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Marco Nicola MILETTI: LE ALI RIPIEGATE. IL MODELLO DI AVVOCATO FASCISTA NEL CODICE ..., 619–636

degli organismi di categoria. Commissioni reali e sindacati forensi non mancano di

l'"ingiustificata diffidenza" o la "preconcetta sfiducia" che dall'articolato

lamentare

trapelano nei confronti del difensore (Lavori preparatori, 1930b, 193 e 198; Lavori

preparatori, 1930c, 252 e Lavori preparatori, 1930a, 156); stigmatizzano lo squilibrio

tra repressione e garanzia (Lavori preparatori, 1930a, 127); negano che l'avvocato tipo

sia davvero "il mercenario cianciatore in attesa del miglior offerente e l'azzeccacar-

in insidiosa lotta contro la legge" (Lavori preparatori, 1930a, 141). Consi-

bugli

derazioni non diverse formulerà, nel corso del dibattito sul bilancio della Giustizia

svoltosi alla Camera tra il 21 e il 26 marzo del 1930, l'onorevole Nicolino Vascellari,

che si premurerà anche di difendere la "classe forense" dall'accusa di antifascismo

osservando come gli avvocati, "ragionatori per eccellenza", siano "pervenuti al fa-

scismo attraverso a dei ragionamenti" anziché "di slancio, per intuizione" (Bilancio

1930, 704). Persino il già citato Massari, che pure è pienamente organico al

Camera,

regime giacché siede nel comitato ristretto per la stesura del codice penale, nell'edi-

1929 del manuale di procedura prende le distanze dalle "facili declamazioni

zione

contro l'istituto dell'avvocato difensore" (Massari, 1929, 107; Massari, 1932, 107).

Eppure, la neonata "Rivista italiana di diritto penale" (1929) trova "confortante

constatare che la maggioranza delle Commissioni Reali e dei Sindacati fascisti ha

saputo elevarsi al di sopra delle considerazioni dei meno nobili interessi di ceto,

informandosi ai princípi del Regime fascista. Pochi invero furono quegli organi

professionali che non seppero distaccarsi dai criteri demo-liberali e dalla preoc-

cupazione di perdere privilegi o libertà non piú tollerabili [...]. E' superfluo os-

servare che le opinioni interessate di questi irriducibili passatisti non potranno avere

alcun peso nelle determinazioni di un Ministro fascista, ancorché provengano da

(I difensori, 1929, 903).

gente che di fascisti porta il distintivo"

E infatti Rocco, nella relazione al del c.p.p., si mostra sod-

Progetto definitivo

disfatto della risposta ricevuta dal mondo forense: "L'aver colpito alcune forme di in-

disciplina, l'aver soppresso molte cause di nullità e d'impugnazione, l'aver stabilito

freni all'incontinenza oratoria e l'aver introdotto altre simili riforme potevano dar mo-

Relazione Progetto preliminare,

tivo a prevedere, come accennai nella mia sul lamenti

proteste da parte degli avvocati. Ho invece constatato, con viva soddisfazione, che la

e parte degli ordini professionali [...] hanno pienamente inteso lo spirito della

maggior

riforma, la quale è in realtà diretta ad elevare, non a deprimere l'ufficio del difensore.

dimostra quanto sia ormai progredita, anche nella classe sociale piú disposta ed

Ciò

allenata alla critica dei pubblici istituti, l'educazione fascista, che insegna a

subordinare i veri o supposti interessi individuali o di classe all'interesse superiore

Stato, e ad attendere stima e prestigio non già dall'uso di mezzi furbeschi o

dello

chiassosi, ma dal sincero e dignitoso adempimento del proprio dovere. La leale

collaborazione, che la classe forense ha dato all'esame e alla critica obiettiva del

(Rocco, 1930a, 7).

