Che materia stai cercando?

Berberi, elementi di storia , lingua e letteratura

Questo materiale didattico si riferisce al corso di Lingue e Letterature dell'Africa tenuto dal professor Vermondo Brugnatelli. Su di un vasto territorio del Nordafrica compreso tra il Mediterraneo e i margini meridionali del Sahara, tra i confini occidentali dell’Egitto e l’Oceano Atlantico, è tuttora diffusa quella lingua che prima i Greci e poi i Romani, quando... Vedi di più

Esame di Lingue e Letterature dell'Africa docente Prof. V. Brugnatelli

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

vittoria di Zama (202 a.C.). Un suo nipote e successore a capo

della Numidia, Giugurta, diede vita ad una guerra con Roma, che

lo accusava di avere usurpato il trono ai cugini Iempsale e Ader-

bale. Sconfitto e fatto prigioniero per il tradimento del suocero

Bocco, re di Mauritania, venne condotto prigioniero a Roma e

9

giustiziato da Mario nel 106 a.C.

Questi regni conclusero la loro esistenza autonoma a cavallo

dell’era volgare, divenendo province romane col nome di Mauri-

tania Tingitana (ex-Mauritania), Mauritania Cesariense (antico

regno dei Massesili) e Numidia.

L’autonomia politica dei Berberi non doveva più rinascere.

Solo qualche ribellione contrassegnò il lungo dominio romano

(durato fino al V sec.), come l’insurrezione di Tacfarinas (17-29

d.C.) o la sollevazione dei Quinquegentanei (o Quinquegentiani

10

nell’attuale Cabilia ) nel 292.

Durante questo periodo in Nordafrica fiorì la cultura latina, in

cui si segnalarono valenti letterati, come il commediografo Publio

Terenzio Afro (n. a Cartagine 195 o 185 a.c., m. in Grecia 160

a.C.), M. Cornelio Frontone (n. a Cirta [oggi Costantina] ca. 100,

m. a Roma ca. 175), che fu il precettore di Marco Aurelio e di

Lucio Vero, e Lucio Apuleio (n. a Madaura [oggi Mdaourouch,

Algeria] ca. 125, m. a Cartagine ca. 180), autore dell’Asino d’oro.

Nordafricano fu pure il primo imperatore di estrazione

provinciale: Settimio Severo (Leptis Magna [presso l’odierna

Homs, Libia] 146- Eboraco 211), che fu acclamato dalle sue

9 La figura di Giugurta ha ispirato molti artisti e scrittori. In particolare,

sulla sua morte nel Carcere Mamertino a Roma Giovanni Pascoli si sentì

spinto a comporre, nel 1896, un poemetto in latino (v. Pascoli 1990).

10 Su questa rivolta cf. Eutropio 9.22 e Aurelius Victor De Caes. 39.22.

Sembra assai verisimile la proposta, sostenuta da L. Galand, di vedere nel

nome odierno della Cabilia una “traduzione” in arabo dell’antico nome di

… µ

Q u i n q u e g e n t e s = * ( h a m s ) Q a b a ’il “(cinque) tribù” («nationes

Quinquegentanae»: Aurelio Vittore De Caesaribus 39.22;

«Quinquegentiani»: Eutropio Breviarium 9.22).

8

truppe nel 193 e diede inizio alla dinastia dei Severi. Se la

famiglia dei Severi fu forse punica di origine (certamente lo fu di

lingua e cultura), indubbiamente indigeno (“Maurus genere”) fu,

qualche tempo dopo, l’imperatore Emiliano (253 d.C.).

Il cristianesimo

Con l’arrivo del cristianesimo, gli indigeni del Nordafrica si

mostrarono pronti ad accogliere questa nuova religione, anche a

costo del martirio (si ricordano in particolare i Martiri Scillitani,

180; anche il papa di origine africana S. Vittore I subì il martirio

nel 203). Il territorio nordafricano fu la culla di importanti autori

cristiani come Tertulliano (nato a Cartagine, ca. 160) o Arnobio

(n. a Sicca Veneria, m. ca. 327), nonché di due padri della chiesa

come san Cipriano (n. a Cartagine, ca. 205, martirizzato da Decio

nel 258) e sant’Agostino (Thagaste [oggi Souk-Ahras, Algeria]

354- Ippona 430).

Le divisioni sorte nei primi secoli, vuoi riguardo a questioni

dottrinali, vuoi riguardo all’autorità della chiesa, non risparmia-

rono il Nordafrica, che anzi fu a lungo tormentato da questo

genere di contese. In particolare, il donatismo costituì, tra il IV e il

V secolo, un movimento specificamente nordafricano, caratteriz-

zato da un’estrema intransigenza unita a un’insofferenza per

l’autorità. I Donatisti esigevano un esonero da tutte le cariche

ecclesiastiche di quei cristiani che, nel corso delle persecuzioni,

avevano accettato di consegnare all’autorità imperiale libri e

oggetti sacri (traditores). I più accesi sostenitori di queste posi-

zioni oltranziste, in cui emergeva il culto dei martiri, erano i

11

cosiddetti Circoncellioni, di estrazione prevalentemente rurale e

11 I Donatisti prendono il nome da Donato, che essi volevano alla carica di

vescovo di Cartagine in opposizione ad altri candidati traditores. I

Circoncellioni erano così detti perché, a detta dei detrattori, si aggiravano

sempre in cerca di cibo circum cellas, “intorno alle dispense” delle case

coloniche. 9

di lingua berbera. Il loro modo di agire non rifuggiva dalla vio-

lenza, esercitata per lo più coi bastoni (ma anche con spade), e

rivolta principalmente contro i proprietari terrieri e le autorità del

clero. Per questo motivo la loro sollevazione viene da molti con-

siderata non tanto come un’eresia, quanto piuttosto come una

“rivoluzione sociale” da parte di una categoria di braccianti

agricoli.

Le invasioni barbariche che posero fine all’Impero Romano

d’Occidente non risparmiarono il Nordafrica. Dalla Spagna i

Vandali di Genserico, cristianizzati ma ariani, lo conquistarono tra

il 430 e il 442, compiendo massacri e distruzioni memorabili.

Sant’Agostino morì a Ippona mentre la città era cinta d’assedio

(430). Anche le tribù berbere (pagane) dell’interno approfitta-

rono di questa situazione di abbandono da parte dell’autorità

imperiale romana per impossessarsi delle regioni della Tripolita-

nia e della Cirenaica (le vicende di quest’ultima regione ci sono

tramandata da una serie di Lettere di Sinesio).

La riconquista bizantina ebbe luogo nel 534, con una spedi-

zione condotta da Belisario, inviato da Giustiniano, e fu seguita

poi da una serie di scontri con le popolazioni berbere, tra cui si

segnala la campagna di Giovanni Troglodita nel 546-548. La

guerra coi Vandali fu celebrata dallo storico Procopio di Cesarea

(De Bello Vandalico; Historia Arcana); quella coi Berberi dal

poeta Corippo (Gioanneide).

Il dominio bizantino non ebbe lunga durata: stava per affac-

ciarsi, da oriente, la nuova potenza dell’Islam, destinato a contras-

segnare la storia successiva del Nordafrica fino ai giorni nostri.

La conquista islamica

Le prime spedizioni in Nordafrica sono legate al nome di

\

‘Amr ibn ‘A˜ s , il conquistatore dell’Egitto. Sullo slancio di questa

conquista, egli si spinse fino ad occupare la Cirenaica e il Fezzan

(641-2), assediando e conquistando, l’anno successivo, Tripoli,

10

giungendo quindi fino ai confini con l’Ifriqiya.

La conquista dei territori fino all’estremo occidente è però

legata al nome di ‘Uqba b. Naµ fi‘, che, dopo una prima spedi-

zione, conclusa intorno al 669 con la fondazione della città di

Kairawan, compì, intorno al 685, una leggendaria “cavalcata”

che lo portò fino sulle coste dell’Oceano Atlantico (tutti gli storici

ricordano come egli vi sia entrato a cavallo, simboleggiando

l’avvenuta islamizzazione del mondo conosciuto fino agli estremi

limiti occidentali) e nelle regioni al sud del Marocco, fino ai con-

fini del Sahara (Sigilmassa, Tafilalt, valle del Sous).

Nelle loro opere gli storici arabi (in particolare Ibn Khalduµ n,

XIV sec.) ricordano come i Berberi fossero divisi, all’epoca della

conquista, in due principali gruppi, chiamati rispettivamente Botr

12

e Baranes. Tra le più importanti tribù Botr, in genere nomadi

dediti alla pastorizia, si ricordano i Lawaµ ta, i Nafuµ sa, i Nafzaµ wa, i

Banuµ Faµ tin e i Miknaµ sa; tra i Baraµ nis, agricoltori sedentari, gli

Awraµ ba, i Mas\ muµ da, i G˘ umaµ ra, i Kutaµ ma e gli Zwaµ wa, i S| anhaµ a, i

ˆ

H| awwaµ ra.

