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1.3.1. Metafisica e Pragmatismo

Una svolta fondamentale in questo senso è quella di considerare la Conoscenza,

il Significato, il Mondo non più in relazione ad assunzioni e argomentazioni filosofiche

o scientifiche che dir si voglia a priori, ma come problemi empirici (Lakoff & Johnson,

1980; Johnson, 1987). Le posizioni tradizionali possono essere considerate metafisiche

nella misura in cui le affermazioni teoriche che le caratterizzano vengono assunte a

priori e non sono date le condizioni che potrebbero invalidarle. Una prospettiva

pragmatista (Hewitt, 1996), la cui accezione comune rimanda al concetto di

“praticità”, si pone invece l’interrogativo di come gli esseri viventi sono arrivati ad

essere quello che sono e cerca la risposta nelle modalità pratiche di adattamento

all’ambiente che li circonda.

Una prospettiva evolutiva implica quindi una posizione Pragmatista. In che

modo si è originato e sviluppato l’uomo così come noi lo conosciamo in relazione al

processo dell’evoluzione? In altre parole, in che modo all’aumento della Complessità

evolutiva corrisponde l’emergere di forme di Conoscenza da una parte sempre più

integrate e autorganizzate, e dall’altra sempre più imprescindibili dall’Intersoggettività ?

Sostenere una prospettiva Pragmatica e quindi Evolutiva permette di andare oltre

le principali e tradizionali opzioni. Ciò permetterà di assumere una prospettiva per cui

sia lo sviluppo del Sé che l’utilizzo del Linguaggio saranno comprensibili solo

all’interno di una più ampia teoria dell’Interazione umana. Per sostenere un approccio

del genere è necessario, come è intuibile da quanto fin qui introdotto, a) un approccio

Multidisciplinare: ci rifaremo a dati fornitici dalla biologia, neuropsicologia,

psicologia, fisiologia, sociologia, ecc.; b) una prospettiva Interazionista: tutti gli

organismi si affacciano all’esistenza e vi permangono (o falliscono nel permanervi) in

rapporto con l’ambiente e alle sue pressioni evolutive; c) un approccio Olistico che

vada oltre il dualismo cartesiano, per cui mente, corpo e comportamento sono aspetti

inseparabili di un processo evolutivo che ha prodotto una forma di vita esclusivamente

umana. 17

1.3.1.1. Evoluzione

I processi evolutivi sono processi di co-evoluzione fra differenti sistemi (sovra e

sotto sistemi) in funzione del mantenimento della loro struttura all'interno di un flusso

mutevole di trasformazioni. E’ chiaro quindi come in una prospettiva del genere, da una

parte il rapporto tra l’organismo e l’ambiente, tra il SE’ e il NON-SE’ (la cui distinzione

vorrei ricordare è relativa al punto di vista adottato) non può essere analizzato se non in

una prospettiva dinamica; dall’altra l’evoluzione di un sistema in relazione ai suoi sotto

e sovra sistemi e ai sistemi a lui esterni coincide con la sua esistenza.

La selezione naturale non è la conseguenza di come l’organismo risolve una

serie di problemi fissi posti dall’ambiente, al contrario organismo e ambiente si co-

determinano attivamente l’uno con l’altro (Johnson, 1987, p.207) per poter esistere.

L’adattamento non consiste in un processo di adeguamento a scopi e fini stabiliti da

chissà chi e chissà quando (Metafisica), è invece il risultato di come concretamente le

modificazioni dell’uno sostengono piuttosto che limitano le modificazioni dell’altro

(Pragmatismo).

Lo Sviluppo di un sistema non è un processo univoco e lineare che avviene per

una Stabilizzazione cumulativa e progressiva della sua struttura, dell’ambiente a spese

dell’organismo o viceversa; al contrario consiste in un processo reciproco e dialettico di

‘Ordine attraverso Fluttuazioni’, in cui la stabilizzazione del sistema dipende dalla sua

abilità nel trasformare in “ordine autoreferenziale” “l’aleatorietà” delle perturbazioni

ambientali (Guidano, 1987, 1991; Casonato, 1991; 1995). Non si tratta quindi del

Mantenimento di un Ordine interno sotto l’effetto delle esclusive spinte ambientali, ma

nelle risposte che il sistema è in grado di elaborare all’interno dei vincoli posti

