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Il secondo sistema viario di apertura al territorio del regno ad est , costituiva il principale asse di accesso alla città. In

questo programma va anche annoverato l’intervento di rettifica di via Foria che dal Museo nazionale raggiunge la

piazza sulla quale era realizzato l’Albergo dei Poveri.

L’esigenza pratica era quella di vincere gli ostacoli che la natura imponeva alla crescita urbana della capitale , ma il

nuovo asse di sviluppo orientale si tradusse nell’occasione di realizzare una arteria caratterizzata dalla sequenza di

inedite e pittoresche vedute, valorizzando gli edifici di rilevante interesse dislocati lungo il percorso, il Palazzo degli

Studi, l’Ospedale degli incurabili, l’Albergo dei Poveri.

Giuseppe Bonaparte dispose la realizzazione lungo l’asse anche dell’Orto botanico sui suoli contigui all’Albergo dei

poveri.

Fu tuttavia Gioacchino al suo arrivo a disporre l’allineamento di via Foria con il Largo delle pigne affidando l’incarico

dell’esecuzione agli architetti Gasse e Schioppa.

Il progetto prevedeva dunque di dotare la capitale di un ingresso confacente alla sua grandezza e magnificenza

Alla lunga ed elaborata vicenda progettuale, durata quasi due

anni seguirono tempi brevi per l’esecuzione . Fu interamente

costruita nell’arco di tre anni sebbene non si trattasse di lavori di

poco conto. Furono necessari due ponti di fabbrica e importanti

opere di scavo e riempimento per l’intera lunghezza di quasi

quattro chilometri. Su tutti i tratti furono piantati un doppio

filare di alberi e colonnette di piperno. All’arco di trionfo suggerito

da De Fazio fu preferita una soluzione la cui suggestione non

sfuggì a Stendhal che sottolineava l’ingresso urbano sottolineato

non già da un monumento ma da un percorso che scopriva in

lenta successione la campagna, le colline, il mare con il Vesuvio, e

in fondo la città che si allineava per oltre due chilometri, come

capeggiata dalla mole insieme maestosa e drammatica di un

edificio costruito per vincere in un solo gesto tutta la miseria del

regno Il Colletta scriveva a proposito

del Campo di Marte che

trattavasi di “un vasto

terreno sul colle di

Capodichino , ove nel 1528

Lautrech per assediar la città

attendò gran parte di esercito,

e fu da Gioacchino destinato

a campo militare, chiamato di

Marte; e perciò sbarbicate le

viti e gli alberi, demolite le

case che li cuoprivano, fu

ridotto a ppianura.

Diciottomila fanti, duemila

cavalli, le corrispondenti

artiglierie vi si movevano ad

esercizio; ma ordinati in due

linee.

Dalla città menava al campo

strada bellissima e

magnifica, che dispiegandosi

dolcemente nella pendice

orientale del colle,

costeggiando un lato di quel

Campo, univasi alla consolare

di Capua; per essa giungono i

forastieri alla città

La collina di Posillipo , posta all’estremo

margine occidentale della città era, agli inizi

del XIX secolo praticamente raggiungibile

solo da mare

I francesi dopo avere attuato una serie

di riforme tese all’ammodernamento

degli antichi ordinamenti e statuti,

avviano a Napoli un organico piano

per la realizzazione di strutture

collettive coinvolgendo tematiche di

ampio respiro dall’igiene alla salute

pubblica, dall’istruzione

all’assistenza sociale, rispolverando

istanze già avvertite da teorici ed

architetti alla fine del ‘700.

Tra i temi ritenuti di maggiore

urgenza l’organizzazione del

commercio al dettaglio dei generi

alimentari che portò alla

progettazione di quattro nuovi

mercati da sistemare nelle piazze di

Montecalvario, S. Maria a Cappella

Nuova, nel giardino un tempo del

monastero di Monteoliveto ed al largo

delle Pigne

Nel decennio francese fu massiccia la

soprressione dei monasteri.

Vi furono nel 1808 ben venticinque decreti di

soppressione e nel 1812 furono abolito anche il

monastero di S. Domenico Maggiore adibito a

scuola d’arti e mestieri, mentre il Monastero di S.

