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che ne sia messa a rischio la vita o l’integrità fisica. L’indiscutibile dato di par-

tenza, infatti, è che la morte o la menomazione fisica permanente del torturato

sono considerate dalle fonti giuridiche (normative e dottrinali) senza eccezioni

quali conseguenze puramente eventuali, non previste come esito fisiologico né

tantomeno volute, anche se non tali da potersi escludere in via d’ipote-

a priori

si, data la natura delle pratiche di tortura, raramente del tutto sicure per il pa-

ziente; peraltro, nonostante tali possibili esiti negativi esse non appaiono agli

uomini del tempo veramente esecrabili ed inaccettabili, al punto da indurre a

rinunciare alla come mezzo di prova; nel caso poi in cui si verifichino

quaestio

effettivamente quelle sgradevoli conseguenze, il giudice può andare esente da

sanzioni ove sia in grado di dimostrare di aver agito senza colpa, avendo se-

guito le regole e quindi avendo anche fatto previamente ricorso al parere del

medico ed essendovisi attenuto.

Nondimeno, in una trattazione così accuratamente costruita sulla migliore e

più recente dottrina giuridica specializzata (ancora una volta incarnata dal ri-

chiamo all’onnipresente Farinacci ed alla sua non manca

Practica criminalis),

l’affermazione del pacifico principio secondo cui la tortura è un mezzo sussi-

diario nella ricerca della verità, da impiegare soltanto quando non sia possibile

raggiungerla in altro modo, come già stabilito dall’editto augusteo ricordato

dal giurista romano Paolo:

Cum ergo tortura remedium sit subsidiarium pro veritate in iudiciis eruenda, quando alias

haberi non potest, ut manifeste elicitur ex textu in l. Edictum, ff. de quaestionibus

[D.48,18,8, pr.], et ex aliis tam legum, quam doctorum auctoritatibus a Farinac. post alios

adductis, in pract. crim. quaest. 40. num. 3, hinc est, quod iudices in quaestionibus, non ex

58 .

abrupto ad tormenta deveniunt, sed gradatim procedunt [...]

Il corollario che ne discende contempla l’obbligo per il giudice di ricorrer-

vi come dopo aver ammonito il reo, aver cercato di piegarne la

extrema ratio,

resistenza con minacce, aver tentato la via della conducendolo nella ca-

territio

mera della tortura e mostrandogli gli strumenti di supplizio, giungendo sino a

denudarlo e legarlo. Solo al termine di tale irresistibile dosata con

escalation,

esperta attenzione alla psicologia dell’imputato, ove non si siano raggiunti i ri-

sultati sperati, è lecito procedere alla tortura, ancora una volta secondo un cli-

che passi progressivamente, per gradi, da un tormento lieve a forme sem-

max

pre più atroci ed efficaci («itaque a doctoribus constituuntur varii torturae gra-

dus, et a pluribus plures per quos sensim volunt esse ut plurimum proceden-

59

dum, nisi quid obstet» ). L’impressione, tuttavia, è che l’indicazione di tale

all’insegna della cautela e della gradualità, invero prescritto

modus operandi 60

già dalle fonti giuridiche , non rispecchi affatto né la prassi dei tribunali né

58. q. II, n. 2, p. 482.

Ibidem,

59. Ibidem.

60. Cfr. Farinacii... Variarum quaestionum et communium opinionum criminalium liber se-

ed. cit., tit. V, q. XL, n. 3, p. 228.

cundus, 180

l’intima convinzione dell’autore, che insiste piuttosto, ma è cosa diversa, sul-

l’opportunità di individuare differenti gradi della tortura, da impiegarsi a se-

conda della condizione fisica del torturando. Con lucida attenzione all’aspetto

della concreta inflizione del Zacchia rileva infatti che la prelimina-

tormentum,

re ricognizione dell’esistenza nella sua epoca di quattro tipi soltanto di quae-

(i già citati tormenti della fune, della veglia, della stanghetta e delle

stiones

cannette) non esaurisce affatto l’argomento, poiché ogni singolo tipo può a sua

volta essere inflitto in modo più mite ovvero più duro, fino al grado massimo

sopportabile (atrocissime, per riprendere il lessico eloquente con cui si espri-

me il nostro medico), nel tentativo di calibrare la tortura sulla gravità del reato

commesso («[...] non tamen semper eadem tormenta eodem modo infliguntur,

sed aliquando mitius, interdum atrocius, alias autem atrocissime quoniam

etiam delicta, ipsique delinquentes non semper unius eiusdemque conditionis

61

sunt» ). Infatti, pur essendo chiaro e non revocato in dubbio dal punto di vista

teorico che la tortura ha natura di mezzo probatorio e non di pena anticipata, la

gradazione risulta necessaria in considerazione della diversa personalità del

e della sua conseguente presumibile capacità di resistenza alla

reus quaestio:

più grave ed efferato è il crimine, maggiore la di chi lo ha commesso,

malitia

quindi più incallito e privo di scrupoli dovrà presumersi il delinquente che si è

macchiato del reato e più atroce dovrà essere anche il tormento per indurlo alla

piena confessione:

Delicta enim aliquando sunt leviora, interdum graviora, alias gravissima et atrocissima, ita

ut tormentorum et poenarum atrocitas illorum atrocitatem nunquam aequare possit. Sic et

delinquentium malitia, delinquendi consuetudine, statu, aetate, fortitudine, sexu, fragilitate,

62 .

multisque aliis conditionibus alii ab aliis superantur

Le scelte del giudice devono pertanto tener conto del diverso ‘profilo crimi-

nale’ dell’imputato, sulla base di elementi per quanto possibile oggettivi, quali

l’efferatezza del delitto compiuto e la oltre ai dati co-

delinquendi consuetudo,

munque rilevanti ai fini della tortura, quali lo l’età, il sesso, la robustez-

status,

za ovvero la debolezza della costituzione fisica, le condizioni di salute e così

via.

4. I gradi della tortura

La dottrina ha tentato una classificazione della tortura in tre gradi (levis,

e ovvero in cinque e Zacchia ha modo di sottolineare, riba-

gravis gravissima)

dendo in concreto il suo ruolo di esperto, che non si tratta di una velleitaria pre-

tesa classificatoria, bensì di un tentativo di parametrazione della gravità della

61. Zacchiae ed. cit., lib. VI, tit. II, q. II, n.

Quaestionum medico-legalium Tomus secundus,

1, p. 482.

62. Ibidem. 181

tortura da infliggere che si rivela indispensabile per il medico. Infatti, di fronte

alla domanda rivoltagli dal giudice, se l’imputato possa essere sottoposto ai

tormenti, facile appare l’obiezione che non ha senso rispondere in maniera as-

solutamente positiva o negativa; al contrario, la risposta dovrà darsi in relazio-

ne ad un preciso tipo e grado della tortura: chi non può tollerarne una gravissi-

ma forse è in grado di reggere fisicamente ad una grave od almeno ad una lie-

ve, sempre sulla base di un effettivo esame delle condizioni fisiche e di salute

63

del soggetto, che soltanto il medico può compiere . Il buon medico deve esse-

re dunque capace, per dare un’indicazione affidabile, di porre in rapporto le

condizioni del con gli effetti specificamente prodotti dai varii tormenti, a

reus

loro volta infliggibili con diversa intensità.