(vincoli fisici, psicologici e culturali)

dall’ambiente (che a loro volta sono il risultato di come

l’organismo agisce su di esso), in una tensione essenziale tra processi simultaneamente

opposti di Mantenimento e Cambiamento che determinano un’Evoluzione di Ordine. Un

sistema dissipativo, pur lontano dall’equilibrio, può avere una sua stabilità dinamica ( o

stazionarietà), che lo fa apparire sempre uguale a se stesso, ne mantiene l’Identità. Si

pensi ad un getto di gas che fuoriesce da un beccucio. L’evoluzione di un sistema è

necessaria dunque all’esistenza del sistema stesso. Non più quindi l’idea di un Rumore

dall’Ordine, ma anche di un Ordine dal Rumore attraverso Fluttuazioni (Casonato,

1991, p. 27). 18

Dunque, i presupposti affinché un sistema si sviluppi e quindi esista sono da una

parte la sua Organizzazione interna (Chiusura Organizzazionale), dall’altra gli Scambi

con l’ambiente esterno che questa consente (Apertura Strutturale). La ‘Chiusura’ si

riferisce all’ordine ciclico della sua organizzazione interna, mentre l’‘Apertura’ è

termodinamica, si riferisce cioè ai suoi scambi con l’ambiente. Mentre la prima è ciò

che può garantire, delimitando il campo delle interazioni possibili (Apertura), un

aumento di probabilità di interazioni vantaggiose con l’ambiente, l’Apertura è ciò che

fornisce al sistema informazioni che quest’ultimo potrà utilizzare vantaggiosamente o

meno nella sua strutturazione interna (Chiusura) (Casonato, 1995, p.60).

E’ necessario dunque considerare un sistema come sottoposto ad azioni che

rispettivamente pongono dei ‘Vincoli’ (vd. Oggettivismo) e al tempo stesso dischiudono

delle ‘Possibilità’ (Soggettivismo) (Waddington, 1957). Mi riferisco in un caso alle

‘Regole’ che il sistema viene strutturando e che gli assicurano Continuità funzionale

contribuendo alla sua Stabilizzazione (Chiusura). Nell’altro alle ‘Interazioni’ cui il

sistema va incontro che assicurano invece Varietà funzionale in seguito alle

Ristrutturazioni che determinano (Apertura). Come afferma Waddington (Waddington,

1977), ‘ogni nuovo livello consiste nell’avvio di un vecchie funzioni in un nuovo

contesto’.

Nessun sistema (von Foerster 1983) appare puramente Conservativo

(Oggettivismo), né puramente Generativo (Soggettivismo), cosicché una forte dose di

variabilità (Scambi con l’ambiente) è invece essenziale anziché di disturbo per la sua

esistenza, assieme ovviamente ad una certa costanza nel tempo (Organizzazione

interna). I Vincoli evolutivi non sono più visti come qualcosa che può impedire un

‘adeguato’ sviluppo di un sistema verso il suo ‘stato finale’, ma sono il presupposto

ontologico di base affinché un sistema si sviluppi in una direzione anziché in un’altra,

affinché sia qualcosa: ecco perché in un ottica del genere è possibile sostenere che i

vincoli di schiudano delle possibilità, che l’adattamento implichi sempre un certo grado

di distorsione, che la ripetitività sia strettamente embricata alla generatività.

In che modo ciascun sistema può mantenere la propria stabilità (Chiusura

organizzativa) in risposta alle perturbazioni che altri sistemi apportano (Apertura

strutturale)? Si tratta di un processo in continuo divenire in cui sia l’ambiente che

l’organismo si stabilizzano adattivamente in risposta ai vincoli che man mano sia

l’ambiente che l’organismo pongono a se stessi e all’altro. Perturbazioni contenute entro

una certa soglia indurranno nel sistema degli aggiustamenti ‘Compensativi’ che

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permetteranno al sistema di conservare più o meno inalterata la propria Identità.

Perturbazioni che invece superano una determinata soglia critica innescheranno una

serie di meccanismi ‘Amplificativi’ attraverso i quali il sistema giungerà a ristrutturare

la propria identità. Questo è ciò che principalmente distingue tra un sistema allonomo

ed uno autonomo. E’ ovvio che la soglia perturbativa cui il sistema è sensibile ed il

grado di ristrutturazione che esso raggiunge o meno in seguito ad essa non dipendono

esclusivamente né da l’uno né all’altro, ma sono il risultato emergente del rapporto

ricorsivo che si instaura tra sistema e ambiente. Si tratta di un processo emergente

dall’insieme di relazioni tra le parti differenziate di un sistema, che garantisce la

conservazione della sua forma in un continuo flusso di trasformazioni e modificazioni

strutturali (Casonato, 1995, p.69).

