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Auditorium a Roma - Analisi semiotica

Questa dispensa fa riferimento al corso di Analisi psicologica e semiotica dei consumi e della pubblicità, tenuto dalla prof.ssa Pezzini. Oggetto di questa ricerca è l'ipotesi secondo la quale lo spazio di consumo Auditorium funzionerebbe a Roma come uno spazio eterotopico cioè uno spazio costruito dalle... Vedi di più

Esame di ANALISI PSICOLOGICA E SEMIOTICA DEI CONSUMI E DELLA PUBBLICITÀ docente Prof. I. Pezzini

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ESTRATTO DOCUMENTO

141

Cosa fa l’Auditorium: una riscrittura dei consumi nella metropoli

estremi di un continuum in cui il movimento dell’uno verso l’al-

6

tro avviene appunto in maniera continua e graduale, cioè sempre

aggiungendo uno o più gradi alla posizione (di volta in volta) oc-

cupata.

Allora il fatto che nella nuova sede di via de Coubertin l’Ac-

cademia Santa Cecilia “tradizionale” (per storia, pubblico di rife-

rimento, tipologia del consumo e sua valorizzazione, § 1.1) sia

riuscita a mantenere alcune caratteristiche originarie della sua

offerta (“cultura alta”, valorizzazione pratica e critica del consu-

mo) e nello stesso tempo incorporarne di nuove (uso frequente di

nuovi media e valorizzazione utopica e ludica del consumo) si-

gnifica che al Parco della Musica ha trovato le condizioni per al-

cuni spostamenti nella direzione dell’innovazione.

Spiegare questo nuovo posizionamento dell’Accademia non è

tanto importante di per sé quanto soprattutto perchè sottolinea il

ruolo svolto dallo spazio in tale cambiamento.

A questo punto ritengo sia molto importante precisare un aspet-

Tradizione Innovazione

S1 S2

Non S2 Non S1 Non Innovazione Non tradizione

Invece, se consideriamo tradizione e innovazione gli estremi di un continuum

6

come il seguente:

Tradizione Innovazione

allora lo spostamento dall’uno verso l’altro, avvenendo in maniera progressiva

e graduale (per singoli tratti, come nell’immagine sopra) porta a definire cia-

scuna posizione sul continuum come somma di quelle precedenti e distanza

dai punti successivi. In tal caso perciò ciascun punto sulla retta, ciascun gra-

do, può essere pensato come un più (+) o un meno (-) di tradizione e/o inno-

vazione a seconda della propia distanza dagli estremi così considerati.

142 Mariarosa Bova

to: in base all’approccio utilizzato e all’analisi effettuata, il nuovo

posizionamento dell’Accademia Santa Cecilia all’Auditorium non

è giustificabile nel semplice passaggio dell’ente citato da una se-

de ad un’altra, da un luogo ad un altro luogo. Piuttosto, secondo

la nozione semiotica di spazio (di cui si è già parlato nelle pagi-

ne precedenti), l’effetto ottenuto è spiegabile come esito comples-

sivo del sistema di relazioni tra i seguenti elementi: da un lato ar-

chitettura, allestimenti, oggetti, e soggetti a vario titolo coinvolti

(enti gestori, partners istituzionali, pubblico di riferimento); e

dall’altro, le modalità (dovere, potere, sapere, volere...), i valori e le

azioni di cui ciascuno degli elementi sopra indicati si fa portatore.

Spiegato questo, possiamo adesso considerare un ulteriore

punto di vista, più generale ma complementare a quello usato.

Vale a dire: se il nuovo posizionamento dell’Accademia (e dei

suoi consumi) è assunto come effetto del sistema di relazioni ap-

pena detto, allora – spostando lo sguardo dal “dentro” di quel

sistema e osservandolo anche da “fuori” – possiamo notare come

la relazione Auditorium-Santa Cecilia sia interpretabile come

quella tra uno soggetto collettivo spazio e un altro soggetto, con

cui il primo entra in rapporto costruendosi e al tempo stesso co-

struendolo. Così, si potrebbe intendere lo spazio oltre che come

testo/discorso finito che tiene insieme altri testi, anche come una

sorta di meccanismo di produzione di essi (§ 3).

2.2. All’Auditorium

Consideriamo ora la configurazione topologica dell’Auditorium,

i modi di consumi presenti e le pratiche fruitive dei visitatori ri-

levate attraverso l’osservazione diretta.

2.2.1. Configurazione topologica, consumi e pratiche di consumo

In questo paragrafo mi soffermerò solo su alcuni aspetti dell’ar-

gomento, considerando che molti altri sono discussi nei saggi di

143

Cosa fa l’Auditorium: una riscrittura dei consumi nella metropoli

Pierluigi Cervelli e di Leonardo Romei presenti in questo stesso

volume.

