Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

che a spostare in avanti nel ciclo di vita il processo fecondo (indirettamente incidendo sul numero di

figli avuto) può agire direttamente sull’intensità del processo, aumentando la proporzione di donne

che non desiderano figli o che comunque, pur desiderando vivere l’esperienza materna, realizzano il

loro desiderio con un solo figlio. Per le donne italiane la difficoltà di conciliare un lavoro

impegnativo extradomestico con una famiglia numerosa emerge, come vedremo in seguito, sia dalle

ricerche condotte con dati a livello macro, sia dall’analisi dei dati individuali delle indagini ad hoc.

La società italiana aggiunge al quadro definito di “sindrome del ritardo” sopra descritto e alle

difficoltà derivanti dal tentativo di conciliare vita lavorativa e vita domestica alcuni tratti peculiari.

In primo luogo, la rigidità con cui in Italia fattori individuali e di contesto condizionano le diverse

tappe formative del ciclo di vita: fine degli studi, entrata sul mercato del lavoro, uscita dalla

famiglia di origine, entrata in unione (quasi sempre il matrimonio), primo figlio (spesso l’unico).

Assai legato a questa rigidità, causa e effetto ad un tempo, è il “costo” che il metter su famiglia

comporta. Non appaiono per ora in Italia quei connotati di flessibilità, di duttilità e di elasticità con

cui in altri paesi europei si esce dalla famiglia di origine per andare a vivere per conto proprio: per

studiare, per lavorare, soprattutto per stare con un partner e per fare dei figli. In Italia la forma di

unione largamente preferita è sempre il matrimonio – tardivo – e non la convivenza, e la fecondità

avviene per la quasi totalità soltanto nel matrimonio (Rosina, 2001; Billari e Rosina, 2003; Salvini,

1999).

Dal canto loro le famiglie italiane dimostrano poco entusiasmo nello spingere i figli “fuori dal

nido”. Studi recenti svolti tenendo sotto controllo un gran numero di fattori, confermano che,

quando i figli vanno a vivere per conto proprio, i genitori manifestano un peggioramento della

salute e della qualità della vita (Mazzuco, 2003). A questi figli si attribuisce un valore-costo molto

elevato che, in Italia, grava interamente sulla famiglia perché fino ad oggi sono stati scarsi gli

incentivi per l’infanzia e per i giovani, non considerati un bene pubblico (Livi Bacci, 1997; 2001).

Causa e conseguenza di questi fattori, è il fatto che i giovani sembrano in genere vivere in un

contesto caratterizzato, rispetto ad altri paesi europei, da forti legami familiari, che certo non

favorisce le scelte autonome di vita (Dalla Zuanna, 2001). Insomma gli eventi del ciclo di vita sono

in Italia rigidamente prefissati, legati a decisioni molto ponderate, irrevocabili e troppo “costose”

per i giovani adulti. La stasi dunque, la gran bonaccia delle Antille.

In sintesi, i fattori della bassa fecondità italiana sono molteplici e riassumibili nella crescente età al

matrimonio e nell’aumento della proporzione di chi non si sposa affatto; nella contenuta

proporzione di unioni libere e nell’ancora più contenuta propensione ad avere figli fuori dal

matrimonio; nel ritardo con cui si “transita” fuori dalla famiglia di origine; nella politica

governativa caratterizzata da scarsi interventi a favore del mondo giovanile; nel mutamento del

4

ruolo femminile cui non corrisponde né un adeguamento della mentalità maschile verso una

divisione dei compiti familiari e domestici né una risposta soddisfacente della società ai bisogni

delle donne in termini di interventi per la conciliazione di famiglia e lavoro (De Sandre, 2000;

Golini, 1999). La velocità con cui i processi di mutamento sociale hanno avuto luogo, rispetto ai

paesi del Centro e del Nord-Europa, può essere vista come un fattore esplicativo determinante dei

comportamenti fecondi in relazione alla non immediata reattività delle strutture e delle istituzioni

sociali. Il risveglio politico dei giovani degli anni Sessanta e la forza cui si è imposto il movimento

femminista nel decennio successivo hanno rappresentato il motore trainante di tutta una serie di

cambiamenti normativi e culturali. Si ricorda la liberalizzazione della vendita dei contraccettivi:

fino al 1971, quando fu abrogato dalla Corte Costituzionale, era ancora in vigore l'articolo 553 del