L’intera seconda questione è dedicata alla descrizione dei surricordati cin-

que gradi, secondo una partizione che viene preferita perché consente al medi-

co una maggiore precisione nella valutazione sulla sopportabilità della tortura;

essi vengono infatti posti in relazione con i particolari che devono consi-

status

derarsi cause di esonero da quella specifica ipotesi di supplizio e dall’incrocio

dei due dati scaturisce di volta in volta la decisione sulla possibilità o meno di

esperire i Così il primo grado si ha con la semplice minaccia della

tormenta.

tortura, alla quale nessuno può sottrarsi, con la sola eccezione delle donne gra-

vide, che potrebbero per effetto della perdere il bambino che portano in

territio

64

grembo . Zacchia sposa comunque la tesi ‘garantista’ di quanti accettano di

considerare le diverse situazioni in concreto, ammettendo di poter escludere in

determinati casi e a ragion veduta la tortura lieve anche per appartenenti ad al-

tre categorie particolarmente delicate, quali bambini e vecchi, di regola non

esentati: ad es. in base alla considerazione che i bambini molto piccoli potreb-

bero essere colpiti da epilessia, mentre gli anziani (meglio, le persone nell’ul-

65

tima fase della vita, cioè i c.d. ), potrebbero subire un colpo apoplet-

decrepiti

tico o perdere conoscenza, a causa della carenza di calore che caratterizza la

63. Cfr. q. II, n. 3, p. 482.

ibidem,

64. «[...] cum iudex minatur reo tormenta, ipsumque terrere studet, ad veritatem ab illo eli-

ciendam, et ab hoc primo torturae gradu (licet abusive dicitur) nemo excipitur, nisi mulier utero

gerens, ut unanimiter sentiunt doctores omnes [...] et hoc summa cum ratione, quia si gravidam

deterreas, foetum abiicere facile coges. Caeteri autem a terrore et minis non fiunt immunes, licet

torqueri non possint, ut impuberes, senes, lactantes»: q. II, nn. 4-5, p. 482.

ibidem,

65. Sulla distinzione tra e l’autore si era già soffermato all’inizio del-

senectus decrepitas

l’opera: cfr. la q. X nel tit. I del I libro: In essa Zacchia offre una no-

De senio, seu decrepitate.

zione di decrepitezza, mutuata da Galeno: «Est igitur decrepitas vel si malis senium dicere po-

strema vitae aetas, in qua radicale humidum ad totalem sui absumptionem, et innatum calidum

ad totalem sui extinctionem properant: ea enim de re Gal. 2. de temperam. cap. 2. class. 1. dixit,

senium esse viam ad interitum [...]» (Zacchiae Quaestionum medico-legalium Tomus primus,

ed. cit., lib. I, tit. I, q. X, n. 11, p. 22); affronta inoltre il problema dell’inizio di tale fase, no-

tando le opinioni discordi esistenti sia tra i giuristi che tra i medici, oscillanti tra i 60, i 65 e i 70

anni: in definitiva, la decisione va rimessa caso per caso all’arbitrium (ibidem, q. X, nn.

iudicis

14-18, p. 22). 182 66

vecchiaia, come si continua ad affermare sulla base dell’autorità di Galeno ;

al medico spetta dunque di raccomandare al giudice di usare grande cautela

con tali soggetti e di procedere con gradualità e non repentinamente. Il sapere

medico spinge però ad ulteriori estensioni del divieto delle minacce, sempre

giustificate dal pericolo di vita a cui verrebbe esposto il reo causandogli una

grande paura, specie se repentina: così è consigliabile equiparare alle donne

gravide le puerpere nei primi giorni dopo il parto (soltanto i primi dieci, quin-

dici al massimo); in virtù delle teorie dell’epoca sulla circolazione sanguigna,

infatti, poiché ciò avrebbe

ex terrore et timore maxima fit sanguinis commotio,

come effetto di invertire il flusso del sangue, che la puerpera ha in eccesso e

che tende ad essere espulso, facendolo rifluire al cuore e lì ristagnare con peri-

67

colo grave per la sua vita :

Sed cum dixerimus praegnantem terreri non posse, num et puerpera, hoc est, quae de re-

centi peperit, terreri debeat? Hoc a iurisconsultis intactum video: dicamus ergo nos distin-

guendo, aut enim puerpera est in primis diebus sui puerperii, et tunc nullo modo est terrore

afficienda, qui terminus erit decem, aut ad summum quindecim dierum. Ratio est, quia ex

terrore, et timore maxima fit sanguinis commotio, de directo contraria ei, quae fit in puer-

perio: in puerperio enim sanguinis motus tendit ad exteriora per uteri venas; in timore san-

guinis motus recurrit ad interiora, et maxime versus cor, et sic puerperia facili negotio reti-

nentur, quae retentio quam discriminis plena sit, noverunt medici. Sequentibus vero diebus,

cum terror incussus tanto periculo hominem non exponat, erit, dummodo neque magnus sit,

68 .

neque repentinus, magis tutus

66. «Sed non videtur tam absolute de ea re, quoad pueros et decrepitos esse pronunciandum:

nam terror incussus, puero, aut decrepito periculo non vacat; facile enim pueri perterriti, et

maxime tenerioris aetatis, in epilepsiam, aliaque mala derepente incidunt, senes autem facili ne-

gotio in apoplexiam, aut in animi defectum, cum timor et terror ex sui natura animi defectum ex-

citare sint apti Gal. lib. I. de art. cur. ad Glauc. cap. 14. et lib. 2. de Sympt. caus. cap. 5. quod

maxime efficere possunt in senibus, ob caloris pauperiem. Cavendum ergo in his aetatibus, ut

quando magis tenerae et quando magis praecipitatae fuerint, tanto cautius tantoque minor terror

incutiatur. Monendum insuper, ut hic terror non sit repentinus [...]»: Zacchiae Quaestionum me-

ed. cit., lib. VI, tit. II, q. II, n. 6, p. 482.

dico-legalium Tomus secundus,

67. Da qui un ulteriore quesito di stretta competenza medica, circa la possibilità di equipa-

rare ai primi giorni di puerperio le fasi di mestruazione, per l’analoga situazione di un surplus

di flusso sanguigno che deve essere espulso dal corpo della donna: «Sed postquam purgationi-

bus puerperii tempore fluentibus mulier non potest terreri, poteritne menstruis purgationibus

fluentibus mulier terreri? Videretur enim eadem ratio in utroque casu militari, quia etiam in

menstruata fieri potest recursus sanguinis ad superiora, et inde plurima mala enasci mulieri exi-

tialia: sed dicendum, non esse parem rationem, nam multo promptius, et maiori cum periculo

ex retentione puerperii morbi adveniunt quam ex retentione menstruae purgationis [...]». La ri-

sposta negativa indica la mancanza di qualsiasi attitudine ad una maggiore benevolenza verso i

torturandi; il rischio fondato di arrecare danni gravi e permanenti o addirittura la morte, sulla

base della sua competenza medica, è l’unico elemento che induce Zacchia a sconsigliare la tor-

tura ed a graduarne la gravità; per questo egli ammette la ma si mostra al contempo

territio

contrario a sottoporre la donna, durante le mestruazioni, alla tortura vera e propria: q.

ibidem,

II, nn. 9-10, p. 482.

68. q. II, n. 8, p. 482.

Ibidem, 183

Ciò che rende questa ipotesi degna di nota ai nostri fini è che Zacchia sotto-

linea come si tratti di un caso non previsto da alcuna norma e sul quale i giuri-

sti tacciono: esempio significativo dell’importanza della collaborazione del

medico, con il suo bagaglio di preziose conoscenze sulla fisiologia del corpo

umano che devono in questa materia servire ad evitare che la tortura si trasfor-

mi involontariamente in una indebita forma di pena capitale.

