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nelle coperture la loro origine medievale e che, una volta dismessi, furono in

F . 8 Aversa. La fac-

IG

ciata di S. Pietro a parte occupati dalla Confraternita delle Anime del Purgatorio che provvide nel

Majella realizzata su 1760, all’ampliamento dello spazio e alla parziale demolizione anche del picco-

disegno di Francesco lo ambiente ove era localizzato il battistero. Negli anni Trenta fu trasformata la

Maggi. Parrocchiella, ampliata e dotata di un nuovo frontespizio – concluso da un tim-

pano mistilineo che ricorda la fontana di S. Sebastianello a campo Marzio – che

conferì all’episodio grande visibilità anche per la sua singolare articolazione

convessa e il notevole sviluppo verticale ispirato alla facciata di S. Maria della

quercia di Raguzzini ma esaltato, nel caso in esame, dalla minor quota delle

(Fig. 7). L’ignoto artefice tenne conto anche del timpano mistili-

parti laterali

12

neo della vicina chiesa di S. Eligio – analogo a quello di S. Maria degli Angeli

– ove, con l’uso di un profilo concavo per la facciata, si tentò di occultare l’ir-

regolarità planimetrica della chiesa. La Parrocchiella, S. Eligio e S. Pietro a

Majella configurarono un contesto urbano di notevole qualità nel quale mae-

stranze educate nella capitale pontificia e artefici napoletani seppero conferire

singolare qualità alle fabbriche religiose (Fig. 8).

I poli determinanti l’incremento urbano furono, all’interno del primitiva cinta,

le due parrocchie normanne di S. Croce e S. Antonino: la prima inglobata nella

chiesa di S. Girolamo, largamente rimaneggiata nel Cinquecento, non conserva

alcuna traccia dell’originaria configurazione, mentre la seconda, citata nei codi-

ci sin dal 1126, fu concessa ai Domenicani nel 1298. L’antica chiesa normanna,

definita dalla successione di tre volte a crociera, dell’adiacente chiostrino e dei

resti del piccolo campanile, sul lato occidentale del convento dei Predicatori è

: la fab-

stata di recente parzialmente liberata dalle superfetazioni ottocentesche

13

brica medievale, preceduta con ogni probabilità da un portico – non recuperato

nei recenti restauri e occultato in occasione di lavori per l’adeguamento dell’edi-

ficio alla nuova funzione di Palazzo comunale dopo l’unità – costituisce un signi-

ficativo esempio di architettura normanna in Campania (Fig. 9).

14

Di recente è stata avanzata l’ipotesi che negli archi a tutto sesto su piedritti

poligonali, databili al XII secolo e visibili nell’ala meridionale del convento dei

Domenicani, accanto alla parrocchia di S. Antonino, possano riconoscersi i resti

del palazzo di Fenicia Mosca, la fabbrica appartenuta a Roberto principe di

Capua che, «in domo Richardi Musce», concesse nel 1116 un privilegio al mona-

. Il palazzo, che secondo la testimonianza del Pagliuca, fu

stero di S. Biagio

15

inglobato nella fabbrica di S. Domenico, sito nell’insula della parrocchia di S.

Antonino e poco distante dalla residenza rainulfiana, è un importante tassello

.

per la ricostruzione dell’originario insediamento normanno

16

Al di fuori del primitivo impianto rainulfiano erano i monasteri Benedettini di S.

Lorenzo fondato tra il 1000 e il 1030 e di S. Biagio (eretto solo qualche anno dopo),

che divennero i poli attorno ai quali si formarono i primi borghi extra moenia.

Il successivo sviluppo di Aversa, nel rispetto dell’originario sistema radio-

centrico, fu subordinato alla presenza delle quattro parrocchie normanne fuori

le mura rainulfiane attorno alle quali si era coagulata la crescita della popola-

zione: S. Maria a Piazza, S. Nicola, S. Giovanni Evangelista e S. Andrea costi-

8

9

F . 9 Aversa. Il tuirono i poli di riferimento di autonomi impianti urbani destinati a definire i

IG

rilievo del complesso quartieri che vennero inglobati nella nuova cinta muraria realizzata dopo l’as-

conventuale di S. sedio subito nel 1135 ad opera delle truppe di Ruggero.

Domenico dei Padri Le parrocchie normanne, oggetto di restauri e di ‘ammodernamenti’ nel

Predicatori nel quale

si rileva l’articolazio- Settecento, appaiono tutte caratterizzate da una pianta a tre navate dal conte-

ne dell’antica parroc- nuto sviluppo longitudinale che ben si inseriva nel frammentario tessuto edili-

chia normanna di S. zio aversano: la navata centrale dal notevole slancio verticale, assai più ampia

Antonino. delle due laterali, venne in alcuni casi coperta a tetto mentre una successione di

volte a crociera scandiva le due navi laterali che si aprivano con ampie arcate

sullo spazio centrale. S. Nicola esistente sin dal 1132, trasformata ad opera degli

angioini nel 1266, venne ridefinita nella zona absidale tra Seicento e Settecento

con l’inserimento del vano cupolato; conserva dell’originaria configurazione le

ampie arcate della navata centrale e, della successiva fase angioina, le monofo-

re ad arco acuto nella zona absidale. S. Giovanni Evangelista il polo di riferi-

mento del borgo dei pescatori, largamente rimaneggiata in occasione di lavori

di rifazione più che di ripristino realizzati nel secolo scorso, conserva tuttavia

l’impianto della fabbrica normanna. S. Maria a piazza, a tre navate da datare al

XII secolo, suggestiva fabbrica di grande interesse, è caratterizzata dalla pre-

10 senza lungo la navata centrale di due ampi archi ogivali che inquadrano il tibu-

rio sormontato da una cupola ottagonale e concluso da una abside poligonale.