Codice Penale, che vietava propaganda e uso di qualsiasi mezzo contraccettivo, punibile fino ad un

anno di reclusione. La legge 405 del 1975 istituiva i consultori familiari, tra i cui scopi vi era anche

quello di dare assistenza in materia di procreazione responsabile; tuttavia, anacronisticamente, solo

un anno dopo il Ministero della Sanità avrebbe autorizzato la vendita degli anticoncezionali nelle

farmacie. Un ulteriore passo verso la secolarizzazione dei costumi fu compiuto con la legge sul

divorzio - Legge 1° dicembre 1970 n. 898: Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio,

seguita dal referendum abrogativo, svolto nel 1974, conclusosi con un “no” all’abrogazione – e,

infine, con la legge sull’aborto, la legge 194 del 22 maggio 1978, che, nel 1981, ha superato

anch’essa un referendum abrogativo. Questi provvedimenti legislativi hanno sancito i mutamenti

rapidissimi della tessuto culturale italiano e, in pochissimo tempo, hanno contribuito a mutare i

comportamenti degli Italiani senza che le strutture sociali si potessero adeguare al repentino

processo di modernizzazione e di secolarizzazione (Livi Bacci, 1997; 2001). Così, i cambiamenti

che in altri paesi europei di tradizione non cattolica avevano occupato quasi un secolo di storia, in

Italia sono stati compressi in due-tre decenni. E le donne sono state le protagoniste del processo,

con il loro ingresso su un mercato del lavoro poco flessibile, in una società “al maschile” anch’essa

del tutto impreparata. In sintesi la struttura sociale è rimasta statica sotto tutti gli altri profili ed in

particolare per quanto riguarda l’organizzazione del tempo familiare, scolastico, del lavoro e gli

aggiustamenti, cui stiamo assistendo tuttora, si sono verificati molto lentamente e quasi a

malincuore. La risposta in termini di riduzione del numero di figli era quasi dovuta.

Sebbene uno schema teorico di riferimento complessivo sia quindi difficile da delineare, la

letteratura sul tema che, come abbiamo avuto modo di sottolineare, è ormai vasta, e le precedenti

indagini INF-1 e INF-2 hanno aiutato a “costruire” le ipotesi da verificare con la ricerca i cui

risultati sono al centro di questo convegno. 5

Le indagini condotte nelle aree urbane di Udine, Padova, Firenze, Pesaro-Urbino e Messina

hanno permesso di verificare alcune assunzioni “forti” sui fattori elencati e hanno aiutato a colmare

certe lacune conoscitive sulle ragioni della bassa fecondità italiana (Dalla Zuanna, Salvini, 2001;

Salvini, 2002).

In particolare, una prima assunzione fa riferimento all’approccio della new home economics che,

come base, sostiene la scambiabilità fra i figli (o meglio, il tempo impiegato per fare, accudire ed

educare i figli) e il lavoro (o meglio, il tempo impiegato per lavorare). L’analisi delle modifiche

nelle condizioni lavorative che sono coincise con la nascita dei figli hanno consentito di misurare

come le scelte procreative siano entrate in competizione con le scelte professionali (Ongaro e

Salvini, 2003). In seguito verrà ripreso questo punto, che rappresenta una chiave di volta per la

spiegazione della bassa fecondità in Italia e che, malgrado i risultati ottenuti dai numerosi studi

precedenti, abbisogna di approfondimenti anche alla luce del mutamento in atto sul mercato del

lavoro (Salvini, 1985 e 1986; Rampichini e Salvini, 1999 e 2000).

La seconda ipotesi parte dall’osservazione che i paesi in cui il sistema di genere nella famiglia è

più bilanciato (ossia dove l’impegno dell’uomo verso il lavoro domestico e verso la cura dei figli è

significativo), sono anche quelli in cui nascono più figli (Engelhardt et al., 2001; Kögel, 2001). In

Italia – come in Spagna, in Grecia e in Giappone – le coppie paritarie sono ancora poco numerose,

anche se in aumento specialmente nelle famiglie culturalmente più dotate. La coppia paritaria, dove

la “doppia presenza” non è più soltanto riservata alla donna, sembra riuscire a “conciliare” meglio

tempi lavorativi e tempi familiari Gli studi sviluppati sui dati derivanti dalle indagini svolte nelle

nostre città per le donne lavoratrici hanno messo in luce che il carico di lavoro familiare, in

situazioni di asimmetria dei ruoli di cura, è associato, a parità di altri fattori, ad una minore

fecondità. Le coppie dove il padre appare più attivo nella cura dei figli e nell’organizzazione

familiare evidenziano invece valori maggiori delle probabilità di aumento della parità. L’elemento

più importante sembra la flessibilità, la capacità di adattamento e la disponibilità ad una, seppure

parziale, redistribuzione dei compiti familiari e di cura dei figli da parte degli uomini, con una

conseguente “doppia presenza” anche per gli uomini (Mencarini e Tanturri, 2003).