Il secondo grado della tortura è in fondo un’estensione del primo, poiché si

tratta di una coazione psicologica portata al limite estremo, una minaccia con-

dotta fino al punto immediatamente precedente l’inizio effettivo del tormento:

il reo viene tradotto nel luogo della spogliato, legato e preparato per

quaestio,

la tortura, per poi vedersi concedere un’ultima per confessare la verità.

chance

La cautela usata dev’essere qui maggiore che nel primo caso, poiché in tal

modo l’efficacia della viene moltiplicata, e quindi anche i rischi, qua-

territio

lora venga praticata a carico di soggetti molto deboli, per costituzione fisica o

perché debilitati da una malattia grave ed in fase acuta o da febbre alta (esclu-

dendo tuttavia alcune malattie croniche, quali l’idropisia, le febbri debilitanti

costanti ma lievi, il morbo gallico, la gotta), oltre naturalmente alle categorie

69

già poste al riparo dal tipo meno grave di minacce . Il terzo grado vede il reus

già denudato, con le mani legate, nell’atto di essere sottoposto alla ma

quaestio

non ancora effettivamente torturato: valgono evidentemente in questo caso le

restrizioni e le cautele già indicate a favore delle suddette categorie, con parti-

colare attenzione ai bambini e ragazzi fino al quattordicesimo anno ed ai vec-

chi, per i quali la violenta emozione potrebbe essere fatale, al modo in cui –

dice Zacchia – la fiammella morente della lucerna si spenge per un soffio d’a-

70

ria più violento, cosicché il criminalista Bossi ammonisce di non

prudenter

sottoporre con leggerezza a tortura bambini ed anziani ed il nostro medico, ri-

cordando che la robustezza non è misurabile in base all’età e che la condizione

di ciascuno è diversa, invita alla estrema cautela e rimette la valutazione di vol-

ta in volta all’arbitrio del giudice (cosa che, ai suoi occhi, significa alla valuta-

zione del medico, che il savio e prudente giudice si premurerà di convocare ed

69. «[...] maiori ergo cautione his uti debemus: nam forte neque valetudinarii, si multum de-

biles sint et tenuis complexionis neque notabili morbo affectos, et maxime non aspernabili febre,

aut acuto aliquo morbo, ad hunc usque terminum torquendi, vel potius deterrendi. Excipio ta-

men chronicos quosdam morbos, ut hydropem, cachexiam febres longas, sed leves, morbum gal-

licum, arthritim et alios huiusmodi»: q. II, n. 11, pp. 482-483.

ibidem,

70. Si tratta di uno dei giuristi italiani dedicatisi nel Cinquecento ad una pionieristica e fe-

conda attività di razionalizzazione della prassi criminale e di embrionale riflessione scientifica e

categorizzazione a partire da essa. Bossi rientra in effetti nel ristretto novero delle auctoritates

più citate in materia penalistica, tra XVI e XVII secolo; su tale figura, a lungo trascurata dalla

storiografia ed ora opportunamente rivalutata, cfr. M.G. di Renzo Villata, Egidio Bossi. Un gran-

in

de criminalista milanese quasi dimenticato, Ius Mediolani. Studi di storia del diritto milane-

Milano, Giuffrè, 1996, pp. 365-616: specie 427-451 sul-

se offerti dagli allievi a Giulio Vismara,

la tortura (e gli indizi, che ne sono il presupposto).

184

71

interrogare sul punto) . Il quarto e quinto grado vedono la tortura ormai in atto

e progressivamente più violenta e dolorosa, a causa del tempo per il quale si

protrae e di particolari accorgimenti adottati appositamente per accrescerne

l’efficacia, come versare acqua fredda sul dorso del torturato, legare un legno

tra i piedi per non farli unire, scuotere la fune nel tormento omonimo, aggiun-

gere pesi ai piedi del soggetto, in questi casi occorre escludere, in

et similia:

via generale, quanti siano affetti da febbri, a meno che non si tratti di debole

febbre quartana nei giorni di intervallo, i malati e comunque quanti possiedano

72

una debole costituzione fisica .

Resta da stabilire, infine, se la reclusione nel carcere possa considerarsi un

tipo di tortura, cosa dibattuta e controversa tra i giuristi (si citano in parata

Baldo degli Ubaldi, Paride dal Pozzo, Giulio Claro, Iacopo Belvisi e soprattut-

to l’onnipresente Farinacci); pur ammettendo che in questa ipotesi manca la

sottoposizione del reo ad una vera e propria Zacchia propende per as-

quaestio,

similare la carcerazione ad una di tormento («Sed in rei veritate, carcer

species

dici potest tormentum corporis et animi; unde idcirco dicitur infernus et sepul-

tura vivorum. Farinac. ubi supra, eod. [q. XXVII, n. 1] imo carcer durus quae-

stioni aequiparatur: Bellovis. in Pract. iudic. part. 2. rubr. de quaestione et qua-

lit. torm. num. 5. et iure, quia ex carceris duritie non minus elici potest per vim

73

veritas a reis, quam ex duritie tormentorum» ), sebbene dichiari la necessità di

giungere ad una soluzione da dare caso per caso, tenendo conto del tipo di pro-

cesso che si sta svolgendo oltre che, soprattutto, delle condizioni di salute del

74 75

soggetto, da valutare di volta in volta. Sia il processo , sia l’infermità sono

graduabili quanto alla loro gravità e alla domanda «an quis absque vitae di-

76

spendio in carcere detineri possit?» la risposta può darsi solo incrociando i

dati relativi ai due fattori. L’ambizione dell’autore è infatti quella di fornire af-

71. Cfr. Zacchiae ed. cit., lib. VI, tit. II, q.

Quaestionum medico-legalium Tomus secundus,

II, nn. 12-13, p. 483.

72. Cfr. q. II, nn. 14-15, p. 483.

ibidem,

73. q. II, n. 18, p. 483.

Ibidem,

74. «Causa ergo vel est civilis, vel criminalis: criminalis item vel est levis, vel gravis, vel

gravissima. Levem voco, cum quis detinetur in carcere, pro aliquo levi delicto, quod vel pecu-

niaria, vel levissima aliqua poena expiare soleat. Gravem, cum pro delicto reus gravi poena cor-

poris afflictiva, aut etiam capitali, sed non ultimi supplicii, aut privatione bonorum, saltem ma-

gna ex parte, est mulctandus. Gravissimam, cum delictum, pro quo custoditur, ultimum suppli-

cium exposcit»: q. II, n. 20, p. 483.

ibidem,

75. «Eodem modo infirmitas [...], vel est levis, nempe quae neque de praesenti, neque in fu-

turum etiam, in ipsis carceribus reo manente, quicquam timeri possit, ne eius incolumitati nota-

biliter praeiudicet, ut esset levis stomachi, aut infimi ventris dolor, scabies [...] et id genus alia;

vel est gravis, nempe quae coniuncta est cum aliquo vitae periculo etiam dubio, vel quae cum

non sit talis, potest fieri talis, ex mora in carcere, aut ex sua natura, ut tertiana febris, etiam in-

termittens ac simplex, et multo magis duplex, aut quotidiana intermittens, quartana quaecunque,

et alii non dissimiles morbi [...] Vel tandem infirmitas est gravissima, id est, cum manifeste vitae

periculo, quales sunt febres continuae omnes, morbi acuti et huiusmodi»: ibidem.