Le attività culturali e commerciali sono dislocate e organiz-

zate all’interno del Parco della Musica sì da farne una vera e

propria macchina produttiva e non soltanto un dispositivo di di-

stribuzione e consumo. Una simile integrazione collega tra loro

alcune delle tante iniziative promosse, trasformandole in stimolo

e traino (anche economico) per altre.

Infatti, oltre alle sale concerto, l’Auditorium conta al suo in-

terno sale prova e teatro attrezzate per l’incisione di brani musi-

cali; proprio quelle di cui si serve l’Accademia Santa Cecilia per

la produzione di brani messi in vendita nello stesso bookshop

dell’Auditorium. Questo rapporto in loco tra produzione (o anche

semplice presentazione al pubblico) e distribuzione si riscontra

anche in ambiti diversi da quello prettamente musicale. Lo scor-

so anno, ad esempio, in occasione dell’iniziativa CinaVicina, du-

rante la quale l’Auditorium ha ospitato spettacoli, danze e opere

d’arte cinesi, sono stati messi in vendita presso il bookshop (una

delle più fornite librerie di Roma per varietà di titoli e autori) tut-

ta una serie di testi e cataloghi relativi alla produzione di artisti

che avevano debuttato proprio all’Auditorium.

Quanto invece a Lezioni di storia, Festival della matematica, delle

scienze, Festival della filosofia, tutte iniziative che hanno riscosso

tanto successo da meritare annuali riedizioni, l’aspetto da sotto-

lineare è la spettacolarizzazione del consumo che estetizza ed eu-

forizza il messaggio pedagogico sotteso a queste attività, renden-

dole pertanto accessibili non solo ad addetti ai lavori ed appas-

sionati, ma anche a profani e semplici curiosi. Così ad esempio

ogni Lezione di storia non è solo un discorso da ascoltare, ma è un

evento da vivere, che mobilita flussi di visitatori registrando il

tutto esaurito, anche in prevendita .

7

Queste informazioni e considerazioni derivano dall’osservazione diretta,

7

144 Mariarosa Bova

Si rivelano dunque diversificati i ruoli dell’Auditorium: pre-

sentatore, intrattenitore, produttore, distributore, ma anche infor-

matore ed educatore. Questi, integrandosi con la polifunzionalità

della struttura, contribuiscono a dare dell’Auditorium un’imma-

gine sempre diversa a seconda delle attività di volta in volta pro-

mosse e ospitate al suo interno; e le stesse pratiche di consumo a

loro volta rispondono tacitamente a quelle immagini e alle istru-

zioni che esse prevedono.

Le pratiche di consumo dei visitatori, anche quelle apparen-

temente più libere e produttive (come l’andirivieni di biciclette e

rollerblade) non rappresentano quasi mai spazi che il fruitore

“ruba” all’Auditorium riscrivendoli, bensì attività che l’Audi-

torium stesso ora consente/favorisce (ad es. luglio 2008, mese della

street art); ora non impedisce (maggio-giugno 2008: mesi in cui

l’Auditorium ospitava nell’area pedonale un prototipo di casa

sana ed ecologica, ed erano numerosi bici, pattini, tricicli, bambi-

ni che giocavano con la palla o con piccole racchette); ora addirit-

tura vieta (come durante lo scorso inverno/primavera 2007 in

occasione di eventi di moda e danza: in quel caso neanche le bici

erano ammesse fuori dalla pista ciclabile, e l’area pedonale sem-

brava un nervoso backstage con andirivieni di modelle, addetti

stampa, security e truccatrici).

Insomma, è come se ci fosse un tacito accordo tra l’Audito-

rium e i suoi fruitori: le libertà che i secondi in taluni casi si pren-

dono sembrano previste/suggerite/concesse dallo stesso Audito-

rium attraverso la sua programmazione e occupazione dei locali,

interni ed esterni. Tant’è che nei giorni di pausa, tra la dismissio-

ne di un allestimento e la presentazione di nuovi eventi, le prati-

che di consumo rientrano nei ranghi della routinaria passeggiata

che fiancheggia i giardini, con soste per bambini e accompagna-

effettuata in giorni diversi della settimana e fasce orarie diverse della giorna-

ta, nel periodo ottobre 2007 – luglio 2009. 145

Cosa fa l’Auditorium: una riscrittura dei consumi nella metropoli

tori presso il piccolo parco giochi, per altri presso le panchine ai

bordi dei giardini pensili; mentre la zona della Cavea rimane

quasi deserta; lo stesso vale anche per il Foyer: percorrendolo in

quei giorni, essendoci minore illuminazione, schermi video spen-

ti, silenzio e il solo personale di controllo, sembra quasi di varca-

re/violare una zona privata.