Si è poi voluto rivolgere una particolare attenzione alle donne senza figli, le cui caratteristiche

non sono state studiate spesso, forse perché – almeno fino ai nostri giorni – considerate un

fenomeno di scarsa dimensione (Tanturri e Mencarini, 2003). Per le generazioni più recenti,

tuttavia, si stimano quote crescenti di donne infeconde, circa il 15% per l’Italia nel complesso ma la

quota è prevista aggirarsi intorno al 30% per alcune regioni del Nord. Per tentare di capire il

processo decisionale che porta in pratica le persone alla rinuncia alla maternità/paternità, con le

domande del questionario utilizzato nell’indagine abbiamo cercato di individuare quegli elementi di

6

eterogeneità dipendenti, per così dire, dalla effettiva volontà di rimanere senza figli. In questa ottica,

l’analisi ha distinto le donne che non hanno voluto o potuto trovare un compagno con cui formare

una famiglia da coloro che, invece, hanno avuto esperienza di coppia stabile. Un primo gruppo di

donne è contraddistinto da decisioni precoci, che si sono mantenute nel tempo, di non procreare: le

motivazioni alla mancanza della ricerca di avere un figlio sono collegate da un lato, all’instabilità di

coppia, dall’altro alla valutazione dei costi di un figlio, sia in termini di tempo sia di costi-

opportunità. Un secondo gruppo non manifesta una effettiva volontà di non avere figli, rivelando

piuttosto di avere rinviato la ricerca di un figlio. Ma tuttavia, per esse, il meccanismo di rinvio ha

condotto, almeno al momento dell’intervista, alla rinuncia della maternità. Si tratta di un gruppo

abbastanza eterogeneo e, di conseguenza, le motivazioni dei comportamenti sono diversificate,

anche se la ragione prevalente risiede nel volere semplicemente passare un periodo in coppia senza

figli e solo in posizione più arretrata troviamo le stesse motivazioni legate ai costi e alle rinunce di

tempo già rilevate per le donne che fino all’inizio della vita di coppia non volevano aver figli. Sono

ancora diverse infine, quanto a meccanismi motivazionali, le donne che hanno manifestato

incertezze ma per le quali, alla fine, ha prevalso il “non avere figli” (Tanturri e Mencarini, 2003).

3. Le conseguenze della persistente denatalità

Tuttavia, qualsiasi siano le cause della fecondità ben al di sotto della sostituzione generazionale,

ne sono certe le conseguenze demografiche: un declino più o meno sostenuto della popolazione e un

più o meno forte invecchiamento, entrambi fenomeni caratterizzati da una grande variabilità

territoriale (Golini, 1999). Le possibili tendenze future della popolazione italiana sono riassunte dai

risultati delle proiezioni al 2051 effettuate dall’I utilizzando – sull’esempio delle Nazioni Unite

STAT

– tre ipotesi, caratterizzate da altrettante serie di parametri che disegnano scenari molto differenziati

2

(alcuni risultati, a livello regionale, sono riportati nella tabella 1).

Secondo l’ipotesi centrale, che descrive lo scenario più accreditato, la popolazione italiana

diminuirà nei prossimi 50 anni del 10% (tabella 1). E anche se questo fenomeno può essere visto

con favore da alcuni (una minore popolazione può significare una minore pressione demografica, un

minore inquinamento, una minore congestione urbana, ad esempio), difficilmente le modifiche

strutturali che certamente si verificheranno possono essere ritenute compatibili con un’evoluzione

armoniosa della società. La questione non è quindi se in Italia si vivrebbe meglio con un numero

minore di abitanti, ma piuttosto se un rapido declino demografico sarebbe sostenibile senza che la

società ne uscisse impoverita, da un punto di vista bio-demografico, economico, sociale e politico.

Un declino rapido, come quello che appare un destino inevitabile visto l’attuale profilo

7

demografico, comporterà infatti conseguenze certe e indesiderabili. Tra pochi decenni le donne con

più di 80 anni saranno più numerose delle ragazze che si affacciano alla vita feconda, e quelle di

oltre 70 anni eccederanno le donne al di sotto dei 30.

Il rapido invecchiamento comporta necessariamente un ridimensionamento dei meccanismi dei

trasferimenti intergenerazionali, il flusso di ricchezza che deriva da coloro che producono ricchezza

(e saranno sempre meno) a favore di coloro che, in numero sempre crescente, non lavorano più.