76. Ibidem. 185

fidabili regole generali anche su questo tema; pertanto, come primo precetto,

vale l’indicazione per cui un’infermità lieve non può considerarsi ostativa ad

un carcere non troppo duro; la valutazione deve però essere fatta anche alla

luce della variabile rappresentata dalla causa per la quale è stato comminato il

carcere e, di conseguenza, come secondo precetto, può dirsi che in un proces-

so di lieve entità (cioè avente ad oggetto un reato di modesta gravità, per il qua-

le è quindi prevista una pena lieve) anche una lieve infermità dà motivo di scar-

cerare il nulla di strano infatti che le privazioni nel vitto e le pessime con-

reus:

dizioni di vita del carcere, possano condurre in

locus immundus et horribilis,

pericolo di vita anche chi sia affetto da una malattia non grave e, se il processo

nel quale è implicato non è grave (nel senso già esplicato), è giusto evitare al-

l’imputato rischi inutili per la sua salute:

Etsi enim ratio notabiliter prognosticari possit, nihil ex tali infirmitate esse timendum, at-

tenta causae levitate et incertitudine, quam habemus in quibuslibet levissimis morbis appa-

ratus corporis aegrotantis, levis morbus respectu levis causae gravis dici potest ad hunc ef-

fectum: quod tanto magis habere locum, quanto infirmitas etiam levis magis protraheretur,

nam tunc dubitationi locum non facerem, quia cum in carcere detenti multa incommoda pa-

tiantur, non solum quoad ea, quae in victu necessaria sunt, sed etiam quoad res ipsas non

naturales, et maxime ad aërem, qui in carcere non potest esse nisi teterrimus, cum sit locus

immundus, et horribilis [...] hinc est, quod etiam levis morbus, si perseveret, ita urgere po-

77 .

test, ut facile carcerati vitam in discrimine ponat

Come terza un’infermità lieve non può far evitare il carcere in pen-

conclusio,

denza di un processo grave o gravissimo; infine, come quarto precetto, un’infer-

mità grave esclude la reclusione in presenza non solo di qualsiasi causa civile ma

anche di una criminale grave (ed a maggior ragione di una di scarsa entità), per-

ché non sarebbe giusto porre in pericolo di vita una persona detenendola in car-

cere, nel momento in cui la gravità dello stato di salute è determinata da un timo-

re fondato e ragionevole che non scaturisce dalla serietà oggettiva in astratto con-

siderata della patologia, ma dalle condizioni ambientali reperibili nel carcere,

prevedibilmente capaci in concreto di determinare un decorso maligno del mor-

78

bo . Gli stessi e più forti motivi militano perché l’infirmitas eviti il

gravissima

carcere al anche in presenza di un grave delitto, poiché ogni medico sa bene

reus,

che è difficilissimo curare una malattia molto grave in carcere, con un evidente

79

pregiudizio per il malato, come dimostra anche Giovanni Battista Codronchi ;

77. q. II, n. 22, p. 483.

Ibidem,

78. «Rationabilis autem timor non modo apparet ex parte et ex natura morbi, qui aptus est

interdum in mortem terminari, sed ex aliis plerisque conditionibus, ut ex malo carceris aëre, ex

ineptitudine ministrantium, et medicamentorum non opportuna exhibitione, ex gravibus infirmi

pathematis, quae omnia cum plerisque aliis facile ad aegri interitum etiam in infirmitate alias

non lethali, sed tamen gravi, conspirare consueverunt»: q. II, n. 24, p. 484.

ibidem,

79. Zacchia si appoggia qui all’insegnamento di un altro pioniere della medicina forense, il

medico imolese Giovan Battista Codronchi (1547-1628), autore anche di una Methodus testifi-

edita nel 1597, importante ai nostri fini perché dedicata alla redazione dei referti medici

candi, 186

Zacchia tuttavia si astiene dal pronunciarsi sull’ipotesi ulteriore, in cui anche il

delitto commesso risulti gravissimo e rimette la decisione ai giuristi (citando

Farinacci, che pare propendere per la negativa), pur ribadendo la propria convin-

zione che la detenzione ponga a forte rischio la vita del malato:

Mihi satis superque est admonuisse, in carceribus detentos, morbo periculoso aut acuto la-

borantes, facile et prompte interire, difficillime et aegerrime ad salutem perduci, cum ob

inopportunam remediorum administrationem, tum ob vehementes animi passiones, et

80 .

maxime timorem et moerorem, quae, quid aliud, infelicem morborum exitum promittunt

5. Quesiti medico-legali: il sapere medico alla prova

La trattazione prosegue quindi entrando maggiormente nel merito dei sin-

goli mezzi di tortura, osservati da vicino sulla base dell’esperienza medica del-

l’autore. Proprio a causa della sua prevalente diffusione, l’attenzione si con-

81

centra soprattutto sul tormento della fune , cercando di rispondere ad una se-

rie di concreti quesiti in modo da offrire una guida affidabile per gli operatori

che pongano in essere tale così, ribadito come «frequentius et usita-

quaestio;

tius est tormentum funis [...] quia cum magnum inferat dolorem ac cruciatum,

hominis saluti nequaquam officit», l’avveduto trattatista rileva come siano

molteplici gli elementi da considerare per calcolare il grado di tolleranza al

supplizio, variabile in base al dolore provato dal Il dolore stesso, in effet-

reus.

ti, può a sua volta essere accresciuto o diminuito da una serie di fattori e di ac-

corgimenti pratici, quali, ad es., lo spessore della fune: poiché una corda sotti-

le aumenta di molto il dolore, essa potrà usarsi «in robustis, in iuvenibus aut vi-

ris, in sanis», mentre sarà opportuno ricorrere ad uno spesso canapo «in debili-

bus ergo, in pueris, in senibus, in valetudinariis». Il modo in cui si lega il pa-

ziente ed il ricorso ad un laccio di cuoio (la c.d. possono anch’essi mo-

stringa)

dificare grandemente gli effetti del tormento, rendendolo dolorosissimo, poi-

82

ché si può giungere a dilaniare la carne fino all’osso . Altro aspetto da consi-

derare con attenzione e cautela è il tempo che intercorre tra la legatura del pa-

ziente ed il momento nel quale viene issato e lasciato appeso. Poiché lasciare

legato strettamente e a lungo un soggetto lo espone a grave pericolo, come at-

testa Avicenna (in riferimento all’esecuzione di una flebotomia), legare stretta-

mente e per molto tempo un soggetto debole e poi somministrargli la fune è ri-

83

schioso ed il giudice dovrebbe astenersene .

in giudizio (cfr. C. Puccini et alii [a cura di], Il ‘Methodus testificandi’ di G.B. Codronchi,

Bologna, Forni, 1987).

80. Zacchiae ed. cit., lib. VI, tit. II, q. II, n.

Quaestionum medico-legalium Tomus secundus,

25, p. 484.

81. q. III, pp. 484-487.

Ibidem, De tormentis in specie, et primo de tormento funis,

82. q. III, nn. 1-2, p. 484.

Ibidem,

83. Cfr. q. III, n. 3, p. 484.

Ibidem, 187

Un tema controverso riguarda se sia più dolorosa la semplice sospensione,

ovvero i ‘tratti’ di corda: i giuristi optano per la prima ipotesi, mentre Fortunato

Fedele argomenta in favore della seconda; Zacchia sposa senz’altro la posizio-

ne del medico: «mihi certe medici opinio sit verisimilior, quia maior fit violen-

tia in ictibus, quam in simplici suspensione; maior igitur unitatis solutio, et ex

consequenti maior cruciatus, quia ex maiori et violentiori unitatis solutione,

84

maiorem fieri non est dubium» , non senza tuttavia cercare di salvare anche la

85

opposta tesi del Farinacci, che non avrebbe distinto tra molestia e dolore .