2.2.2. Il Foyer/installazione/galleria

Tra tutte le unità spaziali dell’Auditorium, il Foyer è forse quello

più rappresentativo in merito alla polifunzionalità della struttura

architettonica, alla convergenza di consumi culturali e commer-

ciali, all’ibridazione dei loro mezzi e linguaggi.

Si tratta del lungo corridoio a semicerchio, perimetrato da pi-

lastri e porte vetrate e da muri nell’ultimo tratto, che conduce

dall’ingresso o dalla cavea alle tre sale concerti. Non solo si carat-

terizza come luogo di attraversamento verso le sale ma anche

come luogo di sosta, in quanto lungo il percorso sono sistemati

dei box con brochure informative sugli spettacoli, ed inoltre il la-

to con gli ingressi alle sale è caratterizzato da alcune rientranze

aperte attrezzate a guardaroba ed altre, chiuse da vetri, destinate

al museo archeologico, al museo degli strumenti musicali, ad am-

biente espositivo (la sala Risonanze).

Seppure locale interno e chiuso, la presenza di vetri su en-

trambi i lati (da cui filtra luce naturale) e l’uso di mattoni a vista

al posto della muratura eliminano il contrasto dentro/fuori e a-

perto/chiuso esaltando la continuità tra ambienti comunque di-

stinti, e valorizzando quest’ampia porzione architettonica come

complessa.

Del resto non si tratta di un semplice Foyer, bensì di un Foyer

“artistico”: infatti sulle arcate rettangolari che ritmano il lungo

corridoio sono fissate delle scritte al neon che, in varie lingue,

146 Mariarosa Bova

parlano della musica, dell’arte e della loro bellezza . L’installa-

8

zione, intitolata Polifonia e realizzata da Nannucci nel 2002, è

un’opera fissa che ormai si è perfettamente integrata con l’ar-

chitettura e l’allestimento del Foyer, contribuendo a connotarlo

come spazio metalinguistico (ne parleremo meglio nel prossimo

paragrafo).

Non sempre ma spesso lungo la parete del Foyer con rien-

tranze e zone di accesso alle sale sono sistemati quadri, dipinti,

opere d’arte contemporanea (con relativi pannelli informativi)

che rifunzionalizzano questo luogo come galleria espositiva. L’e-

stetizzazione di tale ambiente, operata attraverso l’installazione

fissa di Nannucci e l’uso frequente come galleria, viene ripresa

anche in occasione della promozione di prodotti ed iniziative

prettamente commerciali, che trovano qui la messa in scena ade-

guata per una presentazione che mixa il linguaggio commerciale

con quello culturale ed artistico .

9

2.2.3. Il “fare riflessivo” dell’Auditorium

Tra tutti i segmenti spaziali dell’Auditorium il Foyer è quello in

cui sembra più evidente il suo fare riflessivo.

Le scritte al neon dell’installazione rimandano alla materia

Di seguito alcune delle frasi: Las variationes de sonidos y colores nunca tiene

8

fin; Di che cosa stiamo parlando quando parliamo di arte; All people have always

had their own music; La musica dà anima all’universo e all’immaginazione; Events

take time events take place events take space; Uno spazio con un nucleo intangibile e

forse sacro; Callan las cuerdas la musica sabìa lo que yo siento.

A titolo di esempio: nel 2007/2008 si è tenuta l’esposizione da parte della

9

società Enea dei pannelli solari Stapelia destinati all’illuminazione cittadina e

così chiamati perché l’alta tecnologia del prodotto prendeva la forma

dell’omonimo fiore; in quell’occasione il pannello solare era posto su un pie-

distallo, illuminato da un faretto mentre del personale specializzato ne il-

lustrava le peculiarità tecniche… come se fosse una vera e propria opera

d’arte. 147

Cosa fa l’Auditorium: una riscrittura dei consumi nella metropoli

prima del sue numerose attività, cioè alla musica, all’arte, alla

poesia e alle passioni di chi ne fruisce; mentre la trasparenza di

porte e pareti vetrate – che separano e al tempo stesso congiun-

gono visivamente luoghi, consumi e linguaggi differenti – riman-

dano all’Auditorium come soggetto della contemporaneità. Pre-

sentare oggetti diversi (per storia, valori, linguaggi) nello stesso

spazio e sotto un unico sguardo d’insieme comporta infatti non

solo ridefinire quegli oggetti alla luce dei rapporti reciproci, ma

anche parlare di chi (simulacro) è l’autore di quello sguardo

d’insieme, l’Auditorium. Attraverso la sua azione, dunque, egli

parla di sé, si comunica, si costruisce.