Maria degli angeli alle croci fu soppresso e messo

a disposizione del ministero della guerra per

essere utilizzato come caserma unitamente a

quello dell’Ospedaletto.

Le soppressioni cessarono con la restaurazione

borbonica: motivi politici indussero il re ad

evitare uno scontro con la chiesa , convinto che il

“popolo meridionale non obbediva allo stato se

non per tramite della Religione”.

Nel 1818 si arrivò al Concordato con la chiesa per

l’abolizione delle tre immunità locale reale e

personale.

Da quel momento la politica borbonica sui

monasteri soppressi fu più permissiva.

Condizione indispensabile per l’attuazione dei programmi urbanistici dei napoleonidi fu il

recupero sistematico degli innumerevoli edifici di culto disseminati nel territorio cittadino. Nel

1807 fu promulgata la prima legge organica di soppressione degli ordini monasaticie di

incameramento al demanio delle relative proprietà. Non si trattò di una novità assoluta , quanto

piuttosto dello sviluppo di una serie di provvedimenti amministrativi tesi a limitare lo sviluppo

della grande proprietà ecclesiastica. Numerose fabbriche religiose furono demolite per ampliare

strade e piazze, oppure ristrutturate e adibite a nuove funzioni.

Ma ancor più a modificare l’assetto del centro cittadino, contribuì l’elaborazione di un vasto piano

di attrezzature collettive. Tutte le attività economiche di traffici e scambi furono concentrate

nell’edificio della dogana, un fondaco progettato nel 1812 da Luigi Pinto.

L’assoluta trasparenza dell’impianto traduceva in termini architettonici una informativa del

ministro delle finanze che insisteva sull’urgenza di assicurare massima trasparenza alle

operazioni di carico e scarico delle merci per garantire, attraverso una costante sorveglianza

l’adeguata prevenzione di ogni illecito

Progetto per il fondaco della Dogana

Mercato a Montesanto in via del Piliero Nel decennio francese fu

massiccia la soprressione dei

monasteri.

Vi furono nel 1808 ben

venticinque decreti di

soppressione e nel 1812 furono

abolito anche il monastero di S.

Domenico Maggiore adibito a

scuola d’arti e mestieri, mentre il

Monastero di S. Maria degli

angeli alle croci fu soppresso e

messo a disposizione del

ministero della guerra per essere

utilizzato come caserma

unitamente a quello

dell’Ospedaletto.

Le soppressioni cessarono con la

restaurazione borbonica: motivi

politici indussero il re ad evitare

La villa di Chiaia. Un primo seppur uno scontro con la chiesa ,

parziale intervento era già stato convinto che il “popolo meridionale

realizzato alla fine del 600. Nel non obbediva allo stato se non per

1778 Ferdinando aveva incaricato tramite della Religione”.

Carlo Vanvitelli di operarne la Nel 1818 si arrivò al Concordato

ristrutturazione, ma gli avvenimenti con la chiesa per l’abolizione delle

di fine secolo avevano determinato il tre immunità locale reale e

completo abbandono della villa. personale.

Giuseppe Bonaparte fu il promotore di Da quel momento la politica

un recupero complessivo del borbonica sui monasteri soppressi

settecentesco impianto vanvitelliano fu più permissiva

L’osservatorio astronomico a

Capodimonte realizzato nel primo

decennio 1811, è un luogo di studio e

di ricerca. Portato a termine da

Ferdinando era stato però progettato

in epoca napoleonica.


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26

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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Immagini, schemi, mappe, particolari architettonici dell'architettura a Napoli. Si prendono in considerazione, in particolare:
- il Palazzo reale: la soluzione di Antonio Niccolini per il raccordo tra il
palazzo reale e il teatro San Carlo (1810-12);
- S. Francesco di Paola;
- la scalinata di Capodimonte;
- vedute di Napoli dall’alto della scalinata di Capodimonte.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'architettura
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di STORIA DELLA CITTA' E DEL TERRITORIO e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Seconda Università di Napoli SUN - Unina2 o del prof Amirante Giuseppina.

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