Probabilmente questa bipartizione (cui gli storici antichi attri-

buivano una realtà genealogica) non fa che riprodurre la ben nota

contrapposizione ideale tra nomadi e sedentari, che ebbe effetti-

vamente un certo peso nelle alleanze politiche e militari tra il X e

il XII secolo (più avanti i nomi che esprimevano tale dicotomia

furono quelli dei S| anhaµ a, sedentari, vs. Zanaµ ta, nomadi).

ˆ

La “cavalcata” di ‘Uqba non segnò la resa definitiva dei Ber-

beri all’islam. Proprio sulla via del ritorno, a Tahuµ da, egli veniva

assalito e ucciso dalle truppe di Kusayla, un Berbero della tribù

12 Quest’ultimo termine sembra connesso con il nome del burnus,

caratteristico abito con cappuccio ancora assai usato in Nordafrica, che

avrebbe costituito l’indumento tipico dei Baranes; in considerazione di ciò,

l’altro termine viene di norma collegato a abtar, parola araba indicante

“persona priva di discendenza maschile”, “animale senza coda”, e quindi,

ipoteticamente, “abito senza cappuccio”.

11

degli Awraµ ba e capo di tutti i Baranes, che diede così il via ad una

rivolta e ricacciò gli Arabi in Libia. Il regno di Kusayla durò poco

(ca. 683-686), ma quasi subito emerse la leggendaria figura della

13

Kaµ hina, della tribù dei G eraµ wa padrona dell’Aurès, che tra il 695

e il 702 guidò le tribù Botr in una rivolta che in certi momenti la

vide dominare quasi tutto il Nordafrica.

L’islamizzazione dei Berberi può dirsi irreversibile solo

quando, nel 711, l’esercito musulmano invade la Spagna agli or-

µ

dini del berbero T| a riq b. Ziyaµ d. Gran parte delle truppe erano

composte proprio da Berberi, che si vedevano offrire da questa

nuova religione bellicosa la possibilità di fare un ricco bottino nel

nome di Allah.

I kharigiti

L’estremismo venato di insofferenza verso l’autorità già dimo-

strato dai donatisti e dai circoncellioni caratterizzò anche il modo

di accogliere il messaggio islamico in Nordafrica. Infatti, non

meno di tre stati indipendenti vi nacquero sulla scia di movimenti

di ispirazione kharigita. Quello dei kharigiti era un movimento

per certi versi estremamente democratico, ma sostanzialmente

anarcoide, che rifiutava sia l’autorità dei califfi (i cui fedeli

furono poi chiamati “sunniti”) sia quella dei discendenti di Alì

(sostenuti invece dagli “sciiti”). All’interno dello stesso khari-

gismo si distinsero diverse ramificazioni: Sufriti (di tendenza

estremista), Ibaditi, Nakkariti.

I tre principali regni indipendenti furono:

• quello sufrita di Sigilmassa (772-977), nel sud marocchino, alle

soglie del deserto, terminale delle carovane che portavano oro e

schiavi dal Sudan. Fu fondato pochi anni dopo una violenta

13 Kaµ hina è un epiteto arabo significante “indovina, profetessa”. Dal

momento che esso è formato sulla stessa radice dell’ebraico cohen,

“sacerdote”, c’è chi le ha attribuito un’origine ebraica. Il suo vero nome era

Dihya. 12

ribellione kharigita a Tangeri e Ceuta capeggiata da un ex-ac-

quaiolo di nome Maysara, della tribù dei Ghomaµ ra. Era retto dai

Banuµ Midraµ r della tribù zanaµ ta dei Miknasa;

• quello sufrita di Tlemcen, fondato intorno al 780 da Abuµ Quµ rra,

capo della potente tribù zanaµ ta degli Ifren, ma di effimera durata;

•!quello ibadita dei Rostemidi di Tahert (oggi Tiaret), fondato nel

776 da ‘Abd al-Rah\ m aµ n b. Rustum. Quest’ultimo ebbe lunga

durata, e in certi periodi arrivò a controllare gran parte del

Maghreb. È da esso che discendono le diverse comunità ibadite

(tutte berberofone) che ancor oggi esistono in diverse località di

Algeria, Libia e Tunisia.

Alla caduta del regno ibadita di Tahert (ca. 909), i fuggitivi si

rifugiarono dapprima a Sedrata e Ouargla e poi, dopo il 1000,

nella regione dello Mzab, dove fondarono El-Atteuf (1012),

Melika (1017), Ghardaia e Bou-Noura (1046). Seguirono poi

Beni Izguen (1321), Guerrara (1631) e Berriane (1690), che

completarono le sette città ibadite dello Mzab, esistenti ancor

oggi.

Ancor più “eretico” venne considerato il credo professato in

Marocco dalla confederazione dei Barghawaµ a. Questa dottrina,

ä µ

sembra di origine kharigita, ebbe il suo profeta in Saµ l ih\ b. T| arÈ# f

È# µ

al-Ihuµ d (“l’Ebreo”), e si affermò durante il lungo regno del

nipote di quest’ultimo, Yuµ nus b. al-Yasa‘ (842-885). Sconfitti de-

finitivamente dagli Almohadi, alcuni Barghawaµ a venivano

ä

segnalati ancora nel XIII sec. L’essenza di questa eresia islamica è

poco nota e a quanto pare doveva caratterizzarsi per un certo

rigore ascetico, per alcuni interdetti alimentari di probabile ori-

gine preislamica, ma soprattutto per l’adozione di un nuovo

Corano in berbero. Di esso quasi nulla è stato conservato, se si ec-

14

cettua il nome di Dio: Yaku›s . Un altro “falso profeta”, di durata

14 Al giorno d’oggi questo nome berbero di Dio permane solo nello Mzab,

nella forma Yus .

& 13

ancora più effimera (dal 925 al 928) fu Ha-Mim, della tribù

Ghomara, nel Rif occidentale. Anche la sua religione si caratteriz-

zava, tra l’altro, per l’adozione di un “Corano” in berbero.

I Fatimidi e l’invasione hilaliana

Nel X secolo la tribù berbera dei Kutaµ ma della piccola Cabilia,

al comando di un daµ ‘ i (propagandista) sciita, Abuµ ‘Abd Allaµ h ,

pose fine alla dinastia Aghlabide in Tunisia, conquistò Kairouan e

insediò al potere il proprio capo spirituale ‘Ubayd Allaµ h, che

sosteneva di discendere da ‘Ali e Fatima e diede origine alla dina-

stia dei Fatimidi. Questa potente dinastia pose fine ai regni khari-

giti di Tahert e di Sigilmassa, provocando esodi in massa dei

µ

fedeli di questa corrente. Uno di essi, Abuµ YazÈ# d (noto come

15

“l’uomo dall’asino” per l’umile cavalcatura di cui si serviva ) si

pose a capo di un movimento di rivolta (943-947) che rischiò di

travolgere sul nascere la potenza fatimide e venne domato solo

con grossi sforzi.

Il nome dei Fatimidi è legato ad un evento destinato ad avere

enormi ripercussioni sul Nordafrica dal punto di vista socio-eco-

nomico e linguistico. Per punire gli antichi luogotenenti Ziriti, che

si erano resi indipendenti in Ifriqiya dopo la conquista fatimide

dell’Egitto, essi inviarono infatti a devastarne le campagne una

spedizione punitiva condotta da tribù arabe particolarmente

agguerrite e abituate alla vita nomade: i Banuµ Hilaµ l (seguiti dai

Banuµ Sulaym e, più tardi ancora, dai Banuµ Ma‘qil, di origine

yemenita). Così facendo, essi trovavano anche il modo di liberarsi

dal problema costituito dalla presenza, nel loro Stato, di queste

tribù che, già trasferite nell’Alto Egitto per non farle nuocere in

Arabia, costituivano una minaccia alla vita pacifica degli agricol-

tori egiziani. L’invasione hilaliana, iniziata nel 1050 e descritta

15 Sembra che a questo titolo non fosse estranea una sorta di “etimologia

µ

popolare” berbera del nome arabo Abuµ YazÈ# d, dal momento che nei dialetti

berberi orientali “asino” suonava come az\ id\ .

14

dagli storici in termini drammatici, è ancor oggi ricordata da una

ricca epica popolare (le “Gesta dei Banuµ Hilaµ l”). Essa influì

profondamente sia sul piano delle risorse naturali (portando ad

una prevalenza del pascolo nomade là dove in precedenza

prevaleva l’agricoltura), sia sul piano linguistico, facendo

progredire l’arabizzazione fin nelle campagne, che fino ad allora

erano restate compattamente berberofone (l’arabo era diffuso, a

quel tempo, solo nelle grandi città).

Da questo momento in poi, i Berberi avranno un ruolo politico

di un certo rilievo soltanto nella storia dei territori più occidentali

del Nordafrica, l’attuale Marocco.

