

centrale di Algeri, dove soggiornerà fino al 27 aprile. Menù quotidiano, interrogatori

“robusti”: viene torturato per fargli confessare di appartenere al FFS, e successivamente.

viene trasferito in una prigione. Liberato il 14 maggio, si reca a Tizi-Ouzou per organizzare

uno sciopero generale.

Per farla breve, il fatidico 20 aprile lui non era con i manifestanti. Il 20 aprile 1980 era già in

una cella dove subiva interrogatori fino alle 3 di notte. Apprende della rivolta cabila da alcuni

manifestanti di Algeri arrestati dalla polizia e dalla Sécurité Militaire. Quando uno di essi lo

riconosce e gli va incontro per abbracciarlo, lo mettono in isolamento totale. Gli avvenimenti

della "Primavera berbera" lo portano a stringere sempre più la sua amicizia con un giovane

medico, poi divenuto psichiatra e presidente di un partito politico (il RCD), Said Sadi.

Insieme, essi animano conferenze, meetings e seminari, organizzano scioperi e redigono

articoli nella rivista Tafsut.

La Lega Algerina dei Diritti dell’Uomo

Nel 1985 crea, insieme a Said Sadi, a Mokrane e Arezki Ait Larbi, e ad Ali Yahia Abdenour,

la Lega Algerina dei Diritti dell’Uomo.

Il 5 luglio 1985 decidono di celebrare l’anniversario dell’indipendenza al di fuori dei

festeggiamenti ufficiali. Male glie ne incoglie. Le autorità colgono l’occasione per arrestarlo e

gettarlo in prigione. Viene arrestato con Mokrane Ait Larbi e trasferito alla prigione di

Berrouaghia, nel braccio dei condannati a morte. Anche gli altri membri saranno arrestati. In

dicembre vengono giudicati e condannati a 3 anni di prigione e a 5000 dinari di ammenda per

attentato alla sicurezza dello Stato.

Lambèse

Il 2 gennaio 1986, Ferhat e i suoi compagni vengono trasferiti nel terribile bagno penale di

Lambèse, una fortezza gelida costruita dai Francesi. Questa esperienza verrà raccontata più

tardi in una canzone che si dice abbia fatto piangere Said Sadi quando la sentì. Il comitato

d’accoglienza gli riserva un trattamento particolarmente duro. Chiedono a Ferhat di spogliarsi

per indossare la divisa carceraria. Lui rifiuta. Lo mettono in cella. «Mi svestono. Tutto nudo a

cinque gradi sotto zero». Nel dicembre del 1986 viene trasferito a Blida, da cui esce il 27

aprile 1987.

Il multipartitismo

Dopo i sanguinosi moti dell’ottobre 1988, l’Algeria entra nel multipartitismo. I protagonisti

del Movimento Culturale Berbero fondano il RCD, il Raggruppamento per la Cultura e la

Democrazia. Ferhat annuncia di abbandonare la canzone per la politica. «Ogni lotta ha le sue

armi. Metto da parte la chitarra per indossare l’abito del politico». Ma l’impegno come

politico a tempo pieno non durerà molto. L’Algeria piomba nell’incubo degli integralisti.

Giornalisti, intellettuali, militari, poliziotti e semplici cittadini vengono quotidianamente

falciati dai proiettili e dai coltelli del GIA. Ferhat si rimette in discussione. «Che ruolo può

svolgere un politico in questi momenti di tormento e di disperazione?», si dice. Torna a

privilegiare il suo primo amore, la canzone. Nel 1993 escono i suoi Canti d’acciaio e di

e comincia a prendere le distanze dal partito e da Said Sadi. Le prime divergenze si

libertà

erano avute il 29 giugno 1992 in occasione della manifestazione organizzata dal partito per

commemorare l’assassinio del presidente Boudiaf. Una bomba scoppia al passaggio del

corteo. Due morti e decine di feriti. Ferhat rifiuta di seguire il partito che considera la lotta

antiterrorista prioritaria rispetto a qualsiasi altra rivendicazione. La frattura sarà evidente un

anno più tardi, e si amplierà nel biennio 1994/95. Dal settembre del 1993 abbandona ogni

incarico all’interno del RCD, ma sarà solo nel maggio del 1997 che darà formalmente le

proprie dimissioni dal partito.

Non darà mai le dimissioni, invece, dal Movimento Culturale Berbero, e quando questo si

frazionerà in due correnti orientate secondo i due partiti politici prevalenti in Cabilia (“MCB-

Coordinamento Nazionale”, filo-RCD e “MCB-Commissioni Nazionali”, filo-FFS), dapprima

egli cercherà (in un meeting del 28 giugno 1995) di ricucire lo strappo e di ricreare l’unità, e

— 44 —

poi, visti inutili i suoi sforzi, darà vita ad un terzo polo, “MCB-Raggruppamento Nazionale”,

indipendente dai partiti, di cui è tuttora il presidente.

La proclamazione del berbero “lingua nazionale e ufficiale”

Il 17 gennaio 1994, al termine di una imponente manifestazione a Tizi Ouzou, Ferhat, a nome

del Movimento Culturale Berbero, proclama il berbero “lingua nazionale e ufficiale"

dell’Algeria. I mesi che seguono saranno caratterizzati da forti tensioni tanto nei confronti del

potere quanto all’interno delle varie anime del Movimento Culturale Berbero. Gli

avvenimenti salienti saranno il rapimento del cantante Matoub Lounès e lo sciopero scolastico

indetto dal MCB. Ferhat è il principale animatore del boicottaggio delle scuole. «La divisione

principale stava in quelle che io consideravo le priorità politiche in quei momenti: io ero per il

boicottaggio delle scuole e la costituzionalizzazione della lingua amazigh. Said Sadi era per la

lotta al terrorismo. Io potevo concedere che le due cose fossero considerate prioritarie allo

stesso titolo, ma lui non voleva ammettere nemmeno questo. Ma questo per me è ormai storia

passata». «In quanto militante e attore politico, io ritengo che i nostri democratici si diano da

fare per cause che non sono le loro. Si sono trasformati in satelliti sia del potere militare sia

degli integralisti, malgrado il sangue che questi ultimi (il potere e gli integralisti) versano da

una parte e dall’altra. Per me l’obiettivo essenziale resta, anche se non ho i mezzi per

realizzarlo, la creazione di un polo democratico per fare fronte tanto agli integralisti quanto ai

sostenitori del regime attuale».

Nell’Airbus dirottato

Nel dicembre del 1994, Ferhat è tra i passeggeri dell’Airbus dell’ Air France dirottato dai

terroristi del GIA all’aeroporto di Algeri e bloccati successivamente all’aeroporto di

Marsiglia. In quell’occasione rischia veramente la vita. Riesce per miracolo a sfuggire ai

rapitori, che sulle prime non si sono accorti della sua presenza a bordo. «Mi sono sempre

domandato: ma chi saranno questi assassini capaci di simili atrocità? È stato in occasione del

dirottamento aereo che ho potuto vederli bene in volto. E ho scoperto dei giovani che

sprizzavano bellezza e salute fisica. Li ho visti ridere e sorridere, a volte perfino mostrarsi

amichevoli con i passeggeri. E poi li vedevo sparare e uccidere. Sono una generazione di

mostri. Sono sfuggito alla morte per miracolo. Dopo le prime ventiquattr’ore i terroristi mi

hanno riconosciuto. Mi hanno ordinato di fare la preghiera. Stavano per farmi saltare la testa.

Ho simulato un malore. Devo la vita ad un’infermiera, che ha confermato la crisi cardiaca:

‘Ne avrà per non più di 15 o 30 minuti, tanto vale lasciarlo morire’, ha suggerito. Un quarto

d’ora più tardi le teste di cuoio intervenivano...»

Sei mesi più tardi, Ferhat vide altri uomini del genere ad una fermata del di Parigi. «Mi

métro

riconobbero e cominciarono a inseguirmi dicendo “Sei un infedele nemico dei credenti

nell’islam!”. Riuscii ad infilarmi in una vettura proprio mentre la porta si chiudeva», Viene a

stabilirsi in Francia ma conserva stretti contatti con la madrepatria. Torna a dedicarsi anche

alla canzone. Ferhat ritrova la sua ispirazione in una fattoria della Normandia dove compone

«in quattro giorni» il suo album intitolato L’album fa il punto

Canti del fuoco e dell’acqua.

sulla sua vita di cantante, sulla sua lotta per la tamazight (la lingua berbera) e per le libertà

democratiche in Algeria.