1.3.1.2. Autoorganizzazione, Autonomia e Autoreferenzialità

L’Organizzazione di un sistema complesso consiste in un insieme di sovra e

sottosistemi, Differenziati sulla base della loro struttura e funzione, e Gerarchicamente

ordinati in modo da consentire al sistema un livello di articolazione necessario a

mantenere la propria Identità. Lo sviluppo e l’esistenza del sistema abbiamo visto

consistono nella sua abilità a trasformare in informazioni significative (Ordine

autoreferenziale) le perturbazioni ambientali e non (Aleatorietà). Ciò avviene attraverso

la stabilizzazione di livelli di organizzazione in cui si verifichino ristrutturazioni di

organizzazioni già esistenti in livelli di Complessità, Autointegrazione e Flessibilità

più elevati. Ciò è permesso dalla confluenza di sistemi distinti fino alla costituzione di

ulteriori livelli di organizzazione che includono i primi, ma mostrano qualità prima

inesistenti nei singoli sistemi. (Waddington, 1977).

Ciò che intendo sottolineare è che non siamo dinanzi ad un sistema che

semplicemente si Organizza, ma che invece si Autorganizza. Nel primo caso siamo di

fronte ad un sistema allonomo (external-law) la cui caratteristica è quella di riferirsi ad

un criterio esterno (vd. Programmi nei computer) con l’obbiettivo della produzione di

un output specifico. Nel secondo caso si può invece parlare di autonomia (self-law)

nella misura in cui la finalità del sistema si identifica nel mantenimento di livelli di

riferimento interni necessari appunto ad assimilare le contraddizioni ambientali e

proprie. Il riferimento ad un parametro esterno piuttosto che interno nell’organizzazione

è ciò che distingue un sistema che si Organizza da uno che si Autorganizza. 20

La logica Autoreferenziale (e non più Referenziale) che sottende un sistema

autonomo e autorganizzativo fa si che esso, nel suo divenire temporale subordini ogni

possibile trasformazione e/o cambiamento al mantenimento dell’identità che è stato in

grado di costruirsi (Guidano, 1991). Da una parte cioè gli elementi da cui origina il

nuovo livello di organizzazione implicitamente ‘Vincolano’ l’Apertura del sistema e

quindi il grado di ristrutturazione a cui esso può andare incontro; dall’altra, il nuovo

livello emerso ‘Modifica’ ‘retroattivamente’ il grado di Chiusura raggiunto (e

raggiungibile) dagli elementi originari, arrivando ad imprimere così agli sviluppi

successivi un determinato corso piuttosto che un altro.

Tale caratteristica dei sistemi complessi ha rappresentato sicuramente un

Vantaggio evolutivo, nella misura in cui la maggior plasticità che caratterizza sistemi

così organizzati rende più facile l’adattamento ad un ambiente fondamentalmente

dinamico, in cui i parametri di stabilità sono soggetti a continue trasformazioni e

variazioni (Guidano, 1991, trad. it. p.25). Nei sistemi chiusi fluttuazioni minime si

attenuano rapidamente senza modificare sensibilmente la struttura del sistema, mentre

oscillazioni significative determinano un’irreversibile destrutturazione del sistema

stesso. In un sistema che presenta un’organizzazione gerarchica invece, anche

un’oscillazione minima può essere amplificata e produrre modificazioni nel sistema, che

potranno rappresentare un aumento piuttosto che una diminuzione della sua stabilità.

Viceversa anche un’oscillazione notevole potrà essere o meno ‘tamponata’ senza

produrre modificazioni significative (è ovvio che ciò dipende dalle condizioni del

sistema e dall’entità delle perturbazioni esterne). Si vede così che l’Equilibrio ‘Statico’,

che caratterizza i livelli inorganici e di vita più bassi) presenti una maggior rigidità nei

confronti dell’esterno (cosa che ne riduce di conseguenza l’Adattatività), mentre un

equilibrio ‘Dinamico’, che è tipico dell’autorganizzazione che caratterizza invece i

livelli più elevati di vita, sia caratterizzato da una maggior flessibilità nei confronti

dell’ambiente (che gli garantisce un’Adattività maggiore). 21

1.3.1.2.1. Organizzazione gerarchica e controllo

coalizionale

Ciò che caratterizza il grado di Flessibilità e Plasticità all’interno di un sistema

complesso autorganizzantesi è il modo in cui il controllo viene ad essere distribuito

all’interno della sua organizzazione gerarchica. Più un sistema presenta un controllo

decentralizzato, anziché un singolo centro esecutivo, più saranno possibili

ristrutturazioni e riarticolazioni tra i sottosistemi del sistema in grado di garantirgli

stabilità a fronte di perturbazioni esterne.