Le dinastie marocchine

Nel Nord del Marocco un bisnipote di Alì, Idris si era stabilito

a Volubilis (Oulili), fondando una dinastia che da lui prese il

nome. Gli Idrisidi (789-986) costruirono Fez (Faµ s ) e diedero

l’avvio ad una tradizione, che dura ancora oggi, di dinastie indi-

pendenti che governano il Marocco e giustificano la loro autorità

16

sulla base della pretesa di discendere dal Profeta.

Gli Almoravidi

Più o meno nello stesso periodo in cui l’Ifriqiya veniva scossa

dalle invasioni hilaliane, nel Maghreb estremo nasceva la dinastia

degli Almoravidi (1059-1147), destinata a crearsi un impero

comprendente quasi tutto il Maghreb e tutta la Spagna musul-

mana. Questa dinastia sorse in una tribù berbera di fresca islamiz-

zazione, appartenente alla confederazione S| a nhaµ a, i nomadi

ˆ

µ

L a m n a che vivevano nel Sahara ed erano descritti come

äu

mula©©amuµ n , cioè “velati” (come i Tuareg attuali). In seguito allo

È# µ

zelo del loro capo, Yah\ yaµ figlio di Ibraµ h m, venne fondata una

comunità i cui componenti, al chiuso di un ribaµ (monastero

ä

16 Maometto non ebbe discendenza maschile diretta. Coloro che si

richiamano ad una sua discendenza si riallacciano alla prole di Alì e Fatima,

figlia del Profeta. 15

fortificato) si addestravano tanto nei principi della religione

quanto nelle arti belliche. Tra i capi di questi “missionari com-

battenti” (che dal ribaµ presero il nome arabo di al-Muraµ biäuµ n , da

ä µ

cui poi la resa romanza Almoravidi) si distinse Yuµ suf b. Ta›s fÈ# n,

che fondò Marrakesh (1062-3) e conquistò tutto il Marocco, parte

dell’odierna Algeria e quasi tutta la Spagna musulmana.

Gli Almohadi

La dinastia che scalzò gli Almoravidi ebbe anch’essa alla pro-

pria origine una forte spinta religiosa: gli Almohadi (a l -

\

Muwah\ h i duµ n = “gli affermatori dell’unicità [di Dio]”, 1147-

1229). Il fondatore fu un Mas\ m uµ da dell’Anti-Atlante, di nome

17 18

Ibn Tuµ m art, che si proclamò Mahdi e attrasse intorno a sé un

movimento politico-religioso che, sotto i suoi successori, conqui-

stò tutti i territori dello stato almoravide (del 1147 è la presa di

Marrakesh), tanto in Nordafrica che in Ispagna, estendendo inol-

tre a oriente le proprie conquiste fino alla Libia. La spinta ad

un’islamizzazione totale dello stato portò ad una politica di

intolleranza verso le altre religioni: è in questo periodo che scom-

parvero le ultime comunità cristiane autoctone, ed anche molti

ebrei vennero costretti ad una “conversione” forzata (ancorché

spesso solo di facciata). Sintomaticamente, è questa l’epoca in cui

Mosé Maimonide lascia prima Cordova e poi Fez per il Cairo del

Saladino.

L’età degli Almoravidi e degli Almohadi rappresenta un mo-

mento cruciale per la storia dei Berberi: in questo periodo, infatti,

potenti dinastie berbere furono al potere su di un territorio unifi-

cato che comprendeva quasi l’intero Maghreb (oltre a gran parte

17 Tumart significava “felicità” in berbero medievale, ma questa parola oggi

non è più molto diffusa. Il sinonimo arabo Ferh\ at, molto impiegato oggi

come nome proprio, “ricopre” evidentemente, l’antico nome Tumart.

18 Il Mahdi è una figura messianica attesa dai musulmani alla fine dei tempi

per combattere l’Anticristo (Dajjaµ l , “il sommo negatore”) e riportare nel

mondo il bene e la giustizia. Anche ‘Ubaydallah, il fondatore della dinastia

fatimide, aveva sostenuto di essere il Mahdi.

16

della penisola iberica) e la cui popolazione era sicuramente in

maggioranza berberofona. Tuttavia, questi governanti preferirono

abbandonare nell’uso ufficiale la loro lingua d’origine, adottando

in pieno la cultura arabo-islamica. E, pur dando vita ad una civiltà

che segnerà, con la propria particolarità, tutto il futuro del

Maghreb, non consentirono al berbero di passare dal rango di

lingua parlata dal popolo a quello di “lingua ufficiale” di questa

civiltà.

La storia successiva del Nordafrica vedrà riprodursi più volte

questa situazione. In Marocco prenderanno il potere dinastie che,

pur avendo quasi sempre un’origine berbera, tenderanno ad ara-

bizzarsi, cercando anzi di legittimarsi forgiandosi genealogie in

grado di collegarle con la stirpe del Profeta. Tra le principali

vanno ricordati i Merinidi (1196-1464), i Sa‘diti (1511-1628) e

gli ‘Alawiti (1631-), che sono tuttora al potere. E mentre il

Maghreb estremo rimase indipendente fino al ventesimo secolo, il

resto del Nordafrica venne ben presto assorbito nello stato

Ottomano.

Il colonialismo europeo e l’indipendenza

Tra il 1830 (occupazione francese di Algeri) e il 1912 (protet-

torati francese e spagnolo sul Marocco) tutto il Nordafrica subì il

colonialismo europeo, con conseguenze pesanti sulla sua econo-

mia, sulla società e sulla cultura, tanto araba che berbera. Il

sistema scolastico introdotto privilegiava soprattutto la lingua e la

cultura francese, che si insediò, accanto all’arabo e al berbero, tra

19

le lingue parlate in Tunisia, Marocco e Algeria.

Le regioni abitate dai Berberi, tradizionalmente le più povere,

dovettero sopportare le condizioni più dure, e in diverse occasioni

vi nacquero moti spontanei che in qualche caso portarono una

19 Molto meno radicati, per vari motivi, furono l’italiano in Libia e lo

spagnolo nella zona del Marocco sotto protettorato.

17

seria minaccia alle potenze coloniali: una rivolta della Cabilia nel

1871; una rivolta dei Tuareg sotto la guida del capo senussita

Kaocen (K| a w´sa∑ n) nel 1916-1918; la sollevazione di ‘Abd el-

Krim, che proclamò una Repubblica del Rif negli anni 1920-

1926.

I Berberi furono all’avanguardia anche nel movimento di libe-

razione nazionale dell’Algeria (è proprio dalle regioni berbere

della Cabilia e dell’Aurès che partì la scintilla della rivolta), ma al

momento dell’indipendenza il partito unico che prese il potere

privilegiò un’ideologia arabo-musulmana che, unito ad una con-

cezione dello stato-nazione rigidamente unitario ha privato la lin-

gua berbera di qualunque riconoscimento, che fino al 1995 è stata

totalmente assente da scuole e atti amministrativi. Solo dopo

l’introduzione del multipartitismo, nel 1989, è stata tollerata

l’esistenza di pubblicazioni in berbero, e solo dopo uno sciopero

scolastico durato l’intero anno 1994-95 si è cominciato a intro-

durre il berbero nelle scuole di alcune regioni.

18

2. LA LINGUA BERBERA

In assenza di precisi dati statistici sulla diffusione del berbero, è

difficile avanzare un’ipotesi circa il numero complessivo dei par-

lanti attuali. Secondo alcune stime, essi sarebbero non meno di

20

quindici milioni. Come rilevava A. Basset, nonostante il loro

numero vada calando in percentuale rispetto al numero degli ara-

bofoni, a causa dell’elevato tasso di natalità esso cresce in termini

assoluti tanto che “non c’è dubbio che attualmente esso sia par-

lato da un numero di persone maggiore di quante si siano mai

trovate a parlarlo”.

Nell’antichità la lingua berbera era estesa forse meno profon-

damente nell’interno del continente africano, ma in compenso il

territorio su cui era diffusa giungeva, probabilmente, fino ai con-

fini dell’antico Egitto ad est e comprendeva anche le isole Canarie

ad ovest.

Benché queste isole fossero conosciute già nell’antichità come

“Le isole felici” (Plinio, Hist. Naturalis VI, 203-5), nulla si seppe

dei loro abitanti fino a quando gli Europei vi giunsero per la

prima volta nel tardo medioevo. Alcuni viaggiatori (Nicoloso da

Recco, XIV sec.; Alvise Cadamosto, XV sec., Leonardo Torriani,

XVI sec., ecc.) registrarono un certo numero di parole e frasi

nella lingua della popolazione indigena (i cosiddetti guanche o

21

ganci) , e sulla base di un’analisi di tali frasi vi è chi ha identifi-

cato la lingua dei guanche con la lingua berbera. Su questa lingua

esistono comunque posizioni contrastanti. Da una parte, il

20 Stime di L. Galand 1988: 209. Cifre analoghe (benché leggermente

superiori: 16-18 milioni) sono riportate da M. Ennaji (1997: 24).

21 Propriamente, il termine spetterebbe ai soli abitanti di Tenerife, che erano

chiamati Guanchtinerf (forse = *Wa n T’inerf?).