La “Primavera Nera” e la fondazione del MAK

Il 18 aprile 2001, con l’uccisione del giovane Massinissa Guermah in una caserma della

Gendarmeria, si apre un periodo di lotta e di durissima repressione in CabiIia, che in un anno

farà oltre cento morti e migliaia di feriti: la “Primavera Nera”. Nel pieno degli eventi, il 5

giugno 2001, in una conferenza stampa a Tizi Ouzou Ferhat avanza per la prima volta

esplicitamente la richiesta di “un’ampia autonomia” per la Cabilia, e annuncia la creazione del

MAK, “Movimento per l’Autonomia della Cabilia”. «Ciò che motiva questo cambiamento nel

nostro percorso militante è, soprattutto, la Primavera Nera del 2001. Ci siamo resi conto

all’improvviso di quanto eravamo soli nelle sventure che ci trovavamo ad affrontare. Per più

di un mese e mezzo nessuna regione del paese, nessun partito politico è stato solidale con noi

o ha condannato i massacri perpetrati dal potere in Cabilia».

— 45 —

Come tutti i leaders politici e intellettuali della Cabilia, Ferhat è perennemente in pericolo per

la propria vita. Ancora nel marzo del 2002 è sfuggito a un attentato. Su di un uomo che da

giorni cercava di vederlo è stata trovata una pistola. «Lo abbiamo consegnato alla polizia.

Quando ho voluto depositare la denuncia, hanno rifiutato di accoglierla. Ho voluto portare la

denuncia direttamente al procuratore deIla repubblica. Niente da fare: mi ha rimandato dalla

polizia. Alla fine il commissario ha accolto la denuncia ma ha rifiutato di fornirci le generalità

e le funzioni di quell’individuo. Da allora non ne. abbiamo più alcuna notizia. Secondo le

nostre informazioni, sarebbe un agente di polizia e sarebbe stato trasferito ad Algeri». Ferhat

ammette che questo tentativo non è che l’ultimo episodio di una serie di intimidazioni e

minacce. Ma evita di fare del vittimismo: «Am (“È così per tutti...”). Come

nekk am wiyaá»

sempre, all’impegno politico si accompagna la creazione artistica. Dopo quasi un anno di

sosta forzata per il precipitare degli eventi, nel 2002 è uscito un nuovo album, contenente tra

l’altro una canzone, “Sangue di luce”, interamente dedicata ai martiri della

Idammen n tafat

“Primavera Nera”. «L’album è composto di 8 titoli di cui uno “Per la

I Tmurt n Leqbayel

Cabilia”, il titolo faro. Quattro strofe, ciascuna delle quali è dedicata ad uno dei capoluoghi

della Cabilia. La seconda canzone è dedicata ai Berberi. Un titolo completamente personale in

cui ritorno su tutto. Ho fatto una canzone sulle cascate del Niagara. E un titolo consacrato

all’unità che dobbiamo costruire in Cabilia. C’è poi un gioiellino di poesia e di musica che

non ricerca altro obiettivo che la bellezza e l’estetica, che strizza un po’ l’occhio a “la Colline

Oubliée”...» La concezione che Ferhat ha della sua arte è bene espressa in queste sue parole:

«Il canto è la linfa che nutre la lotta. La sua compagnia è vitale per trasformare l’idea in

realtà. Con il suo verbo e la sua melodia io voglio sconfiggere autoblindo e prigioni, le

tenebre e la disperazione. Voglio, con il suo grido, ricreare la vita e la libertà».

“Bella ciao”: la morte del figlio

Le sventure personali di Ferhat non sono ancora finite: il 19 giugno 2004 uno

sconosciuto ha ucciso con una coltellata a Parigi Ameziane, il figlio maggiore del

cantante. L’inchiesta della polizia non ha potuto individuare il responsabile, ma è

molto forte il sospetto che si tratti di un “avvertimento” di stampo mafioso contro un

personaggio che sempre più si sta dedicando alla lotta politica per la democrazia nel

suo paese. Tra le carte lasciate dal figlio, Ferhat ha scoperto che Ameziane, che lo

aveva accompagnato a Milano per un concerto nell’estate del 2002, aveva in tale

occasione fatto la conoscenza di alcuni canti della resistenza italiana e meditava di

trasporre “O bella ciao” in cabilo. Ferhat si è quindi sentito in dovere di esaudire

questo desiderio del figlio, ed ha approntato una trasposizione del canto (non ancora

registrato), che ha eseguito, con voce rotta dall’emozione, nel corso della cerimonia di

sepoltura: E i fiori mi faranno ombra...

Ijeˆˆigen a yi-ttarran tili

Discografia:

á ˜

“La notte e il giorno” (1973); “Il canto” (1973); “Il morto

I d wass Ccna Alaxe t iddren

vivente” (1974)

ß Canti rivoluzionari di Cabilia (1979)

[Imesdurar “I montanari”; “Ciò che amo” (parole di Muhend u Yehya); “La

Ayen RiÌ TamaziÌt

(lingua) berbera”; “Il fiume mi ha inghiottito”; “Vento (di libertà)”; “Un

Asif yeõõa-yi Aáu Yir Targit

w

brutto sogno”; “Il compagno d’armi” (parole di Laimèche Ali, musica L. Uhland);

Amdak el Tizi

w “Il passo di oggigiorno”; “Il ragazzo e il mendicante”]

bb ass-a Aqcic d uÄettar

ß Canti berberi di lotta e di speranza (1981);

[TaÍya “Evviva il Presidente” (parole di Muhend u Yehya); “Onore e dignità”;

Berzidan Nnif d lÍe˜ma

“La forza del lavoratore”; “Il cielo”; “Il disertore” (parole di

Tazmart uxeddam Igenni Amezza˜äi

Muhend u Yehya, da Boris Vian); “Fortunati noi!” (parole di Muhend u Yehya);

Amarezg-nneÌ

“Il saggio” (parole di Saïd El Mahroug, Libia); “Oued Ouchaïeh”]

Amusnaw Wad UcayeÍ

ß Ormai sono 20 anni (1983); — 46 —

w

[Åecrin “Ormai sono 20 anni”; “O voi che...”; “La vostra cultura”

isegg asen aya A kra... Idles-nwen

(parole di Saïd El Mahroug, Libia); “La lingua araba”; “I baathisti”;

TaĘabt IbaÄtiyen Tarwa

“Figlioli”]

ß Canti d’acciaio, d’amore e di libertà (1994);

[Am “Come la luna piena”; “Quello che ti auguriamo”; “Cade la neve”;

aggur I m-nbudd Yekkat wedfel

“Canti d’acciaio”; “Le Isole Canarie” (parole di Ferhat e Amar

TuÌac n ddkir Tigzirin Tikna˜iyin

Mezdad); “(il carcere di) Tazoult-Lambèse”; “Generazione eroica”;

Taìult-Lambez Lˆil n tirrugza

“La Primavera”; “Accecati”; “Rabbia e risate”;

Tafsut IderÌalen Urfan TaáÒa Taddart n Leqbayel

ÒÒe͘a

“Villaggio cabilo”; “Il Sahara” (parole di Salah Tirichine, Mzab)]

Tamurt n

ß Canti del fuoco e dell’acqua (1998)

[TuÌac “Canti di fuoco”; “Io canto”; “Mi ricordo”; “Niente scuola”;

n tmes CennuÌ Necfa-d Ulac llakul

“Differenze”; “La Mitidja”; “A Rachid”; “Cantami

Mxallafent M'tijja I Rachid Cnu-yi-d tayri

l’amore”; “Tu che...”; “Domani sorgerà il sole”]

Win Azekka ad yali wass

ß I Tmurt n Leqbayel - Per la Cabilia (2002)

[I “Inno alla Cabilia”; “I Berberi”; “Sono tornato”;

tmurt n Leqbayel ImaziÌen UÌaleÌ-d Xas segneÌ

“Anche se ...”; “Come Che Guevara”; “Fin tanto che...”; “Niagara”;

Am Che Guevara Skud Nyaga˜a

“Sangue di luce”]

Idammen n tafat

Bibliografia e fonti:

Cherif Makhlouf, Paris,

Chants de liberté. Ferhat et la voix de l’Espoir. Textes berbères et français,

∞ L’Harmattan

Siti http://ferhat.lekabyle.com, http://www.belala.com/site_ferhat/

∞ “L’entêtant chant de liberté de Ferhat”, 3/4/95

L’Humanité

∞ “Art Blooms In Exile”, May 13, 1996 Volume 147, No. 20

Time International

∞ Entretien réalisé par Nadia Kerboua à MontreaI, nov. 1996

Le Matin,

∞ “Evènement 1994: un Airbus contre la tour Eiffel”, N°1923 (13 septembre

Nouvel Observateur-

∞ 2001)

Articoli vari dal sito (30 agosto 2001, 5 febbraio 2002,30 marzo 2002) Intervista

www.kabyle.com

∞ realizzata da Irdan e apparsa sul sito di brtv

Intervista “Le Kabyle doit militer pour la Kabylie”, n° 26, febbraio 2002

Iìuran

Tamazight La (lingua) berbera

D udem-is kan walit-ett Ecco il suo volto, guardatela bene

Ulamma d tameddit Anche se si fa sera

Tinim-d ala tidett Dite un po’ la verità:

M’ur telli d tilemìit Non è una giovanetta

M’ur tecbi tawizett Non brilla come oro zecchino

M’ur t˜eq am tirgit Non arde come fiamma?