Probabilmente in una situazione sociale di questo tipo sarà enormemente difficile mantenere un alto

tasso di produttività e di incremento dello sviluppo economico. Il sistema previdenziale potrebbe

assorbire una fetta ancora più consistente del prodotto interno lordo e quindi potremo assistere a

tutta una serie di ripercussioni che una struttura per età fortemente invecchiata porta sul sistema di

welfare (ad esempio, in relazione all’aggravio per il sistema sanitario). La sindrome di una società

vecchia, caratterizzata da immobilismo socio-politico, di una società cioè poco vivace e poco

disponibile ai mutamenti, sta sollevando quindi da tempo grande allarme sul problema delle “culle

vuote”, sia fra gli scienziati sociali sia in ambito politico e decisionale (Livi Bacci e Salvini, 2000).

Come avremo occasione di sottolineare più volte nel seguito di questa relazione, l’Italia, che

assieme alla Grecia e alla Svezia mantiene il record di nazione europea con la maggiore presenza di

anziani (il 18% circa del totale complessivo della nostra popolazione ha almeno 65 anni), è

caratterizzata da una grande variabilità territoriale di comportamenti demografici, e la diversa storia

della fecondità generazionale sulla quale ci soffermeremo in seguito ha condotto anche a diversi

livelli di invecchiamento regionali. Nelle regioni centro-settentrionali, dove il declino della

fecondità si è verificato prima ed è stato più veloce (il numero medio di figli per donna attuale è

circa 1), ogni 100 bambini ci sono 200 genitori. Di fronte ad un tale squilibrio nei “numeri” delle

generazioni, per mantenere un precario equilibrio economico e quindi il funzionamento delle

società, durante una generazione ogni giovanissimo dovrebbe prendere il posto di due adulti e

questo nel campo produttivo, nel mercato del lavoro, nelle attività sociali e culturali, oltre che nelle

relazioni familiari. Ma difficilmente il meccanismo potrà continuare a funzionare nel campo dei

servizi, in particolare in campo sanitario e di cura.

Le sfide più ardue che dovranno affrontare i nuovi nati riguarderanno il riequilibro della

numerosità delle generazioni future - compromessa nelle loro famiglie di origine (di cui loro

rappresentano il “figlio unico”) - e dall’operare in un mondo estremamente competitivo, in un

mercato del lavoro dove saranno probabilmente sempre più in diminuzione quelle categorie di

“lavoro stabile” che hanno rappresentato il mito (ed il rifugio) delle generazioni produttive attuali. 8

Tabella 1 – Ammontare della popolazione delle regioni italiane al 2001 e al 2051, secondo

l’ipotesi media configurata dall’ISTAT

Popolazione Indice di vecchiaia

Regioni 2001 2051 * 2001 2051 *

Piemonte 4289731 3635474 172 343

Valle D’Aosta 120589 115817 148 339

Lombardia 9121714 8627733 135 338

Trentino Alto Adige 943123 1005285 105 285

Veneto 4540853 4373678 135 356

Friuli Venezia Giulia 1188594 1026071 189 370

Liguria 1621016 1170018 239 423

Emilia Romagna 4008663 3870589 194 387

Toscana 3547604 3126853 190 375

Umbria 840482 814425 184 323

Marche 1469195 1449996 167 332

Lazio 5302302 4986565 123 272

Abruzzo 1281283 1213099 141 284

Molise 327177 269314 145 310

Campania 5782244 5142355 73 221

Puglia 4086608 3428074 90 267

Basilicata 604807 480480 114 265

Calabria 2043288 1645685 98 244

Sicilia 5076700 4278483 92 209

Sardegna 1648044 1230453 110 407

ITALIA 57844017 51890447 127 301

N. Indice 2001=100 100 90

L’indice di vecchiaia (Iv) calcolato per le diverse regioni ci offre in qualche caso uno scenario

davvero preoccupante: se oggi in Liguria, la regione italiana con il livello di invecchiamento più

elevato (come vedremo questo primato è consolidato dal minimo livello di fecondità, 0,9 figli per

donna) ci sono 239 anziani per ogni giovane di età inferiore ai 15 anni, fra 50 anni ce ne saranno

oltre 400; e la Campania, attualmente fra le poche regioni italiane dove i giovani superano gli

anziani e che presenta il migliore rapporto giovani-anziani, mostrerà all’incirca i rapporti

attualmente esistenti fra le generazioni della Liguria. Secondo l’ipotesi intermedia, solo 7 regioni su