19

massimo scetticismo caratterizzava la posizione del caposcuola

francese André Basset (morto nel 1956): egli si rifiutava di rico-

noscere in essa il berbero, giungendo al punto di definire “ d e l

tutto deludenti” le ricerche dei suoi contemporanei, in particolare

22

l’opera di Dominik J. Wölfel. All’estremo opposto chi, come

Alexander Militariov (1988), considera senza alcun dubbio questi

parlari alla stregua di dialetti berberi, riconoscendovi addirittura

una stretta parentela con i dialetti tuareg dell’Ahaggar.

Svariati e spesso fantasiosi sono stati i tentativi di far luce sulle

più remote origini dei Berberi. Miti e leggende dell’antichità e del

medioevo li volevano ora discendenti di Medi, Armeni e Persiani

condotti in Nordafrica da Ercole nel suo viaggio al giardino delle

Esperidi (Sallustio citando Iempsale), ora di Cananei sconfitti da

Giosuè (Procopio, ma anche Ibn Khaldun li vuole “figli di

Canaan, figlio di Cam, figlio di Noè”), ora di Indiani, sempre al

seguito di Eracle (Strabone), ora discendenti da un figlio di Kush

(Flavio Giuseppe), ora di Troiani (Erodoto), ora di Yemeniti (altra

ipotesi di Ibn Khaldun). In tempi più moderni, gli studiosi euro-

pei che hanno affrontato il problema hanno impostato il pro-

blema su basi linguistiche: con quali lingue o famiglie linguistiche

il berbero può dirsi imparentato. Le ricerche si sono così

appuntate sulle lingue presenti nei territori contigui al Nordafrica:

l’Egitto e i paesi di lingue camito-semitiche a est, e i paesi del

23

Mediterraneo occidentale (in particolare la Spagna) a nord.

I tentativi di collegare il berbero con il basco e con altre lingue

antiche della Spagna (portati avanti, tra gli altri, da Hans G.

22 D.J.Wölfel (1940, 1953). La “summa” del lavoro dello studioso austriaco

venne pubblicata postuma (Wölfel 1965). Una succinta sintesi aggiornata è:

W. Vycichl (1987).

23 Per la verità, non mancano le ipotesi basate su di un’altra entità

geografica, collocabile (secondo i suoi sostenitori) a occidente: vale a dire i

tentativi di fare dei Berberi i discendenti della popolazione di Atlantide.

Ovviamente, non sapendosi nulla di Atlantide, a cominciare dalla sua stessa

esistenza, si tratta di affermazioni indimostrate e indimostrabili.

20

Mukarovsky 1969), si fondano su basi estremamente fragili e non

riscuotono fin qui una unanimità di consensi. Quella che è invece

incontestabile è la somiglianza del berbero con l’egiziano e le

lingue semitiche. Per questo, già da molto tempo in tutte le classi-

ficazioni scientifiche il berbero viene compreso senza alcun dub-

24

bio nel novero delle lingue camito-semitiche.

Esso presenta infatti diverse importanti isoglosse in comune

con le altre lingue della famiglia. Tra le più significative vanno

ricordate: la distinzione dei generi nel nome (con un femminile

marcato da una t); la forma dei pronomi e delle marche personali

del verbo (soprattutto prime e seconde persone); il vasto uso

dell’apofonia; il causativo in s; il passivo-riflessivo in t.

La lingua berbera si presenta attualmente frammentata in una

serie di dialetti che a volte tendono a raggrupparsi in più vaste

unità regionali (cabilo, tuareg, chleuh…), ma in qualche caso sono

ridotti a parlate di estensione estremamente limitata.

Di conseguenza, nella sommaria descrizione linguistica che

segue verranno considerati soprattutto quei tratti che non abbiano

carattere dialettale e che si possano quindi considerare comuni a

tutti o alla maggior parte dei dialetti berberi.

Comunque sia, il berbero sembra avere avuto una discreta sta-

bilità nel corso degli ultimi secoli, come si ricava da un certo

numero di frasi e da un lessico arabo-berbero del XII sec. giunti

fino a noi, da cui tutto sommato non si rilevano grandi differenze

25

rispetto ai parlari odierni.

Per quel che riguarda le relazioni del berbero con le lingue

epigrafiche dell’Antichità, le cosiddette lingue libiche e numidi-

che, questo problema ha ancora diversi lati oscuri. La lingua delle

24 Per una ricapitolazione della questione, si veda Chaker 1990.

25 Per le frasi in berbero medievale, v. E. Lévi-Provençal (1928); G. Marcy

(1932); Ouahmi Ould-Braham (1988). Il lessico del XII secolo (datato

1145) è stato composto da Ibn Tunart ed è in corso di studio da parte di Nico

van den Boogert, che vi fa riferimento in diversi lavori (1997, 1998).

21

iscrizioni numidiche è ancora troppo poco nota perché sia possi-

bile stabilire qualche cosa in modo categorico. A questo riguardo

André Basset era particolarmente cauto. All’estremo opposto, i

lavori di Georges Marcy erano pieni di brillanti ipotesi ricche di

interesse, alle quali però mancava spesso la necessaria persuasività.

Oggi tende ad affermarsi la consapevolezza che la lingua dovesse

effettivamente rappresentare una fase antica del berbero, anche se

è azzardato cercare di interpretare le iscrizioni in base a criteri

esclusivamente etimologici, senza curarsi dei dati forniti dal raf-

fronto delle iscrizioni, dallo studio archeologico dei supporti, ecc.

Ripartizione dei dialetti

La lingua berbera è attualmente rappresentata da centinaia di

parlari differenti. Nelle spiegazioni che accompagnano la cartina

linguistica (tratta, con qualche modificazione, dall’opera di Zava-

dovskij 1967) sono lungi dall’essere riportati tutti i parlari: i

gruppi segnalati sono 59 ed è ad essi che corrispondono le zone e

i punti linguistici indicati sulla cartina. Ogni punto rappresenta in

linea di principio un parlare o un gruppo di parlari abbastanza

affini su di un dato territorio.

Le zone e i punti di diffusione della lingua berbera si trovano

sul territorio di 12 paesi dell’Africa: Egitto, Libia, Tunisia,

Marocco, Rio de Oro (ex Sahara Spagnolo), Mauritania, Mali,

Burkina Faso (ex Alto Volta), Niger, Nigeria, Ciad.

Ecco la loro posizione paese per paese (sono segnalati con † i

parlari estinti o in via di estinzione):

Egitto

1) Oasi di Siwa: circa 15.000 persone, di cui 11.000 a Siwa e le

restanti 4.000 nei villaggi di Aghurmi, Abou Shrouf, Khamisa,

22

26

Balad al-Rum, ecc.

1a) Oasi di Gaµ rah (Qaret Umm S| ughayyar), circa 130 km. a

nordest di Siwa, l’estremo punto orientale della berberofonia

27

odierna.

Libia

2) Oasi di Augila (con quelle adiacenti di Djalo e Djikerra)

28

3) Oasi di Cufra: villaggio di Zurˆ più gruppi di tuareg

4) Fezzan: le oasi di Tmessa e di El-Fógaha (†)

29

5) Villaggio di Sokna (†)

6) Gébel Nefûsa -- Tribù dei N´fûsa, dei Ro›z bân, degli At Zenâta

(ar.: Zintân); villaggi di Nalut, Fassâäo (Giado e Gemmari) e

Yefren

6a) Villaggio di Zuara, sul mare presso Tripoli, più un gruppo di

pescatori nella vicina penisola di Farwa

7) Oasi di Ghat: popolazione locale, con presenza di nomadi

tuareg

8) Oasi di Ghadamès: popolazione locale (divisa in due parlari di-

versi, Ayt Wulid e Ayt Waziten), con presenza di nomadi tuareg

9) Tuareg nomadi: ImanÌassat´n (K´l-Ajjer)

10) Tuareg nomadi: UraÌ´n (K´l-Ajjer)

10a) Djanet (K´l-Ajjer)

30

Tunisia

26 Dati ricavati da Hweiti 1997, un opuscolo turistico piccolo ma

sostanzioso e documentato. µ

27 F. Beguinot, alla voce SÈ! w a dell’ Enciclopedia Italiana (vol. XXXI,

1936, p. 932) riporta come berberofona anche Manshiyat al-‘Agiuµ zah

nell’oasi di Bah\ ariyya, ma non mi consta che tale affermazione sia mai stata

verificata. Nel medioevo tutto il “paese delle oasi”, comprendente Kharja,

Dakhla, Farafra e Bah\ ariyya, era governato da una dinastia berbera della tribù

dei Lawata.