Tennam wesser wudm-is Voi dite che il suo volto è invecchiato

Tzewˆem-d anda nniáen Siete andati altrove a cercar moglie

TuÌem tiÄdawin-is Avete sposato delle sue rivali

Tesmigliz s wallen I suoi occhi vi guardano impotenti

TebbeÍbeÍ taÌect-is Non ha quasi più voce

Deg imeääi fell-awen L’avete fatta piangere troppo

Ar ida d tanubit E invece è ancora un’adolescente

D tilemìit n telmeìyin La più giovane tra tutte

Kra i teõõa di teÌrit Per quanti colpi abbia ricevuto

Deg ifassen nÌant tismin Ad opera di chi muore d’invidia

Ar ass-a tif tislit Oggi è più bella di una sposina

Ur tecliÄ di tlawin Non si preoccupa delle altre donne

Ä

Ta L’arabo

˜abt

Tutlayin am yemdanen Le lingue sono come le persone

Kifkif-itent deg wezref Hanno uguali diritti

D tafat i d-yeskanayen Sono la luce che illumina

— 47 —

Iberdan i yal aÌref La strada di ogni popolo.

Ma tneq yiwet di tayeá Se una uccide un’altra

D tarwa-s i d tameÒbaälit - Colpevoli sono i suoi figli

w Ì-iÍekmen

Nek ni d wid i Siamo noi, con quelli che ci governano

Ì-inek˜en

I tajeddit E che ci fanno rinnegare la nostra stessa stirpe

TaĘabt d tutlayt igerrzen L’arabo è una lingua eccellente

Azal-is am trumit Che vale quanto il francese

Õer waĘaben ulac i tt-yifen Per gli Arabi non ce n’è una migliore

Õur-neÌ tif-itt tmaziÌt Per noi il berbero è meglio

Akken i nnan at zik-enni Come dicevano gli antichi

Yal wa d ayla-s i yelhan Ciascuno trova migliore la propria famiglia

Ìef

Ma taĘabt i d-newwi Ma quanto all’arabo, che noi abbiamo accolto,

Ì-inÌan

Ass-a d nettat i Oggi è lui che vuole farci fuori.

ÁemleÌ wid isÌarayen Amo coloro che insegnano

AbaÄda ma xeddmen seg wul Soprattutto se operano con passione

Am tferka ittleqqimen Come nei campi si fanno gli innesti

Ttleqqimen arrac di lakul Innestano i ragazzi nella scuola

Leqraya tuklal leqde˜ L’istruzione ha meritato rispetto

TessufuÌ-d imusnawen Produce dei sapienti

Ma di tmurt-nneÌ texse˜ Ma nel nostro paese, corrotto,

Ay d-tessufuÌ d uzligen Produce solo dei malfattori

A kra yesÌarayen taĘabt O voi che insegnate l’arabo

w

Yerra-k en uÌrum d uÄekkaz Indotti dal bisogno o dal bastone

Neìra tÍemlem tamaziÌt Sappiamo che amate il berbero

w

Maõõi d k unwi i ifernen Ma non avete scelta 10

Ta d tagelzimt d wesÌar È la storia dell’ascia e del tronco!

w

Ula d nek ni nettaken Anche noi diamo

Dderya-nneÌ akken ad tÌer I nostri figli perche li istruiscano

Nezmer a nbeddel tikli Possiamo cambiare direzione

Nezmer a nemyaf d atmaten Possiamo riscoprirci fratelli

Nezmer a nbedd i tlelli Possiamo batterci per la libertà

Nezmer a nzzizdeg ulawen Possiamo tornare col cuore puro

Nezmer a nesbedd leqde˜ Possiamo costruire il rispetto

D tiseÌlit n waygar-aneÌ Che si frapponga tra gli uni e gli altri

Ìef

A nttemÄessa yeÌìer Così da non cadere nel baratro

Ad nessali Lzzayer-nneÌ Per fare grande la nostra Algeria.

Am wagur Come la luna

Banen-d am wagur Luminosi come la luna piena

Sefsayen uáan Che disperde le tenebre notturne

Tekkan am ttju˜ Si ergono, come alberi,

Õef iìuran Su solide radici

CebbeÍn Lezzayer E fanno onore all’Algeria

S lˆehd n leháu˜ Con la forza della parola

Bennun laman Costruiscono la fiducia

Yes-s ara yemÌur Con cui crescerà

EÒÒeff agdudan Il campo democratico

10 Allusione ad un proverbio cabilo: tenna-yas tÍeccaä i tqabact: “teqreÍá-iyi”; terra-yas tqabact: “ula

(Disse l’olivo selvatico alla scure: “Tu mi fai male”; rispose la scure:

i d-tsuÌeá: afus s kem i d-yekka”

“non hai motivo di lamentarti: è da te che proviene il mio manico”), corrispondente al nostro “chi è

causa del suo male pianga se stesso”. — 48 —

A nemneÄ si nnger Per salvarci dall’annientamento

Ma s lehna yeõõur Se le loro parole

Wawal-nnsen Sono piene di pace,

D tiìeää d leqde˜ Di dolcezza e di rispetto

w

Ur ttag aden ugur Non temono ostacolo

Anda ma llan Dovunque si trovino

Zemren ma tekker Possono far fronte ad ogni emergenza

ÒÒur

Salayen Hanno innalzato un muro

Ar igenwan Che arriva fino al cielo

Ad leqáen amur Per prendere la nostra

NneÌ n yitran Parte di stelle

Yes-s ara nedder Con cui vivremo.

Wid i tt-iÌeálen Quelli che hanno fatto precipitare il paese

D wid i tt-iõõan Sono quelli che lo hanno mandato in rovina

Ì-iÍesben

D wid i Sono quelli che ci considerano

w

Nek ni d izan Come mosche fastidiose

Seg wasmi tefra Da quando è finita la guerra

˜uÍen

UrÄad i Non se ne sono ancora andati

Ì-d-nnan

Imi i Come ci hanno detto,

Atan ad uqlen E state certi che torneranno

ˆˆan

S amkan i Se dovessero abbandonare il loro posto:

Ur ten-ne˜w’ara Non sono mai sazi

Tamurt d-illulen Il paese che è nato

S idammen yerÌan Col sangue ardente

N tarwa-s i me˜˜a Di tutti i suoi figli

Sseg-s sneÌlen Lo hanno saccheggiato

Deg-s rìan Lo hanno fatto a pezzi

Åegben-tt i lebda Lo hanno rovinato per sempre

Ttif-asen a tt-meálen Oggi per loro è meglio seppellirlo

Wala agdudan Piuttosto che lasciarlo a qualche democratico

Aa d-illin allen Che apra gli occhi

I yal amdan A ogni individuo

A tt-yesbedd kra Per cercare di farlo risorgere

Yehwa-yasen kan Fanno quello che vogliono

Ulac amkan Ma non c’è posto

w

I umek aren Per i ladri

Tamurt i d-yekkan Un paese che ha superato

Akkin igiman Tanti millenni

D tinna ad yeddren È quello che vivrà

At leÍsed yerkan Gentaglia invidiosa

As neqqar a lukan Noi diciamo loro che, se

Ad uÌalen Volessero tornare,

XedÄen laman Ormai hanno tradito la fiducia

I d-asn-efkan Che avevano dato loro

Izzayriyen Gli Algerini

Tacmatt i d-lsan Vestiti di disonore

11

At iõumar I barbuti

SderÌilen ussan Hanno accecato i giorni

11 Cioè gli integralisti islamici, — 49 —

Am umeÒma˜ Come un chiodo

Di tiä n lehna Piantato nell’ occhio della pace

S idammen i d-ssan Hanno steso un letto di sangue

I yal lexba˜ Ad ogni notizia

A zellun ilsan Sgozzano le lingue

Ìef

Ma i a neháe˜ Perche dovremmo parlare?

Neqqen ula d ccna Uccidono perfino il canto.