20 avranno un Iv minore di 300 anziani ogni 100 giovani e, oltre alla Liguria, anche la Sardegna,

che dimostra il declino più recente ma assai più rapido della fecondità fra le regioni italiane,

assisterà ad un rapidissimo invecchiamento (oltre 400 anziani per 100 giovani). Dato il ritardo con

cui le generazioni hanno iniziato la rincorsa verso il declino della fecondità e il passo accelerato con

cui il declino è proseguito verso i livelli bassissimi attuali (TFT=1 figlio per donna), la Sardegna è

infatti la regione in cui il processo di invecchiamento, per adesso contenuto (Iv=110), subirà

l’incremento più marcato. 9

4. L’Italia in Europa

L’Italia non è certo l’unico paese a dover fronteggiare le conseguenze del declino delle nascite

ma è fra i pochi nei quali ancora non appaiono sicuri cenni di inversione di tendenza e dove la

fecondità sembra essersi stabilizzata su livelli molto bassi, pari a poco più di un figlio per donna. In

alcune città appaiono deboli segnali di ripresa, spesso attribuibili alla presenza sempre più massiccia

di immigrate a fecondità più elevata (Dalla Zanna e Crisafulli, 2001; Mencarini e Magherini, 2001)

ma le evidenze sono ancora sporadiche e non consentono di trarre conclusioni affrettate. La

situazione italiana va pertanto inquadrata in un contesto più ampio, che può forse suggerire alcune

considerazioni interpretative.

Nel 1995 metà della popolazione mondiale viveva in paesi a bassa fecondità, con valori del TFT

al di sotto dei 2,5 figli per donna. La maggior parte di questa popolazione presenta una fecondità al

di sotto del livello di sostituzione generazionale (circa 2,1), e il 15% del totale mondiale vive in

paesi con un TFT al di sotto di 1,8 (Bongaarts e Bulatao eds., 2000). Una buona parte di essi,

definiti a “fecondità post-transizionale” o, come già ricordato in precedenza, caratterizzati da livelli

di “lowest-low fertility” (TFT pari a 1,2-1,3 figli per donna), si trova in Europa e fra i precursori del

processo i paesi della Riva Nord del Mediterraneo spiccano per precocità. Consideriamo quindi le

tendenze generali della fecondità italiana rispetto agli altri paesi europei e, in particolare,

nell’ambito dell’Europa mediterranea.

A partire dal secondo dopoguerra i tassi di fecondità di periodo evidenziano, in Italia come negli

altri paesi europei, un arresto nella caduta e un rialzo tra la metà degli anni Cinquanta e la metà

degli anni Sessanta (il cosiddetto baby-boom); successivamente, continuano a diminuire in maniera

consistente, tanto da dimezzarsi, per alcuni paesi come l’Italia, all’inizio del nuovo millennio

(tabella 2).

Il rialzo dei valori del TFT della metà degli anni ‘60 rappresenta in genere un effetto di cadenza

(con l’eccezione di alcune regioni, fra le quali l’Italia del Centro-Nord dove il TFT delle basse

parità manifesta un’evidente tendenza alla crescita, parallelamente al baby boom, Santini, 1995),

frutto dell’anticipo della procreazione a seguito di una maggiore precocità della nuzialità. Dopo la

metà degli anni Sessanta il fenomeno si inverte e c’è una continua riduzione di fecondità, in Italia e

in Europa, in parte legata ad un continuo rinvio del matrimonio e della prima nascita (Livi Bacci e

Salvini, 2000). Secondo i tassi di periodo, quindi, molti sono i paesi europei che, come l’Italia,

hanno raggiunto, e mantenuto, i più bassi livelli di fecondità registrati per popolazioni nazionali.

Recentemente il declino sembra essersi arrestato per alcuni paesi del Centro e del Nord-Europa:

Danimarca, Finlandia, Francia, Olanda e Norvegia possono vantare un valore del tasso di fecondità

10

più vicino al livello di sostituzione delle generazioni, seguite da Gran Bretagna e Belgio, mentre i

paesi mediterranei si situano all’estremo inferiore della graduatoria, con la Germania.

L’intensità della fecondità complessiva delle generazioni non appare soggetta a oscillazioni e,

seppure con un andamento più moderato, continua a diminuire, anche se in qualche caso si avvicina

molto al livello di rimpiazzo generazionale o, come in Svezia, lo raggiunge (tabella 3).

L’andamento dipende certamente dalla netta diminuzione delle parità elevate, ma anche la

propensione al 2° figlio sembra evidenziare – per molti paesi – un declino non indifferente (Freika

et al., 2001).