2.3. Dall’Auditorium

In quest’ultimo paragrafo parlerò di alcune iniziative che l’Audi-

torium ha promosso coinvolgendo altri luoghi romani del consu-

mo culturale e della cultura in genere. Dall’Auditorium dunque

partirebbe la spinta per una ridefinizione dei consumi culturali, e

dei relativi flussi di visitatori, nella Capitale.

2.3.1. Le sinergie organizzative

L’Accademia Santa Cecilia, per differenziare l’offerta anche dal

punto di vista economico fidelizzando nuovi pubblici e aprendosi

all’esterno, già da qualche anno ha predisposto una forma legge-

ra e flessibile di abbonamento attraverso un carnet di 10 ingressi,

5 dei quali per gli spettacoli del teatro Eliseo di via Nazionale e

altri 5 per concerti serali di musica classica presso l’Auditorium,

oltre ad un biglietto omaggio per visitare le mostre del restaurato

Palazzo delle Esposizioni (sempre su via Nazionale). Attraverso

questo pacchetto, quello che viene offerto ai consumatori non è

solo un insieme eterogeneo di eventi situati in luoghi diversi, ma

anche il movimento, lo spostamento nella città da un contesto ar-

chitettonico e sociale ad un altro. Ad un consumo puntuale si af-

148 Mariarosa Bova

fianca un consumo concepito in termini di flusso, in cui un ulte-

riore palcoscenico diventa il tessuto urbano nello spostamento

del flusso da un punto ad un altro. È questa la costruzione e il

consumo di un’immagine di metropoli nel rimando tra un luogo

di eventi culturali e un altro e nei tragitti che li collegano; essi, con

le sequenze urbane che selezionano, sia apportano senso ai luo-

ghi che collegano inserendoli nel continuum del loro tragitto ,

10

sia – nello stesso tempo – contribuiscono alla definizione e al con-

sumo della città e dei suoi spazi.

Riguardo all’importanza dei percorsi cittadini per la defini-

zione dei luoghi, nell’osservazione diretta di quelli che portano

al Parco della Musica, sia effettuati sui mezzi pubblici che fatti a

piedi nei dintorni, è emersa un’interessante e forte opposizione

in termini di visibilità ed orientamento, riassumibile metaforica-

Negli studi sociologici sulla metropoli, l’importanza dei tragitti nella defi-

10

nizione dei luoghi emerge già dagli anni sessanta con L’immagine della città di

Kevin Lynch (1960). Prendendo spunto da quella ricerca, anche per l’Audito-

rium e l’analisi dei suoi spazi nel più vasto contesto della Capitale, si è volu-

to tenere conto dei percorsi attraverso i quali raggiungerlo, ovviamente in

un quadro teorico e secondo un approccio molto diverso da quello della ri-

cerca appena citata; la distanza disciplinare e metodologica, infatti, non con-

sente di prelevare alcuni elementi da una parte e adattarli automaticamente

all’altra (per un approfondimento sull’opera di Lynch, è disponibile una

completa e sintetica scheda di lettura consultabile tra i materiali della ricerca

Prin 2006 al sito: www.unibg.it/turismo/scrittureurbane). Tuttavia ciò non im-

pedisce di tenere in conto nell’analisi l’elemento rappresentato dai tragitti,

ovvero dai percorsi che portano all’Auditorium da vari punti della metropo-

li romana. Come si vedrà, sono stati scelti quelli effettuati con i mezzi pub-

blici perché, diversamente da quelli effettuabili con un mezzo privato e

spesso secondo le preferenze individuali, prevedono sempre la stessa strada

e le stesse soste, per turisti come per cittadini; insomma tragitti fissi, unici e