28 Così Zavadovskij. Non sono a conoscenza di altre segnalazioni.

29 Secondo un censimento del 1931 a Sokna vi sarebbero stati 293 arabi e

562 berberi, ma Sarnelli nel 1924 riferiva che solo 40 o 50 erano in grado di

comprendere il berbero e appena 4 o 5 di parlarlo. La situazione reale

andrebbe verificata. 23

11) Isola di Jerba: sei villaggi (Adjim, Elmai, Guellala, Mahbou-

bine [†], Sedouikech, Sedghiane [†])

12) Villaggi di Zraoua, Taoujjout e Tamazret a Matmata

13) Villaggi di Sened (†) e Tmagurt (†) a est di Gafsa

13 a) Villaggi di Douirat e Chnini a Foum Tataouine

Algeria

14) Massiccio montuoso dell’Aurès: dialetti awiya (Chaouia)

›s

15) Massiccio montuoso della Cabilia (Grande Cabilia a ovest

intorno a Tizi Ouzou; Piccola Cabilia a est intorno a Bugia):

cabilo, taqbaylit

16) Un gruppo di tribù montanare nei pressi della città di Blida

17) Un gruppo tra le città di Cherchell e di Tenès (Monti dello

Chenoua)

18) Piccoli gruppi nel dipartimento di Algeri (Monti

dell’Ouarsenis)

19) Tribù Maämaäa e H| araµ w a

20) Tribù dei Beni Snous

21) Oasi di Tuggurt (5 località)

22) Oasi di Wargla con la vicina Ngouça

23) Mzabiti, abitanti nelle 7 città dello Mzab (AÌlan n Mzab):

Berriane, Guerrara, Ghardaia, Beni Izguen, Melika, Bou-Noura, El

Atteuf (lingua tumzabt)

24) Un gruppo di una quarantina di oasi e villaggi intorno a Ain-

Sefra (Chellia Dahrania a nord di Ain Sefra, e tutti i villaggi al sud

fino ai parlari raccolti sotto il n° 29): i cosiddetti Ksour del Sud-

31

Oranese

25) Ksour di Gourara (in totale circa 150, tra cui Timimoun)

32

26) Oasi di Touat: villaggi di Tamentit (†) e Tittaf

30 Un riepilogo della situazione in Tunisia è in Boukous (1988).

31 Notizie storico-geografiche e bibliografia in Cominardi 1991.

32 Su questo parlare, virtualmente estinto, si può vedere “Le dernier

document en berbère de Tamentit”, Awal 1 (1985), 176-7

24

27) Oasi di Tidikelt: villaggio di Tit

28) Oasi di Tabelbala: qui accanto al berbero sopravvive una par-

ticolare lingua songhai molto mischiata ad elementi berberi: il

kora (o kwara-n-dzi: cf. Tilmatine 1996)

29) Campagne di Mazer (a nord di Beni Abbès)

30) Tuareg K´l-A„ h a∑ ggar: altopiano dell’Ahaggar (dialetto tama-

haq)

31) Tuareg Taitoq (K´l-Ahnet)

32) Tuareg Iseqqemaren (vassalli dei K´l-A„ ha∑ ggar): K´l-Immidir

33) Tuareg K´l-Ajjer (nel Tassili-n-Ajjer)

Marocco

34) Nei pressi di Oujda: Beni Iznassen e altre tribù

35) Parlari del Rif sui monti del Marocco settentrionale

´lh\

36) Tribù Ghomara ( omaµ r a): pur chiamando a il proprio

›s

Ì

idioma, parla in realtà un dialetto zanaµ ta.

37) Tribù degli Ait Warain ´n)

38) Tribù degli Ait Seghrouchen (Ait S´ ru›s

Ì

39) Oasi di Figuig: 7 villaggi (ksour) “alti” (At Ujenna) e uno

“basso” (Zenaga) dell’oasi, più altri villaggi verso la frontiera

algerina (Iche) ´r)

40) Tribù beraber (braµ b del Medio Atlante (Ait Youssi, Ait

Atta, Beni Mguild, Zemmour, Zayan): dialetto tamazi t

Ì

41) Tribù chleuh [si usano anche le trascrizioni shilh (ingl.),

schluh\ (ted.)] (nell’Alto Atlante e nella regione del Sous): dialetto

ta›s elh\ ait (arabo: elh\ a )

›s

Sahara Occidentale (già Rio de Oro)

42) Gruppi di Mauri bilingui arabo-berberi

Mauritania µ

43) Gruppo zenaga (z´naµ g a): dialetto ta¨¨ungÈ! y ah

44) parlari azer (mescolanza di una lingua sudanese, il soninké, e

25

33

berbero): villaggi di Badan e Ti›s it

Mali

45) Tuareg K´l-Ant´sar (dialetto tamahaq)

\

46) Tuareg K´l-A„ ta∑ r am (Iw´ll´mm´da∑ n dell’ovest)

´l-D´n ´g

47) Tuareg K n (o Taga∑ r a∑ y ga∑ r a∑ yt, formati da

Iw´ll´mm´da∑ n dell’est e Ib´rk\ ora∑ ya∑ n )

48) Tuareg Ifo as (Adrar degli Ifo as)

Ì Ì

Burkina Faso

49) Gruppi di tuareg della regione di Dori

Niger \

50) tuareg K´l-Aya∑ r (massiccio dell’Air): K´l-A„ wa∑ y (Kel Ewey)

\

51) tuareg K´l-Aya∑ r (massiccio dell’Air): K´l-F´r\ w an

52) tuareg K´l-G´r´s (Kel Gress)

Nigeria

53) Tuareg: guide di carovane da Zinder a Kano

Ciad

54) Gruppi di tuareg a Borku e a Abbéché (v. Jay 1996)

Tutti i parlari delle zone e dei punti enumerati si uniscono a

costituire formazioni dialettali più estese, le quali in qualche caso

assumono caratteristiche che ne fanno dialetti o sottodialetti ben

distinti, anche se è raro che vengano considerati come vere e pro-

prie “lingue”, con tutte le caratteristiche che a questo termine

vengono solitamente riservati (notevole omogeneità e fissazione di

una varietà “standard”, soprattutto per gli usi scritti, che sia

riconosciuta di fatto dagli utenti e di diritto dalle entità statuali in

cui la “lingua” sia parlata). Se ai primi di questi requisiti può

sopperire un crescente “impegno” dei parlanti, per il momento

l’ostacolo maggiore nasce dalla rigida posizione di rifiuto,

33 Così Zavadovskij, sulla base, probabilmente, di ech-Chinguiti, uno

studioso indigeno dei primi del ’900. La situazione reale andrebbe verificata.

26

soprattutto da parte dei governi di Algeria e Marocco, a ricono-

34

scere ufficialmente qualunque lingua diversa dall’arabo. Finora

solo il tuareg ha avuto un riconoscimento tra le lingue parlate in

Mali e Niger, con progetti di standardizzazione e fissazione di

norme ortografiche, ma lo stato di guerriglia contro il governo

centrale in cui da diversi anni si trovano i Tuareg rende di pro-

blematica applicazione pratica questo “riconoscimento”.

Volendo semplificare il quadro estremamente frammentato dei

parlari berberi, possiamo rilevare alcuni principali raggruppa-

menti dialettali (“lingue berbere”):

´k,

1. tamahaq, o tama›s i dialetti dei tuareg del Sahara, non meno

di 800.000 parlanti (tra Libia, Algeria, Mali, Burkina Faso, Niger,

35

Nigeria e Ciad). È! µ

2. ta›s awit: (in fr. “chaouia”, in ar. aµ w ya), circa 850.000 par-

›s

36

lanti, nel massiccio montuoso dell’Aurès (Algeria), n° 14

µ

3. taqbaylit: dialetto cabilo (ar.: qbaµ y lÈ! y a), circa 4 milioni, nei

monti della Cabilia e nelle città del Sahel, oltre che nella città di

Algeri (Algeria), n° 15 37

4. tumzabt, circa 70.000 parlanti nello Mzab (Sahara algerino),

n°23

34 Attualmente in Marocco sembra prevalere una posizione pragmatica e

moderata, che riconosce di fatto un certo spazio al berbero (sempre

qualificato di lahja “dialetto”, mai di luÌa “lingua”), con discrete probabilità

di un prossimo riconoscimento anche di diritto. In Algeria, invece, lo

scontro è più radicale, e solo dopo uno sciopero scolastico durato tutto

l’anno ’94-’95 vi è stata qualche apertura vi è per l’insegnamento del berbero

nelle scuole.

35 Stime riportate da Attilio Gaudio (1993). Ma le stime variano molto da

una fonte all’altra.

36 “Seuil minimum” secondo S. Chaker nella voce Aurès (Linguistique)

dell’Encyclopédie Berbère (fasc. VIII, 1990, p.1163).

37 Cifra stimata per l’anno 1976 da Delheure 1984: xv.

27

5. tarifit: parlari del Rif nel nord del Marocco, circa un milione, n°

35.

6. tamaziÌt: dialetto dei berberi del Medio Atlante (Marocco), le

cosiddette tribù beraber o bràb´r, circa 4 milioni di parlanti, n°

40. ´lh\ ´lh\

7. ta›s it (ar.: a ): dialetto dei berberi dell’Alto Atlante, Anti-

›s

Atlante e della regione dell’Oued Sous (Marocco), circa 4 milioni

di parlanti, n° 41.