Progetto, mi ha consentito di accogliere molti dei suoi voti"

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CALA IL SIPARIO: L'ABOLIZIONE DELLA GIURIA E L'OROLOGIO PRESI-

DENZIALE

Nei pareri sul del codice di rito le rappresentanze dell'av-

Progetto preliminare

vocatura stigmatizzano la "degenerazione insopportabile" di aule divenute "palestre

di stupida e vana retorica" o "teatro per l'esibizionismo personale, a base di de-

clamazioni istrioniche e ciarlatanesche". Atteggiamenti – chiosa la "Rivista italiana

di diritto penale" – "in perfetta antitesi con la nuova figura dell'Avvocato, quale è

nitidamente tracciata dalle leggi sulla professione forense e dalle varie disposizioni

degli organi del Regime". Lo stesso periodico profetizza che "il vecchio e non sim-

patico tipo del penalista assisato, zazzeruto o altrimenti truccato, ignorante, chiac-

chierone, ruminatore di Balzac e d'altri simili [...] giureconsulti, truculento, com-

mediante" sarà "sommerso nella serietà e nella compostezza fascista. La gente di

cattivo gusto, amante di simili anticaglie grottesche, può andare a godersele in

Francia" (I difensori, 1929, 904).

Da qualche anno, invero, scomparsa la "generazione eroica" del Risorgimento

(Altavilla, 1926, VIII), tramontata l'epoca in cui l'oratoria forense, "specie nel

Mezzogiorno", veniva "pagata a metri [...] perché la gente aveva meno da fare"

(Raho, 1932, 231), penalisti di fama invitavano ad apporre "una pietra sepolcrale sui

rottami della vecchia eloquenza" e sui "romanticismi" dell'"avvocato metafisico"

(Bovio, 1926, 409–412), nonché ad estirpare "chirurgicamente" il bubbone pesti-

del "melenso insopportabile parolaio di udienza" (Cecchi, 1926,

lenziale istrionismo

411–412; cfr. anche Altavilla, 1926, IX). In un'intervista concessa nel 1929 Gennaro

Marciano ammetteva che l'oratoria era "destinata a ripiegare sempre piú le ali" e che

"l'eloquio fiorito, scintillante" aveva "ceduto il posto alla discussione secca, serrata,

stringente" (Galdi, 1939, 133). I "gusti del pubblico" erano mutati e "gli analitici, i

minutissimi spaccatori di capelli in otto venivano messi all'indice" (Raho, 1932, 231;

Raho, 1932, 232 per un impietoso ritratto dell'avvocato d'assise).

D'altronde, la ricerca d'una cifra stilistica piú stringata (l'arringa tipizzata

lineare

da Calamandrei nell'Elogio [I ed. 1935]) si sposava

dei giudici scritto da un avvocato

con "l'ideologia autoritaria" che imponeva forme espressive sobrie ed asciutte

(Meniconi, 2006, 16–17). Studi sulla retorica mussoliniana pubblicati durante il

ventennio ravvisavano nell'essenzialità un carattere peculiare del fraseggio del Duce

(Ellwanger, 1939, 13). La medesima compostezza veniva invocata rispetto ad altri

comportamenti invalsi tra gli avvocati e ritenuti parimenti indecorosi, come l'abuso di

"fogge demagogiche", ossia d'un abbigliamento dimesso finalizzato a fingersi amici

(Russo, 1930, 541–542), o le intemperanze verbali che avrebbero con-

popolo

del

sigliato di adottare un "galateo giudiziario" (Panizzi, 1928, 450–452). Dietro quella

che Giuseppe Lembo definisce, su "La Corte di Bari" del 1929, la "cosí detta libertà di

[...], una delle tante mistificazioni dei governi liberali e democratici, che bru-

difesa 626

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ciano incensi e mirra alla Dea Libertà", si sospetta l'insubordinazione: all'apertura

giudiziario 1930 il procuratore generale della corte d'appello di Roma Giu-

dell'anno

seppe Facchinetti si domanda "se certi eccessi e certi atteggiamenti siano compatibili

con la funzione dell'avvocato in Regime Fascista" (Lembo, 1930, 479–480).