uguale per tutti, facilmente osservabili e verificabili, e che inscrivono nella

mappa cittadina determinati sistemi di visibilità e accessibilità, dunque de-

terminati effetti di senso. È sotto questo preciso aspetto che sono stati presi

in considerazione nella presente ricerca. 149

Cosa fa l’Auditorium: una riscrittura dei consumi nella metropoli

mente nell’opposizione fili di Arianna/labirinto . Labirinto è l’ef-

11

fetto di senso che deriva attraversando a piedi la struttura re-

ticolare del quartiere nella zona antistante l’Auditorium, zona in

cui la disposizione ripetitiva, regolare e geometrica di edifici e

strade impedisce sia di vedere i tre scarabei che di individuare

gli altri centri funzionali (pure esistenti, come la chiesa di San

Valentino, il supermercato, il maneggio, l’asilo nido) o una ge-

rarchia ordinatrice in quella porzione di tessuto urbano; così lo

sguardo di chi vi passeggia attraverso non ha panorami o pro-

spettive d’insieme, ma rimane aderente alle pareti del labirinto,

cioè alla successione dei poligoni degli edifici e delle intersezioni

stradali. A questo effetto di dispersione visiva e disorientamento

si contrappone invece la continuità ordinatrice dei percorsi dei

mezzi pubblici che da vari punti della città portano al Parco della

Musica. Come fili di Arianna essi costruiscono delle linee di sen-

so all’interno della Capitale , collegando l’uno all’altro vari luo-

12

Labirinti e fili di Arianna sono metafore rintracciabili in Pavia (2002) in

11

riferimento rispettivamente a dispersione/orizzontalità diffusa tipica dei ter-

ritori della metropoli contemporanea (i labirinti), e alla possibilità di una lo-

ro lettura attraverso la selezione di tracciati (i fili di Arianna) che uniscono

tra loro i nodi delle singole reti cittadine. Riprendendo la suggestione, di

queste metafore e il loro campo di applicazione, ritarando il tutto però ad

una sola e più limitata area (in termini di complessità e di ampiezza della

superficie interessata), appunto quella del Parco della Musica e dei suoi din-

torni, per la quale e rispetto alla quale vengono costruite le suddette osser-

vazioni e considerazioni.

Nell’osservazione diretta dei percorsi con i mezzi pubblici, sono emersi in-

12

fatti due importanti elementi. Il primo: questi percorsi creano una continuità

tra l’Auditorium e le restanti aree urbane, riuscendo però a smorzare solo in

parte l’effetto di “straniamento” della struttura rispetto al più vicino tessuto

viario ed edilizio in cui è inserita; tale situazione, del resto, si ripercuote nel

rapporto tra l’Auditorium e gli abitanti del quartiere, i quali generalmente

non lo inseriscono nei loro usi, “giri” e riti quotidiani. Il secondo elemento –

a cui sopra si accennava – consiste invece nel fatto che ciascun percorso, in

quanto differente serie continua di tappe, seleziona e costruisce una diversa

150 Mariarosa Bova

ghi/nodi fino all’Auditorium, il quale così risulta non totalmente

estraniato dal resto, come perso dentro un contesto labirintico

appunto, ma meglio inserito nel sistema urbano e più omogeneo

rispetto alla sua logica funzionale.

Riguardo al concetto di città e spazio come sistema di elementi e

di interrelazioni che il consumo seleziona e riattiva, va ricordata,

oltre alla suddetta iniziativa dell’Accademia Santa Cecilia anche

quella – più interessante ai fini del presente lavoro – promossa

da Musica per Roma e intitolata Progetto Calliope: sotto questa

denominazione, tanti eventi di arte e cultura sono distribuiti in

date diverse presso le sedi romane di Accademie estere aderenti

all’iniziativa e che per l’occasione aprono le loro porte al grande

pubblico. Un modo per far conoscere alcuni spazi della cultura

romani attraverso un itinerario del consumo che li rende visibili

e accessibili ai più, promuovendone l’immagine in un rinnovato

quadro d’insieme. Autore l’Auditorium.

C’è poi un altro caso, quello in cui, pur in assenza di una pro-

grammazione comune, un luogo della cultura romana rinvia al-

immagine dell’Auditorium, o anche aspetti diversi della stessa.

Così la linea M, mettendo insieme nodi centrali e rappresentativi della

Capitale (es. stazione Termini, Piazza della Repubblica, P.zza Fiume, Corso

Italia, l’interno di Villa Borghese, P.zza Flaminio), tutti caratterizzati da ele-

menti architettonici, funzioni e pratiche tra loro differenti, predispone un

percorso turistico quasi fatto di cartoline messe in sequenza; il 910 invece da

Termini si sposta sul ricco quartiere Parioli attraversandolo tutto e seguendo

viale Pildsuski fino a via de Coubertin, dando in tal modo l’impressione -per

la continuità viaria e del paesaggio architettonico visibile dai finestrini- che il