µ

8. ta¨¨ungÈ! y ah: dialetto della tribù z´naga (Mauritania), circa

38

20.000 parlanti , n° 43. 39

In Egitto, Libia, Tunisia e Mauritania la popolazione berbero-

fona è percentualmente molto bassa e tende, in modo probabil-

mente irreversibile, a passare all’arabo, assediata com’è da una

scolarizzazione in arabo. Ma in Algeria, dove parla berbero un

30% della popolazione (cioè circa 6 milioni di persone), e in

Marocco, dove la percentuale della popolazione berberofona

supera il 40% (cioè circa 9 milioni di persone), la lingua berbera

ha una posizione tutt’altro che trascurabile.

Già da questa distribuzione si vede come, nel corso del pro-

cesso di arabizzazione del Nordafrica, i gruppi berberofoni siano

38 Stima altamente ipotetica a partire dai dati di Nicolas 1953 riportati nella

nota seguente.

39 In Egitto, la popolazione di Siwa si calcolava in poco più di 5000

persone, nel censimento del 1966: una frazione infinitesimale rispetto alle

decine di milioni del resto del paese; per la Tunisia Boukous (1988: 77)

parla dell’1% della popolazione totale; in Mauritania Nicolas (1953: 113)

calcolava in 13.000 i parlanti zenaga su 29.000 membri di tribù zenaga,

essendo i rimanenti già passati a parlare il dialetto hassaniya dell’arabo

(all’epoca la popolazione della Mauritania si aggirava sul mezzo milione di

persone). 28

stati ricacciati sui monti e nei deserti. È in paesi di questo tipo che

abita oggigiorno il gruppo linguisticamente meno toccato da

influssi dell’arabo, quello dei Tuareg del Sahara.

Sono pochi i berberofoni rimasti sulla fascia costiera: se ad

ovest tutta la costa sud del Marocco che si affaccia sull’Atlantico è

ancora berberofona, a occidente, nel Mediterraneo, oltre alla

Cabilia marittima vi sono solo il parlare libico di Zuara e quello

tunisino di Jerba.

Cedendo all’influenza dell’arabo, i berberi diventano spesso

bilingui, vale a dire possiedono abbastanza bene, oltre al proprio

parlare, anche la lingua araba il che in un secondo momento porta

alla sostituzione completa del dialetto ad opera dell’arabo.

Molti berberi di Libia del Gebel Nefusa, dell’isola di Jerba

(Tunisia), cabili dell’Algeria, mzabiti del Sahara, chleuh del

Marocco meridionale, ecc. sono da molto tempo bilingui, in

maggiore o minor misura. Va comunque tenuto presente che

questo riguarda soprattutto la popolazione maschile: la donna, che

rimane in casa, e spesso non riceve neppure l’istruzione pubblica

obbligatoria, è di solito più conservatrice e preserva meglio

l’eredità linguistica ancestrale. Ma con l’arrivo della televisione

(rigidamente arabofona) anche nelle regioni più lontane, anche le

pareti domestiche non sono più una barriera contro le pressioni

esterne.

Il frazionamento dialettale è un altro elemento che gioca a

favore della lingua di maggior prestigio, l’arabo: non di rado i

magrebini berberofoni che parlano dialetti diversi preferiscono

servirsi dell’arabo per comunicare tra loro.

Se in Libia e in Tunisia la lingua berbera è ormai quasi un

relitto del passato, in Algeria e in Marocco il numero dei parlanti

berbero si accresce di anno in anno, e, come si è già osservato,

non c’è mai stato un numero così elevato di persone che parlino

questa lingua come ai nostri giorni.

Inoltre, tutt’altro che trascurabile è anche il numero di berbe-

29

rofoni emigrati in Europa o in America. Soltanto in Francia si

calcola vi siano tra i 500 e i 750.000 berberofoni di origine alge-

rina (perlopiù cabili) e oltre 200.000 di origine marocchina, ma

l’emigrazione berbera è stata forte anche altrove: si pensi che sui

170.000 marocchini emigrati in Olanda ben il 70% provengono

40

dal Rif.

Nei paesi colonizzati dalla Francia (in particolare l’Algeria e la

Tunisia, ma anche il Marocco), la forte e prolungata presenza di

coloni e di un’amministrazione rigorosamente francofona ha

introdotto, accanto all’arabo, una nuova lingua coloniale: il fran-

cese. Non pochi nordafricani, a disagio con l’arabo classico —

vuoi perché di madrelingua berbera, vuoi perché abituati a parlare

dialetti arabi assai diversi dal modello classico —, hanno ripiegato

sul francese come lingua di comunicazione (lingua che oltretutto

schiudeva prospettive occupazionali nella stessa Francia

metropolitana).

Le lotte per l’indipendenza dei paesi del Maghreb sono state

condotte all’insegna di un rifiuto della cultura coloniale europea,

e per individuare un valido modello da contrapporre ad essa un

grande accento è stato posto alla tradizione arabo-islamica. Per

tale motivo, nell’intento di affermare questa identità arabo-isla-

mica, appena raggiunta l’indipendenza tutti questi paesi si sono

posti l’obiettivo dell’arabizzazione completa dell’amministra-

zione e del sistema scolastico, anche a livello universitario. Questa

“arabizzazione” è stata imposta a volte in modo brutale, con

militarizzazione delle scuole e un massiccio impiego di insegnanti

41

di paesi arabi orientali, e se da una parte non sembra avere

40 Dati desunti da Chaker 1994.

41 Non è un segreto che un ruolo non indifferente nello sviluppo

dell’integralismo islamico in Algeria è stato svolto da estremisti religiosi

che soprattutto l’Egitto inviava volentieri con la qualifica di insegnanti ai

paesi “fratelli” per arabizzarli... e per liberarsi della loro ingombrante

presenza. Un fenomeno che ha sconcertanti analogie con quello medievale

dei Banuµ Hilaµ l. 30

conseguito lo scopo di far regredire l’uso del francese, è d’altra

parte servita come alibi per non consentire ai berberi di questi

paesi un’istruzione nella loro lingua, “colpevolizzando”, e in

qualche caso sanzionando penalmente, ogni comportamento lin-

42

guistico “deviante” rispetto all’arabo classico.

42 Negli ultimi anni si è osservata la nascita di movimenti favorevoli al

riconoscimento ufficiale delle lingue parlate (berbero e arabo dialettale), con

il sostegno del Movimento Culturale Berbero e di alcuni intellettuali arabi

illuminati, come Kateb Yacine (1929-1989, autore, tra l’altro, di numerosi

pezzi teatrali in arabo dialettale). 31

3. LA SCRITTURA

La cultura berbera è stata fino ad oggi una cultura

eminentemente orale, e la letteratura dei berberi è consistita

soprattutto in creazioni popolari orali.

Nondimeno, fin dall’Antichità sono stati intrapresi diversi

tentativi di registrare la lingua berbera o qualche suo dialetto con

l’ausilio di differenti sistemi grafici.

Alfabeti epicorici

Alfabeti libici

Alcune iscrizioni molto antiche, reperite in gran numero

soprattutto in Tunisia e in Algeria, ma anche in Libia e in

Marocco, risalgono a più di 2000 anni fa, e sono state realizzate

con una originale scrittura consonantica assai simile all’attuale

alfabeto dei Tuareg. Sull’origine di questo alfabeto ben poco si

sa. La grande differenza rispetto al coevo fenicio sembra indicare

un’origine differente. Vi è chi ha individuato tale origine nei

geroglifici egiziani o nelle scritture semitiche meridionali, ma al di

là di una somiglianza nella forma di alcune lettere, nessun dato

certo conforta questa o quella origine.

Queste iscrizioni sono assai importanti, poiché una volta che si

arrivasse a leggerle si avrebbe accesso a testi in berbero di epoca

estremamente antica. Circa 1200 di esse sono state raccolte e

pubblicate nel “corpus” delle cosiddette iscrizioni “libiche”

43

dell’abate Chabot. Tra di esse grande importanza rivestono due

bilingui libico-puniche della città di Dugga in Tunisia, una delle

quali è datata al 138 a. C., in quanto esse consentono di

43 J.B. Chabot 1940-1941. Per il Marocco si veda anche la raccolta di L.

Galand 1966 (27 iscrizioni). In Libia questo tipo di iscrizioni è molto raro.

Inoltre, una dozzina di iscrizioni provenienti da Bu Njem (Rebuffat 1973-74)

sono scritte in un alfabeto molto diverso dalle iscrizioni più occidentali.

32 44

determinare i valori di ventuno segni su ventiquattro.

Sulla base della forma e della distribuzione delle lettere sembra

possibile individuare, molto a grandi linee, due alfabeti principali,

definiti uno “orientale” e l’altro “occidentale”, le cui aree di

utilizzo potrebbero corrispondere rispettivamente alla Numidia e

alla Mauritania. Tuttavia troppi dati sono ancora incerti (a

cominciare dai valori fonetici da attribuire a quei segni non

compresi nelle iscrizioni bilingui) per poter ricavare conclusioni

incontrovertibili.