I sistemi basati su gerarchie sono molto più stabili, in quanto il cattivo

funzionamento anche di aspetti importanti dell’organizzazione non distrugge l’intero

sistema, ma arretra il suo funzionamento al livello del sottosistema rimasto più stabile.

Come conseguenza, invece di dover ricominciare tutto daccapo ogni volta, il processo

di complessificazione può ripartire dal livello sottosistemico stabile e ripristinare

quando è andato perduto in un periodo di tempo assai più breve (Sameroff, 1982). Più

un sistema presenta un controllo decentralizzato, anziché un singolo centro esecutivo,

più saranno possibili continui riassestamenti delle relazioni tra i sottosistemi,

permettendo di modificare la loro cooperazione reciproca in una varietà di modi

dipendenti dal contesto e/o dalla sfera d’azione in gioco. Il Controllo coalizionale viene

così ad essere un meccanismo essenziale nello spiegare l’evoluzione di sistemi

gerarchicamente e autoreferenzialmente organizzati (Patee, 1973b; R. Shaw e Mcintyre,

1974, Sameroff, 1982; Weimer 1983;).

1.3.2. Rappresentazione vs. Costruzione

Applicare una prospettiva evolutiva alla crescita della conoscenza permette di

evidenziare come la Conoscenza stessa sia, al pari di altri aspetti della vita, il risultato di

processi biologici e adattivi (Campbell, 1974). Ciò ha portato, come già accennato, ad

una rivoluzione nel modo di considerare la Conoscenza ed il Significato umani.

L’epistemologia classica ha a lungo considerato Soggetto conoscente e Realtà

legate da un Rapporto (Statico e Lineare) figurativo o di corrispondenza, per cui la

prima non era altro che il risultato di un atto di Rappresentazione da parte del soggetto

conoscente che operava a costituente iniziale nel porsi di fronte alla seconda, che era

così considerata esistere indipendentemente dal soggetto e quindi perfettamente

22

assimilabile nei suoi diversi aspetti grazie alle proprietà algoritmiche (manipolazione

dei simboli) della mente. Si trattava di un meccanismo di rappresentazione passiva di un

ordine univoco ed esterno. L’epistemologia evolutiva tende invece oggi a considerare la

loro relazione nei termini di un adattamento funzionale reciproco. In un ottica del

genere la conoscenza tipicamente umana è il risultato di un processo di Costruzione che

non è indipendente dalla realtà, ma che anzi consiste nella modificazione reciproca che

si viene ad instaurare tra soggetto e realtà, che è così vincolata dagli aspetti di essa che

scegliamo o riusciamo a considerare e dei modi che esso utilizziamo nel farlo. Si tratta

quindi di un insieme di strutture che consentono la costruzione attiva di un ordine

interno a partire da un disordine esterno.

Viene superata una concezione lineare per cui esisterebbe un mondo la fuori che

noi ci disponiamo a percepire così com’è, arrivando ad una concezione circolare in cui

non è l’attività rappresentativa del soggetto ad essere centrale bensì il suo rapporto con

i diversi aspetti del mondo che egli sceglie o riesce a considerare in virtù del

mantenimento della sua organizzazione strutturale (Guidano, 1987, 1991; Casonato

1991, 1995).

Il mondo, quindi, è costituito da cose reali che indubbiamente esistono

indipendentemente da noi, e che limitano il modo in cui interagiamo con esse ed il

modo in cui le comprendiamo. Ciò permette di potersi preoccupare della Correttezza e

della Condivisibilità di ciò che conosciamo (Oggettivismo). Ma ciò non implica che gli

oggetti che lo costituiscono abbiano proprietà necessarie e sufficienti e che tra loro

intercorrano relazioni fisse. Le proprietà che rinveniamo negli oggetti sono sempre

relative al soggetto percipiente (Antioggettivismo). Il mondo è anche costituito dalle

esperienze individuali di chi si trova a viverci, che sono potenzialmente illimitate. Ciò

permette di porre una certa attenzione alla Pienezza e alla Idiosincraticità di ciò che

conosciamo (Soggettivismo). Ma ciò non implica che il mondo sia strutturato ad

immagine e somiglianza degli individui (Antioggettivismo).