Parco della Musica sia inglobato al suo interno invece che appartenere al dif-

ferente quartiere Flaminio; infine il 233 spostandosi dal quartiere africano

sulla circonvallazione nella zona del Foro Italico, costruisce nell’ultimo tratto

una lunga linea tra aree e parchi attrezzati per lo sport e il tempo libero, quelli

dei campi di Acqua Acetosa così congiunti con il verde del Parco della Musi-

ca e della limitrofa Villa Glori. 151

Cosa fa l’Auditorium: una riscrittura dei consumi nella metropoli

l’Auditorium. Non si tratta di un luogo qualunque ma del Macro

(Museo d’arte contemporanea, attivo ma ancora da ultimare) pres-

so l’ingresso del quale sono disponibili al pubblico brochure infor-

mative su mostre ed eventi, non solo quelli ospitati presso il mu-

seo ma anche quelli promossi dall’Auditorium; il fatto interes-

sante è che la maggior parte di quei volantini ed opuscoli non si

riferiscono al Macro – come ci si potrebbe aspettare – bensì al-

l’Auditorium. La centralità dell’Auditorium viene costruita così

anche attraverso questa comunicazione dislocata.

Intanto, dopo la recente inaugurazione del MAXXI, si aspetta

la realizzazione del Ponte della Musica e di infrastrutture di sup-

porto, vicino all’Auditorium che ha già inaugurato per il quartie-

re Flaminio la terza fase di riqualificazione in cui, pur assecon-

dando la vocazione del luogo (tempo libero e consumo culturale/

commerciale), emergono tuttavia delle discontinuità rispetto agli

interventi del passato. Operando degli sventramenti nel tessuto

urbano del Flaminio, vengono costruite le strutture per l’Esposi-

zione Internazionale del 1911 e poi quelle per le Olimpiadi del

1960. Date importanti, accompagnate da grandi entusiasmi che

13

lanciano Roma a livelli internazionali, e che però si caratterizza-

no come investimenti a breve e medio periodo, con spazi per lo

più destinati ad essere rifunzionalizzati una volta consumatosi

l’evento che li aveva posti in essere (come gli alloggi del villaggio

olimpico convertiti in edilizia popolare).

Con l’Auditorium, invece, il progetto di riqualificazione cam-

bia segno: avviene per ricuciture nel tessuto urbano del quartiere, e

soprattutto ponendo in essere una struttura polifunzionale e si-

nergica in cui il consumo degli eventi non ne esaurisce lo scopo

originario ma anzi lo alimenta, lo consolida e lo espande anche at-

traverso il rimando ad altri luoghi culturali della Capitale e ad

Vedi il video disponibile all’indirizzo: http://video.tiscali.it/categorie/Speciali/

13

Mediauvis/580html.

152 Mariarosa Bova

un’idea di quartiere ancora in fieri (secondo i progetti comunali,

infatti, il Flaminio si appresta a diventare il “quartiere delle arti”).

2.3.2. La “verticalità” dell’Auditorium e il suo fare progetto/meta-

fare

Proprio facendo rete con altri luoghi in occasione di specifiche

iniziative e dirigendone il funzionamento, l’Auditorium costrui-

sce la sua presenza nella metropoli e la sua visibilità in quanto

soggetto produttore e relatore.

Dunque all’orizzontalità della rete e dei punti messi in rela-

zione si unirebbe la (sua) verticalità, intesa come capacità di

emergere associando il nome Auditorium all’incessante attività

di organizzazione e promozione di eventi tanto in loco quanto

– come abbiamo visto – nei luoghi da esso distanti ma che esso

mette in relazione, tra loro e con sé, per tale via contribuendo a

definirli e a definirsi.

Il concetto di verticalità qui usato trae spunto da quello pre-

sente nel saggio Babele (2002) di Rosario Pavia, seppure venga ri-

formulato e inteso in maniera astratta.

La verticalità di Babele – come la intende Pavia – è la verticali-

tà fisica di un edificio (in quel caso della torre più alta da cui la

città, Babilonia, prese appunto il nome) che con la sua struttura

architettonica emerge rispetto al contesto divenendo un punto di

riferimento visivo da vicino e da lontano. Babele è la torre citta-

dina dalla quale la città è visibile sotto un solo sguardo e che a

sua volta, proprio per la sua altezza, è visibile da ogni punto del-

la città, divenendone perciò un principio organizzatore in termi-

ni architettonici, funzionali e sociali. È intorno alla torre infatti

che si addensano le principali attività urbane, ed è la torre stessa

che dà senso e razionalità alla loro distribuzione opponendosi

all’orizzontalità diffusa e disordinata del tessuto urbano e dei

suoi collegamenti. Un esempio attuale di Babele è la Torre Eiffel

153

Cosa fa l’Auditorium: una riscrittura dei consumi nella metropoli

a Parigi, vista da Barthes – riporta Pavia – come la Babele laica che

sprigiona l’immaginazione (Pavia 2002, p. 13); difatti per la sua al-

tezza la costruzione di acciaio è visibile da ogni punto di Parigi,

ne abbraccia l’estensione del tessuto urbano garantendo ancora

allo sguardo una possibilità di decodifica e opponendosi alla

struttura orizzontale e illegibile riproposta oggi in molte metro-

poli occidentali.