Anche nelle isole Canarie sono state rinvenute alcune centinaia

di iscrizioni la cui grafia sembra da riallacciarsi agli alfabeti

antichi del Nordafrica (e, fatto curioso, piuttosto a quelli orientali

che a quelli occidentali). È comunque evidente che questa

scrittura presenta indubbie caratteristiche proprie, ma è ancora

troppo presto per potere esprimere anche solo valutazioni generali

(per non parlare di una lettura e interpretazione dei testi), dal

momento che si ignorano troppi elementi fondamentali, a partire

dalla lingua che doveva celarsi dietro a queste iscrizioni (sembra

certo che al momento della scoperta europea nelle varie isole si

parlassero lingue piuttosto diverse tra loro, e accanto ad alcuni

elementi palesemente berberi ve ne sono molti altri che sembrano

del tutto estranei a tale lingua).

Iscrizioni sahariane

Incerta nelle sue delimitazioni sia spaziali che temporali, anche

perché a tutt’oggi mai sistematicamente indagata, è la scrittura di

una serie di iscrizioni rupestri presenti in numerose località del

Sahara (assai più numerose delle iscrizioni “libiche”), le cui

caratteristiche la differenziano sia dalla scrittura libica sia dalla

moderna scrittura dei Tuareg. Se la forma dei segni ricorda

piuttosto quella delle tifinagh, sembra difficile ricavare un senso

applicando ad essi gli stessi valori attuali. Nei suoi studi sulla

44 A.Basset (1959), p.170. 33

lingua e sulla cultura tuareg, Ch. de Foucauld rilevò e fornì di un

valore fonetico molti segni definiti “antichi”, senza però

specificare da dove ricavasse queste sue informazioni. Un

censimento delle iscrizioni sahariane esistenti, presupposto

indispensabile per una successiva interpretazione, è attualmente in

corso in Francia sotto la direzione di L. Galand (progetto R.I.L.B.,

Répertoire des Inscriptions Libyco-Berbères).

Tifinagh

La scrittura che va considerata alla stregua di alfabeto

nazionale dei Berberi è l’alfabeto conservato ancor oggi presso le

tribù tuareg. Esso è formato da segni geometrici, linee, punti e

cerchi (o una loro combinazione). Come già gli antichi sistemi

libici, con cui esso ha molto in comune, anche questo alfabeto è

rigidamente consonantico, vale a dire che segna solo le consonanti

ed è privo di matres lectionis (lettere, cioè, che suggeriscano la

vocalizzazione). In via eccezionale, le vocali possono essere

segnalate in fine di parola, servendosi di -w per -u, -o, e di -y per -

i, -e. Un segno speciale (un punto) segnala - a finale (ma può

essere impiegato anche per qualunque vocale finale). Inoltre

alcuni segni “composti” corrispondono a gruppi di due

consonanti contigue (non separate, cioè, da una vocale): nt, rt, nk,

ecc.

Le parole di norma non vengono separate da spazi, ma qualche

volta si ricorre a segni di separazione per dividere parole o gruppi

di parole. Le righe possono essere orizzontali o verticali o

procedere a spirale, e avere inizio da un’estremità o da un’altra, e

le stesse lettere vengono orientate in un senso o nell’altro

seguendo la direzione della scrittura, il che di solito permette di

determinare subito la direzione della lettura. Spesso il senso

preferito è quello dal basso in alto (cosa questa che già si rilevava

in molte iscrizioni libiche). Come ulteriore ausilio per la lettura,

oggi prevale l’uso di iniziare ogni scritto con le consonanti wnk…

34

(iniziali della frase awa nekk NN innan… “questo sono io, NN,

che dice…”).

A tutt’oggi i tuareg chiamano i segni del proprio alfabeto

tifina (sg. tafin´q), in cui la maggior parte degli studiosi vede

Ì 45

oggi la parola latina punica berberizzata. In tale caso la

denominazione dimostrerebbe come l’alfabeto berbero, ancora

nell’antichità, fosse ritenuto un alfabeto di provenienza punica. È

tuttavia possibile dubitare di questo fatto. Le forme di alcune

lettere sono più vicine alla scrittura egizia e sinaitica che a quelle

propriamente puniche.

I Tuareg si servono del proprio alfabeto solo per la

composizione di lettere, o di brevi iscrizioni su oggetti (come

scudi, armi, bracciali, suppellettili domestiche) o su rocce; in

qualche caso le lettere tifinaÌ servono come una specie di marchio

per il bestiame. Talvolta è possibile trovare anche iscrizioni più

lunghe, ma fino a poco tempo fa non era dato di trovare libri o

riviste in tale scrittura. Inoltre, questa scrittura non è

standardizzata e in diverse tribù singole lettere possono mutare il

46

proprio valore o la propria forma.

Alfabeto latino

Alcune iscrizioni di epoca romana scoperte in Libia, benché

realizzate in alfabeto latino contengono una lingua diversa. In

esse si era sperato di trovare per la prima volta documenti libici

con indicazione delle vocali (promotore di tale interpretazione era

stato Francesco Beguinot nel 1949). Più tardi però G. Levi della

Vida (1963) ha stabilito che la lingua di queste iscrizioni è il

45 Così, p.es., Prasse 1972, 149. Cf. però, in Leguil 1985: 11, l’opinione

di Rößler che vede in *PNK un imprestito dal greco pínax “tavoletta

(scrittoria)”. Anche se il termine derivasse da punica, ciò non implicherebbe

necessariamente che anche la scrittura sia derivata da quella fenicia.

46 Su molti aspetti di questa scrittura, v. M. Aghali Zarara-J. Druoin 1973-

79. Per l’edizione di un piccolo corpus!di testi dei primi del ’900 si veda L.

Galand 1999. 35

punico e non il libico.

Per le epoche più antiche, quindi, l’alfabeto latino permette di

conoscere solo la forma vocalizzata dei nomi propri presenti nelle

numerose iscrizioni latine in terra africana.

Dell’alfabeto latino tendono a servirsi anche, al giorno d’oggi,

i Cabili, a seguito di un’influenza della scuola francese, che si è

affermata dapprima nelle comunità di emigrati e recentemente ha

preso piede anche nella madrepatria, soprattutto grazie alle opere

fondamentali di Mouloud Mammeri. Analoga preferenza sembra

prevalere anche tra gli Imazighen del Marocco centrale, che a

differenza degli chleuh non hanno una tradizione scrittoria in

caratteri arabi.

Anche per il tuareg una Conferenza dell’UNESCO a Bamako

(1966) ha fissato criteri di trascrizione in caratteri latini, allo

47

scopo di permettere la scolarizzazione in tuareg.

Alfabeto arabo

Tutti i manoscritti antichi contenenti testi berberi sono scritti in

alfabeto arabo con l’uso di vocali. Si tratta soprattutto di testi

destinati alla propaganda dell’Islam tra Berberi che ignoravano

l’arabo.

Per la trascrizione del berbero con l’ausilio dell’alfabeto arabo

sono state elaborate alcune norme ortografiche, che si sono

evolute nel tempo (forse anche in seguito ad un’evoluzione della

lingua), ma sempre secondo principi coerenti e chiari, che

dovettero venire insegnati in maniera standardizzata in scuole

apposite per molti secoli. Gli studi più recenti di van den Boogert

hanno evidenziato le principali caratteristiche della grafia in due

epoche: una “medievale” (all’ingrosso fino al 14° sec.) e una più

recente.

In grafia medievale i suoni berberi non esistenti in arabo (per

47 Un’ulteriore riunione, sempre a Bamako, ha avuto luogo il 3-10 giugno

1984, per armonizzare le grafie dei diversi parlari tuareg (Prasse 1987).

36

esempio z\ , g), venivano scritti per mezzo di lettere rappresentanti

suoni simili, con alcune oscillazioni. Per esempio <z> o <s\ > per z\ ,

<k> o <ˆ> per g. Inoltre, le tre vocali “piene” del berbero, a, i, u,

vengono sempre rese con le lettere di prolungamento, alif, ya’ e

w a w , mentre il segno di a breve (la “fath\ a ”) segnava quella

vocale breve, oggigiorno non (più) fonematica, che si suole

´

trascrivere o e.

Viceversa, la grafia più recente ha creato nuovi simboli per

alcuni suoni berberi, ad esempio una s\ a d con tre punti (sopra- o

sottoscritti) per z\ e una kaf con tre punti (sopra- o sottoscritti) per

g . Inoltre le vocali sono marcate semplicemente con i segni

vocalici sopra o sotto la lettera, senza “lettere di prolungamento”

(tranne alcuni casi eccezionali, per esempio per segnare, in poesia,

´

le sillabe accentate), e l’eventuale presenza di un suono vocalico

(non fonematico) non viene notata (per cui si registrano a volte

48

lunghe serie di sukuµ n , segni di “assenza di vocale”).