L’autonomia di questi borghi rispetto al primitivo impianto rainulfiano è resa

ancor più evidente dalla presenza attorno ai larghi prospicienti le strutture reli-

giose, consueti luoghi di riunione della collettività, di antiche fabbriche civili;

in via S. Giovanni, antistante l’omonimo largo, il palazzo tardo medievale al n.

14 con il portale durazzesco ad arco depresso, ma soprattutto i due edifici in

vico S. Giovanni 8 e 18. Il primo è costituito dall’aggregazione di due corpi di

fabbrica medioevali, mentre il secondo, con l’atrio caratterizzato da una volta a

botte ogivale a lacunare – analoga a quelle utilizzate nei campanili a Caserta

Vecchia e nella cattedrale napoletana – rappresenta un singolare episodio di

architettura medioevale (Fig. 10). Dirimpetto la scomparsa chiesa di S. Andrea,

il palazzo Monticelli della Valle duchi di Ventignano nel quale più nulla resta

dell’originaria configurazione medievale, lungo la via S. Andrea il palazzo

Lionetti (ora Biancolella e Grottola) nel quale, in occasione dei restauri condot-

ti dopo il terremoto del 1930, vennero alla luce archi e volte trecentesche.

Nella piazza S. Nicola palazzo Merenda costituito da un corpo di fabbrica ad U

con la scala ricavata in un’ala dell’edificio; delle antiche fabbriche che si affacciava-

no sul largo antistante la parrocchia di S. Maria a Piazza resta il ricordo nella volta

a crociera che costituisce oggi un sottopasso, prospiciente la facciata della chiesa.

A Ruggero II si deve anche la costruzione di una nuova struttura difensiva

F . 10 Aversa.

IG per la quale si scelse un sito al di fuori del nucleo più antico, nel borgo del

Androne del palazzo

in via S. Giovanni Mercato vecchio, fuori la porta S. Andrea in posizione strategica per il control-

18, coperto con volta lo della via Atellana: il castello normanno, visibile con le sue quattro torri nella

cassettonata a lacu- celebre veduta della città di Angiolillo Arcuccio, fu residenza degli angioini e

nari databile alla deve identificarsi con il complesso adiacente la chiesa di S. Pietro a Majella

prima metà del XIII

secolo. (denominata anche Madonna di Casaluce).

L’impianto medioevale è ancora riconoscibile nella successione delle volte

che un tempo scandivano i quattro lati del cortile e nel tessuto murario di una

delle quattro torri angolari dell’edificio normanno, quella sud orientale con

andamento a scarpata nella zona basamentale e le caratteristiche finestre a feri-

toia ancora presenti, pur se il restauro ha cancellato quasi ogni traccia dell’ori-

ginaria fabbrica. La restituzione prospettica della tavola di Angiolillo Arcuccio,

evidenziando la puntuale corrispondenza tra planimetria e veduta, conferma l’i-

potesi che nel castello con le quattro torri, tipologia utilizzata dagli stessi nor-

manni nel vicino castello di Casaluce, ma anche in numerosi altri esempi italia-

(Fig. 11).

ni e inglesi, deve riconoscersi la fabbrica normanna

17

Federico Il utilizzò il castello di Ruggero e il castello di Casaluce nell’ambito

della generale riorganizzazione militare del regno, per la difesa di Terra di lavoro;

il “castrum Averse”, annoverato tra i Castra exempta nell’elenco del primo perio-

do angioino (1269-1283) e nelle Costitutiones serventium in castris Regni del

1299, rivestì anche in quegli anni tanta importanza per la difesa da essere ammi-

. Numerosi documenti trascritti nei Registri

nistrato direttamente dalla corona 18

della Cancelleria Angioina, testimoniano la cura prestata alla manutenzione del

11 F . 11 Restituzione

IG

prospettica della

tavola di Angiolillo

Arcuccio, Martirio di

S. Sebastiano, con

l’indicazione delle

principali fabbriche

della città.

12 F . 12 Aversa. Il

IG

cortile di palazzo

Azzolini. castello aversano dai re angioini ; sono documentati numerosi interventi di

19

manutenzione nella residenza fortificata – denominata anche hospitium regium –

nella quale, sin dalle origini, era stata costruita una cappella . Carlo I ordinò la

20

rifazione del castello, a carico della città e dei luoghi circostanti, facendo ripren-

.

dere loro il giusto obbligo che avevano avuto già nei tempi passati 21

In entrambi i castelli normanni a Casaluce e ad Aversa una parte della fabbrica fu

ceduta ai Celestini, con i quali i re francesi avevano un rapporto privilegiato.

La seconda cinta muraria normanna si svolgeva secondo un tracciato – sinte-

ticamente indicato nello schema proposto – che corrisponde alle strade di S. Maria

della Neve, S. Francesco di Paola, vicoletto S. Francesco di Paola, vicoletto S.