La crociata contro l'"arte del dire" aveva ricevuto un formidabile avallo dal capo

del governo. In una circolare inviata nel marzo 1929 ai segretari delle federazioni

provinciali Mussolini aveva raccomandato ai penalisti, tra l'altro, di "astenersi" da

"pose esibizionistiche o gladiatorie" e da abusi di retorica. Criteri cui – ammette il

guardasigilli nella relazione al – dovrà ispirarsi il

Progetto preliminare naturalmente

nuovo rito penale. "Io – aggiunge Rocco – ho il massimo rispetto per l'eloquenza

giudiziaria, ma ritengo che questa non debba aver carattere d'esercitazione rettorica o

di recitazione teatrale": d'ora in avanti dovrà puntare non piú al sentimento ma alla

ragione e dunque "essere sopra tutto sobria e austera [...]. I filodrammatici non

devono trovare un teatro aperto ai loro saggi [...]. L'abolizione della giuria popolare

toglie ogni pretesto alla tolleranza di quel genere d'eloquenza (o meglio, d'oratoria),

che trovò sin qui il suo campo d'azione specialmente dinanzi alla corte d'assise"

(Lavori preparatori, 1929, 90–91).

La soppressione del giurí intende dunque ufficialmente fiaccare "l'istrionismo e il

dell'"oratoria di assise", foriero d'indebite assoluzioni: quasi che –

ciarlatanesimo"

ironizza Giovanni Napolitano – si stabilisse di abolire la letteratura sol perché esistono

"pessimi letterati" (Napolitano, 1954, 117, 120–125). Invano illustri avvocati si affan-

nano a rammentare che "l'Assise è l'alto mare" nel quale si formano gl'ingegni piú

promettenti (Bentini, 2000, 191) o paventano l'inaridimento della logica argomen-

tativa (cosí Giovanni Porzio in un'intervista del '29 a Galdi, 1939, 158). Il dado ormai è

e il c.p.p. del 1930 sostituisce alla giuria l'assessorato, collegio misto di togati e

tratto

di laici iscritti al partito. Alla fine degli anni Trenta risulterà evidente che quella

riforma aveva mutato la "fisionomia" della professione (Galdi, 1939, 8).

Al medesimo effetto, ossia a fare del penalista l'interprete di una non piú

cultura

"metafisica" ma concreta e sintetica, mira la proposta di contingentare i tempi

dell'arringa.

La stesura originaria del codice di rito, da ascrivere, com'è noto, al Manzini,

concedeva al difensore quaranta minuti per dissertare sulle questioni incidentali (art.

441) e tre ore per la discussione finale, mentre per il p.m. non fissava limiti (art. 472).

Nell'illustrare il il guardasigilli chiariva che quei parametri

Progetto preliminare

andavano considerati come un nel senso che il legale non avrebbe potuto

maximum:

spenderli per intero parlando "a vanvera di tutto ciò che gli frulli in capo", perché il

presidente gli avrebbe tolto la parola dopo due richiami, come prevedeva l'art. 69 del

Regolamento della Camera dei Deputati. In analogia con l'art. 77 dello stesso

Regolamento, il ministro proponeva poi che un'ordinanza del presidente stabilisse il

termine perentorio di chiusura del dibattimento: "In tal modo ogni ostruzionismo,

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cosciente o incosciente, volontario o involontario, verrà definitivamente stroncato, e

non sarà piú possibile che uno stesso oratore parli per intere udienze e persino per piú

udienze" (Lavori preparatori, 1929, 93).

Queste misure, a fronte di parziali obiezioni (come quelle avanzate dalla Facoltà

napoletana di Giurisprudenza: cfr. Relazione Napoli, 1929, 75–76), incassano

l'incondizionato sostegno della pubblicistica vicina al regime. Spicca in tal senso la

campagna orchestrata dalla nuova serie di "Rivista penale", passata proprio in quel

frangente, dopo la scomparsa di Lucchini, sotto la direzione di Silvio Longhi, che ha

fama di fascista Nel primo fascicolo del 1930 Salvatore Cicala afferma

ante marcia.

