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Assegnazione mansioni equivalenti - Settore Radiotelevisivo

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta una sentenza del Tribunale di Roma emesso in data 15 febbraio 2005 in cui si analizza l'art. 2103 del codice... Vedi di più

Esame di Diritto Processuale Civile I docente Prof. G. Costantino

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in Foro it., 2005, I, 1233

Sotto questo profilo si osserva che l’indicazione della fascia oraria è da intendere come ulteriore

specificazione delle mansioni attribuite al ricorrente per contratto. Nell’individuazione dell’ambito

delle mansioni equivalenti da assegnare, lo stesso collegio in sede cautelare (ord. 13 febbraio 2003) ha

evidenziato l’inesattezza della ricostruzione operata dalla Rai che distingueva all’interno del contratto

tra attività normale e attività speciale e aggiuntiva, intendendo con essa ogni programma di prima e

seconda serata effettivamente realizzato e ciò con motivazione che sopra si è integralmente riportata. Il

tribunale ha, infatti, considerato ogni attività prevista nel contratto come rientrante nelle mansioni

ordinariamente attribuite al ricorrente.

Questo giudice osserva che tali argomenti, assolutamente condivisibili, inducono a ritenere tutt’altro

che marginale, ai fini dell’individuazione delle mansioni equivalenti, il riferimento alla fascia oraria.

L’attenzione sul momento formativo della volontà contrattuale, sul tenore letterale del contratto e sulla

sua effettiva esecuzione, ha infatti evidenziato come le mansioni, che sono state ora individuate, sono

sempre state espletate in prima e seconda serata.

Il concetto di equivalenza delle mansioni è necessariamente elastico e l’equivalenza costituisce il metro

di controllo della mobilità del lavoratore in azienda sotto il profilo delle mansioni di adibizione. Il

criterio dell’equivalenza non è esclusivamente diretto a misurare una qualità intrinseca ai compiti dei

quali si esige lo svolgimento. Profilo di particolare rilievo, certamente, assume la salvaguardia della

specifica professionalità maturata dal lavoratore. Non a caso la più attenta dottrina ha parlato, in

proposito, di «mansioni di uguale valore professionale».

Si ritiene, peraltro, che nel giudizio di equivalenza non possa prescindersi dal contesto organizzativo in

cui viene ad esplicarsi la prestazione lavorativa. Ne consegue che lo spostamento del lavoratore deve

essere operato in riferimento ad un’area di professionalità i cui caratteri distintivi non costituiscono una

realtà immobile, conoscibile in astratto, preesistente alla stessa organizzazione produttiva. Tali caratteri

sono percepibili solo attraverso una rilevazione dei dati di c.d. tipicità ambientale, che per natura sono

variabili.

Sotto quest’ultimo profilo si rileva, anzitutto come fatto notorio (ma v. anche elenco delle trasmissioni

seriali 2001-2002 e 2002-2003), che, nell’organizzazione produttiva della Rai s.p.a., i programmi di

approfondimento d’informazione dell’attualità sono sempre stati trasmessi solo nelle fasce orarie di

prima e seconda serata. La ragione di tale sistematica collocazione nei palinsesti certamente trae

origine dalla stessa peculiarità della funzione dell’ente convenuto, diretta a fornire un essenziale

servizio pubblico d’informazione. Tale funzione acquista maggiore importanza, soprattutto, nel settore

dell’approfondimento dell’attualità, ove è fondamentale che il servizio raggiunga il maggior numero di

persone. Da qui la collocazione di tali programmi in fasce orarie di maggior ascolto.

Va rilevato inoltre, che nel settore televisivo la professionalità si valuta anche, se non soprattutto, sulla

base dell’indice di ascolto. È la c.d. audience un metodo di misurazione della professionalità. È di

palmare evidenza che nessun imprenditore televisivo collocherebbe in prima serata, ove c’è il più alto

indice di ascolto, un professionista che nessuno vuole o ama ascoltare, oppure un principiante. La

fascia oraria di prima serata, inoltre, è quella di massimo ascolto, ove maggiormente si concentrano gli

investimenti degli inserzionisti pubblicitari. Nel caso di specie, il numero di anni in cui il ricorrente è

stato impegnato in trasmissioni di prima serata, dà il metro della professionalità acquisita dallo stesso.