Francesco di Assisi, via Orto dei Bagni, lo scomparso vico Pennino per ricongiun-

gersi in corrispondenza del vico S. Anna alla via S. Agostino. L’ipotesi circa il suo

svolgimento è confortata da indagini effettuate sulle quote in corrispondenza di

tratti che apparivano in passato controversi: è il caso del vicolo Pennino, in parte

inglobato nella parrocchia della Trinità, ancora visibile alle spalle del fabbricato

13 in via C. Golia 4, un tempo sede della Trinità dei Pellegrini. Resti di mura nor-

manne a doppio circuito e con fossato all’interno, ancora visibili sul versante occi-

dentale, mostrano ancora nel tratto che va da Porta S. Giovanni a Porta S. Nicola,

le torrette medievali nei palazzi Pirozzi e Fuori Sant’Anna.

La costruzione della nuova cinta muraria e la conseguente demolizione del

primo anello di mura favorì l’edificazione di palazzi e chiese sugli antichi fossati:

in corrispondenza dello slargo antistante la parrocchia di S. Croce vennero costrui-

ti i palazzi Pignatelli e Azzolini, lungo la via S. Marta i palazzi d’Ausilio (ora Pozzi),

Fumagalli e la chiesa di S. Marta mentre lungo la via S. Nicola va segnalato il

palazzo in via S. Nicola 15. Nelle fabbriche suddette le aree destinate a verde – ubi-

cate al di là del cortile – testimoniano ancora, per il salto di quota rispetto al piano

di imposta dell’edificio, l’originario tracciato delle mura e del fossato. Tale peculia-

rità è emersa da ricerche recentemente condotte nelle fabbriche lungo la via S.

Marta e in particolare nel giardino retrostante il palazzo Azzolini (Fig. 12).

Il palazzo aversano ha conservato nel XV e XVI secolo le caratteristiche assun-

te in epoca angioina per la scelta delle famiglie nobili che vi si trasferirono di con-

durre, dal palazzo di città, l’azienda agricola. La ricca borghesia terriera in Terra di

lavoro, a differenza di quanto avveniva altrove nella seconda metà del Cinquecento

– e che in Veneto favorì il fenomeno delle ville palladiane – non si impegnò mai

direttamente nella gestione dell’attività agricola, con la costante presenza sui luoghi

della produzione. Di qui l’organizzazione del palazzo e l’imponenza dimensionale

dell’ultimo piano generalmente destinato a granile, cioè a deposito di grano e gra-

naglie, preventivamente battute e lavorate nel cortile, camera d’aria ventilata utile

a rendere più confortevole l’abitabilità del palazzo. Questi elementi, questi spazi

architettonici hanno dunque radici nell’organizzazione dell’attività economica aver-

sana che fa del palazzo di città un palazzo azienda. Il fornice, sproporzionato al

complesso edilizio retrostante, consentiva il transito ai carri colmi di derrate: attra-

verso l’androne si raggiungeva la corte, ampio piazzale che costituisce il tema

costruttivo centrale, il punto di arrivo e di partenza di ogni lavoro.

Nel nuovo perimetro fortificato vennero dunque inglobati i borghi sviluppatisi

intorno alle quattro parrocchie normanne mentre il castello di Ruggero, che rispon-

deva alla fondamentale esigenza di controllo della popolazione, rimase al di fuori

della cinta fortificata. All’interno della città altro polo religioso di fondazione nor-

manna è la chiesa di S. Audeno – documentata sin dal 1142, oggi testimoniata dalla

presenza di frammentari elementi – con antistante largo sul quale prospettano fab-

briche di origine medioevale. La viella a settentrione, chiusa a seguito delle trasfor-

mazioni operate nel contesto urbano, costituisce un importante frammento dell’ori-

ginario sistema stradale; la conservazione di questa, e di altre piccole, ma significa-

tive arterie dell’impianto medioevale, è uno degli obbiettivi da perseguire al fine di

non cancellare definitivamente le tracce della città normanna.

Il borgo di Savignano, sviluppatosi intorno alla fabbrica medioevale dedicata

a S. Giovanni Battista, restava al di fuori della città e lontano dalla consolare.

14 La città degli angioini

I sovrani angioini conferirono un nuovo assetto alla città con la costruzione della

Strada nuova (l’attuale via Roma) che con il suo tracciato lineare, esterno e tangen-

te al primitivo impianto normanno, migliorava i collegamenti con Napoli e Capua,

offriva nuove possibilità di incremento delle attività commerciali, aprendo a un più

ampio mercato la produzione dei fertili terreni circostanti, collegava infine il castel-

lo normanno con la struttura fortificata a Casaluce (Fig. 13).