di riscontrare nelle "nuove regole" contenute nel la "volontà del

Progetto preliminare

regime di rendere alta, seria ed ossequiata la funzione" dell'avvocatura anche nell'in-

teresse di quest'ultima e "a prescindere dall'appartenenza al partito fascista", oltre che

il nesso con "chiare e recenti direttive politiche": l'allusione è alla citata circolare

mussoliniana del marzo '29 (Cicala, 1930, 20–21). Sul numero successivo scende in

campo lo stesso Longhi. Questi, invero, sin dalla fase di elaborazione del codice di

procedura penale del 1913 si era adoperato per arginare le "deprecabili lungaggini"

processuali "mediante la limitazione del numero dei difensori": proposta, all'epoca,

accantonata perché contrastante con le allora "imperanti concezioni politiche di un

illimitato diritto di difesa" (Bernieri, 1935, 77). Nel '24 il giurista bresciano aveva

invocato drastici provvedimenti contro le oratorie, suggerendo in particolare

licenze

di rimettere al presidente della corte la fissazione delle (Longhi,

horae legitimae

1926, 1 ss.; cfr. Azzariti, 1935, 26). Nel fatidico 1930, ormai alto magistrato di Cas-

sazione, Longhi può coerentemente denunciare la "mostruosità" – particolarmente

intollerabile "in questi tempi [...] che sono tempi di azione" – di dibattimenti d'assise

protrattisi per centinaia di udienze: una deriva che lo induce a riproporre lo sfolti-

mento del collegio difensivo e il conferimento al presidente di ampi poteri di-

screzionali (Longhi, 1930, 492–493).

Il accoglie l'idea del Longhi (Azzariti, 1935, 26; Longhi,

Progetto definitivo

1930, 494). Esso prevede (art. 472 terzo comma) che "nessun difensore può parlare

per un tempo superiore a quello prefissogli dal presidente o dal pretore", i quali

possono invitare a concludere o togliere la parola. Sarà questo il testo finale del

codice (art. 468 terzo comma, rafforzato dall'art. 470 [poi rimpiazzato dall'art. 7 del

d. lgs. luogot. 14 set. 1944 n. 288] che consentiva al presidente di tacitare il difensore

o il p.m. che non si fossero attenuti alle sue direttive o avessero abusato "della facoltà

di parlare, per prolissità, divagazioni o in altro modo").

Il legislatore del '30 rinuncia dunque a quantificare i margini cronologici delle

ma in compenso dilata la discrezionalità del giudice grazie al meccanismo

arringhe,

dell'"orologio presidenziale" (Raho, 1932, 232; per le critiche cfr. Meniconi, 2006,

297). La regola si applica solo alla difesa e non si estende all'accusa, come aveva in-

vece caldeggiato la Commissione parlamentare (Longhi, 1931b, 230–231). Su pressio-

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ne dell'avvocatura, Rocco recede però dal proposito di rimettere al presidente la facoltà

decretare tassativamente la data di chiusura del dibattimento (Vinci, 2007, 54).

di Il 7 gennaio 1931, inaugurando l'anno giudiziario della Corte di Cassazione,

Longhi approva la soluzione codicistica. E tranquillizza il mondo forense osservando

che "solo la vacua eloquenza si sentirà torcere il collo; la vera, lucida e tagliente

come spada continuerà a lampeggiare nelle aule di udienza" (Longhi, 1931a, 19). Nel

discorso agli avvocati del 28 maggio 1935 Mussolini si rallegra: "La vostra elo-

quenza già si sta adeguando al "nostro" stile [...]. Vado constatando che tutto quello

che una volta poteva anche piacere, quella specie di seicentismo oratorio, va

definitivamente scomparendo. Ormai l'eloquenza è diritta, lineare, tendente alle cose

concrete e alle concezioni precise. Voi dovete servirvi di questa eloquenza, che non

esclude la forma e la grazia, per i fini educativi che il Regime si propone" (Mus-

solini, 1935, 81–82). A commento di queste parole, Luigi Gianturco attribuisce il

merito della svolta stilistica alla capacità di Mussolini d'insegnare una sintassi

e (Gianturco, 1937, 50).

completa, aspra duttile

L'abolizione della giuria e la limitazione della durata delle arringhe colpiscono uno

stereotipo – la 'teatralità' del penalista – che il regime reputa particolarmente fastidioso

e non compatibile con un'estetica 'virile'. Sotto questo aspetto, il nuovo c.p.p. –