Occorre poi ricordare che non vi è sempre esatta corrispondenza tra dolore in-

ferto e pericolosità: lo scuotimento della fune è più doloroso ma meno pericolo-

so dei rilasci violenti della corda, che non possono essere ripetuti per più di tre

volte di seguito, anche in presenza di un crimine atrocissimo e del massimo gra-

do di tormento. Del resto, le variabili sono infinite: tra le altre cose, occorre te-

ner conto dell’altezza del soffitto al quale è fissata la carrucola, per cui l’autore

consiglia di fissare per esso un limite massimo, onde evitare che i tratti di corda

si rivelino eccessivamente pericolosi. Un altro caso sottoposto al giudizio del

medico concerne l’ipotesi in cui il soggetto venga appeso per un solo braccio,

essendo l’altro impedito: a parere di Zacchia la tortura si rivela in questo caso

meno dolorosa, poiché manca la torsione delle braccia dietro la schiena, e meno

pericolosa, mentre sconsigliabile appare la pratica degli che com-

ictus chordae,

porta il rischio della perdita funzionale del braccio; sembra preferibile, perché

garantisce maggiormente l’incolumità del paziente, limitarsi agli scuotimenti

della fune, sufficientemente dolorosi da garantire comunque l’efficacia del tor-

86

mento .

L’autore si accolla anche il compito di offrire la spiegazione scientifica del-

la particolare efficacia di talune pratiche invalse nell’uso: spiega quindi perché

il dolore cresca quando si torni ad infliggere il tormento dopo un intervallo nel

quale il corpo del torturato si sia raffreddato; perché risulti più efficace lascia-

84. q. III, n. 4, pp. 484-485.

Ibidem,

85. «[...] quia summa molestia, quae percipitur in suspensione dolori associata, superat ab-

sque dubio molestiam et dolorem in ictibus perceptum» (ibidem, in fine).

86. «[...] tormentum funis per unum brachium inflictum et minus molestum, et minus dolo-

rosum, et minori periculo subiectum esse. Nam praeterquam quod (hoc enim ad multo maiorem

cruciatum facit) brachia sic non contorquentur, certum est, partes numero pauciores male habe-

re, et minorem multo spiritus angustiam fieri. Illud maxime in hoc casu considerabile est, ictus

maius afferre periculum, quam cum per utrumque brachium rei torquentur: quia cum corporis

pondus ab unico brachio sustentetur, si per se ex alto labi permittatur, suspensumque remaneat,

totam vim unicum brachium sustinet, et sic impossibile est, quin ligamenta, nervi, musculi, et

musculorum capita in ea parte lacerantur, ac discindantur, unde in posterum homo brachii illius

usum vel totum, vel in partem amittat; praeterquam quod alia pericula ex ea re imminere pos-

sunt, ut rupturae venarum et dilatatio arteriarum, in ea potissimum parte, quae alligatum bra-

chium respicit; cavendum ergo duxerim ab ictibus, praecipue violentis in hoc casu, et potius

quassationibus utendum, quae cum ab omni periculo immunes sint, sufficientes existimandae ad

reum, quantum necessitas requirit, cruciandum»: q. III, n. 8, p. 485.

ibidem,

188

re il paziente appeso a poca distanza da terra, piuttosto che molto in alto; per-

87

ché vengano rasati tutti i peli del corpo per la migliore riuscita della .

quaestio

Al medico spetta inoltre di fornire un parere competente circa i limiti astrat-

tamente prevedibili, onde evitare rischi per l’incolumità del torturato; per que-

sto, avallando la prassi vigente, l’autore indica la durata massima raccomanda-

bile in una ora: «Sed certe conveniens est et sufficiens ad summum, horae spa-

tium, et prudenter hoc tempus moderati sunt iudices [...]»; protrarre ulterior-

mente il tormento pone il in pericolo di vita ed espone il giudice alle relati-

reus

ve sanzioni, poiché le leggi «reos aut poenae, aut innocentiae incolumes servari

88

praecipiunt» . In secondo luogo, egli richiama il divieto di reiterare la tortura

per più giorni di seguito e cerca di determinare la durata minima necessaria del-

l’intervallo prima di una nuova In proposito, vi sono opinioni e prassi

quaestio.

contrastanti, che variano dai tre agli otto o dieci giorni, secondo i criminalisti

più accreditati (ancora Farinacci, nonché Paride dal Pozzo, nel suo Tractatus de

la risposta del Nostro è ancora una volta pragmaticamente antidog-

Syndicatu);

matica, dovendosi calibrare l’intervallo a seconda della gravità della tortura in-

89

flitta e delle forze residue del ; in questo caso, Zacchia sposa una posizio-

reus

ne garantista ed ispirata alla cautela, distaccandosi esplicitamente ed insolita-

mente dalla prassi (senza però escludere l’arbitrio del giudice di regolarsi diver-

samente nel singolo caso), proponendo uno spazio di quindici giorni:

In hac re si medicorum iudicium requiretur, tale ex mea sententia esse debet universaliter

loquendo, non debere reum ante quindecim dies de novo tormento exponi, nisi iudex ob cri-

87. In verità, nonostante che ciò sia sostenuto da molti autori, quali Paride dal Pozzo,

Flaminio Cartari e Tranquillo Ambrosini, l’autore confessa di non poterne dare una razionale

spiegazione medica: «Mihi quidem, ut veritatem ingenue fatear, nulla de re physica ratio, quae

satisfaceret, in mentem venire poterat»; messi da parte gli esempi mitici e quelli tratti dalle leg-

gende poetiche, tutto si riduce alla connessione tradizionalmente istituita tra la virilità, ed il co-

raggio ad essa connesso, e l’abbondanza di peli e capelli (a riprova della quale può notarsi che

donne ed eunuchi sono glabri), ovvero al timore che il paziente possa nascondere qualche anti-

doto magico contro il dolore della tortura («Superstitiosum quid inesse putant iudices in ipsis pi-

lis, illis abscondi posse remedia quaedam, et characteres ad tormenta sustinenda»): q. III,

ibidem,

n. 12, pp. 485-486. La risposta del medico sgombra il campo da tali credenze: l’atrocitas della

è da sola più che sufficiente a garantire la confessione ed anche i pochi che inizialmen-

quaestio

te resistono quasi sempre cedono ad una seconda seduta, specie nel caso del tormento della ve-

glia. Una ingegnosa spiegazione offerta da qualche giudice ritiene che la pratica della rasatura

causi maggiore molestia al soggetto, per il freddo che così penetrerebbe nel corpo e specialmen-

te nella testa, ipotesi non scartata da Zacchia: «Ergo consentaneum vero est, per adapertos poros,

in locis, in quibus pili abraduntur, et maxime in capite, externum frigus ad interna, in eo labore et

agone, nonnisi summo cum taedio penetrare, atque eo modo in causa esse, ut rei eo taedio, cru-

ciatibus, quos perpetiuntur, adiuncto victi vel nolentes veritatem fateantur» (ibidem, n. 14).

88. q. III, n. 15, p. 486.