Sul punto, inoltre, l’affermazione di parte ricorrente, secondo cui la media dello share di trentatré

puntate in prima serata nella stagione televisiva 2001/2002 è stata del diciotto per cento superiore a

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quello medio di Raidue nella corrispondente fascia oraria, non è stata affatto confutata dalla parte

resistente e, pertanto, va ritenuta come provata.

Da quanto appena esposto necessariamente consegue che sottrarre il ricorrente dal proprio pubblico,

oltre che essere un inadempimento degli obblighi contrattuali, significa in qualche modo diminuirne la

sua capacità professionale.

Sul punto si richiama l’ordinanza del 3 giugno 2003 in cui il giudice evidenzia che «la valenza

professionale di un’attività giornalistica che si estrinseca nella realizzazione di programmi di

approfondimento su temi di stretta attualità è da individuarsi anche, se non soprattutto, in riferimento ai

profili oggettivi che determinano la potenzialità comunicativa del medium offerto dal giornalista (entità

dell’utenza abituale, collocazione oraria, durata, frequenza e continuità della trasmissione), poiché è a

tali profili che si collega — e da tali fattori che viene valorizzata — la capacità professionale di

confrontarsi con il compito di dare notizie, di farle capire e di fare capire i diversi punti di vista in

ordine ad esse e, al tempo stesso, di sollecitare, di mantenere ed accrescere l’interesse degli ascoltatori

rispetto ai fatti e alle idee oggetto della rappresentazione». Lo stesso tribunale nell’ordinanza del 13

febbraio 2003 ha chiarito che l’equivalenza delle mansioni va verificata «sia sul piano oggettivo, e cioè

sotto il profilo dell’inclusione nella stessa area professionale delle mansioni iniziali e di quelle di

destinazione, sia sul piano soggettivo in relazione al quale è necessario che le due mansioni siano

professionalmente affini, nel senso che le nuove si armonizzino con le capacità professionali già

acquisite dall’interessato durante il rapporto lavorativo, consentendo ulteriori affinamenti e sviluppi».

Va precisato, inoltre, che, se effettivamente nell’individuazione delle mansioni equivalenti, deve essere

garantito «il medesimo livello professionale mediante l’adibizione a funzioni confacenti alle qualità del

lavoratore, nell’ottica di un costante loro affinamento e di una progressiva evoluzione delle stesse nel

rispetto della tutela del patrimonio di professionalità già proprio del lavoratore e della sua collocazione

nella struttura organizzativa aziendale (Trib. Roma, ord. 13 febbraio 2003), senza dubbio la

collocazione del ricorrente in una fascia oraria diversa da quella a lui assegnata per tutto il periodo in

cui il contratto ha avuto esecuzione (ovvero in prima o seconda serata), non solo, comporta una

compressione ed una svalutazione della professionalità dello stesso ricorrente intesa nei termini sopra

esposti, ma finisce per affidargli un tipo di mansioni non equivalenti a quelle originariamente allo

stesso attribuite.

La conferma della fascia oraria convenuta tra le parti, dunque, non tutela solo la «visibilità» del

ricorrente, ma soprattutto conserva il patrimonio professionale già acquisito dallo stesso.

La condotta della convenuta, in quanto in aperta violazione dell’art. 2103 c.c., ha ulteriormente

contrassegnato l’inadempimento della convenuta dell’obbligo di fare lavorare il ricorrente. In

particolare, è risultato accertato che la parte convenuta è venuta meno agli obblighi assunti per

contratto, impedendo al ricorrente di svolgere le mansioni per le quali era stato assunto od altre

equivalenti.

Va peraltro anche evidenziato che nel caso di specie risulta particolarmente connotato anche l’elemento

soggettivo dell’inadempimento in questione. In particolare, si osserva che la parte convenuta, non solo,

ha privato il ricorrente delle mansioni cui originariamente era stato adibito, ma, attraverso propri organi

rappresentativi, ha rilasciato dichiarazioni ad organi di stampa contenenti giudizi sul comportamento

del ricorrente nell’esercizio delle sue mansioni certamente significative di una volontà di non

adempiere. 6 prof. Giorgio Costantino

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In particolare, il presidente della convenuta ha dichiarato il 24 giugno 2002 a La Stampa che: «Santoro

non può impunemente violare le regole imposte prima di tutto dalla Costituzione, poi dalle leggi, dai

regolamenti Rai e persino dagli indirizzi del consiglio di amministrazione e dalle direttive dei direttori

di rete»; lo stesso presidente della convenuta in un intervento ad un convegno «Rai e territori» a