Ddin i d-snulfen La religione che si sono inventati

Ur yesÄi sser Non ha alcun onore

YeffeÌ di ccada È uscita dalla retta via

Yes-s aya ttmenÌan In suo nome si uccidono tra loro

Yal wa am wezger Chiunque può essere animale da macello

Di kra n tmura In certi paesi

Ma d nutni ksan Quanto a loro, pascolano

Tamdint adrar Per città e montagne;

D aääan ur tuksan È un’epidemia che l’Algeria

Lezzayer Non si merita.

Aya d-tagara Che brutta fine!

Cwi kan llan Per fortuna ci sono

Wid ittgallan Quelli che quando giurano

Ur d-asn-anfen Mantengono la loro parola

Ay at eÒÒeff agdudan O voi che siete democratici

D agraw d amdan Vuoi organizzati, vuoi individualmente,

Aql-aÌ yid-wen Noi siamo con voi

Lezzayer tatrart L’Algeria moderna

D tafidiralt Sarà federale

D tinna ara ibedden Essa sarà in grado di rimettere in piedi

Kra yellan d tazmart Le forze sane

Di yal tiÌmart In ogni regione:

w

As-t-id-nag em Da qui attingeremo 12

Mmeyya g wallen-nsen “Cento nei loro occhi”

Wid i d-yersen Quelli che hanno piantato le tende

Ass-a zzin-aÌ Oggi ci circondano

Aql-aÌ zdat-sen Noi teniamo loro testa

Ayen i d-begsen Qualunque cosa ci riservi il futuro

D abrid-nneÌ Noi l’affronteremo

Ì

Tu ac n tmes d waman Canti di fuoco e d’acqua

Ìer

Siwel-d wurar Invita a far festa

Tudrin d leÄrac Villaggi e tribù

Ad isel wedrar La montagna sentirà

Uraw n tuÌac Una manciata di canti

Wissen ma ad neddar Chissà se sopravivveremo 13

NeÌ tuÌalin ulac O non faremo più ritorno?

Tamurt mi texse˜ Un paese così corrotto

TessewÍac Fa paura

ÒÒber

A taÄwint n O sorgente di pazienza

12 Formula contro il malocchio.

13 L’espressione è stata resa proverbiale dalla canzone di Cheikh

tuÌalin ulac Maison Blanche

Hasnaoui. — 50 —

Isellazen ulawen Che rassereni i cuori

Azen-yi-d lebÍer Mandami un oceano

14

N imeääawen Di lacrime

Tamurt-iw tender Il mio paese geme

Si lmut n yizmawen Per la morte dei suoi migliori figli

Abrid i teáfer Giunta sulla punta

D ijenwiyen Dei coltelli

w

LeÍk em d at iõumar Il governo e gli islamisti

Ddukeln-aÌ d-akniwen Si sono alleati contro di noi

Ìer

Ttawin-aÌ temqbar E ci mandano al cimitero

Yiwen yiwen Uno dopo l’altro

Igujilen meqqar Almeno gli orfani

Axxi akka d asawen Si, d’ora in avanti

A newwet ad ten-neÍader Diamoci da fare per proteggerli

Õef igerfiwen Dai corvi

Ìer-wurar

Siwel-d Invita alla festa

Tudrin d leÄrac Villaggi e tribù

Ad yecfu wedrar La montagna si ricorderà

Õef uraw n tuÌac Della manciata di canti

Wissen ad nedder Chissà se sopravivveremo

NeÌ tuÌalin ulac O non faremo più ritorno?

Yiwwas a d-yeÍáer Vedremo mai

I nesseÍmac Il giorno che aspettiamo?

A tuÌac n tmes O canti di fuoco

Sut isefra n waman Dalle parole d’acqua

Tidett ma tumes Se la verità è intorbidita

Qsen-tt izerman Dal veleno dei serpenti

w

Sswemt ag nes Straripate fin sul pavimento

w

Nefud am ileÌ man Abbiamo una sete da cammelli

Ammer ad aÌ-twanes Magari ne avessimo sempre con noi

Tezdeg am iselman Limpida come l’acqua dei pesci

I iÍemlen axnunes Gli amanti del torbido

w

D wid yisseáma leÍk em Sono quelli assetati di potere

Seg imi ara d-kren d ammunes Che da sempre

Áala Ìer yir asirem Operano a nostro danno

Ixef-nneÌ anda ara ines Dove andremo a finire

w

Ma d nek ni nessusem Se noi stessi staremo zitti

I lbaäel d ukennes Davati all’ingiustizia e all’arbitrio

Õer usedrem che si innestano sempre più a fondo?

Ìer

Siwel-d wurar Invita alla festa

Tudrin d leÄrac Villaggi e tribù

Ad yezlez wedrar La montagna si scuoterà

S wuraw n tuÌac Al suono della manciata di canti

Wissen ma ad neddar Chissà se sopravivveremo

NeÌ tuÌalin ulac O non faremo più ritorno?

Tamurt mi texse˜ Un paese così corrotto

TessewÍac Fa paura

Keõõ ay azemmur O voi, olive

ììaden

Win iÌuraf Triturate dalla macina

Akken i d-nuÌ amur Il destino che ci aspetta

Ur nemxallaf Non è diverso dal vostro

14 Immagine tipica della cultura del Nordafrica: cfr. il celebre poema religioso chleuh BaÍr ed-dumuÄ

del poeta Muhammed Awzal (18° sec.). — 51 —

w

Nek ni iwumi ur teõõur Noi non siamo ancora spacciati

Lˆib-enneÌ yesselqaf Ma le nostre tasche agonizzano

Zwin-aÌ neqqur Siamo pesti e malconci

Neõõa amextaf Non c’è rimasto nemmeno uno stecco

Am usafar am ujeqdur Prodotti e attrezzi

LeÌla-nnsen teseglaf Hanno prezzi che abbaiano

Tukkeráa teskufur Mentre il furto e la corruzione

Anda nerra ad tt-naf Che troviamo dovunque ci volgiamo

Deg-nneÌ la yettumÌur Continuano ad aumentare a nostre spese

Ukennur n yal zzaf La massa di tutte le arrabbiature .

Ma nekker-d yiwen wugur Dovessimo deciderei a liberarci dagli ostacoli

Ur tt-id-yettaäaf Non avrà tanti riguardi

Ìer

Siwel-d wurar Invita alla festa

Tudrin d leÄrac Villaggi e tribù

Ad yezdew wedrar La montagna si alzerà

S wuraw n tuÌac Al suono della manciata di canti

Asirem nedder Viviamo la speranza

w

Ayen ak i nesseÍmac E tutto ciò che ci auguriamo

Azekka a d-yeháer Domani si realizzerà

A menÄac Arrivederci

A iäij yerÌan O sole che bruci

I yegan aksum aras Che mi hai abbronzato

Aql-i am win i yi-inÌan Mi sento distrutto

Yewwet-it maras Colpito da un grave malanno

Ul-iw alÌuÌan Il mio cuore tenero

N wasmi nettemwanas Di quando ci tenevamo compagnia

w

Yeqq el d adÌaÌen Si è fatto duro come pietra

A yennekras Ed è tutto annodato

La ssikideÌ imÌan Eppure vedo dei germogli

Fessin tindert tinedert Aprirsi gemma dopo gemma

La d-senáaqen isÌan Fanno parlare i muti

S wudem n tudert Col volto della vita

Azekka imenÌan Quando, un domani, le violenze

M’ara afgen am waáu Voleranno via come il vento

D tafsut medden i bÌan La gente vuole che la primavera

Ad taÌ anebdu Si sposi con l’estate

Ìer

Siwel-d wurar Invita alla festa

Tudrin d leÄrac Villaggi e tribù

Ad yrefreÍ wedrar La montagna gioirà

S wuraw n tuÌac Al suono della manciata di canti

Fell-aÌ ad iÍáer Ci capiterà di vivere

Wa ass-en i nesseÍmac Il giorno tanto atteso

NeÌ tuÌalin ulac O non faremo più ritorno

Tamurt ad tedder Il paese vivrà

Ugur ulac Senza più ostacoli

Mxallafent Le scuole

Mxallafent tmura Diversi sono i paesi

Amek i sÌarayent Quanto all’insegnamento

Mxallafent tsura E diverse sono le chiavi

Fkant i dderya-nsent Che forniscono ai loro figli:

Tid itellin tiwwura Quelle che aprono le porte

I tussna banent Del sapere sono facili

w

Ma d nek ni s ineggura Ma a noi, che siamo gli ultimi,

— 52 —

Fell-aÌ ad waÄÒent Ci toccano quelle più faticose

S iÄeqqayen n lÍemmeì Con un po’ di ceci

D wid ibawen E di fave

w

Aqcic-nneÌ ik mmez Un nostro ragazzo si gratta la testa

LeÍsab yessÄawen Davanti ai calcoli complicati

w

Tarwa izzahren tk errez I figli fortunati maturano presto

S ‘ikumpyutiren’ Con i computer

w

Q mec tiä telliá-tt tebrez In un batter d’occhio tutto è chiaro

LeÍsab yefrawen Il calcolo è risolto

Internet yezáa azeääa Internet ha tessuto una tela

Ìef

Am tisist umaáal Come un ragno intorno al mondo

S wul n lfeääa Col cuore d’argento,

w

N wureÌ ak d wuzzal D’oro e d’acciaio

w ÒÒuäa

Nek ni di qraä d Noi siamo fermi alla briscola

NÍesseb neqqar mazal Dobbiamo ancora farne di calcoli e di letture

Mxallafent tmura.... Diversi sono i paesi...