Ibidem,

89. «Illud certum est, debere considerari qualitatem torturae praegressae, et rei torquendi vi-

res, aliasque concurrentes conditiones, antequam de tempore intermedio quicquam determine-

tur: poterit enim illud longius, aut brevius esse, pro torturae prioris maiori aut minori gravitate,

pro rei maiori, aut minori robore, et sic de caeteris [...]»: q. III, n. 16, pp. 486-487.

ibidem,

189

minum immanitatem, atrocitatem tormentorum affectare cogatur nam alias periculum est,

in secunda tortura ante hoc tempus illata, nervi, venae, arteriae et capita musculorum ne di-

srumpantur, ipsique musculi lacerentur, et insigniter debilitentur, maxime in pectore [...] ut

90 .

in nonnullis ex tormenti acerbitate evenisse testetur Fortunatus noster

Il campo d’azione tipico del medico in materia di tortura è però quello del-

la individuazione, in generale, cioè per categorie di soggetti, ed in concreto,

nei singoli casi, degli che escludano la torturabilità di un indaga-

impedimenta

to per motivi riconducibili alla sua condizione fisica o al suo stato di salute.

L’intera IV è dedicata a tale materia, con riguardo al tormento della

quaestio

fune, e si apre con un tentativo di categorizzazione in proposito, certamente

non originale ma senz’altro utile da tenere a mente per gli operatori giudiziari:

Impedimenta huiusmodi considerari possunt vel ex parte aetatis, vel ex parte morborum,

vel ex parte constitutionis et habitudinis corporis. Ex parte aetatis, vel quia est nimis tene-

ra, vel nimis praecipitata. Ex parte morborum, qui vel respiciunt totum, vel partes. Ex par-

91 .

te constitutionis corporis vel totius, vel partium

Circa l’età, essa funge da impedimento a favore dei bambini, prima della

pubertà, e degli anziani; la determinazione dell’età alla quale l’una condizione

cessa e l’altra inizia viene tuttavia rimessa all’opera interpretativa dei giure-

consulti, che si basano sulle leggi romane e sono da tempo giunti a conclusio-

ni che possono considerarsi pacificamente condivise, vere communes opinio-

92

. Da un lato, dunque, la pubertà s’intende iniziare a 14 anni e sotto tale li-

nes 93

mite il ragazzo non può essere torturato ; Zacchia respinge il tentativo di in-

trodurre una alla applicando comunque la tortura quando vi

limitatio regula,

sia una norma statutaria che consenta di testimoniare al minore di 14 anni (con

l’estensione implicita, dunque, di tutte le regole relative ai testimoni in giudi-

zio, anch’essi, oltre all’imputato, sottoponibili a tortura): la di quella

ratio

estensione riguarda infatti il la maturità precoce riscontrata dagli

vigor animi,

statutari in una determinata terra, ma ciò non toglie che in età così verde man-

chi ancora il necessario per sostenere la tortura. La soluzione

vigor corporis,

infine accettata dal medico salva l’esigenza di cercare di ottenere la confessio-

ne e tutela la salute del giovinetto: alcuni dando prova di moderazio-

doctores,

ne e di affrontare il problema ammettono soltanto le forme di tortu-

prudenter,

90. q. III, n. 16, p. 487.

Ibidem,

91. q. IV, n. 1, p. 487.

Ibidem,

92. Esaurienti indicazioni in materia si reperiscono nel titolo I del primo libro, De aetatibus,

dedicato proprio alla scansione della vita umana nelle sue diverse fasi; il titolo, che comprende

dieci individua sette età: cfr. q. I, q. II,

quaestiones, Quid sit aetas; De divisione ac numero ae-

(si tratta della della della della della della

tatum infantia, pueritia, pubertas, iuventus, virilitas,

della trattate partitamente di seguito).

senectus, decrepitas,

93. In base ad una norma esplicita del la

Digesto: l. De minore 14 annis, ff. de quaestionibus

(D.48,18,10, pr.); Zacchia indica con perizia anche le consuete criminalistiche ed

auctoritates

attinge a Fortunato Fedele quale affidabile collettore delle dottrine medico-legali: cfr. q.

ibidem,

IV, n. 2, p. 487. 190

ra più lievi, «ut ferula, vel scutica», perché quella regola garantista mira anzi-

tutto ad evitare il che potrebbe recare danni gravi ai bambini,

tormentum funis,

come argomenta Fedele, che giunge a sconsigliare la fune anche per gli adole-

scenti, fino al diciottesimo anno. L’ultima parola tocca comunque al giudice

(«[...] sed quae a iure determinari non possunt iudicis requirunt arbitrium»),

essendo la complessione fisica e la forza delle membra diverse da caso a caso,

sempre «requisita, si libet, medici sententia», ad evitare un successivo giudizio

94

di sindacato per imperizia .

Lo spazio riservato all’arbitrium è ancora più ampio nel caso del

iudicis se-

poiché i giuristi non reperiscono indicazioni precise nelle fonti romane (la

nex, è la

sedes materiae l. Si quis gravi, §. Ignoscitur, ff. ad SC Syllanianum et

95

[D.29,5,3,7] ) e si affidano quindi al prudente apprezzamento del

Claudianum

giudice, salvo taluni che indicano come limite l’età di 70 anni, mentre Fedele

preferisce i 63 anni, sulla scorta dell’insegnamento di Ippocrate che scandisce

la vita umana individuando diverse età sulla base di periodi di sette anni:

[...] unde in septimana sequenti annum sexagesimum tertium, senes plerumque viribus om-

nino destituntur, et ad omnem laborem inhabiles fiunt, quod corpore et animo langueant:

sed melior est iurisconsultorum sententia, quia nullus certus terminus in ulla re, et praeci-

pue in aetatum mutatione potest in particularibus assignari, et sic iudicis arbitrium in hoc

96 .

intervenire debet [...]

Circa le affezioni morbose in presenza delle quali è opportuno evitare l’e-

sperimento dei esse sono molteplici, a cominciare dalle febbri, di

tormenta,

qualsiasi specie, poiché la tortura della corda produce di per sé molto calore,

97

che potrebbe determinare il manifestarsi di una febbre altissima . Molta atten-

zione deve essere prestata anche in presenza di febbre terzana o quartana, sul-

la base delle teorie mediche dell’epoca, che sconsigliano di profittare dei gior-

ni di remissione del morbo, per non aggravare la malattia e farla mutare in feb-

98

bre continua ed acuta . Con lo stesso atteggiamento di prudente attenzione

94. q. IV, n. 4, pp. 487-488.

Ibidem,

95. In realtà il frammento ulpianeo qui richiamato offre soltanto un estrapola-

argumentum,

to con una certa dose di fantasia, poiché la fattispecie considerata nel paragrafo è diversa e non

concerne l’uso della tortura, anche se altre norme del lungo passo ulpianeo sfociano nella previ-

sione della a carico dei servi, in determinati casi: giustamente Zacchia rileva perplesso

quaestio

tale modo di procedere («qui textus an ad hanc rem faciat, ipsi videant»), tipico della scienza

giuridica medievale, che instaura sovente nessi improbabili, o comunque non immediati e diret-

ti, tra le norme romane ed i casi offerti dalla prassi coeva: q. IV, n. 5, p. 488.

ibidem,

96. q. IV, n. 6, p. 488.