Il nuovo asse viario, determinando l’abbandono dell’antica strada consolare

e la conseguente emarginazione del borgo S. Lorenzo, sconvolgeva il preceden-

te assetto della città, e destinava l’area orientale, da sempre adibita alle attività

commerciali, al successivo sviluppo urbano. Il castello di Ruggero, sito ai mar-

gini della città originaria, nel borgo del Mercato vecchio, divenne con la costru-

zione della nuova strada, un polo significativo per lo sviluppo della città e fu

collegato alla cattedrale dalla via Seggio – vero e proprio sventramento del pri-

mitivo nucleo normanno – unica arteria radiale che attraversava con andamen-

to rettilineo il radiocentrico impianto normanno, lungo la quale si concentraro-

no i palazzi delle famiglie più importanti. Tra gli altri va ricordato il palazzo di

Riccardo – posto fuori le mura rainulfiane, in posizione strategica per il con-

trollo di uno degli assi di ingresso alla città – donato nel 1375 dai sovrani

angioini ai certosini di S. Martino che, pur avendo subito numerosi rimaneg-

giamenti, conserva alcuni elementi di notevole interesse: il cortile con ampie

arcate dal notevole sviluppo verticale sostenute da massicci pilastri che scandi-

scono, con volte a crociera di tradizione medioevale, i corridoi laterali.

Lungo la via Seggio costruirono il proprio palazzo le più importanti famiglie

aversane, attirate dalla presenza di Giovanna I che risiedette a lungo ad Aversa nel

castello di Ruggero; lo spostamento della corte francese, dovette suscitare l’inte-

resse di nobili e dignitari che si trasferirono ad Aversa costruendo nuove residen-

ze delle quali rimangono pregevoli, seppur sporadiche, testimonianze. La perdita di

gran parte del patrimonio di fabbriche civili dovuta ai frequenti interventi di ade-

guamento alle rinnovate esigenze abitative, ma anche ai danni dei numerosi terre-

moti succedutisi nel tempo, non consente che l’analisi di frammentarie testimo-

nianze. Tra le fabbriche di maggiore rilievo il palazzo de Fulgore completato nel

MDLXII, nel quale va sottolineato il contributo fornito dal Mormando, chiamato ad

Aversa dai governatori dell’Annunziata e dai Francescani della Maddalena, cui si

deve con ogni probabilità il pregevole portale di piperno: la loggia ad archi tra la

corte e il giardino si ispira a coevi esempi napoletani.

Gli ampliamenti della murazione, realizzati durante la dominazione angioi-

na per inglobare nel perimetro urbano il borgo settentrionale di S. Biagio e l’e-

spansione sud orientale del borgo del Mercato vecchio, configurarono un nuovo

modello di città a sviluppo lineare. Consistenti sono i resti delle mura angioine

lungo il versante nord-occidentale; si rileva ancora la presenza delle antiche

torri di guardia lungo le cortine murarie prospicienti le strade realizzate sul trac-

ciato di antichi fossati.

15 F . 13 Aversa

IG

angioina e aragonese

(1266-1442). La

Strada nuova collega-

ta al centro norman-

no dalla via Seggio,

l’arteria radiale e ret-

tilinea che taglia l’o-

riginaria città radio-

centrica.

16 Nella ben nota incisione pubblicata nel 1703 nel Regno di Napoli in prospettiva

del Pacichelli, ma da datare come ho avuto modo di dimostrare, alla fine del

Cinquecento, viene sinteticamente indicata l’ormai sdoppiata imago urbis con il cen-

tro antico che conserva il carattere di città radiocentrica chiusa, connaturata alla sua

forma avvolgente, e l’ampliamento costituito in quegli anni dal Mercato vecchio, con

le caratteristiche di regolarità e di apertura più aderenti al ruolo su scala territoriale

che la città era chiamata a svolgere. Tra i due nuclei la Strada nuova, enfatizzata nella

rappresentazione dall’ignoto autore, con l’ingenuo espediente di inserire una carroz-

za e dei viandanti decisamente fuori scala rispetto all’insieme.

Il nuovo perimetro murario angioino, la cui costruzione ebbe inizio nel 1382,

inglobava dunque a nord il borgo delle Benedettine di S. Biagio, a sud gli inse-

diamenti coagulatisi intorno ai monasteri delle Francescane e dei Benedettini di

Montevergine.

I sovrani angioini incoraggiarono nuove fondazioni da parte di quegli ordi-

ni mendicanti che Federico II, considerandoli spie del papa, aveva tenuto lonta-

ni dal Regno: ad Aversa erano riusciti a stabilirsi i soli Francescani che aveva-

no fondato sin dal 1230 il convento di S. Antonio, occupando un’area all’inter-

no della seconda cinta normanna. Tra le nuove fondazioni di epoca angioina

vanno ricordati i complessi degli Agostiniani calzati (fine XIII sec.) che scelse-

ro il quartiere sud occidentale nel borgo S. Nicola, dei Domenicani (1278) che si

insediarono nell’area settentrionale ai limiti della cinta rainulfiana accanto alla

parrocchia di S. Antonino, delle Francescane e dei Celestini – ai quali i sovrani

francesi donarono una parte del castello – e dei Benedettini di Montevergine che

occuparono il popoloso quartiere del Mercato vecchio (Fig. 14).

F . 14 Aversa. Porta

IG

S. Nicola tra due

torri della cinta

muraria di Ruggero.

17 I nuovi Ordini, che svolsero un ruolo fondamentale per lo sviluppo urbano

di Aversa, si differenziano dai precedenti in quanto sono Ordini urbani; anziché

l’isolamento come i Benedettini cercano il rapporto all’interno della città con le

comunità alle quali più si addiceva la loro interpretazione della fede.