Firenze ha dichiarato: «Trasmissioni faziose come quelle di Santoro ci sono in Venezuela, in un paese

civile non si fanno. Santoro se lo deve mettere in testa ... lui è un dipendente Rai e come tale dovrebbe

comportarsi. Vorrei che Santoro lavorasse nel rispetto delle regole democratiche di un paese civile»; in

un’intervista a la Repubblica del 1° novembre 2002 ha, poi, dichiarato: «Mi hanno colpito le sue

interviste che ci dipingono come censori. E poi ha fatto causa all’azienda, sostenendo di non essere

impiegato come meriterebbe».

Il direttore generale della convenuta il 26 giugno 2002 ha dichiarato al Corriere della Sera: «Due studi

legali esterni e quello interno Rai concordano: per comportamenti soggettivi, cioè per non avere

osservato le indicazioni della direzione generale e del direttore di Raidue e per comportamenti oggettivi

è venuto meno il rapporto di lealtà e fedeltà verso l’azienda»; in un’intervista al Corriere della Sera il

18 ottobre 2002 ha dichiarato che Santoro «ha sbeffeggiato pubblicamente presidente, direttore

generale e direttore di Raidue. Ha denunciato alla magistratura i primi due e i consiglieri Albertoni e

Staderini. — omissis — mi chiedo se la Rai può fare finta di niente di fronte a chi si ritiene legibus

solutus, cioè libero dai legami della legge» e sempre al medesimo quotidiano il 31 ottobre 2002 ha

dichiarato: «Santoro, con i fatti, cioè con le sue condanne dell’authority e con le sue dichiarazioni in

cui rivendica il diritto alla faziosità non risponde a queste linee e quindi non è possibile utilizzarlo».

Va, infine, ricordato, che le notizie dell’avvio del procedimento disciplinare e della conseguente

irrogazione della sanzione sono state altresì pubblicate su organi di stampa.

Tali espressioni, oltre a connotare l’inadempimento dal punto di vista soggettivo, hanno contribuito a

fornire all’esterno del rapporto contrattuale un’immagine professionale del ricorrente non rispondente

al vero. Ciò tanto più, in quanto tale comportamento si è realizzato attraverso una diffusione pubblica

di tali giudizi.

Né vale l’eccezione sollevata dalla parte convenuta relativa alla mancata persistenza dell’interesse del

ricorrente ad una pronuncia in tal senso, alla luce della sua elezione al parlamento europeo. Non vi è

dubbio che nel caso in esame sussista l’interesse ad agire in capo al ricorrente, atteso che il mandato

parlamentare «sospende», ma non interrompe il rapporto di lavoro. Attualmente, pertanto, il rapporto di

lavoro è da ritenere in legittima quiescenza e, alla cessazione della causa di sospensione, sarà onere del

ricorrente informare il datore di lavoro e dichiarare la propria disponibilità a riprendere servizio (Cass.

n. 3370 del 1996, id., Rep. 1996, voce Lavoro (rapporto), n. 1115).

All’accoglimento del primo capo di domanda segue l’accoglimento del capo d) della stessa, ovvero, la

dichiarazione del diritto del ricorrente di essere adibito all’attività lavorativa come realizzatore e

conduttore di programmi televisivi di approfondimento dell’informazione di attualità, nonché di

programmi di reportage e la condanna della convenuta ad adibire il ricorrente alle indicate mansioni

così come svolte ed esercitate in concreto, ovvero sia in prima che in seconda serata, sino alla stagione

televisiva 2001/2002.

Non pare possa accogliersi l’eccezione d’improponibilità di tale capo di domanda. È, infatti, principio

consolidato in giurisprudenza che, a seguito dell’illegittimo mutamento delle mansioni, faccia seguito

in capo al lavoratore, non solo il diritto al risarcimento del danno, ma anche al ripristino della

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situazione originaria, salvo poi l’esercizio, da parte datoriale dello ius variandi. Per tutte, Cass. n.