In Pavia dunque la verticalità è quella di un’architettura, la

quale per questa caratteristica risulta visibile nell’intera città im-

ponendosi rispetto al resto e divenendo, in base a ciò, principio

di ordine.

Invece, nel nostro oggetto di studio, la verticalità sarebbe quel-

la dell’intero spazio Auditorium (inteso come sistema di relazio-

ni tra architettura, soggetti, eventi, pratiche) il quale la costruisce

attraverso le sue relazioni e il suo fare. Quest’ultimo poi, come

abbiamo visto a proposito del progetto Calliope, non sarebbe un

semplice fare, bensì un meta-fare in quanto racconta e coordina

quello di altri luoghi della cultura e del consumo.

3. Conclusioni

Ci sono adesso sufficienti elementi a conferma sia dell’ipotesi di

partenza (spazio Auditorium inteso come eterotopia, § 1) sia del-

la convergenza tra logica dell’architettura e logica del consumo,

di cui si è parlato sopra (§ 2).

Emerge, infatti, nei tre passaggi come l’Auditorium possa es-

sere inteso non solo come un discorso finito e concluso, prodotto

dall’insieme di vari enunciati/testi; ma anche si può rilevare co-

me, una volta creato, si affermi come processualità, continua riar-

ticolazione di quel discorso. A livello attanziale infatti (come a

più riprese evidenziato) l’Auditorium esprimerebbe una propria

soggettività, con un proprio bagaglio di modalità, potenzialità, e

154 Mariarosa Bova

un proprio “fare”, attraverso i quali agisce/è capace di agire effi-

cace-mente sui consumi riscrivendoli di volta in volta e in questo

modo ri-scrivendo anche se stesso.

Ciò da un lato convalida l’ipotesi di partenza, per la quale lo

spazio Auditorium funzionerebbe come eterotopia (luogo in cui

avviene una riscrittura/progetto di riscrittura del consumo e del

territorio del consumo urbano); dall’altro porta a sottolineare ul-

teriori elementi del concetto di spazio rispetto a quelli finora

considerati, conducendo ad alcune riflessioni.

Infatti qui lo spazio sarebbe da intendere non solo come luogo

in cui sono inscritte delle soggettività che agiscono attraverso/per

mezzo di esso (luogo in cui si svolge qualcosa, o che agisce su de-

lega di altri soggetti), ma anche come luogo che definito da quelle

soggettività (di cui conserva le tracce) diventa soggetto a sua vol-

ta, istanza a cui ricondurre direttamente l’azione e i suoi effetti.

Non solo. Lo spostamento rispetto alla definizione di spazio

inizialmente utilizzata si misurerebbe anche attraverso un altro

elemento, vale a dire le pratiche di gestione di cui abbiamo sopra

parlato.

Procediamo con ordine. Siamo partiti (§ 1) sia dallo spazio di

De Certeau inteso come luogo praticato, e dunque l’insieme del

luogo e delle pratiche di consumo presenti in esso; sia dallo spa-

zio di Marrone dato dalla configurazione topologica unitamente

ad esseri e cose in essa interagenti. Come si può notare qui dun-

que la definizione di spazio viene ad essere la risultante dei se-

guenti elementi principali: architettura, funzioni, istruzioni d’uso

inscritte, pratiche fruitive in essa presenti… in cui il livello di-

scorsivo dell’architettura contiene gli altri sovraordinandoli e ve-

nendone al tempo stesso definito (v. anche Hammad 2006).

Rispetto a tale definizione nel caso Auditorium si registrerebbe

una sorta di anomalia (§ 2.3, 2.3.1, 2.3.2). Le pratiche di gestione

infatti con le quali l’Auditorium programma alcuni eventi (v. il

progetto Calliope, § 2.3.1) da consumare tanto in loco quanto pres-

155

Cosa fa l’Auditorium: una riscrittura dei consumi nella metropoli

so altri centri romani della cultura forzano i limiti del suo livello

architettonico: il suo fare culturale e organizzativo supera la sua

architettura, distribuendosi tra essa ed altre dislocate sul territo-

rio metropolitano; per cui nel discorso dello spazio Auditorium

l’enunciato di livello superiore non sarebbe più rappresentato

dall’architettura, bensì proprio dalle pratiche di gestione che la

sovraordinano, rendendola luogo stabile e principale ma non

l’unico. Si assisterebbe dunque ad un nuovo ordine gerarchico

tra gli enunciati, con conseguenze sulla definizione stessa di spa-

zio, o quantomeno su importanti caratteristiche del suo funzio-

namento. Ad uno spazio “singolare”, autonomo e chiuso per la

prevalenza dell’enunciato architettonico e dei suoi limiti, si af-

fiancherebbe anche uno spazio “plurale”, più aperto e flessibile,

in cui le inevitabili rigidità della struttura architettonica possono

(entro certi limiti) essere spostate e ridisegnate dalle pratiche di

gestione, capaci di delimitarlo e definirlo ulteriormente attraver-

so luoghi, soggetti, attività, valori differenti e fisicamente distanti

da esso.