Tabella 2 – Tassi di fecondità totale di periodo per alcuni paesi del Consiglio d’Europa e per gli

anni indicati N. Indice

1965 1975 1985 1995 1999 2000 1965=100

Austria 2,71 1,83 1,47 1,40 1,32 1,34 50

Belgio 2,62 1,74 1,51 1,55 1,61 1,66 64

Danimarca 2,61 1,92 1,45 1,80 1,73 1,77 68

Finlandia 2,48 1,68 1,64 1,81 1,74 1,73 70

Francia 2,84 1,93 1,81 1,71 1,79 1,89 67

Germania 2,50 1,48 1,37 1,25 1,36 1,36 54

Gran Bretagna 2,86 1,81 1,79 1,71 1,68 1,65 58

Grecia 2,25 2,32 1,67 1,32 1,28 1,29 57

Islanda 3,79 2,65 1,95 2,08 1,99 2,08 55

Irlanda 4,03 3,43 2,48 1,84 1,88 1,89 47

ITALIA 2,66 2,21 1,42 1,20 1,23 1,23 46

Olanda 3,04 1,66 1,51 1,53 1,65 1,72 57

Norvegia 2,95 1,98 1,68 1,87 1,84 1,85 63

Portogallo 3,15 2,75 1,72 1,40 1,49 1,52 48

Spagna 2,94 2,79 1,64 1,18 1,20 1,24 42

Svezia 2,42 1,77 1,74 1,73 1,50 1,54 64

Svizzera 2,61 1,61 1,52 1,48 1,48 1,50 57

Fonte: Consiglio d’Europa, 2001

Tabella 3 – Discendenza finale delle generazioni nate a partire dal 1930 per alcuni paesi europei

1930 1935 1940 1945 1950 1955 1960 1965

Austria 2,32 2,45 2,12 1,96 1,87 1,76 1,69 1,61

Belgio 2,29 2,27 2,16 1,93 1,83 1,83 1,84

Danimarca 2,36 2,38 2,24 2,06 1,91 1,84 1,90 1,91

Finlandia 2,46 2,29 2,04 1,88 1,86 1,90 1,95 1,90

Francia 2,63 2,57 2,41 2,22 2,11 2,13 2,10 1,99

Germania 2,18 2,16 1,97 1,80 1,72 1,67 1,65 1,51

Irlanda 3,50 3,20 3,28 3,04 2,67 2,41

Italia 2,31 2,30 2,15 2,08 1,91 1,83 1,69 1,48

Olanda 2,67 2,49 2,22 2,00 1,89 1,87 1,85 1,76

Norvegia 2,48 2,57 2,45 2,21 2,09 2,05 2,09 2,07

Portogallo 2,94 2,88 2,66 2,42 2,08 2,04 1,90 1,83

Spagna 2,44 2,14 1,90 1,76

Svezia 2,12 2,14 2,05 1,98 2,00 2,03 2,04 1,96

Svizzera 2,18 2,18 2,08 1,86 1,79 1,75 1,77 1,65

Fonte: Consiglio d’Europa, 2001; per l’Italia, Santini, 1995. 11

Nell’ambito dei paesi Mediterranei, la situazione della Spagna, della Grecia e del Portogallo

(che a rigore non è un paese che si affaccia sul Mediterraneo ma che a quest’area viene spesso

associato per fattori culturali) è molto simile a quella italiana, sia in termini di cadenza della prima

nascita, (tabella 4), sia in termini di intensità in relazione ai passaggi di parità (Tabella 5), anche

quando si disaggregano le donne secondo il livello di istruzione (Mencarini e Salvini, 2002). Il

confronto con la Francia, che evidenzia una più alta probabilità di passaggio alle parità superiori,

rende conto dell’effetto del ruolo che i figli terzogeniti hanno sulla discendenza media.

Tabella 4 – Età mediana delle madri al primo parto secondo l'età all'intervista e il livello di

istruzione, in alcuni paesi europei del Mediterraneo, dati delle indagini Fertility and Family Surveys

(FFS)

ITALIA FRANCIA SPAGNA PORTOGALLO

Istruz.

Istruz. Nessuna

Istruz. Nessuna

Istruz. Nessuna

Età Nessuna o medio/alta

medio/alta o bassa

medio/alta o bassa

medio/alta o bassa

all’int. bassa istruz

istruz

istruz

istruz

< 30 22,2 25,8 21,8 26,3 20,8 25,8 21,7 25,7

30-39 21,7 26,4 22,1 25,3 23,1 25,8 22,0 25,8

40-49 23,2 25,6 22,2 24,7 24,7 25,2 23,1 25,8

Fonte: Mencarini e Salvini, 2002, lavoro svolto nell’ambito del progetto comparativo n. 91 approvato dall’Advisory

Group del programma FFS.

Tabella 5 - Proporzione di donne che raggiungono la parità successiva entro 60 mesi dalla nascita

precedente (*)

ITALIA FRANCIA SPAGNA PORTOGALLO

Parità Classe Nessuna o Istruz. Nessuna Istruz. Nessuna o Istruz. Nessuna o Istruz.

d'età bassa medio/alta o bassa medio/alta bassa medio/alta bassa medio/alta

istruz istruz istruz istruz

Unione – < 30 88 58 70 40 83 55 81 58

1° figlio 30-39 92 78 82 65 92 82 91 83

40-49 91 86 85 74 93 88 91 85

1°-2° < 30 67 56 70 48 56 39 38 25

30-39 70 48 65 54 61 55 46 34

40-49 64 52 61 53 69 68 55 50

2°-3° < 30 55 14 50 33 37 11 26 9

30-39 21 14 45 30 26 17 25 11

40-49 30 17 45 27 33 24 28 10

(*) Stime dall'analisi di tavole di sopravvivenza su dati FFS. Fonte: Mencarini e Salvini, 2002.