11479 del 1999 (id., Rep. 2000, voce cit., n. 881) secondo cui: «Nell’ipotesi di assegnazione di

mansioni non equivalenti a quelle spettanti, in violazione dell’art. 2103 c.c., il lavoratore può ottenere

tutela con la condanna del datore di lavoro al corretto adempimento dell’obbligo contrattuale mediante

l’assegnazione alle precedenti mansioni, senza che osti a tale pronuncia in sede di giudizio di

cognizione la natura incoercibile della prestazione; la condanna al ripristino della situazione

antecedente all’illegittima dequalificazione non preclude il legittimo esercizio dello ius variandi,

essendo consentito al datore di lavoro di adempiere mediante assegnazione del dipendente a mansioni

diverse di contenuto professionale equivalente».

Non può accogliersi il capo di domanda e) di conferma dell’ordinanza emessa dal Tribunale di Roma

del 9 dicembre 2002, in quanto non è compito del giudice della cognizione piena confermare o

riformare i provvedimenti adottati nella fase a cognizione sommaria. La natura stessa del giudizio di

cognizione piena fa sì che l’accertamento in esso dichiarato superi il deciso reso nella fase cautelare. I

provvedimenti di urgenza, essendo volti ad impedire che la futura pronuncia del giudice possa risultare

pregiudicata dal tempo necessario ad ottenerla, esauriscono la loro funzione con la decisione emessa

nel successivo giudizio di merito, sicché la loro efficacia cessa se l’esistenza del diritto viene esclusa,

ancor prima che suddetta esclusione si formi in giudicato, mentre, se viene accertata l’esistenza del

diritto i provvedimenti d’urgenza vengono sostituiti dalla pronuncia di merito (Cass. n. 1089 del 1995,

id., Rep. 1995, voce Provvedimenti di urgenza, n. 62).

Violazione dell’art. 15 statuto dei lavoratori. L’accoglimento del primo capo di domanda fa ritenere

assorbito quello relativo all’accertamento della responsabilità della convenuta per avere adottato un

comportamento di discriminazione politica vietata dall’art. 15 statuto dei lavoratori. Si osserva, inoltre,

che la richiesta di dichiarazione della nullità del comportamento datoriale, ai sensi della norma citata,

implicherebbe un’interpretazione estensiva della stessa, in quanto la norma parla di nullità di «atti o

patti», mentre nel caso di specie l’inadempimento si è realizzato attraverso un comportamento

omissivo.

Del resto, a seguito di tale dichiarazione di nullità, il ricorrente non conseguirebbe altro che quanto già

ottenuto, prima, in sede cautelare e, oggi, in questa sede, ovvero la pronuncia di inadempimento con gli

obblighi conseguenziali.

Risarcimento del danno. All’accertamento dell’inadempimento contrattuale parte ricorrente collega le

domande di risarcimento del danno patrimoniale e del danno non patrimoniale.

Danno patrimoniale - lucro cessante. Il capo di domanda deve trovare integrale accoglimento.

Ai sensi dell’art. 1223 c.c, infatti, «Il risarcimento del danno per inadempimento ... deve comprendere

così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno, in quanto ne siano conseguenza

immediata e diretta». Non vi è dubbio che l’accertato inadempimento della società convenuta ha dato

luogo al verificarsi di un danno patrimoniale consistente nel mancato guadagno relativo ai programmi

soppressi che il ricorrente non ha più potuto realizzare. Tale danno, definito lucro cessante, è

causalmente e direttamente collegato all’inadempimento della parte convenuta, in quanto, come è

evidente, se l’azienda avesse mantenuto il ricorrente nelle sue mansioni questi avrebbe certamente

realizzato i programmi a lui affidati. (Omissis)

Danno da demansionamento. È stato più volte ribadito dalla Suprema corte che il datore di lavoro vìola

la norma di cui all’art. 2103 c.c., non solo, quando assegna il dipendente a mansioni inferiori, ma anche

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quando, pur corrispondendogli la retribuzione, lo lasci in condizione di forzata inattività e senza

assegnazione di compiti. Ciò perché il lavoro costituisce, non soltanto un mezzo di sostentamento e di

guadagno, ma anche un mezzo di estrinsecazione della personalità del lavoratore. Segue, pertanto, che

sussiste un diritto del lavoratore all’effettivo svolgimento della propria prestazione, la cui lesione da

parte del datore di lavoro costituisce un inadempimento contrattuale e determina, oltre all’obbligo di

corrispondere le retribuzioni dovute, l’obbligo del risarcimento del danno da dequalificazione

professionale o, più sinteticamente, del danno professionale (tra le varie, Cass. n. 14199 del 2001, id.,

Rep. 2002, voce Lavoro (rapporto), n. 806; n. 10405 del 1995, id., 1995, I, 3133; n. 7708 del 1995, id.,

Rep. 1996, voce cit., n. 1312; n. 12088 del 1991, id., Rep. 1992, voce cit., n. 786).