L’ubicazione delle nuove comunità religiose – per lo più al di fuori della cinta

normanna e in prossimità delle porte si accesso – era determinata dalla possibi-

lità di reperimento di idonee aree all’interno del contesto urbano, ma condizio-

nata anche dalla necessità di porsi ad adeguata distanza tra di loro. Le cappel-

le inizialmente utilizzate dai mendicanti, spesso preesistenti e al di fuori del pre-

cedente circuito murario, conobbero un rapido sviluppo, commisurato all’im-

portanza crescente che essi acquisirono nell’ambito della società, tale da condi-

zionare lo sviluppo urbanistico ma anche la crescita culturale della popolazio-

ne. Intorno alla chiesa di S. Domenico si registra la presenza dei palazzi della

nobiltà e della ricca borghesia aversana che meglio recepiva l’ortodossia reli-

giosa dei Predicatori e la convinta affermazione dell’infallibilità del sistema teo-

logico; diversamente i Francescani perseguivano il consenso dei fedeli disponi-

bili ad accogliere il messaggio di fede con la partecipazione dei soli sensi.

Le mura angioine partivano dall’antica porta S. Giovanni – localizzata con

ogni probabilità all’incrocio tra il vico S. Giovanni e la chiesa di S. Maria delle

Grazie – demolita e spostata più a nord dove la nuova cortina muraria, realiz-

zata a partire dal 1382, si riallacciava senza soluzione di continuità alla cinta di

Ruggero. La discontinuità tra i due circuiti si registra dunque in corrisponden-

za di S. Maria delle Grazie, sorta alla fine del ’500 sulle mura normanne ove in

origine, in prossimità della primitiva porta urbica, vi era un’edicola con l’im-

. La fabbrica è caratterizzata da una frammentaria spa-

magine della Madonna

22

zialità determinata dall’aggiunta della navata e della zona absidale all’origina-

ria cappella, posta perpendicolarmente rispetto alle mura e formata dal vano sul

quale fu poi impostata la cupola: i lavori condotti nel 1742 da Francesco Maggi,

protagonista in quegli anni dell’architettura tardo barocca aversana, furono

completati nel 1757 con la posa in opera dell’altare commissionato ad artefici

napoletani . L’attribuzione al Maggi dell’‘ammodernamento’ di S. Maria delle

23

Grazie consente di riferire al professionista romano anche i lavori del 1760 per

la trasformazione della Congregazione delle Anime del Purgatorio per le evi-

denti analogie del finestrone in facciata che, nell’episodio in esame, è inserito

in un prospetto di gusto classico definito da un doppio ordine di lesene giganti

. Le aper-

appoggiate su un alto basamento e concluso da un doppio frontone

24

ture definite da due semicirconferenze di diverso raggio, variazione sul tema

delle finestre termali di origine palladiana, introdotte da Buratti nel restauro

della cattedrale, conobbero notevole diffusione ad Aversa soprattuto negli inter-

venti di ristrutturazione diretti da Francesco Maggi.

Nuove strutture religiose continuarono a profilerare anche al di fuori della

cinta muraria angioina: fuori porta S. Nicola, sul versante sud orientale, venne

fondata la Maddalena, fabbrica esistente ancor prima del 1279 da sempre desti-

nata alla cura degli infermi. Il complesso acquistò particolare importanza a

18 seguito dei lavori realizzati nella prima metà del XVI dai Minori osservanti ai

quali Alfonso d’Aragona affidò la struttura nel 1440 delegando loro l’importan-

te funzione sociale dell’assistenza agli infermi.

La chiesa che costituisce l’unico, ma significativo esempio di architettura rinasci-

mentale ad Aversa, conserva del primitivo impianto angioino il solo sviluppo plani-

metrico, comune alle altre coeve fabbriche aversane, tutte caratterizzate dalla scelta

di aule ad una sola navata coperta a tetto e con altari laterali contenuti nel rettan-

golo di inviluppo della pianta. Nei primi decenni del Cinquecento vennero aggiunti

il vano presbiteriale di chiaro gusto brunelleschiano, con ogni probabilità su proget-

to del Mormando, e il capoaltare di pregevole fattura, opera di Giovanni da Nola, uno

dei protagonisti nella capitale napoletana della felice stagione rinascimentale. Nel

bassorilievo al centro del capoaltare, ai piedi della Madonna con il bambino, il

modello della chiesa conferma l’ipotesi che nel Cinquecento ci si era limitati ad allun-

gare l’aula con l’aggiunta di un corpo, visibilmente autonomo, una sorta di transet-

to concluso da tre cappelle di uguale profondità; la navata era scandita all’esterno da

slanciate lesene nelle quali le antiche monofore vennero sostituite dalle aperture cir-

colari di tradizione fiorentina, una delle quali era sistemata sul portale di ingresso.

Negli stessi anni i Minori osservanti commissionarono ad Angiolillo Arcuccio il trit-

tico con la Madonna tra S. Francesco e S. Sebastiano, ulteriore dimostrazione dei rap-

porti che intrattenevano con gli ambienti culturali e la tradizione fiorentina alla quale

in larga misura attingevano. Alla fase cinquecentesca va riferito l’adeguamento alle

norme dettate dal Concilio di Trento dell’adiacente chiostro rettangolare, costruito nel

1430 e caratterizzato dalla successione di volte a crociera decorate con affreschi che

rappresentano episodi della vita di S. Francesco, dove le originarie colonne vennero

sostituite da pilastri ed archi di piperno.