Tuttavia, se i livelli di fecondità europea presentano caratteri percettibili di convergenza, non

accade lo stesso in relazione agli altri aspetti della formazione della famiglia, che in Italia mantiene

ancora alcuni tratti per così dire “tradizionali” a differenza di quanto accade nella maggioranza dei

paesi Europei nei confronti di quella che è stata denominata “Seconda transizione demografica”

(Lestaeghe, 1992; van de Kaa, 1987; 1988). Questo processo sembra caratterizzato non solo da una

sempre maggiore propensione delle popolazioni europee a vivere in forme familiari alternative a

12

quelle coniugali, quali la convivenza stabile senza alcuna formalizzazione dell’unione con il

matrimonio, ma anche da una crescente quota di unioni che si sciolgono per separazione e divorzio

e che spesso conducono alla formazione di nuovi nuclei familiari.

E’ importante rilevare come in Italia non sia in crisi il modello “ideale” della famiglia, perché il

matrimonio rimane un’istituzione molto salda e il numero desiderato di figli, come negli altri paesi

europei è di oltre due (De Sandre et al., 1997). Tuttavia ci si sposa sempre di meno e, a differenza

della maggior parte dei paesi europei, i matrimoni non sono “rimpiazzati” da una forte propensione

alla coabitazione e i figli (molto meno di due) nascono comunque sempre all’interno dell’unione

coniugale. Possiamo forse ravvisare in questi comportamenti (che soprattutto si adattano ai

comportamenti delle coppie che vivono nell’Italia meridionale) un modello dove le relazioni

familiari sono ancora “forti” e le reti di supporto parentali sostengono un modello di società civile

più debole rispetto alle realtà nord-europee (Micheli, 2000; Reher, 1998). D’altra parte anche la

Spagna e il Portogallo – con connotati e percorsi storici della famiglia simili alle nostre regioni

meridionali - presentano maggiori proporzioni di coppie conviventi “sans papier”.

In sintesi, quindi, in Italia il matrimonio-istituzione “ tiene”, ma i matrimoni sono sempre meno

e sempre più tardivi. Anche se nelle città del Centro Nord indagate nella ricerca le unioni di fatto

sono crescenti, queste rappresentano l’anticamera del matrimonio (tardivo), dove si realizza la

fecondità (sempre più tardi quindi). Sorge spontanea una domanda: accanto ai fattori sopra

ricordati, la fecondità in Italia (rispetto ad altri paesi del Centro e Nord-Europa) è così bassa perché

la “fecondità fuori del matrimonio” non ha rimpiazzato quella “all’interno del matrimonio” (Billari

e Rosina, 2003)?

I dati delle aree urbane da noi indagate non smentiscono questa ipotesi, anche se ci pare di poter

individuare nel Centro-Nord alcuni indizi di comportamenti “precursori” del modello Europeo.

Sebbene non in maniera marcata, queste nuove situazioni di coppia emergono in particolare a Udine

e a Firenze, dove “solo” l’83% delle donne intervistate ha dichiarato di vivere con il marito (contro

il 90% delle altre città). A Udine quasi il 9% delle donne dichiara di avere una relazione stabile o di

convivere con un compagno e ancora il 7% rivela di non avere, al momento dell’intervista, una

relazione stabile. A Firenze quasi il 9% si conferma “attualmente single”, e coloro che hanno un

compagno sono l’8%. Nelle altre città, soprattutto Messina, le quote di conviventi sono trascurabili.

In questo caso Firenze e Udine evidenziano il comportamento “meno ortodosso” e più aderente al

clima laico che le contraddistingue rispetto alle altre città, confermato anche dalla marcata quota di

matrimoni sciolti (16%). I dati, molto parziali, sottolineano, ancora una volta, le differenze marcate

fra le città del Nord e del Sud. 13

5. L’Italia o le Italie? Nord e Sud a confronto

Si sono già anticipati alcuni aspetti che descriveremo adesso con un maggiore dettaglio. Nelle

regioni del Centro-Nord, dove si intravedono alcuni tratti precursori del modello familiare europeo

(maggiore quote di conviventi, maggiore propensione al divorzio), nonostante la tendenza crescente

delle donne senza figli, il figlio unico sembra un obiettivo prioritario, mentre nel “più

tradizionalista” Sud il modello familiare preferito sembra essere rappresentato dai due figli (figura

1) (ISTAT, 1997, Santini, 1995). Dovunque si osserva un rinvio marcato del processo fecondo,

come si è già sottolineato (figura 2) e dovunque, anche al Sud, le famiglie numerose (le “alte

parità”) rappresentano ormai delle eccezioni.