I tarwa-nneÌ nesselmad Ai nostri figli insegniamo

Di remáan wi inwan Che durante il Ramadan chi vuole

Ines di berra yessiked Dormire all’aperto vedrà aprirsi

Tiwwura n igenwan Le porte del cielo

Timura ur nÍessed I paesi che non sono gelosi

Tarwa-nsent yeswan Dei loro figli di valore

Cergent igenni s lebed Squarciano i cieli per davvero

Ìer

Sawáent yitran E arrivano fino alle stelle

Di Baykonour d Kuru A Baikonur, a Kourou

15

NeÌ di “Cap-Canaveral” O a Cape Canaveral,

Ulac akukru Senza esitare

Ìer

Yal wa tussna yettazal Ciascuno corre incontro al sapere

w

Nek ni d amek ara nzellu Da noi, è il modo di sgozzare

Inesedday deg uÌerbaì Che occupa le discussioni a scuola.

Mxallafent tmura.... Diversi sono i paesi...

LÍidjab am uqiáun Un velo come una tenda

Lsant teqcicin È imposto alle ragazze

Tin i t-ikksen ar d-tebáun Chi prova a levarselo viene fatta a pezzi

D acÍal n teryacin In mille rondelle

Izerfan anda ttesuáun Là dove soffia il vento del diritto

Fsant tlelliwin Fioriscono le libertà

MeÍyaf tteáegiren-t s amdun Fanno piazza pulita di ogni discriminazione

Qudren tilawin Rispettano le donne

Ulac “qanun el usra” Non hanno il “codice della famiglia”

NeÌ “le code de l’infamie” O il “codice dell’infamia”

Tameääut teÌra La donna accede all’istruzione

Maõõi ad tt-erren d idimmi Non è un cittadino di serie B.

Maõõi am yes-nneÌ tura Non le succede come alle nostre figlie che oggi

w Äinani

yettak er GIA Vengono rapite dal GIA in pieno giorno

Mxallafent tmura.... Diversi sono i paesi...

Yiwen was ad nebddel Un giorno cambieremo

Ad tebeddel tikli Cambierà la direzione

15 Baikonour, Kourou (nella Guiana francese) e Cape Canaveral sono le località in cui si effettuano i

lanci spaziali russi, europei e statunitensi. — 53 —

w

S yidles ad netteg em Dalla cultura attingeremo

Tudert nettmenni La vita che sogniamo

S tussna ara nÒeggem Con la scienza restaureremo

Abrid n tlelli La via della libertà

Abrid yettebbiÍen udem La via della bellezza

N talwit d tayri Della pace e dell’amore

Lakul ara nebnu La scuola che costruiremo

D win yettreÒÒin azalen Sarà quella che instilla i valori

Ìef

Wid i i ncennu Per i quali abbiamo continuato a cantare

w Ì-izeglen

TeÌ zi n leq˜un i Per tutti i secoli sterili

Werˆin yiwen ad as neknu Non ci piegheremo mai più a nessuno

Ì-yessemlalen

S tudkli i Per l’unione che ci accomuna

Mxallafent tmura.... Diversi sono i paesi...

w

Ameddak el Ich hatt’einen Kameraden

(di L. Uhland, 1809, trad. da Laimèche Ali e cantato da Ferhat Mehenni)

w

Õur-i yiwen umeddak el Avevo un compagno

Am netta ur ufiÌ ara Come lui non se ne trovano

Deg iberdan m’ara nleÍÍu Quando marciavamo insieme

Õer tama-w i d-iteddu Camminava al mio fianco.

Ur yettixi˜ ara Con lo stesso passo

Deg yiá m’ara d-neffeÌ akken Se uscivamo nella notte

NettÌummu s yiwen ube˜nus Sotto lo stesso mantello

Ì-id-walan

Mi yeÄdawen Quando il nemico ci vedeva

Qqaren-as widin d atmaten Ci scambiava per fratelli

Am iáudan ufus Inseparabili come le dita di una mano

Yiwen wass i yekker umennuÌ Un giorno, scoppiata la battaglia

Nuzzel d imezwura Corremmo in mezzo ai primi

Ì-d-kkan

Ansi yeÄdawen Verso dove veniva il nemico

Nqubel-iten am yizmawen Li assalimmo come leoni

Ur nettwexxi˜ ara Senza indietreggiare

T˜uÍ-ed ta˜eÒÒaÒt s waffug Partì un proiettile in volo

ìriÌ Ìur-i Ìur-es

Ur Non so se diretto a me o a lui

TÍuza-t-id deg yedmaren Lo colpì in pieno petto

WalaÌ-t yeÌli f yeblaáen Lo vidi cadere al suolo

Tasa-w tebáa fell-as Il mio cuore si spezzò

Ìur-i

Yeììel-ed afus-is Allungò la mano verso di me

Mi la t-ttmuquleÌ Mentre lo guardavo

ÍareÌ

Qim a gma ma d nekk Riposa in pace, fratello io non vedo l’ora,

Ass-en f tmurt ar k-ˆˆeÌ Da quel giorno che ti ho lasciato a terra,

Tta˜-ik ar t-id rreÌ Di vendicarti

w

Õur-i yiwen umeddak el Avevo un compagno

Am netta ur ttafeÌ ara Come lui non se ne trovano

Deg iberdan m’ara nleÍÍu Quando marciavamo insieme

Õer tama-w i d-iteddu Camminava al mio fianco

Wer t-ttettuÌ ara Non lo dimenticherò mai

Tazult n Lambèse

Tazult n Lambèse Tazult di Lambèse

Lambèse d lÍebs Lambèse è un carcere

— 54 —

Yessargagayen s tnebdar n yisem-is Che fa tremare al solo nominarlo

Tazult d taddart Tazult è il villaggio

I yettcemmit Che esso deturpa

Akken yettcemmit ugaìuì amgará Come un gozzo deturpa un bel collo

Tazult n Lambèse Tazult di Lambèse

Akken i s-qqaren Come viene chiamato

w 16

Deg wakk en i t-yunza Poiché Batna ce l’ha con lui

Batna tessusef-it-id Lo ha sputato fuori

D acu, teá˜a yid-es am winna Ma le è successo come a colui

17

A yessusufen s igenni Che sputa verso il cielo.

Tazult n Lambèse Tazult di Lambèse:

Íaca

I t-ikeõõmen maõõi Non vi entra solo

win ixedmen kra Chi ha commesso reati

Lbaäel ma skud izdi lqedd Finché è l’ingiustizia che comanda.

w w

Yezmer a k en-iddem ula d k enwi Potrebbe portarvi via perfino voi stessi

Win i t-ikecmen, yekcem aìekka Chi vi è entrato, è entrato in una tomba

w

D lmut ur tt-tettagg ad ara E non teme la morte 18

Imi yessen i tt-yugaren Perché ha conosciuto qualcosa di peggio

Tazult n Lambèse Tazult di Lambèse

ˆahannama

D yugaren È un inferno peggiore

Tin yett˜aˆun di laxe˜t di quello che ci aspetta nell’aldilà

™ebbi

Axater ma dÌa d yella Perché se esiste un Dio

Maõõi d win ara iserÌen tarwa-s Non è uno che bruci i propri figli

Ur umineÌ ar’ as-teqqer tasa Non credo che il suo cuore sia duro

Akken i d asen-teqqur i yemdanen Come quello degli uomini

Ur ssinen ansi-t tilisa Che non conoscono limiti

w

N lbaäel ak i xeddmen a tutto il male che compiono

Lbaäel ladÌa f umeÍbus E a chi vi è prigioniero

Yugar uõõi i s-d-ttaken Somministrano più maltrattamenti che cibo

Õef ulac a t-ndaben Per un nonnulla lo picchiano

A t-ˆˆen ur ireffed ur isrus Lo obbligano a stare né in piedi né seduto

A s-anfen akken d aÄryan E lo lasciano tutto nudo

S idammen s ufella n ssiman E insanguinato su un blocco di cemento

Uáan d uáan i usemmiá Per notti e notti all’addiaccio

Tazult n Lambèse Tazult di Lambèse

Lambèse d lÍebs Lambèse è un carcere

YesÌilifen s tnebdar n yisem-is Che dà la nausea solo a nominarlo

Tazult d taddart Tazult è un villaggio

Ur yuklalen a tt-ittcemmit Che non meritava di essere deturpato

Lbaäel n lÍebs-is Dal male della sua prigione:

YenÌa iÄeggeb, yesru irgazen Ha ucciso, mutilato, fatto piangere uomini

YettÍeccim deg yisem n izzayriyen Ha gettato la vergogna sul nome degli Algerini

YetsÍeccim aáu i d-isuáen Ha gettato la vergogna sul vento che soffia

D yiäij i d-inekkren fellas E sul sole che su di esso si leva.