Ibidem,

97. «Quia in chordae tormento maxime spirituales partes afficiantur, et plurimus in illis ca-

lor ex molesto tormenti labore excitetur, periculum est, ne ex calore etiam minimo magna febris

accendatur»: q. IV, n. 7, p. 488.

ibidem,

98. «Sed utrum excusare debeat simplex tertiana intermittens, aut simplex quartana saltem

in diebus intermissionis, dico, quod debeat excusare et maxime tertiana, ob id quod corpus faci-

le ex incalescenti a tormento et labore facta, et calidissimis humoribus iam putrescentibus refer-

tum, maiorem de facili potest calorem concipere, et ex simplici tertiana continuam, imo acutam

191

alle condizioni di salute del paziente, Zacchia elenca diligentemente – parten-

do da quelle che colpiscono la testa e fino a quelle specifiche degli arti – una

serie di patologie invalidanti ai fini della tortura: scegliendone qui solo alcune

a fini esemplificativi, il catalogo contempla i sintomi dell’apoplessia, l’epiles-

sia, l’asma e la difficoltà di respirazione, le malattie cardiache, la rottura di

99

vene, l’idropisia, ogni sorta di ernia, i dolori articolari ed artritici . Anche il

morbo gallico esenta dalla tortura, come sostengono comunemente i giuristi,

ma non indistintamente: il sapere medico consente di diversificare il tratta-

mento in conseguenza della diversa gravità del morbo, valutata in base ai sin-

tomi accusati dal malato; in tal modo l’arbitrium del giudice assume i contor-

ni positivi del prudente apprezzamento in quanto si affidi al responso reso dal

medico, il cui intervento è necessario per la sua specifica ed infungibile com-

petenza («ex arte»): «verumenim vero neque in hoc potest quicquam certi de-

terminari, unde et arbitrio iudicantium hoc ipsum moderandum censeo, addito

100

medicorum consilio» . Costituiscono impedimento anche le fratture alle

braccia verificatesi dopo la pubertà (quelle avvenute si sanano

ante pubertatem

infatti con facilità ed anzi irrobustiscono le ossa), ad evitare la probabile eve-

101

nienza di una nuova rottura , così come le gravi ferite alle braccia che abbia-

no interessato le articolazioni ovvero abbiano reciso vene, arterie, muscoli e

nervi, di cui si può facilmente valutare l’entità dalle grandi cicatrici che le se-

gnalano.

La stessa costituzione fisica può rappresentare motivo sufficiente per impe-

dire la in primo luogo occorre tener conto dell’eventuale obesità del

quaestio:

102 , che andrebbe incontro al grave pericolo della lacerazione di muscoli e

reus

vene, per il grande peso del corpo, anche nel caso di mera sospensione ed an-

cor più in caso di o di inferti alla corda, oltre alle difficoltà

quassationes ictus

di respirazione che insorgerebbero, con conseguente pericolo di apoplessia e di

sincope. Anche i malati e quanti in genere presentino una debole costituzione

sono inadatti alla fune, a scongiurare il rischio dell’insorgenza di ulteriori ma-

lattie e addirittura della morte: il problema nasce tuttavia per l’impossibilità di

febrem excitare. Minus quidem periculi esset in quartana: in qua humores praedominantur frigi-

diores, sed tamen, nisi admodum levis sit item ex ea periculum impendet, quod quidem maius

erit ex hoc, quod quartana ex simplici continua facta est maxime periculosa, ut Celsus testatur

lib. 3, c. 15 [...]»: ibidem.

99. Cfr. q. IV, nn. 8-10, pp. 488-489.

ibidem,

100. q. IV, n. 11, p. 489.

Ibidem,

101. Zacchia riporta inoltre, in questo caso dissentendo, il parere di Fedele, che ammette no-

nostante tutto la tortura, con la cautela però di osservare se le braccia divengano livide, prescri-

vendo in questo caso la sua interruzione immediata: q. IV, n. 12, p. 489.

ibidem,

102. Anche su questo punto l’autore dissente dal Fedele, che distingueva tra obesi di natura

ed obesi divenuti tali con l’età, reputando questi ultimi esposti a minor pericolo e dunque sotto-

ponibili a tortura. La diatriba si svolge citando Galeno, ma l’argomento dirimente per Zacchia,

che abbraccia costantemente soluzioni più caute e ‘garantiste’ di quelle propugnate da Fedele, è

il pericolo per la salute del reus. 192

predeterminare con esattezza quale grado di debilitazione debba presentare il

paziente; ancora una volta, soltanto l’esperienza del medico può fornire caso

per caso una risposta motivata sullo stato generale di salute del soggetto, fon-

data sulla interpretazione corretta dei indirizzando la decisione del giu-

signa,

dice e, di fatto, sostituendosi ad essa:

[...] sed quinam ad hunc effectum debeant dici debiles, et qui valetudinarii, non ita in

promptu est. Signa equidem, ex quibus valetudinarii deprehendi possint, iam percurri lib. 3.

tit. 2. [de morborum simulatione] quaest. ult. [de morbos dissimulantibus] num. 7. Sed in

hac ipsa re iudicis arbitrium requiri non est dubium, quod requisita medicorum sententia

103

.

ferre debet

L’identica preoccupazione di salvaguardare la vita e la salute del torturando

induce Zacchia a soffermarsi anche sulla prescrizione, accolta usualmente dai

giuristi, che nessuno venga torturato subito dopo aver mangiato o bevuto: la

puntigliosa dissertazione tecnica sulle conseguenze deleterie prodotte dalla

presenza del cibo nell’organismo di colui che subisce la mira a sensi-

quaestio

bilizzare sulla necessaria adozione di questa cautela ed al contempo a dimo-

strare la capacità della scienza medica di spiegare pratiche che potrebbero al-

trimenti considerarsi immotivate o genericamente umanitarie, oltre a far risal-

tare la sua personale preparazione. Il cibo, dunque, rende più difficoltosa la re-

spirazione, già di per sé impedita dalla dinamica del e induce al

tormentum,

vomito, che potrebbe causare il soffocamento del torturato. Per questo è appro-

priata la regola prescritta dai giuristi di far digiunare per dieci ore il soggetto

destinato alla tortura ed appare azzardata la prassi di ridurre tale lasso di tem-

po, dovendosi preferire la soluzione più sicura, «si cum debita circumspectio-

104

ne in re tanti momenti procedere in animo sit» .

Infine, le limitazioni derivanti dal sesso, relativamente alle puerpere e, per

estensione, alle donne incinte, sulla base della pacifica dei giure-

interpretatio

consulti, che leggono in tal modo un passo del la

Digesto: l. Praegnantis, ff. de

(D.48,19,3), dove Ulpiano prevede il differimento della pena ma non

poenis

parla in verità della tortura, come rileva puntualmente Zacchia. Il puerperio

pone dunque al riparo la madre dal subire la per 40 giorni e ciò pare

quaestio

misura opportuna, secondo il parere medico del nostro autore, che riconduce

tale previsione alla perdurante dilatazione delle vene causata dal parto, che la

tortura acuirebbe infliggendo alla donna un dolore atroce e ponendola in peri-

103. q. IV, n. 15, p. 489.

Ibidem,

104. q. IV, n. 17, p. 490. Ancora una volta la scienza ed esperienza del medico si ri-

Ibidem,

velano utili: la regola delle dieci ore di digiuno, pur sensata e posta a garanzia del può in ta-

reus,

luni casi ritorcerglisi contro, laddove la costituzione fisica e l’abitudine del soggetto gli rendano

difficile sopportare l’astinenza dal cibo per tanto tempo, come capita ad esempio per i biliosi (ri-

conoscibili da una serie di segni puntualmente elencati dal Nostro, ad uso del giudice), impe-

dendogli di conseguenza di sostenere poi la tortura (anche l’età influisce sulla capacità di resi-

stere al digiuno, come attestano le autorità mediche). In tal caso il limite delle dieci ore deve es-

sere ridotto: q. IV, n. 18, p. 490.

ibidem, 193

105

colo . L’esenzione viene normalmente estesa a favore delle donne che allatta-

no, non solo nell’interesse dell’infante, ma anche per salvaguardare la loro sa-

lute, anche se Zacchia rifiuta la tesi secondo cui in tal modo avremmo una no-

civa dispersione per tutto il corpo del latte, causa di dolori, febbri e debilitazio-

ne generale, sul presupposto – a suo avviso errato – che il latte origini dal san-

106

gue e rifluisca dunque insieme ad esso verso il cuore .