Figura 1 – Discendenza finale per grande ripartizione - Coorti 1920-1963 (per 1000 donne)

3500

3000

2500 Nord

Centro

Sud

Italia

2000

1500

1000 50

48

46 52 54

44 56 58 60 62

42

40

20 22 24 26 28 30 32 34 36 38 19 19 19

19 19 19 19

19

19

19

19

19 19

19 19 19 19 19 19 19 19 19 Coorti

Fonte: elaborazioni da Santini (1995)

Nel Nord, il 50% delle donne nate nei primi anni Sessanta o non ha figli (20%) o ne ha solo uno;

molte più donne, nelle coorti più giovani, termineranno la loro vita feconda con un solo figlio

rispetto a quante ne avranno due o più. Nel Sud, il modello prevalente è quello di almeno due

figli per donna. Da notare che il divario Sud-Nord è demografico ma anche sociale e economico:

una maggiore diffusione dell’istruzione femminile e della partecipazione al mercato del lavoro 14

ed un reddito più elevato e maggiori consumi nel Nord, tassi di attività più bassi, così come lo

standard di vita medio, nel Sud.

Figura 2 – Età media al parto per grande ripartizione - Coorti 1920-1963

29,5

29,0

28,5

28,0 Nord

27,5

media Centro

Età Sud

27,0 Italia

26,5

26,0

25,5

25,0 63

59 61

55 57

41 53

39 49 51

37 43 47

45

35

33 19

19 19

19 19 19

19 19 19

19 19 19

19

19

19

19 Coorti

Fonte: elaborazioni da Santini (1995)

Tra le coorti nate negli anni ‘20 e ‘30 l’andamento della fecondità italiana appare continuamente

decrescente a causa essenzialmente della tendenza al continuo declino del Sud, e della stagnazione

su bassi livelli del Nord e del Centro. Con le coorti nate negli anni 50 e 60 il declino è molto rapido

e riguarda tutte le ripartizioni (figura 1). Mentre nel Nord e nel Centro tutte le coorti descritte si

situano al di sotto del livello di rimpiazzo, per il Sud la soglia riguarda le sole coorti nate a partire

dagli anni 60 e, sebbene si assista ad un processo di “avvicinamento” sui livelli di bassa fecondità

del Nord, anche per le regioni meridionali sussistono ancora differenze. L’età media al parto

descrive un ringiovanimento del processo fino alle coorti nate negli anni 40 per poi iniziare un

rapido incremento testimone del processo di rinvio che non è ancora terminato (figura 2).

Ma anche le ripartizioni presentano una grande eterogeneità al loro interno e i dati di periodo

(aggiustati dell’effetto cadenza) e l’intensità delle coorti delle regioni italiane lo evidenziano

(tabella 6). Abbiamo scelto di esaminare l’andamento delle regioni Friuli, Veneto, Toscana, Marche

e Sicilia dove le indagini svolte in questa ricerca trovano un riferimento naturale. L’aggiustamento

(“deperiodizzazione”) porta ad osservare – dal 1970 in poi – valori “liberi” dalla componente

temporale decisamente più elevati dei tassi di periodo, che risentono del rinvio delle nascite. La

componente di intensità “aggiustata” appare quindi più vicina alle stime per coorte di quanto accade

15


PAGINE

27

PESO

125.87 KB

AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Demografia della Prof.ssa Annunziata Nobile . Saggio della Prof.ssa Silvana Salvini dal titolo "La bassa fecondità italiana: la bonaccia delle Antille?" Esso analizza i comportamenti familiari ed in particolare le attitudini dei giovani verso la composizione di un nuovo nucleo familiare e verso la natalità. Sono ricercate le cause ed i fattori esplicativi dell'innalzamento dell'età al matrimonio e del calo della fecondità ; sono rapportati i dati tra le diverse regioni italiane e tra l'Italia e l'Europa.


DETTAGLI
Esame: Demografia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Demografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Nobile Annunziata.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Demografia

Indici demografici e struttura della popolazione
Appunto
Riassunto esame Demografia, prof. Nobile, libro consigliato Sistema demografico europeo, Flinn
Appunto
Riforma dei sistemi pensionistici - Libro verde CE
Dispensa
Invecchiamento nella UE - Politiche
Dispensa