16 Capoluogo della regione dell’ Aurès, in cui si trova Lambèse.

17 Allusione al modo di dire cabilo “Come uno che lancia

Am win issusfen s igenni uÌalen-d s udem-is

uno sputo verso il cielo e gli torna sul viso”.

18 Ferhat ama ricordare che queste parole disperate gli sono state dette da un italiano che era detenuto a

Lembèse nel suo stesso periodo. — 55 —

Bella ciao

ÓÒbeÍ mi d-nekker Una mattina mi son svegliato

Igenni yexÒe˜ il cielo si è oscurato

A yemma a kem-ˆˆeÌ Mamma addio,

a kem-ˆˆeÌ a kem-ˆˆeÌ addio, addio

ÓÒbeÍ mi d-nekker Una mattina mi son svegliato

Igenni yexÒe˜ il cielo si è oscurato

AÄdaw ye˜ìa-yaÌ-d tawwurt Il nemico ci ha sfondato la porta

A wid t-iqublen O voi che gli resistete

Ad edduÌ yid-wen io verrò con voi

A yemma a kem-ˆˆeÌ Mamma addio,

a kem-ˆˆeÌ a kem-ˆˆeÌ addio, addio

A wid t-yettnaÌen O voi che lo combattete

Ad edduÌ yid-wen io verrò con voi

Ula d nek ad mmteÌ f tmurt Anch’io morrò per la patria

ÌliÌ

Ma ttlaÍqeÌ Se cadrò colpito

D argaz ara mmteÌ Morrò da uomo

A yemma a kem-ˆˆeÌ Mamma addio,

a kem-ˆˆeÌ a kem-ˆˆeÌ addio, addio

ÌliÌ

Ma ttlaÍqeÌ Se cadrò colpito

D argaz ara mmteÌ Morrò da uomo

Máelt-iyi ger yizmawen Seppellitemi tra gli eroi

Tamäelt imennaÌ La sepoltura dei combattenti

Di taddart-nneÌ Nel nostro paese

A yemma a kem-ˆˆeÌ Mamma addio,

a kem-ˆˆeÌ a kem-ˆˆeÌ addio, addio

Tamäelt imennaÌ La sepoltura dei combattenti

Di taddart-nneÌ Nel nostro paese

Ijeˆˆigen a yi-ttarran tili E i fiori mi faranno ombra.

Imessebriden Ed ai viandanti

M’ aa ttÄaddayen Quando passeranno

A yemma a kem-ˆˆeÌ Mamma addio,

a kem-ˆˆeÌ a kem-ˆˆeÌ addio, addio

Imessebriden Ed ai viandanti

M’ aa ttÄaddayen Quando passeranno

A sen ttakeÌ udem laÄli Presenterò un viso gentile

DÌa a s-qqaren Allora diranno

Wi d ijeˆˆigen Questi sono i fiori

A yemma a kem-ˆˆeÌ Mamma addio,

a kem-ˆˆeÌ a kem-ˆˆeÌ addio, addio

DÌa a s-qqaren Allora diranno

Wi d ijeˆˆigen Questi sono i fiori

Ìef

N win yeÌlin tilelli Di chi è morto per la libertà

(1956-1998)

4.4. Lounès Matoub

Lounès Matoub è nato il 24 gennaio 1956 a Taourirt Moussa (Ait Douala, alta

Cabilia). È morto il 25 giugno 1998, assassinato da un commando armato nei pressi

del suo villaggio.

Personaggio “scomodo” per il potere algerino, la sua personalità poco propensa ai

compromessi lo ha portato a più riprese a scontrarsi sia col potere costituito sia con i

terroristi islamici. Nelle sue canzoni egli ha sempre difeso la propria lingua, messa al

— 56 —

bando dalla costituzione e da ogni istanza ufficiale algerina. Le armi di Matub erano

le parole, che egli dominava con rara maestria, contribuendo ad elevare il proprio

idioma da gergo reietto e disprezzato a lingua di una cultura moderna e viva. Per

questo egli è indubbiamente da considerare uno degli esponenti di spicco della cultura

berbera contemporanea.

La sua vita è sempre stata piuttosto turbolenta (ha scritto un’autobiografia

dall’eloquente titolo e fin dagli anni di scuola è stato coinvolto in risse

Il ribelle)

violente, finendo anche in prigione.

Il suo amore per la musica, coltivato fin da ragazzo, diventa professionale dopo il

1978, quando si reca a Parigi dove conosce Idir, Slimane Azem e H'nifa. Raggiunto a

parigi dagli echi della “Primavera Berbera” (Tafsut del 1980, decide di

ImaziÌen)

impegnarsi totalmente per la causa della sua lingua e della sua cultura.

Nel 1988 partecipa alle sommosse popolari contro il regime e viene colpito da 5

proiettili sparati dalla polizia (per guarire dalle ferite collezionerà 18 operazioni).

Il 25 settembre 1994, pochi giorni dopo l’inizio dello sciopero scolastico per

l’introduzione del berbero nelle scuole, viene rapito da un commando di integralisti

islamici. La cosa provoca una tale reazione compatta da parte di tutta la popolazione

della Cabilia che i terroristi devono rilasciarlo dopo 15 giorni, il 10 ottobre. È la prima

e unica volta che i terroristi islamici devono fare marcia indietro.

Ma la sua sorte è segnata. Condannato a morte dai terroristi per la sua aperta

professione di laicismo, sceglie di restare nel suo paese e di non riparare all’estero

dove sarebbe stato più protetto, e viene assassinato da un commando mascherato il 25

giugno 1998 a Oued Aissi, vicino al suo paese natale. Mancavano pochi giorni

all’uscita del suo ultimo album, (“Lettera aperta”), un vero e proprio

Tabratt

“testamento spirituale” in cui Matoub denuncia apertamente la corruzione del regime

che ancor oggi detiene il potere in Algeria. L’uscita era prevista per il 5 luglio 1998,

anniversario dell’indipendenza dell’Algeria ma soprattutto giorno di entrata in vigore

della famigerata legge sull’ “arabizzazione”: una legge che —col pretesto di

combattere l’uso del francese— in realtà bandisce l’uso del berbero in ogni istanza

ufficiale e anche in ogni associazione e partito politico.

Una raffinata vendetta morale si consuma postuma. Nel giro di pochi giorni dopo

la sua morte, la “Lettera” di Matoub, che sovrappone un testo di vigorosa denuncia

alla musica dell’inno nazionale algerino, diventa la colonna sonora di ogni

rivendicazione di libertà e di democrazia dei Berberi della Cabilia. Da allora, in questa

regione, quando si suona l’inno nazionale le parole che vengono cantate sono quelle,

in berbero, di Matoub, e non più quelle in arabo dell’inno ufficiale.

Tabratt n Matub (La lettera di Matoub)

(Parole e musica di Lounes Matoub)

UlayÌer ne˜ˆ’asirem Non c’è motivo di nutrire speranze

a nsenned f ssbe˜ mettiamoci il cuore in pace:

Amsedrar ur iÍekkem Un montanaro non può governare,

Ìas yeÌra yezwer anche se fosse istruito e capace

Afus n lbaäel ittwaleqqem Le forze dell’ingiustizia, con sempre nuovi innesti

lÌella-s d cce˜ preparano un tragico raccolto

I laÒel ssamsen udem, Hanno insozzato il volto dei nostri antenati

yeÌma ijjunjer è macchiato, irriconoscibile

Jeggren s ddin Hanno imbiancato con la religione

d taÄrabt tamurt n Ledzayer e con la lingua araba tutta l’Algeria.