La Conoscenza, dunque, non è riduttivamente in modo univoco nè Oggettiva

(indipendente dall’osservatore e intrinseca in ciò che viene osservato) né Soggettiva

(Indipendente da ciò che viene osservato e idiosincratica all’individuo osservatore)

(Winograd e Flores, 1986). Consiste invece nella regolazione reciproca e ricorsiva tra i

diversi livelli che costituiscono il sistema. Non è quindi neutra (oggettivismo), né

‘viziata’ (soggettivismo), bensì è autoreferenziale (esperienzialismo): riflette infatti non

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l’ordine intrinseco della realtà né le predisposizioni individuali verso questa, ma il

processo e prodotto emergente del nostro continuo interagire con la realtà.

In una prospettiva Evolutiva e quindi Pragmatica, di conseguenza,

l’Ordinamento del mondo è inseparabile dal nostro Esserci, per cui la Conoscere

corrisponde a Esistere e il Significato è il modo in cui tale esistere diviene esperibile e

valutabile (Guidano, 1991, trad. it. p.32). Abbiamo visto che le Strutture di conoscenza

(Domini concettuali) sono processi in continuo dispiegamento, e corrispondono a

Schemi evolutivi per la raccolta e l’elaborazione di informazioni, che vengono

progressivamente organizzati in risposta alle perturbazioni ambientali in modo che

l’organismo possa trasformare l’aleatorietà in informazioni significative utili alla

propria sopravvivenza. In un ottica del genere la Decodificabilità e Prevedibilità si

rivelano dunque strumenti indispensabili per la sopravvivenza e quindi per la

conoscenza, per cui l’evoluzione naturale ha progressivamente selezionato quelle

strutture che consentivano una maggior adattamento, in questi termini, dell’organismo

al suo ambiente.

Sulla base di quanto detto finora, ritengo opportuno e necessario fare delle

puntualizzazioni su ciò che viene definita Teoria della categorizzazione.

1.4. Il problema della categorizzazione

Affronterò adesso brevemente la questione della categorizzazione. Il problema

della natura e della formazione delle categorie sottostà a ogni discorso sulle relazioni

tra linguaggio, pensiero e realtà (Casadei, 1999). Sarà dunque fondamentale osservare

in che modo è cambiato il modo di considerare tale fenomeno (soprattutto alla luce di

approccio sistemico alla complessità), per vedere come tale cambiamento derivi e al

tempo stesso sostenga una diversa concezione della Conoscenza quale quella appena

vista sopra (che poi vedremo in dettaglio nelle teorie della mente e del linguaggio).

Il termine categorizzazione indica il processo con cui, raggruppiamo in classi

(categorie) le entità del mondo esterno in base alle somiglianze e differenze che

individuiamo tra esse. E’ cioè l’abilità a trattare stimoli diversi come equivalenti

(Johnson, 1987; Casadei, 1999; Kovecses, in corso di stampa). Il mio obbiettivo è ora di

dimostrare come le recenti concezioni che si sono sviluppate in relazione a tale

argomento riflettano le più importanti assunzioni relative al significato che la nuova

cultura epistemologica sta portando alla ribalta. 24

1.4.1. Due concezioni a confronto

Quella che viene abitualmente chiamata ‘Teoria classica’ delle categorie risale

ad Aristotele (Lakoff & Johnson, 1980; Lakoff, 1998a; Casadei, 1999, p.95; Kovecses,

in corso di stampa). Più che una teoria si tratta di un insieme di assunti condivisi più o

meno esplicitamente da gran parte della filosofia, psicologia e linguistica del novecento

riassumibili in tre punti principali:

(1) Una categoria è definita da un insieme di proprietà necessarie e

sufficienti, che corrispondono alle proprietà essenziali dei suoi membri. Si assume cioè

che ogni entità abbia varie proprietà, alcune delle quali queste sono ‘essenziali’(come

animale e bipede per “essere umano”), altre ‘accidentali’(come biondo o laureato).

Ciascuna delle proprietà del primo tipo è necessaria per definire la categoria a cui

appartiene l’entità in questione e, tutte insieme, sono sufficienti per distinguerla da ogni

altra categoria; parallelamente tutte e solo queste proprietà consentono di stabilire se

un’entità appartiene o meno ad una categoria.