Tale danno, è stato sostenuto, può assumere aspetti diversi. In particolare, esso può consistere, da un

lato, in un danno di natura patrimoniale, o c.d. oggettivo, derivante dall’impoverimento della capacità

professionale acquisita e dalla mancata acquisizione di una maggiore capacità, ovvero consistere nella

perdita di ulteriori possibilità di guadagno (c.d. di chances). Il danno professionale, dall’altro lato, può

assumere anche aspetti non patrimoniali, danno c.d. soggettivo, ad esempio, costituendo una lesione del

diritto del lavoratore all’integrità fisica (art. 2087 c.c.) o alla salute (art. 32 Cost.), quando la forzosa

inattività o l’esercizio di mansioni inferiori ha determinato nel lavoratore non solo un dispiacere,

un’afflizione dello spirito rientrante tra i danni morali, ma una vera e propria patologia psichica e

potrebbe anche costituire una lesione del diritto all’immagine o del diritto alla vita di relazione. La

liquidazione di tale danno può avvenire in via equitativa (Cass. n. 14199 del 2001, cit.).

Va inoltre ricordato che la giurisprudenza ha nel corso degli anni mutato l’originaria impostazione sotto

il profilo della distribuzione dell’onere probatorio in materia di sussistenza del danno. Secondo un

orientamento più risalente nel tempo, infatti, è onere del danneggiato fornire gli elementi probatori e i

dati di fatto in suo possesso per consentire che l’apprezzamento equitativo sia, per quanto possibile,

limitato e riconducibile alla sua caratteristica di colmare solo le inevitabili lacune al fine della precisa

determinazione del danno (tra queste, Cass. n. 14199 del 2001, cit.; n. 7905 del 1998, id., Rep. 1998,

voce cit., n. 890; n. 8835 del 1991, id., Rep. 1992, voce cit., n. 721; n. 3367 del 1988, id., Rep. 1988,

voce Danni civili, n. 69). Salvo poi riconoscere, più recentemente, la sufficienza, ai fini

dell’assolvimento dell’indicato onere probatorio, di elementi presuntivi relativi alla natura, all’entità e

alla durata del demansionamento, nonché alle altre circostanze del caso concreto (Cass. n. 15868 del

2002, id., 2003, I, 480; n. 13580 del 2001, id., Rep. 2002, voce Lavoro (rapporto), n. 807).

Più di recente, invece, è stato affermato che il demansionamento, non solo comporta la violazione

dell’art. 2103 c.c., ma costituisce anche lesione del diritto fondamentale alla libera esplicazione della

personalità del lavoratore nel luogo di lavoro (art. 1 e 2 Cost.), con la conseguenza che il pregiudizio

conseguente incide sulla vita professionale e di relazione dell’interessato con indubbia dimensione

patrimoniale che lo rende suscettibile di risarcimento e di valutazione anche equitativa (Cass. n. 10157

del 2004, id., Mass., 751). L’affermazione di un valore superiore della professionalità, direttamente

collegato ad un diritto fondamentale del lavoratore e costituente sostanzialmente un bene a carattere

immateriale, in qualche modo supera ed integra la precedente affermazione che la mortificazione della

professionalità del lavoratore potesse dar luogo a risarcimento solo ove venisse fornita la prova

dell’effettiva sussistenza del danno patrimoniale (Cass. n. 14443 del 2000, id., Rep. 2001, voce cit., n.

784; n. 15868 del 2002, cit.). 9 prof. Giorgio Costantino

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riporta una sentenza del Tribunale di Roma emesso in data 15 febbraio 2005 in cui si analizza l'art. 2103 del codice civile con specifico riferimento al settore radiotelevisivo. Il Tribunale ritiene violato il predetto articolo quando un giornalista viene mandato a condurre un programma televisivo con argomento diverso rispetto al precedente e in una fascia oraria con meno ascolti; il giornalista ha quindi diritto al risarcimento del danno non solo patrimoniale, ma anche non patrimoniale (lesione immagine) procuratogli.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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