D uÌurru, d uÌurru, d uÌurru, Con l’inganno, con l’inganno, con l’inganno

— 57 —

D ungif i yebbuben tabburt, La storia del pazzo che si tira dietro la porta:

akken i wen-teá˜a quello è il vostro destino

áelqen

Ma tÌilem ad i tsarut, Se credete che lascino andare la chiave,

tesÄam nniya siete degli ingenui

W’iÄeráen tacriÍt n tsekkurt Chi ha assaporato la carne di pernice

ur iqenneÄ ara non ne avrà mai abbastanza

Ddwa-s a ncerreg tamurt La soluzione è quella di fare uno strappo nel paese:

a nebrez tura mettiamo le cose in chiaro

Amar ass-en ay atma Chissà, fratelli, forse quel giorno

ad tnaqel Ledzayer l’Algeria si salverà

Seg uÌurru, seg uÌurru, seg uÌurru, dall’inganno, dall’inganno, dall’inganno

Maõõi d yiwen i d-iìedmen Non sono pochi gli invasori

yessenta tuccar che hanno sfoderato gli artigli

Ay amcum seg-neÌ yeffÌen Ed ogni malvagio che se ne andava

yeˆˆa-d tisigar lasciava il posto a qualcun altro

Di Ledzayer tagmatt tuáen In Algeria la fraternità è malandata

tenäer ur tettnekkar è a terra e non riesce a rialzarsi

Ssus i˜ebba acciwen Il parassita si moltiplica

ad yesni idurar pronto a incornare i nostri monti.

YeÄäel a d-yejbu liser Tarda a arrivare la pace

ara tt-ifersen che la libererà

Seg uÌurru, seg uÌurru, seg uÌurru, dall’inganno, dall’inganno, dall’inganno

Õas yeqqed-aÌ laì d facal Anche se ci bruciano fame e sfinimento

f ssbe˜ ur netsennid non ci mettiamo il cuore in pace

Skud mazal tarwa n leÍlal Finché ci saranno figli come si deve

ur s-nkennu i lqid non ci piegheremo sotto il giogo

Akken yebÌa ad izzelz uzaylal Per quante sventure ci colpiscano ancora

ur nxellef abrid non cambieremo strada

Ay yemmaren a tiÍemmal Quanto sangue è colato, e quanto a lungo

ur neffiÌ f lˆid non abbiamo deluso la dignità dei nostri avi

ÒÒfa

S laÒel d n lÄeqqal Con la nostra identità, probità e saggezza

ss a nezwi Ledzayer libereremo l’Algeria

Seg uÌurru, seg uÌurru, seg uÌurru, dall’inganno, dall’inganno, dall’inganno

Nella canzone che segue, il cantante-poeta sembra descrivere con impressionante

realismo quello che sarebbe stato il proprio destino.

Lmut n wegrawliw (La morte del rivoluzionario)

O compagno della rivoluzione,

Ay aÍbib n tegrawla Anche quando il corpo sarà decomposto

Xas terka lˆetta Per sempre il tuo nome sarà evocato

I lebda a d beddren ism-ik Sta’ tranquillo, non falliremo

Xas henni ur nfetccel ara Qualunque cosa accada

Ayen ibÌu yeá˜a

w Siamo noi i tuoi parenti

D nek ni i d imawlan-ik

w La morte ci aspetta tutti

I˜ˆa-yaÌ ak uìekka Se non oggi, domani

Assa neÌ azekka Saremo al tuo fianco

A nernu s idisan-ik Non lasceremo che il bisogno

Tamara ur nettaˆa ara Calpesti il nostro valore

Ad aÌ-teÄfes tirrugza La tua morte vale per noi un giuramento

Teˆˆa-yaÌ-d lÄahd lmut-ik

Ìef Tu lottavi per i diritti

TettnaÌeá izerfan

˜ekáen calpestati dai cani

I yiáan

Áemlen w Tutti amano la tua voce

ak medden ssut-ik Ho sentito dire

SliÌ-asen mi s nnan

Ì-icqan Quelli che ci vogliono male

Widenni i — 58 —

“Questa volta non la scamperà”

Tikkelt-a ur d as-islek

ääes ÒÒebyan Dormi pure come un bambino

Xas iáes n Veglieremo sotto le stelle

A nÄawez i yitran Ci ricorderemo la tua vita

A d nesmektay tudert-ik Quanto al corso della storia

Ma d tikli i iteddu zzman Nessuno potrà mutarlo

Ur d aÌ-tt-yettbeddil wemdan Addormentati nella serenità

Tthedden mmdel ccef˜-ik Molti ancora ti hanno seguito

Deffir-ek ma d izli i n-irnan Ci sono più tombe

MmyeÌleb iìekwan Che case nei villaggi

Wala ixxamen di tudrin Gli sheykh che addestrano i discepoli

Leccyax i yettrebbin lexwan

˜wan Sono avidi di sacrifici

iseflan Li adulano per avere il loro appoggio

A sen-ttqezziben a d tekkin

˜˜eÍba Hanno trasformato ogni via in un mercato

SseÌlin d g zenqan Senza eccezione

Ur zgilen amkan Sgozzano in nome di Dio

Zellun s yisem n ddin L’oppressione è l’arma dei malvagi

Zzur d lfuci imaÄfan

Õeäälen Che la usano contro gli intellettuali

yis-s widak i i̘an Che intendono recare la probità

Tezdeg m’ara a tt-id-awin Ho sentito tua sorella gridare

Weltma-k sliÌ-as tuÌwas Mentre la mamma la stringeva a sé

Tìemá-itt yemma-s Lontano risuonano i trilli

MbÄid serÍent te̘atin La bandiera che trattiene la disperazione

LaÄlam i icudden layas Non si lacererà, fratello,

A gma ur yette̘as Anche se altre donne resteranno vedove.

NÄammed i tuˆˆla n tlawin I sabotatori e gli intriganti

At rrebrab d At kerkas Che vogliono distruggere la virtù

I yetthuddun tissas Si sono associati per il caos

Mˆamalen ard a tt-rwin

Äe˜qent-as E quell’animale che sappiamo si smarrisce

Abhim-nni ÒÒ˜ima-s Non osa rompere le redini

Igguma ad yerì E dice che nei villaggi regna la pace...

A sen-iqqa˜ hennant tudrin

La canzone che segue è stata scritta pochi mesi dopo l’assassinio (avvenuto il 2

giugno 1993) dello scrittore berbero Tahar Djaout ed è dedicata a Kenza, figlia dello

scrittore. Nella stessa canzone si ricordano molti altri intellettuali algerini caduti per

mano degli islamisti nel corso di qugli anni: Rachid Tigziri, militante berbero

(sgozzato il 31 gennaio 1994), Smail Yefsah, giornalista televisivo berbero (caduto il

18 ottobre 1993), Laadi Flici, medico e poeta (assassinato il 17 marzo 1993), Djillali

Liabes, sociologo (ucciso il 16 marzo 1993) e Mahfoud Boucebsi, medico impegnato

nella cura dell’infanzia abbandonata e delle ragazze-madri (accoltellato il 15 giugno

1993).

Kenza

Iceqqeq ifsex igenni Il cielo è pesante e lacerato

Lehwa tessared aìekka la pioggia ha dilavato la tomba

Yal targa tremmeg a tneggi ogni rivolo mugghia e si ingrossa

w

A tsseggixent tiÌ ezza allagando ogni terreno

Ddew tmedlin teffeÌ d teÌri dalla pietra tombale esce un appello

Tes˜a˜eÍ abbuh a tarwa che chiama a raccolta la gente.

A Kenza a yelli O Kenza, figlia mia,

Óeb˜-as i lmeÍna sopporta questo fardello

D isflan neÌli siamo caduti vittime sacrificali

F Ldzayer n uzekka per l’Algeria di domani

A Kenza a yelli O Kenza, figlia mia,

Ur ttru yara non piangere

Xas terka lˆetta tefsi Anche se il corpo si dissolve

Tikti ur tettmettat ara il ricordo non morrà

— 59 —

Xas fell-aÌ qesÍet tizi Anche se i tempi sono duri

I facal a d-naˆˆew ddwa verremo fuori da questa crisi

Xas neqáen acÍal d itri Anche se hanno abbattuto tante stelle

Igenni ur inegger ara Il cielo non ne resterà mai privo.