Un ultimo quesito concerne la maggiore capacità di sopportazione esibita

dalle donne nel tormento della corda, come risulta dall’esperienza comune e

come attestano tanto i giuristi quanto i medici. Il nostro autore respinge in pro-

posito l’opinione avallata anche da Fedele, circa la maggiore facilità di respi-

razione durante il tormento dovuta alla presenza del seno, ma fornisce una

spiegazione in chiave psicologica, accreditando le donne di una maggiore per-

tinacia nel resistere a chi voglia distoglierle da ciò che hanno determinato in

cuor loro: di qui la loro capacità di resistenza, frutto della innata caparbietà

107

d’animo muliebre . Ciononostante, gli effetti del difetto della pervicacia sono

superati dal combinarsi di un altro tipico connotato psicologico femminile,

quale la con un vizio ancora più innato nelle donne, quello di

timiditas animi,

non saper tacere e mantenere un segreto, per cui alla fine esse confessano pri-

ma e più facilmente degli uomini, pur tollerando meglio la tortura, cosicché si

consiglia di iniziare la dalla donna, in presenza di coimputati di sesso

quaestio 108

diverso, perché più incline a confessare .

Di particolare rilievo medico-legale risulta poi un altro tema che Zacchia

affronta partitamente, nella VI (Reos

quaestio tormentis deficere, ex quibu-

relativo ai sintomi premonitori di malori gravi e

snam signis cognosci possit),

105. «Ratio assignationis eius termini conveniens quidem videtur [...] quia etiam cessantibus

puerperiis adhuc venae hiant, et apertae ad hoc usque tempus in pluribus remanent, ad expur-

gandas quasdam superfluitates in uteri substantia a partu relictas. Evenire igitur facile potest,

quod venae in tormentis adhuc magis adaperiantur, et sanguis fluorem, aut alium etiam non mi-

nus periculosum morbum excitent, et praecipue hystericos, seu uterinos dolores, quos ipsos

chordae tormento atrociores esse aliquando ipsa docet experientia»: q. IV, n. 20, p. 490.

ibidem,

Anche in precedenza l’autore aveva sostenuto la particolare condizione di vulnerabilità della

puerpera, collegandola al flusso sanguigno: cfr. supra.

106. Altrimenti, egli argomenta, le nutrici dovrebbero indebolirsi al limite dello sfinimento,

fornendo litri di latte ogni giorno per anni e quindi perdendo sangue in proporzione: q.

ibidem,

IV, n. 21, p. 490.

107. L’auctoritas invocata sul punto è il famoso trattato composto

De legibus connubialibus

nella prima metà del XVI secolo dal magistrato francese André Tiraqueau, un ‘classico’ del filo-

ne misogino, celebre per la ricchezza dei riferimenti dotti accumulati dal suo autore a sostegno

della tesi della inferiorità muliebre (cfr. ora su tale opera l’ampia rilettura offerta in Rossi,

Incunaboli della modernità. Scienza giuridica e cultura umanistica in André Tiraqueau (1488-

cit., pp. 285-488).

1558),

108. La chiosa zacchiana si mostra tributaria delle dottrine medico-filosofiche e dei connes-

si pregiudizi dell’epoca a carico delle donne, pur cercando di mantenere una posizione obiettiva:

«Anne timiditas animi vincit pervicaciam? An forte impossibile est, foeminam, quae novit tace-

re; an utrumque simul in ea re aliquid operari dixerim?» (ibidem, q. IV, n. 22, p. 491).

194

finanche della morte imminente manifestati dai soggetti durante la tortura. La

figura professionalmente deputata alla loro lettura è evidentemente il medico,

ma poiché non sempre egli è presente, anche il giudice, che sovrintende alle

operazioni e decide delle modalità e della durata dei tormenti, deve essere

edotto su tali manifestazioni, poiché l’eventuale morte del torturato sarà adde-

bitata alla sua (nelle tipiche manifestazioni della imprudenza o della ne-

culpa

gligenza):

[...] hoc autem magni momenti quidem est, tum quia de vita hominis agitur, tum etiam,

quia, si in hoc iudicis culpa interveniat, qui nimis in tormentis excesserit, aut diligentia non

adhibuerit, nec peritos convocandos curaverit, antequam reum tormento subierit, neque op-

109 .

portune iam deficere incipientem a tormento deposuerit, ipse reus mortis efficitur

Sul tema della responsabilità del giudice l’autore rimanda ancora una volta

110

al Farinacci, che dedica ad esso l’intera XXXVII , senza affrontare

quaestio

dunque in prima persona questioni squisitamente legali che non gli competo-

no, ma non si sottrae all’onere di offrire la propria consulenza sul piano speci-

ficamente medico, proponendo una rassegna dei sintomi che debbono indurre

il giudice a sospendere cautelativamente la tortura, evitando la morte del tortu-

rato e la conseguente accusa di omicidio a suo carico:

[...] tunc nempe iudicem teneri de homicidio, quando reum ultra eius tolerantiam torquere

non desistit, sed in torquendo modum excedit: quod tunc usuvenit, quando apparentibus

nonnullis signis, quae demonstrare possunt, tormentum excedere rei tolerantiam, iudex ta-

men illum ulterius torquet. Necessarium igitur est videre, ex quibusnam signis cognoscere

111

.

liceat, quando reus ex tormentorum atrocitate deficere incipiat [...]

L’elenco si rivela lungo e comprende sintomi aspecifici ma comunque si-

gnificativi: il giudice dovrà verificare il colorito del paziente, per riscontrare se

sia subentrato un pallore cadaverico; ove ciò accada o vi sia comunque motivo

di temere per la resistenza del soggetto, dovrà accertarsi delle sue condizioni

controllando la sudorazione e la temperatura della fronte. Sintomi gravi e pro-

gressivamente più preoccupanti saranno il venir meno della voce, la grande

difficoltà di respirare, l’ingrossamento della gola e del collo, l’illividirsi delle

unghie, la perdita di controllo delle membra. Il malcapitato è ormai vicino alla

morte quando il calore del corpo diminuisce, il sudore della fronte diviene

freddo, si diffonde per tutte le membra il languore, le palpebre si chiudono e

sulla bocca si forma della schiuma. Il giudice avveduto non dovrà quindi atten-

dere questi segni estremi, ordinando per tempo d’interrompere la tortura, rico-

verando in luogo idoneo il soggetto e facendogli prestare senza indugio le cure

109. q. VI, n. 1, p. 492.

Ibidem,

110. Farinacii... Variarum quaestionum et communium opinionum criminalium liber secun-

ed. cit., tit. V, q. XXXVII, pp. 168-193.

dus,

111. Zacchiae ed. cit., lib. VI, tit. II, q. VI,

Quaestionum medico-legalium Tomus secondus,

n. 2, p. 492. 195


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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questo documento costituisce materiale di approfondimento delle lezioni di Storia del Diritto Medievale e Moderno, tenute nell'anno accademico 2011 dal Prof. Paolo Alvazzi del Frate.
Il testo riporta un saggio di Giovanni Rossi in cui si commenta l'opera Quaestiones del medico legale seicentesco Paolo Zacchia in tema di tortura giudiziaria.
Gli aspetti analizzati sono i seguenti: descrizione del processo all'inizio dell'epoca moderna, tipi e gradi di tortura, ruolo del medico legale, quesiti di medicina legale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Diritto Medievale e Moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Alvazzi del Frate Paolo.

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