Corso Bovio – risponde "alle esigenze generali delle correnti scientifiche e a

secondo

quelle del clima storico" perché assegna al patrono un compito "sempre piú tecnico in

armonia con la funzione tecnico-giuridica della scienza criminale". Per converso,

"l'oratore che, mirandosi femmineamente nello specchio della propria vanità, si com-

piace del suono delle sue parole deve ritornare alle origini: le quinte di un palco-

scenico. L'aula di giustizia è un'altra cosa". La diagnosi di Bovio è di ampio respiro: a

avviso, si è chiusa la stagione del romantico, che per effeto di un

suo pietismo

capovolgimento di valori proclamava la sacralità dell'imputato anziché quella della

vittima; è fallito l'ambizioso del codice Finocchiaro-Aprile, che

accademismo

accordava all'inquisito "tutti i diritti, da quello di chiudersi nel silenzio [...] a quello di

mentire". Grazie al nuovo rito lo Stato, in quanto "espressione della coscienza sociale",

non consentirà piú "indulgenze sentimentali" (Bovio, 1930, 725–730).

IL TRIONFO DELLA VERITÀ

Il codice varato nel 1930 contiene anche altre misure che imbrigliano l'esercizio

della difesa.

In questa direzione s'inscrive la scelta, contestata dai parlamentari-avvocati

(Bilancio Camera, 1930, 705) ma rivendicata dal ministro in persona (Rocco, 2005,

455), di sanzionare l'abbandono della toga e l'allontanamento dall'udienza (artt. 129–

132). Già il c.p.p. 1913, invero, aveva decretato l'illiceità dell'abbandono di difesa

(fattispecie che peraltro la Cassazione teneva distinta dall'abbandono della toga in

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udienza: Cass. I sez. pen. 26 aprile 1917, Bonavita, Venzi). Ma, per colpa di

ric. est.

"giudici psicastenici", "avvocati avidi di imputati irriverenti e "giornalisti

réclame",

prezzolati", i magistrati autorizzavano per prassi la sostituzione del difensore in aula

(Isoldi, 1925, 84–86). Inoltre, sempre in base al codice Finocchiaro-Aprile, di fronte

al rifiuto del legale chiamato a sostituire il collega, il presidente del collegio giudi-

cante avrebbe dovuto convocare il presidente del consiglio dell'ordine: un mecca-

nismo – secondo il bilancio retrospettivo di Longhi – "penoso", inefficace e irri-

spettoso del decoro della magistratura. "Di risolvere il problema in via definitiva do-

veva pertanto assumersi l'impegno il legislatore fascista". E in effetti il c.p.p. del

1930 deferisce al giudice non solo la sospensione del difensore e dell'eventuale

sostituto dall'albo, ma anche la facoltà di surrogarli con un magistrato, nonché – ove

l'abbandono si verifichi durante la discussione – di "chiudere senz'altro a sentenza":

in tal modo "la vecchia tattica ha scacco matto". Una "soluzione cosí ovvia", riflette

Longhi, "solo il regime fascista poteva inaugurare": essa reca impresso "il marchio

della civiltà fascista" (Longhi, 1931b, 226–229).

I rimedi approntati dal codice del '30 per l'abbandono di difesa, come osserva il

de Marsico, costituiscono "conseguenza" della inedita figura dell'avvocato

'collaboratore' del giudice. Lo stesso studioso, tuttavia, suggerisce un'interpretazione

restrittiva dell'art. 129 che vieta l'abbandono anche a chi contesti violazioni del diritto

di difesa: nel senso che, di fronte al rischio d'una sollevazione dell'ordine pubblico,

l'avvocato ben potrebbe – ad avviso del de Marsico – lasciare l'aula invocando uno

"stato di necessità". "In altri termini, la funzione del difensore ha per limite la le-

galità, che la protegge, non la passività, che l'annullerebbe" (de Marsico, 1936, 146–

147). D'altronde un orientamento 'comprensivo' assumono anche le Sezioni Unite

della Cassazione che il 14 luglio 1933, sotto la presidenza di D'Amelio, ritengono di

non perseguire per 'abbandono' il difensore d'ufficio che giustifichi l'assenza dal

dibattimento: e ciò pur tenendo conto della diversa indicazione risultante dal Pro-