Al di fuori delle mura angioine rimase il monastero del Carmine fondato nel

1315; all’originaria chiesa angioina ad aula unica venne aggiunta la cupola di tra-

dizione grimaldiana ispirata a quelle del Tesoro di S. Gennaro, di S. Maria degli

Angeli e dell’Annunziata di Capua: la chiesa fu completamente ristrutturata a par-

tire dal 1746 da Francesco Maggi, tra i professionisti più attivi ad Aversa, sostitui-

. In occa-

to nel 1753 nella direzione dei lavori dal napoletano Antonio Sciarretta 25

sione di quei lavori furono aggiunte le cappelle lungo la navata, i cappelloni ai lati

del vano cupolato e gli apparati ornamentali che adeguarono l’invaso al nuovo

gusto tardo barocco. In questi anni fu anche introdotto un atrio all’ingresso per

ridurre l’accentuato sviluppo longitudinale della fabbrica, nel tentativo di masche-

rare l’ampliamento dell’aula originaria per l’aggiunta delle cappelle.

L’Annunziata, fondata agli inizi del Trecento, venne dotata di rendite e privilegi

dai sovrani angioini perché ad essa fu affidata la cura degli infermi e l’assistenza ai

fanciulli abbandonati. Alla nuova istituzione nel 1422 Giovanna II donò l’ospedale

di S. Eligio – sito dirimpetto al castello – promuovendo l’accorpamento delle strut-

ture assistenziali nell’A.G.P., la cui gestione era affidata ad amministratori laici.

Abbiamo in precedenza segnalato la grancia dei certosini di S. Martino: ad Aversa

va sottolineata la presenza di numerose grance, realizzate dai maggiori ordini reli-

giosi, importanti strutture delegate all’amministrazione e alla conduzione delle loro

19 proprietà agricole diffuse nei fertili territori limitrofi. Il Parente ricorda quelle della

Commenda Gerosolimitana (ora palazzo Pirozzi), della Congregazione Olivetana (ora

palazzo Scoppa); della Compagnia di Gesù (poi palazzo Jacova demolito nel

Novecento). Tutte privilegiarono l’insediamento sul versante meridionale in prossi-

mità del Mercato vecchio e del Mercato dei porci dove avrebbero meglio svolto la

funzione di struttura di raccordo tra l’economia agricola e l’economia cittadina.

Alle prime grance di S. Martino e dei Gerosolimitani si aggiunse, sin dal XIV

secolo, quella della Congregazione dei Verginiani trasformata in monastero nel

1592. Nella seconda metà del XVI secolo stabilirono un presidio ad Aversa i

Gesuiti la cui sede, prospiciente il largo Portanova, divenne nel 1767 dopo l’e-

spulsione della Compagnia dal regno, proprietà Jacova; gli Olivetani occupava-

no l’attuale palazzo Scoppa sito in via del Torrente a Savignano.

La città degli spagnoli: dagli aragonesi al viceregno

Gli aragonesi decisero di costruire ad Aversa una nuova struttura fortificata:

la fabbrica di Ruggero, in parte ceduta ai Celestini dai sovrani angioini, aveva

assunto prevalente carattere residenziale e risultava poco idonea a svolgere le

funzioni difensive delle quali la città da sempre si era fatta carico per la sua

posizione geografica strategica a metà strada rispetto all’asse Capua Napoli. Gli

aragonesi allestirono un nuovo castello sul versante settentrionale con possibi-

lità di controllo della consolare in direzione Capua: nella veduta manoscritta di

Francesco Cassiano da Silva è ben visibile l’originaria articolazione dell’edificio,

(Fig. 15).

peculiare degli anni definiti di transizione, perché priva di baluardi

26

La fabbrica aragonese, completata negli anni Settanta del XV secolo – non visi-

bile nella tavola di Angiolillo Arcuccio perché dal punto di vista scelto per la

F . 15 F. Cassiano

IG

de Silva.Veduta di

Aversa nell’album

manoscritto redatto

tra il 1695 e il 1705.

Vienna Österreichi-

sche Nationalbi-

bliothek.

20 F . 16 Aversa. Il

IG

castello aragonese.

Con il colore arancio

è stata evidenziata la

struttura aragonese

tardo quattrocente-

sca, con il viola l’ori-

ginario bastione a

protezione della Porta

Castri, con il verde i

resti della fabbrica

vicereale. veduta risultava coperta da S. Sebastiano – si sviluppava intorno ad un cortile

quadrato porticato, senza torri angolari ed era protetta da un solo mastio posto

in corrispondenza dell’angolo occidentale e collegato alla porta urbica. Le indi-

cazioni delle fonti iconografiche sono confermate dall’esame del manufatto e

dai numerosi documenti: la presenza del mastio raffigurato da Cassiano è avva-

lorata dall’analisi delle superstiti murature quattrocentesche nell’angolo occi-

dentale dove si rilevano resti dei setti murari dell’antico torrione. Le murature,

sulle quali è appoggiata una volta a botte, sono diverse rispetto ai settecente-

schi manufatti adiacenti e presentano, per l’altezza di due piani, uno spessore

. La presenza del mastio condizionò il

inusuale per un edificio settecentesco

27

progetto degli ingegneri militari che non lo demolirono e, per rispettare la sim-

metria delle aperture nella facciata nord occidentale, furono costretti ad inseri-

re finte finestre in alcuni vani. In corrispondenza dell’ingresso dalla piazza

castello, nel vano scala a sinistra sono visibili pilastri di piperno che definiva-