A Kenza a yelli O Kenza, figlia mia,

Ur ttru yara non piangere

Ssebba f neÌli il motivo per cui siamo caduti

D Ldzayer n uzekka è l’Algeria di domani

A Kenza a yelli O Kenza, figlia mia,

Ur ttru yara non piangere

Fran-tt fell-aÌ zikenni Già da tempo hanno deciso il nostro destino

Uqbel a d-yeÍde˜ wass-a ben prima di oggi

IÒeggaden n tmusni i cacciatori di intellettuali

Ìeálen

F tmurt d rrehba che hanno reso il paese un deserto,

NnÌan Racid Tigziri che hanno ucciso Rachid Tigziri

SmaÄil ur t-zgilen ara e non hanno mancato Smail;

NnÌan Lyabes d Flisi Hanno ucciso Liabes e Flici,

Busebsi d wiyaá me˜˜a Boucebsi e molti altri.

A Kenza a yelli O Kenza, figlia mia,

Óeb˜-as i lmeÍna sopporta questo fardello

D isflan neÌli siamo caduti vittime sacrificali

F Ldzayer n uzekka per l’Algeria di domani

A Kenza a yelli O Kenza, figlia mia,

Ur ttru yara non piangere

w

ri Alla fine qualcuno sopravviverà

Xe˜sum d yiwen a d-yeg

Ad aÌ-id-ismekti azekka e onorerà domani la nostra memoria

F lˆerÍ iqce˜ ad yali le ferite si rimargineranno

A d nban ger tmura il paese sarà di nuovo in pace

Tarwa-nneÌ a d-tennerni i nostri figli cresceranno

Xas akken g urebbi n tlufa anche in mezzo a tante pene.

A Kenza a yelli O Kenza, figlia mia,

Ur ttru yara non piangere

D isflan neÌli siamo caduti vittime sacrificali

F Ldzayer n uzekka per l’Algeria di domani

A Kenza a yelli O Kenza, figlia mia,

Ur ttru yara non piangere.

Ä

Le mer-iw (La mia vita)

XelleÒÌ adrar s idammen-iw Ho pagato col sangue il mio tributo alla montagna

A d-yeqqim late˜-iw La mia impronta resterà

Xas ggullen ard a t-sefáen anche se hanno giurato di cancellarla

Wid yettganin di lmut-iw quelli che aspettano solo la mia morte

Yessamasen isem-iw e non fanno che infangare il mio nome

Kul tizi a yi-d-mlilen Ma adesso ad ogni passo mi troveranno davanti

ˆˆiÌ

Aäas i si lÍeqq-iw da troppo tempo ho trascurato il mio diritto

Armi qqleÌ seg lexxaxen e mi sono ritrovato nel fango

WwteÌ dliÌ f nnif-iw allora ho portato lo sguardo sul mio onore

UfiÌ wigad di-yesxewáen e ho scoperto che me lo avevano saccheggiato

Xas yeˆˆa ljehd iÌallen Anche se la forza abbandona le mie braccia

ÒÒut-iw

Mazal ho ancora la mia voce

Ad ibbeÄzeq a s-d-slen che esploderà e si farà sentire

Nnan yeqqers-ed wedrar Hanno detto: la montagna ha spezzato le catene

Keõõini ur teÍáireá ara e tu non eri lì a vedere

Bnadem i bnadem yeqqar la notizia va di bocca in bocca

D amenzu n yennayer ass-a oggi è il primo di gennaio

Teˆˆuˆˆeg tmurt am lefnar il paese è tutto in fiore e brilla come un faro

˜˜eÍba

Di Tizi terÒa a Tizi la gente si affolla

Di Bgayet yeääerdeq weÄba˜ A Bougie echeggiano spari di vittoria

Rìan azaglu n tlufa e il giogo della schiavitù è stato spezzato.

— 60 —

A leÄmer-iw, a leÄmer-iw Oh, la mia vita, la mia vita

D idurar ay d laÄmer-iw Le montagne sono la mia vita!

AnnaÌ mennaÌ w’iÍed˜en Come vorrei essere lì

ììegÌ

XerÒum ad awal anche solo per combattere con la parola

LemÍayen i d-i-yuÌen Le sventure che mi hanno colpito

˜aselmal

UÌalent-iyi d Sono diventate il mio solo capitale

Imi leqbayel dduklen Ma poiché i Cabili si sono uniti

Yir laÄyub a ten-Òefáen Faranno piazza pulita delle loro tare

UlayÌer teÌzi n wawal Non c’è bisogno di dire altro

TamaziÌt d llsas-nnsen Tamazight è la loro lingua madre

D aìar n tudert-nnsen e la radice delle loro vite

D lweqt ad ferzen lecÌal È tempo di dire le cose come stanno

A leÄmer-iw, a leÄmer-iw Oh, la mia vita, la mia vita

D idurar ay d laÄmer-iw Le montagne sono la mia vita!

Xas yeõõeÍ wul-iw maÄdur Se il mio cuore è triste, comprendetelo,

ÍdireÌ

Gar-awen im’ur ara è perché non mi trovo tra voi

Aäas i iÄebba yeõõu˜ Il mio cuore è pieno fino all’orlo

íìay ur yezmir ara e sta cedendo sotto questo peso

YebÌa ad as-d-slen leĘu˜ Chiede di essere ascoltato anche dagli scellerati,

Wid-enni ara yeõõen ahicu˜ quelli capaci di mangiare le stoppie

M’akka tuzdag nneÄma quando sarà mondato il grano

Win id-y-innan awaÍid meÍqur Chi mi ha detto: chi è solo non va rispettato

A d-yas a d-izid lehdu˜ che venga e provi a ripeterlo

Ìur-i ÒÒeÍÍa

M’akka i d-terza adesso che le forze stanno tornando.

A leÄmer-iw, a leÄmer-iw Oh, la mia vita, la mia vita

D idurar ay d laÄmer-iw Le montagne sono la mia vita!

Òeffáen

Yir lehdu˜ ddnub “La calunnia cancella il peccato”

Ay d-innan imezwura dicevano gli antichi

ääefÌ

UlayÌe˜ addud Perché dovrei tormentarmi

I wayen ur nesÄi lmaÄna per cose da poco conto?

Ad yuÌal ad yeÍlu ufud Le forze mi ritorneranno

Ad as-teslem i wegrud E sentirete i ragazzi

Ad yettÌenni f timmuzÌa cantare la cultura amazigh

Ì-d-yeˆˆa

Ayen i dda Lmulud lasciataci in eredità da Moloud Mammeri

˜˜Äud

G igenni iban-ed am In cielo è apparsa come una saetta,

w

Wiss ma tÍulfam i tmeqq a Non vi accorgete che sta per piovere?

A leÄmer-iw, a leÄmer-iw Oh, la mia vita, la mia vita

D idurar ay d laÄmer-iw Le montagne sono la mia vita!

(n. 1963)

4.5. Oulahlou

Abderrahmane Lahlou, detto Oulahlou, è nato nel 1963 a Takorabt, sui monti degli At

Abbas, nella bassa Cabilia. Cantante impegnato, diplomato in psicologia, ha già 7

album al suo attivo.

Le sue canzoni sono venute alla ribalta soprattutto durante la “Primavera Nera” del

2001, quando gli slogan della piazza trovavano in lui un interprete diretto, che

esprimeva con immediatezza e senza giri di parole i motivi del malessere dei giovani

che lottavano a mani nude contro i gendarmi che sparavano per uccidere.

« Per far fronte a un potere che spara sui giovani, bisogna usare le parole d’ordine del

giorno, quelle della folla, dei giovani che cadono sotto i proiettili ».

« Quando i gendarmi uccidono, io canto e quando il popolo grida il

Pouvoir assassin

suo rifiuto di perdonare, io grido con lui, a mio modo, con la mia chitarra, Ulac ssmaÍ

»

Ulac — 61 —


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98

PESO

1.13 MB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questo materiale didattico si riferisce al corso di Lingue e Letterature dell'Africa tenuto dal professor Vermondo Brugnatelli. Nell’ambito di una cultura orale come quella tradizionale berbera una netta distinzione tra poesia e canto non esiste, dal momento che la poesia, in linea di principio non scritta, vive in quanto recitata in modo armonioso, il che implica sempre una certa musicalità di esecuzione, attenta a ritmi, inflessioni, toni di voce, anche là dove non sia presente un vero accompagnamento musicale con strumenti o percussioni. D’altra parte, sappiamo che i grandi poeti antichi, le cui opere ci sono in parte tramandate da Mouloud Mammeri nella sua raccolta di Poesie Cabile Antiche (Parigi 1980), erano contemporaneamente degli esecutori, degli ameddah.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze antropologiche ed etnologiche
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingue e Letterature dell'Africa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Brugnatelli Vermondo.

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