(Abbandono, 1933, 1199–1201).

getto definitivo

Nel complesso, l'accentuato carattere inquisitorio del c.p.p. Rocco determina una

disparità tra accusa e difesa che, per taluni aspetti, riporta il ruolo del difensore "a un

livello addirittura prenapoleonico" (Dezza, 2003, 128–129). Il nuovo rito estromette

gli avvocati dall'assistenza agli atti istruttori; ne limita la presenza numerica ad uno

in istruzione e due in giudizio, escludendone persino la necessità per i reati di minima

rilevanza (artt. 124–125); spunta loro le classiche armi procedurali giacché disbosca

"la selva delle nullità" (Rocco, 1929, 8; in senso adesivo Bovio, 1930, 725–726).

Commentatori non faziosi ammettono che il legislatore del '30 "ha mostrato di

ricordare [del ceto forense] piú qualche eccesso ed intemperanza che non i meriti

grandissimi di un glorioso passato" (Berenini, 1938, 826). Ma tale approccio viene in

qualche modo giustificato come un prezzo da pagare in vista del superamento della

dialettica tra accusa e difesa, quasi che il ripensamento della funzione sociale e

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processuale del libero professionista debba fatalmente stimolarlo ad impegnarsi,

insieme con il suo tradizionale antagonista, nella ricerca della verità (de Marsico,

1936, 146; Berenini, 1938, 826). Pertinenti, in proposito, suonano le dichiarazioni

rese al Senato, l'8 aprile 1930, da Francesco Pujia, capo di gabinetto del ministero

ex

della Giustizia, ora presidente della prima sezione penale della corte di Cassazione e

stretto collaboratore di Rocco: "Bisogna esattamente stabilire quale sia il posto che

[all'avvocato] compete in un ben ordinato sistema processuale. Attualmente, il pa-

trono si confonde troppo col cliente, che spesso è un litigante astioso e di mala fede".

Deve invece diventare "strumento dell'attività dello Stato", "organo di giustizia, per-

ché coopera col giudice per il trionfo della verità" (Pujia, 1930, 243–244; cfr. anche

Bilancio Senato, 1930, 859).

Com'era accaduto, in senso inverso, nel primo dopoguerra sotto la vigenza del

Finocchiaro-Aprile, tocca nuovamente alla giurisprudenza stemperare le rigidità

codicistiche. Cosí, nel 1932, le Sezioni Unite della Cassazione stabiliscono che il

diritto di replica spettante al difensore al termine del dibattimento art. 518 c.p.p.

ex

va rispettato a pena di nullità, dovendo intendersi come non

assistenza dell'imputato

solo la presenza fisica del legale ma anche l'effettivo esercizio delle sue facoltà

procedurali (Cass. I Sez. pen. 16 maggio 1932, in: Foro Italiano, 1932, 385–386).

Il pregiudizio antiforense tuttavia sopravviverà per tutti gli anni Trenta (cfr. le

testimonianze di Gianturco, 1937, 51; Ortolani, 1938, 7 e 122). Pesa, evidentemente,

il sospetto che sin dal 1927 aveva agitato Giuseppe Bottai, sottosegretario alle

corporazioni, al primo congresso bolognese dei sindacati dell'avvocatura: "Si dice

che la classe forense [...] sia quella piú travagliata ancora dalla nostalgia parla-

mentare [...]. Il politicantismo parlamentare costituiva, in molti casi, il mezzo del

successo professionale. Oggi il Fascismo reclama da voi che tale ordine di rapporti

sia invertito, che il dovere verso lo Stato sia considerato da voi non il mezzo ma il

fine del vostro esercizio o dei vostri studi" (Bottai, 1927, 619). Una traccia dell'antica

diffidenza trapela dalle parole di Mussolini che, il 29 maggio 1935, ricevendo nel

salone delle Battaglie di Palazzo Venezia i sindacati fascisti degli avvocati e

procuratori, rimprovera alle toghe un'iniziale cautela verso il regime, salvo poi

entrare "di pieno diritto nelle strade della rivoluzione". "Desidero – puntualizza il

Duce – che tutti gli avvocati d'Italia sappiano che io guardo a loro [...] con intensa

simpatia. Che non ci siano equivoci al riguardo" (Mussolini, 1935, 80–82).