(Fig. 16).

no il locale adibito a posto di guardia

28

21 Il castello fu oggetto di lavori di adattamento e manutenzione per ospitare le

truppe sin dal 1728 e ripetutamente negli anni successivi prima del trasferi-

mento dell’immobile dai Sanchez di Luna alla Regia corte per il quale fu richie-

. La struttura rientrava nel piano di militarizzazio-

sta una perizia al Magliano

29

ne di Terra di Lavoro insieme agli edifici da ridurre a caserme a Nola e a S. Maria

Capua Vetere, importanti per supportare le truppe ospitate a Capua, città che

rivestiva un ruolo fondamentale per la difesa dell’intero regno.

Il piano per la fabbrica di Aversa con la realizzazione dei quattro baluardi

angolari – la cui struttura muraria settecentesca nulla mostra della presunta ori-

gine medievale immaginata da qualcuno – si deve con ogni probabilità a Giovan

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Battista Bigotti che in quegli anni rivestiva un ruolo di generale soprintendenza

alla realizzazione delle opere necessarie alla difesa del regno. Padiglioni con ango-

li smussati, analoghi ai corpi di fabbrica aggiunti agli angoli del castello arago-

nese aversano, vennero utilizzati anche nella ristrutturazione settecentesca del

Gran quartiere borbonico a Capua, edificio vicereale realizzato da Bartolomeo

Picchiatti, ed adeguato dallo stesso Bigotti alle nuove esigenze militari.

Durante la dominazione aragonese non si registrano nuove fondazioni reli-

giose: le vicende di Aversa sono legate all’espansione di una istituzione laica

con fini assistenziali l’Annunziata, alla quale i sovrani concessero numerosi pri-

vilegi. Notevole rilevanza per la crescita economica dell’Annunziata ebbe infat-

ti il privilegio, concesso da Alfonso I nel 1440, di una Feria seu mercato franco

da celebrarsi ogni anno per otto giorni: concessione che nel 1463 Ferdinando

non soltanto rinnovò, ma estese territorialmente consentendo lo svolgimento

del mercato «avanti detta chiesa e nel suo circuito sino alla porta delle predette

muraglie, e sino al mercato che si dice de Porci per la villa di Savignano, e per

. La fiera si

il circuito della Starza di Iomentaro, quale è dell’istessa chiesa …»

31

svolgeva dunque lungo la Strada reale, nel tratto compreso tra il Conservatorio

e la porta del Mercato vecchio; nel Mercato dei porci, l’attuale piazza Vittorio

Emanuele, denominata anche Fiera degli animali; lungo l’intero circuito della

Starza di Iomentaro, area compresa tra la Strada Nuova, l’Annunziata e il borgo

di Savignano. Lo slargo denominato Mercato dei porci tramite la Strada delle

Mandrie – antico toponimo dell’attuale via Isonzo – si collegava alla piazza di

Savignano ed all’antica via Lonca, che definivano i confini della Starza di

Iomentaro. La via delle Mandrie come la vicina via del Torrente, si svolgevano

con un sinuoso tracciato perché erano percorsi naturali scavati dalle acque.

La piazza di S. Giovanni Battista nel borgo di Savignano, acquisì un nuovo

ruolo per la funzione commerciale alla quale vennero destinate le fabbriche che

si affacciavano in essa e lungo tutto il percorso autorizzato per lo svolgimento

della fiera (Fig. 17).

Le aree destinate al mercato franco rivestono particolare interesse perché

emerge con chiarezza che fu proprio lo sviluppo della fiera nel territorio della

Starza di Iomentaro a consentire la saldatura delle propaggini sud-orientali

aversane con il borgo di Savignano, insediamento in origine autonomo, cre-

sciuto intorno alla chiesa intitolata a S. Giovanni Battista di fondazione nor-

22 F . 17 Aversa

IG

durante il viceregno

(1501-1734). Le

l’urba-

Botteghelle e

nizzazione della

Starza di Iomentaro.

Il percorso della

Fiera e la ricucitura

della città con l’anti-

co Borgo di

Savignano.

23 manna, caratterizzata, come le coeve fabbriche aversane, da un ridotto svilup-

po longitudinale della fabbrica con un’icnografia a tre navate. La struttura nor-

manna è quasi completamente occultata per le modifiche apportate in occasio-

ne dei lavori avviati sin dal 1662; le due navatelle laterali coperte con volte a

crociera sono oggi quasi completamente nascoste dai pilastri che sostituirono

l’originaria successione di archi e colonne per assorbire le spinte generate dalla

nuova copertura. La chiesa nella quale fu aggiunta la calotta, priva di tamburo

ma con ampie finestre ovoidali, che conferì nuove valenze luministiche al vano

altare, fu completata nel 1715 con il pregevole organo mentre solo nel 1768 fu

sostituito l’altare ligneo con il nuovo altare di scuola napoletana in commesso

marmoreo di gusto vaccariano; S. Giovanni Battista, unitamente alla cappella

dell’Angelo custode, aderente all’antica struttura normanna e adibita a sacrestia,