(2) Le categorie sono discrete, hanno cioè confini chiari e ben

definiti, tali che si può sempre distinguere in modo netto una categoria dall’altra e

stabilire se un’entità appartiene o no a una certa categoria (Condizioni di Verità e

appartenenza). Un entità o è un uccello o non lo è, e non esistono uccelli che siano “un

po’ uccelli e un po’ no” o uccelli “in un certo senso”, ecc.

(3) Le categorie sono internamente non strutturate, nel senso che i

loro membri sono tutti equivalenti (tutti gli uccelli lo sono in uguale modo e non esiste

un membro della categoria che sia “più uccello” di un altro).

Negli ultimi anni studi sperimentali condotti da psicologi cognitivi e il dibattito

che ne è scaturito hanno portato all’affermarsi di una concezione delle categorie opposta

a quella classica, secondo cui:

(1) Una categoria non è definita da un insieme chiuso di proprietà necessarie e

sufficienti.

(2) Le categorie hanno confini vaghi e i loro membri si collocano 25

lungo un continuum ai cui estremi la situazione è chiara (un passero è senza dubbio un

uccello e un’ape senza dubbio non lo è) ma che include zone di frontiera in cui

l’appartenenza categoriale è confusa (i confini sono classificati come uccelli, ma non

volano e anzi sono animali nuotatori).

(3) Le categorie sono internamente strutturate nel senso che

includono membri più tipici e rappresentativi di altri (i passeri sono “più uccelli” dei

pinguini).

Come emergerà in seguito, la differenza tra la teoria ‘classica’ e quella

‘moderna’ sta nel fatto che la seconda nasce all’interno della cultura epistemologica

emergente che ho sopra descritto: un approccio multidisciplinare che studi

pragmaticamente come è possibile l’organizzarsi della conoscenza umana da parte di un

organismo umano che è incessantemente in interazione con il proprio corpo (Rapporto

mente – corpo) ed il proprio ambiente (Interazionismo).

Ma vediamo ora come si è giunti ad una tale concezione e come questa si articoli

un po’ più nel dettaglio.

1.4.2. Somiglianze di famiglia e vaghezza, continuo e discreto nel

linguaggio, il vocabolario del colore

Già Wittgenstein, in Ricerche filosofiche (1953, p. 65-108), osserva in relazione

al concetto di gioco (ma l’analisi vale ovviamente per qualunque termine) che le varie

attività che chiamiamo giochi non condividono tutte lo stesso insieme di proprietà,

piuttosto presentano una rete di somiglianze parziali e variamente distribuite che egli

chiama somiglianze di famiglie. Non esiste dunque un insieme chiuso di proprietà che

definiscono esattamente una categoria e consentono di tracciare confini netti tra esse e

le altre; in concetti e i significati delle parole hanno significati vaghi e sfumati, tali che

esistono casi in cui è impossibile stabilire se un termine è applicabile o no ad un’entità.

Ciò depone a sfavore dell’idea secondo cui esisterebbero delle caratteristiche necessarie

e sufficienti che un’entità possiede e che ci permettono di categorizzarla; sembra invece

che le categorie si formino in base al fatto che esse funzionano. La vaghezza non è

dunque un difetto, un eccezione, bensì contribuisce a fare delle lingue degli efficaci

sistemi comunicativi. Come sottolinea De Mauro (1982), la lingua è irriducibile a

26

calcoli, essendo legata all’apertura, alla creatività, alla possibilità d’innovazione dei

significati linguistici.

Le idee di Wittgenstein trovano conferma empirica nei lavori di Labov (1977, p.

23). Quest’ultimo afferma come il problema della categorizzazione, cioè il problema di

come imponiamo imporre categorie discrete a fenomeni per loro natura continui, sia

centrale in ogni ricerca empirica e quindi anche in linguistica. Partendo anch’egli

dall’idea per cui la vaghezza del linguaggio costituisca un suo aspetto fondante anziché

eccezionale, afferma come un’adeguata teoria delle categorie debba possedere regole

‘più o meno’ anziché ‘tutto o niente’. Una teoria dei confini quindi, che in linguistica

permetta di studiare come il linguaggio riesca ad imporre distinzioni categoriali al

continuum fonico e semantico. Anch’egli afferma come l’estensione di una categoria

non sia decisa dalla presenza/assenza di uno o più tratti discreti, ma vari a seconda delle

proprietà coinvolte. Le caratteristiche di un oggetto descrivono com’è quell’oggetto

tipicamente, comunemente, più o meno in relazione a tutta una serie di fattori (contesto

socio-culturale, apparato fisico ed esperienze personali), e non tutte e solo le proprietà

che ogni esemplare di quell’oggetto possiede. Si è inoltre visto che attributi che la teoria

classica descriverebbero come ‘accidentali’, sono invece spesso necessari per descrivere

l’uso regolare di un termine (al variare di, come già detto, fattori corporei, psicologici e

socio-culturali). In relazione a quanto detto finora, ritengo opportuno citare quanto

osservato da Berlin e Kay (1969) in relazione ad alcune ricerche da loro condotte sul

vocabolario del colore.