Nello stesso discorso, il capo del Governo non lesina lodi alla degli

missione

avvocati, che – quasi riecheggiando la profezia del suo ministro Rocco – gratifica

ex

degli appellativi di "educatori" e "colonne del regime" (Mussolini, 1935, 81–82).

Vent'anni dopo, Piero Calamandrei avrebbe stigmatizzato l'"odio" nutrito dal

fascismo proprio verso "gli avvocati fedeli alla loro che agli occhi degli

missione,

squadristi simboleggiavano l'idea della legalità e della giustizia" (Calamandrei, 1955,

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V ITALIJANSKEM KAZENSKEM ZAKONIKU IZ LETA 1930

Marco Nicola MILETTI

Univerza v Foggii, Pravna fakulteta, I-71100 Foggia, Largo Papa Giovanni Paolo II, 1

e-mail: mmiletti@inwind.it

POVZETEK

V petletju od 1925 do 1930 je zakonodaja korenito spreminjati

podobo odvetnika z namenom, da bi v svobodnem poklicu, pomembno osebnost

preoblikovala v interpreta kulture, koherentne z novim

med

sistemom vrednot. Ker je odvetnike v kazenskem postopku prizadela globoka kriza

ki jo je reforma pravnih poklicev (1926) in korporativna

identitete,

organizacija odvetništva, so le-ti poskušali ponovno opredeliti svojo identiteto ne samo

znotraj procesa, ampak tudi v odnosu do posledic industrializacije. znanstvena

struja je za branilca zahtevala statusa uradnika javne uprave. Ta pobuda, ki je

prišla iz liberalnega okolja, se je skladala z ki je pravno

zastopstvo organizirati kot neke vrste sklop javnih funkcij, ki bi bile narave

povsem skladne z delitvijo pravice. Pri obdelavi kazenskih zakonikov je ekipa

in

ministrstva za pravosodje Alfreda Rocce dobila narediti korak v tej smeri.

Predvsem dejstvo, da je kazenski postopek zadobival vedno izrazitejši preiskovalni

je v zastavljanje pravne kot navadnega sodelovanja s

sodnikom pri iskanju resnice, na ravni pa izkoreninjanje dolo-

vedenj in ravnanj (prenapihnjeno in zamotano retoriko, nastopanje,

in zatekanje k sofizmom), ki so veljala za s politiko

sodstva in ideološkimi opcijami izvršilne oblasti. Odtod izvirata tudi o

odpravi porote, tega tradicionalnega govorniškega ekshibicionizma, in

skrajšanju zagovorov. Tem ukrepom se je še zbora odvet-

nikov branilcev, prepoved opustitve pravniške prakse in razveljavitev

Organizmi zastopništva, ki so jih spodbudili, naj izrazijo svoje mnenje o Pripravljal-

projektu zakonika, so z grenkobo ugotavljali, da je celoten program reform

nem

napisan v duhu predsodkov do pravosodja. V praksi je naloga sodstva, da omili do-

stroge disciplinske predpise, ki bi škodili izvajanju pravnega zastopstva. "Slab

sloves", ki se je razširil na advokaturo, je obstal tudi še po tem, ko je leta 1931 stopil v

veljavo kazenski zakonik: zaslediti ga je celo v uradnih Mussolinijevih govorih,

je slednji izjavil, da zaupa v vzgojno in propagandno poslanstvo odvetnikov.

!"

# $

stitev obrambe 632


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questo documento costituisce materiale di approfondimento delle lezioni di Storia del Diritto Medievale e Moderno, tenute nell'anno accademico 2011 dal Prof. Paolo Alvazzi del Frate.
Il testo riportato è un saggio di Marco Nicola Miletti che ha ad oggetto la figura dell'avvocato durante l'epoca fascista. In particolare vengono descritti i cambiamenti subiti nel quinquennio 1925-1930 con la riforma corporativa delle professioni legali del 1926 e con il codice di procedura penale del 1930.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Diritto Medievale e Moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Alvazzi del Frate Paolo.

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