È proprio guardando a quelle pratiche che si coglie il carattere

processuale dello spazio in quanto forma in divenire. La sua de-

finizione, lungi da tentativi di stabilizzazione, viene sottoposta a

continue riarticolazioni e valorizzazioni. Lo dimostra, appunto, il

citato progetto Calliope che chiamando diversi luoghi romani

della cultura ad entrare nel circuito degli eventi Auditorium

(seppure per la durata della singola iniziativa) diventa occasione

per riconfigurare i luoghi selezionati attraverso la loro messa in

relazione. Il periodo limitato del progetto consente altresì la non

stabilizzazione di quella riconfigurazione, cosa che nel tempo to-

glierebbe all’iniziativa o ad altre simili il carattere di evento; ma

tanto basta per “aprire” in modo evidente le architetture, o me-

glio i testi architettonici con i relativi consumi e percorsi, a reci-

proci rimandi. Così, costruendo per i suoi visitatori anche letture

momentanee, a scadenza temporale, l’Auditorium crea ed esibi-

156 Mariarosa Bova

sce l’aspettativa dell’inatteso nella forma di uno spazio, il suo

spazio, sempre nuovo.

Che per l’analisi dell’Auditorium si sia giunti ad un supera-

mento dei tradizionali confini del testo non dovrebbe stupire ol-

tremodo. È infatti in corso da diversi anni – come riporta Pierluigi

Basso (2006) – un intenso dibattito, interno alla disciplina semio-

tica, centrato sui seguenti punti:

- valutare la tenuta del “testo” di fronte alla complessità e alla

processualità delle pratiche e delle situazioni sociali, in cui l’e-

terogeneità e la connaturata presenza di elementi discontinui

rischiano di essere traditi dalle forzature omogeneizzanti del

testualismo e da una narratività immanente, chiusa e determini-

stica);

- decidere quale sia il metodo e lo strumento più adeguato per

l’analisi semiotica di “oggetti” non genericamente culturali

ma più esattamente sociali, in cui cioè soggetti collettivi, azioni

e luoghi storicamente codificati sono legittimati a partecipare

direttamente alla significazione, pena una notevole perdita di

informazione.

Proprio per recuperare tale informazione – sempre secondo Bas-

so – bisognerebbe porre una maggiore attenzione alle situazioni

sociali entro cui i testi sono prodotti, considerando meglio le pra-

tiche all’interno dell’analisi, recuperando così le intenzionalità

concrete di cui esse si fanno portatrici, il loro carattere destinale,

vale a dire il loro valere per qualcuno, e il loro essere continua-

mente riarticolate dal gioco degli attanti .

14

È alla luce di ciò infatti che l’autore esprime i suoi dubbi e la sua insoffe-

14

renza, quasi, verso l’effetto stabilizzante del modello testuale: “Sul piano dei

modelli teorici, l’ambizione di pervenire ad una modellizzazione generaliz-

zabile delle pratiche deve essere sottoposta a opportuna riflessione critica. Se

la testualità è esattamente un oggetto che esemplifica al meglio un tentativo

di chiusura relativa e di stabilizzazione configurazionale della significazione,


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa fa riferimento al corso di Analisi psicologica e semiotica dei consumi e della pubblicità, tenuto dalla prof.ssa Pezzini. Oggetto di questa ricerca è l'ipotesi secondo la quale lo spazio di consumo Auditorium funzionerebbe a Roma come uno spazio eterotopico cioè uno spazio costruito dalle relazioni tra soggetti, enti organizzatori e pubblici. Per verificare tale ipotesi si cerca di analizzare l'azione di consumo dell'Auditorium rispetto ai consumi dell'Accademia Santa Cecilia, quelli interni, e quelli realizzati in collaborazione con altri luoghi culturali.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in industria culturale e comunicazione digitale
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di ANALISI PSICOLOGICA E SEMIOTICA DEI CONSUMI E DELLA PUBBLICITÀ e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Pezzini Isabella.

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