.

costituisce un pregevole esempio di architettura tardo barocca aversana

32

Nella piazza di Savignano altro polo di riferimento dell’aggregato urbano era

la grangia di Monteoliveto (l’attuale palazzo Scoppa), e la chianca degli stessi

Olivetani, fabbrica destinata alle attività commerciali, ancora visibile alle spalle

della chiesa di S. Giovanni Battista. L’edificio acquisito nell’Ottocento, a seguito

dell’abolizione dei monasteri, dai marchesi Scoppa si articola intorno ad una gran-

de corte – un tempo caratterizzata dalla successione di grandi arcate oggi in gran

parte chiuse – e ripropone lo schema del fondaco, largamente utilizzato nell’area

in esame che sempre più assumeva in quegli anni le caratteristiche di quartiere

commerciale della città. La tutela dell’impianto tipologico di alcuni di questi edi-

fici – per i quali non può pensarsi a vincoli più onerosi – è giustificata al fine della

conservazione della memoria storica di antiche funzioni.

L’Annunziata, ubicata fuori la Porta del Mercato vecchio, inizialmente collega-

ta alla città da un percorso appena sterrato, dopo la costruzione della Strada nuova,

si trovò ad occupare un sito periferico ma privilegiato; la rapida crescita dell’isti-

tuzione suggerì ai governatori la costruzione nel 1516 della chiesa di S. Maria del

Casale (l’attuale S. Maria di Costantinopoli) che costituiva un polo di riferimento

per la popolazione di quei fondi suburbani appartenenti alla Casa Santa e, proba-

bilmente per i malati contagiosi sistemati nelle fabbriche adiacenti.

Divenne allora necessario complemento alle proprietà dell’A.G.P. il territorio deno-

minato Lemitone – compreso tra la via della Lava, asse di collegamento del

Conservatorio con il nuovo polo religioso di S. Maria del Casale, e le mura meridio-

nali della città – che fu acquistato nel 1519. Nel nuovo fondo, dopo aver allestito i

necessari collegamenti viari che consentirono la suddivisione del podere in otto lotti,

vennero costruite strutture di supporto alla Fiera. Lungo la via del Lemitone, la via

della Lava e la via Lonca alle botteghe si alternavano i fondachi, strutture commer-

ciali più complesse con cortile porticato centrale circondato sui quattro lati da vani

adibiti a magazzini e a depositi di mercanzie, con scale laterali di accesso al primo

piano dove, lungo una balconata che si svolgeva sui quattro lati dell’edificio, si apri-

vano le stanze destinate all’alloggio dei mercanti . Ad Aversa dunque il fondaco

33

svolgeva la funzione di alloggio per i mercanti che giungevano in occasione delle

fiere, tanto che nei documenti le stesse strutture vengono indicate indifferentemente

24 F . 18 Aversa. La

IG con l’appellativo di fondaco, taverna o hostolania; la tipologia, diffusa nelle città

facciata della chiesa mercantili, e perciò singolare in un insediamento dell’entroterra, venne, con ogni pro-

dell’Annunziata con babilità, introdotta dalla colonia amalfitana, alla quale era sicuramente ben nota.

le colonne prove- Recenti studi hanno accertato la presenza di numerosi fondachi sulla spiaggia amal-

nienti dal Seggio di

S. Luigi. fitana, tra i quali val la pena di ricordare quello donato nel 1082 da Roberto il

.

Guiscardo all’Abbazia di Montecassino

34

Il territorio denominato Lemitone era circoscritto ad occidente dal sentiero che

collegava la chiesa di S. Maria del Casale a Portanova, a nord dai fossati della

città, ad oriente da un fossato che lo separava dalle Botteghelle a sud dal viotto-

lo denominato via della Lava per l’antica funzione di raccolta delle acque, asse di

collegamento con l’Annunziata. La nuova strada fu il primo significativo passo

per l’urbanizzazione del Lemitone che, dopo la costruzione dell’arco di ingresso

alla Casa santa, venne denominato la Starza dell’arco perchè si sviluppava in dire-

zione del nuovo arco di ingresso all’Annunziata collegandolo, tramite una «stra-

da antichissima che passa per detta Starza» con la Portanova (Fig. 18).

Nel nuovo fondo vennero costruite strutture di supporto alla fiera, botteghe

e fondachi, mentre soltanto dal 1640 i governatori cominciarono a stipulare

contratti di concessione per un periodo di ventinove anni dei suoli preventiva-

mente suddivisi in lotti. Il piano di urbanizzazione redatto da architetti chiama-

ti dalla capitale del viceregno, dovendo tener conto essenzialmente della

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Dissertazione storica sull'archittettura ad Aversa sotto le differenti dominazioni del Regno di Napoli. Con immagini, foto, mappe architettoniche e particolari. Viene dato un profilo architettonico, in particolare, di Aversa come città dei normanni, città degli angioini, città degli spagnoli, dagli aragonesi al vice-regno, città dei Borbone, e di Aversa nell’Ottocento.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'architettura
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di STORIA DELLA CITTA' E DEL TERRITORIO e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Seconda Università di Napoli SUN - Unina2 o del prof Amirante Giuseppina.

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