Alfabeto ebraico.

Presso numerose comunità ebraiche del Nordafrica (oggi

drasticamente ridotte di numero e consistenza ma non del tutto

scomparse) il berbero costituiva la lingua corrente, non solo nel

parlare di tutti i giorni ma anche nell’istruzione religiosa. Per

questo, è assai probabile che esistessero testi scritti di argomento

religioso in lingua berbera.

Ben poco si è conservato fino ad oggi. L’unico testo fin qui

pubblicato è costituito da una Haggadah (racconto che viene

tradizionalmente letto in occasione della festività pasquale) scritta

—com’era consuetudine nelle comunità ebraiche— in alfabeto

ebraico quadrato (Galand-Pernet, Zafrani 1970). Le particolarità

nell’uso dell’alfabeto ebraico per trascrivere il berbero sono

48 Per una spiegazione più dettagliata di questi sistemi grafici, cf. van den

Boogert 1997, in partic. §§ 3.12 e 6.2.

37

numerose e riguardano, tra l’altro, oscillazioni nel modo di

segnare le enfatiche, un modo ridondante di marcare le

consonanti labializzate, l’uso di uno stesso segno per suoni

fricativi o occlusivi, ecc. Per dare un’idea di questo tipo di

scrittura, si riproducono qui due righe di tale Haggadah affiancata

da una corrispondente trascrizione in caratteri latini.

'awS ÙSn 'aStÃt

n

à '¬d ÓnËqÙn §'ad

y

« ÙlÙk

´nsu,

w

kullu id\ an n´kk ni da nttsa, swa

£ËdzÙÃg

n

à qÙw¬' gd d«y

y

« §Ã

g

F wÃn '¬wS £ËdzÙÃg

n

Ã

´n, ´dd´Ì

w w w w

n´Ì zd´m swa n´gg id\ akk nÌ zd´m

“tutte le altre notti siamo soliti mangiare e bere sia

seduti sia distesi, mentre questa notte stiamo tutti seduti”

Dibattito sulla scrittura.

Con la crescente consapevolezza dell’importanza di preservare

la propria lingua e la propria cultura, molti Berberi cercano di

fare assurgere il proprio idioma alla dignità di una lingua scritta.

Ciò ha fatto nascere un acceso dibattito circa il modo migliore per

trascriverla.

Chi, come gli chleuh del sud del Marocco, già possedeva una

secolare tradizione di testi fissati nello scritto con l’alfabeto arabo,

trova naturale continuare ad impiegare questo alfabeto, anche se i

metodi codificati di trascrizione non sono realmente conosciuti

che da pochi dotti, mentre tutti coloro che cercano di trascrivere il

berbero coi caratteri arabi si ispirano, di fatto, alle pratiche di

scrittura dell’arabo che vengono insegnate nelle scuole e non alla

tradizione plurisecolare degli chleuh. Il risultato è una grafia

spesso “improvvisata”, poco coerente, che cerca di affrontare i

problemi di decodificazione separando in modo più netto i

monemi (preposizioni, particelle, pronomi affissi) e utilizzando

matres lectionis al posto delle “vocali”. Come osserva A.

38

Touderti (1998: 102): «i diversi parlari berberi e lo stesso arabo

dialettale del Marocco avevano elaborato da secoli usi scrittori in

caratteri arabi più o meno standardizzati. Da alcuni decenni vi è

tutta una produzione, sicuramente abbondante anche se di valore

ineguale, in berbero scritto con caratteri arabi: di fatto il modello

adottato rappresenta un taglio netto con questa tradizione più

conforme al genio della lingua berbera, e va ad aggiungersi

all’abbandono, senza rimorsi, della scrittura magrebina da parte di

tutti, con la sola eccezione di pochi eruditi che hanno a che fare

con le migliaia di manoscritti delle biblioteche pubbliche e

private, delle zawia ecc.

E in questo quadro poco coerente e improvvisato di scrittura in

grafia araba, non mancano opere in chleuh trascritte in caratteri

latini (p. es. Adghirni 1995; qualche anno prima un brano di

saggio era stato pubblicato in caratteri arabi ed è lecito pensare ad

un cambiamento deliberato da parte dell’autore).

Chi invece, come i Cabili o i Berberi del centro del Marocco,

non aveva una tradizione consolidata, ha preferito rivolgersi

all’alfabeto latino, cui avevano fatto ricorso, nei loro studi

linguistici, i berberisti europei. Da parte loro, i Tuareg, pur

possedendo una scrittura propria, si sono resi conto della poca

facilità di impiego di una grafia così priva di vocali, ed hanno

tentato di “migliorarla” aggiungendovi delle vocali, oppure si

sono rivolti alla trascrizione in caratteri latini, che è stata proposta

in Niger e Mali per armonizzare la grafia con quella delle altre

numerose lingue parlate nel resto del paese.

Con gli sforzi spontanei dei Tuareg per arricchire di vocali la

loro scrittura non vanno confusi quelli dell’ “Accademia

Berbera”, operante a Parigi, per unificarla, standardizzarla e

renderla adatta a trascrivere anche i suoni dei parlari berberi del

nord. La scrittura risultante è detta Neo-tifinagh, ed oggi ne

esistono numerose varietà, inseguito a diversi tentativi fatti fa

svariati enti e singole personalità allo scopo di creare una scrittura

39

adeguata, a volte anche con procedimenti discutibili, per esempio

quando si è cercato di “mediare” tra forme differenti di uno

stesso grafema creando lettere non esistenti in alcun dialetto.

Questa molteplicità di alfabeti “neo-tifinagh” oggi esistenti è di

per sé un ulteriore dato di fatto che rende problematica

l’adozione generalizzata di questa grafia. La forte spinta ad

adottarla sembra più che altro legata a fattori ideologici quali la

riscoperta, portata fino in fondo, della “propria” scrittura,

oppure, oggi, il tentativo di mediare tra fautori della grafia a base

latina, sentita come “colonialista”, e quella a base araba sentita

come “islamista”. È proprio con lo scopo di “mediare” tra

queste due tendenze che in Marocco l’IRCAM (Istituto Reale di

Cultura Amazigh) ha adottato il 1° febbraio 2003 un alfabeto

(neo-)tigfinagh per la trascrizione del berbero. Probabilmente

questa adozione da parte di un ente di Stato contribuirà alla

standardizzazione delle neo-tifinagh, che sono già entrate a far

parte degli standard ISO adottati da Unicode.

Negli ultimi anni, poi, diverse iniziative sono sorte allo scopo di

creare punti di riferimento per una standardizzazione della grafia

(un colloquio a Ghardaia nel 1991, alcuni colloqui e “ateliers” a

Parigi nel 1993, 1996, 1998, a Utrecht, a Tizi Ouzou, ecc.), ed

oramai può dirsi affermata una trascrizione in caratteri

“grecolatini” comprendente, oltre a simboli dell’alfabeto latino,

anche un paio di lettere greche.

lettera valore corrisp. note

I.P.A. arabo

#

a = [æ] = F

b = [b], [v] = A

c = [S] = Aj

= [ìtS] =

õ anche tc

e

] `

d = [d], [D] =

¿ Q

= [d ] =

á 40


PAGINE

74

PESO

599.92 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questo materiale didattico si riferisce al corso di Lingue e Letterature dell'Africa tenuto dal professor Vermondo Brugnatelli. Su di un vasto territorio del Nordafrica compreso tra il Mediterraneo e i margini meridionali del Sahara, tra i confini occidentali dell’Egitto e l’Oceano Atlantico, è tuttora diffusa quella lingua che prima i Greci e poi i Romani, quando colonizzarono
l’Africa nell’antichità, definirono lingua dei “Barbari” (si sa che per i Greci erano barbaroi “balbuzienti” tutti coloro che non parlavano il greco; analogamente i Romani chiamavano Barbari i popoli che non parlavano né latino né greco). Quando gli Arabi conquistarono il Nordafrica, nel VII secolo dopo Cristo, adottarono anch’essi il termine barbar per designare gli autoctoni (e barbariyah la loro lingua), suggestionati, forse, dall’assonanza col vocabolo arabo barbarah “grida inintelligibili”. In età moderna, gli Europei hanno ripreso dall’arabo i termini “Berberi” per il popolo e “berbera” per la lingua (che il tramite sia l’arabo lo rivela la vocalizzazione diversa rispetto al Barbari latino: in arabo la a è di norma anteriore ed ha una pronuncia simile a [æ]; l’italiano, poi deve avere preso questi termini in tempi recenti dal francese: assai più antica è la denominazione Bàrberi per il popolo e Barberia per il Maghreb).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze antropologiche ed etnologiche
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingue e Letterature dell'Africa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Brugnatelli Vermondo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Lingue e letterature dell'africa

Fiaba berbera
Dispensa
Poesia religiosa tradizionale in Nordafrica
Dispensa
Poesia di Si Mohand
Dispensa
Canzoni cabile
Dispensa