Dal punto di vista fisico-percettivo il colore rappresenta un continuum di

sfumature senza distinzioni nette; tuttavia noi distinguiamo diverse categorie di colore e

le lingue variano notevolmente nel numero e neltipo di colore che possiedono. In base a

ciò sarebbe facile concludere che l’articolazione linguistica è arbitraria nel senso che le

diverse categorizzazioni che possiamo fare non sono nessuna più motivata dell’altra:

sono lingua-dipendente e arbitrarie (Casadei, 1999, p.102). Berlin e Kay osservano due

cose conducendo degli studi sui basic color terms, cioè sulle parole che rappresentano il

cuore del vocabolario del colore di una lingua. Innanzitutto, se si chiede a parlanti

lingue diverse di indicare su un atlante di colori ad esempio il rosso, indipendentemente

dalla lingua parlata i soggetti tendono ad indicare come buon esempio di rosso lo stesso

tipo di rosso. Ciò si verifica anche per altri colori, che gli autori chiamano ‘colori

focali’. In secondo luogo il repertorio dei basic color terms varia da lingua a lingua, ma

in generale tutet le lingue scelgono i loro basic colors terms a partire da un repertorio di

27

11 colori focali: nero, bianco, rosso, giallo, verde, blu, marrone, porpora, rosa,

arancione, grigio. Inoltre esiste una gerarchia precisa tra essi. Pur tenendo in

considerazione tutti i limiti metodologici che tale lavoro ha, è indubbio che rappresenti

almeno un buon indizio di come la categorizzazione non sia arbitraria e tutta interna al

sistema linguistico. Mancano però risposte a domande importanti come ad esempio cosa

determina l’esistenza di un repertorio universale di colori focali, e perché i termini

all’interno di ogni ingua sono scelti proprio all’interno di questo repertorio. Negli anni

successivi gli stessi autori hanno cercato di perfezionare parte dei loro risultati e sono

fiorite numerose ricerche sui termini di colore. Tra questi , quelli di Rosch che hanno

portato un contributo decisivo sia alla ricerca sulla categorizzazione del colore sia allo

sviluppo di una nuova teoria generale delle categorie.

1.4.3. Teoria dei prototipi

La psicologa sperimentale Rosch ha svolto i primi studi sulla categorizzazione

del colore (pubblicati con il cognome Heider, 1972) tra fine anno sessanta e inizio anni

settanta. Nel complesso questi smentiscono la gerarchia di Berlin e Kay, ma

confermano l’ipotesi che qualcosa di non linguistico abbia un ruolo cruciale nella

categorizzazione del colore.

A partire da questi risultati Rosch (1973, 1975) sviluppa una concezione più

generale della struttura e della formazione delle categorie, che si riferisce all’idea

fondamentale secondo cui la categorizzazione è dunque (anche) prelinguistica piuttosto

che (esclusivamente) determinata dal linguaggio. Questa posizione si basa su due

ipotesi:

(a) l’ipotesi che fattori percettivi e cognitivi (extralinguistici) influiscano sulla

formazione e sul contenuto delle categorie linguistiche;

(b) l’ipotesi che una categoria non sia un insieme discreto di membri equivalenti ma

una struttura graduale organizzata attorno ad un centro (che Rosch chiama punto di

riferimento cognitivo o prototipo) e digradante verso una periferia dai contorni

sfumati. Non più caratteristiche necessarie e sufficienti di alcune entità che fanno sì

che queste vengano categorizzate o meno in modo preciso in determinate categorie

piuttosto che in altre, bensì variabilità di queste stesse caratteristiche (in funzione di

28

fisici-psicologici-culturali)

diversi fattori per cui va stabilito in quale grado esse

appartengono ad una categoria.

Le categorie possono dunque ben essere rispecchiate da due concetti: quello di

prototipo e quello di basic level category. Il primo riguarda l’organizzazione interna di

una categoria, cioè l’asse orizzontale della categorizzazione, il concetto di basic level

riguarda i rapporti gerarchici tra le categorie.

Iniziamo dall’Organizzazione gerarchica delle categorie. Si può osservare un

 

gradiente di inclusività dal vertice (ad esempio entità manufatto ecc.) attraverso il

livello intermedio (ad esempio tavolo, sedia, letto) fino ad arrivare al livello più basso

dove abbiamo, più che categorie, esemplari unici (ad esempio ‘la sedia a dondolo di mio

nonno). La teoria classica descrive questa organizzazione in termini di differenze di

tratti/attributi: ogni categoria possiede tutti gli attributi della categoria immediatamente

1

superiore, più uno (o più) attributi distintivi specifici . Gli esperimenti di Rosch e

collaboratori (Rosch et al. 1976) non confermano però questa visione: Se si

sottopongono ai soggetti i nomi di alcuni membri tipici di una categoria come MOBILE

e gli si chiede di elencare quanti più attributi possibili della categoria, pochi risultano

comuni ai vari membri (non si tratta quindi di caratteristiche necessarie e sufficienti) e

che comunque sono così generici da non essere definitori della categoria. Inoltre i

soggetti, nell’elencare gli attributi, hanno in mente non il livello sopraordinato MOBILE

ma il livello SEDIA e TAVOLO. Esisterebbe dunque un livello basico al quale la

categorizzazione è cognitivamente e linguisticamente più saliente (Casadei, 1999, p.

106), almeno secondo quattro accezioni: percettiva, funzionale, comunicativa e di

organizzazione della conoscenza (Casonato, 1998). Se proviamo ad immaginare un

mobile (un’immagine rappresentativa della categoria) probabilmente immagineremo

una sedia o un tavolo (entità di livello basico). A questo livello parliamo anche

comunemente della realtà: se ci chiedono come si chiama l’oggetto su cui siamo seduti

rispondiamo sedia piuttosto che manufatto o mobile o sedia da salotto in legno

massello. Inoltre, da un punto strettamente linguistico i vocaboli che indicano i basic

level terms sono comuni, morfologicamente semplici e brevi, mentre quelli del livello

super ordinato sono in genere nomi poco comuni o irregolari ( mobilia) e quelli del li

1 Si tratta della definizione ‘per genere prossimo e differenza specifica’ (Casadei, 1999, p. 106). 29

vello subordinato nomi composti (in cui i primo elemento indica il livello basico seguito

da un modificatore, cfr. sedia a dondolo, tavolo da pranzo, cane lupo, ecc.).

Qualcosa di analogo si può dire anche in relazione all’organizzazione interna di

una categoria: prendiamo ad esempio la categoria uccelli. All’interno di essa alcuni

membri sono maggiormente rappresentativi, come ad esempio rondine o piccione,

mentre altri lo sono meno, come ad esempio pinguino o struzzo. I primi rappresentano

così il prototipo della categoria, che si trovano al centro della categoria che viene

considerata essere organizzata secondo una struttura radiale; più si si allontana dal

centro più i membri saranno meno rappresentativi (prototipici).

Ma perché esiste un livello al quale, sia sull’asse verticale (gerarchia di una

categoria) che sull’asse orizzontale (organizzazione interna di un livello della

categoria), abbiamo ‘zone’ più importanti, costituite rispettivamente dal prototipo e dal

livello basico? Secondo Rosch la risposta sta proprio nella dimostrazione che la

categorizzazione non è l’esito di fattori arbitrari né tanto meno imprescindibilmente

oggettivi (Rosch, 1978, p.27), ma è il risultato dell’incrocio tra le caratteristiche della

realtà e della psicologia umana. Due fattori sono infatti alla base della formazione delle

categorie secondo Rosch:

(1) L’economia cognitiva, e cioè fornire il massimo di informazione con il minimo

sforzo possibile. Esprimere (il più precisamente possibile ma rispettando i limiti di

memoria umani e altri fattori di economia) che un’entità è simile ad altre (quelle

della stessa categoria) e diversa da altre (quelle di categorie diverse).

(2) La presenze di salienze nel mondo percepito. Da quanto già visto nel paragrafo

precedente, la realtà si offre alla percezione umana non come un magma indistinto

di stimoli ma come informazione strutturata, in cui certi stimoli sono più salienti di

altri (probabilmente quelli che evolutivamente – vd. oltre- si sono dimostrati più

vantaggiosi). La distribuzione degli attributi non è né casualmente relativistica

(Soggettivismo) né deterministicamente prefissata in modo rigido (Oggettivismo).

Certi attributi tendono a correlare tra loro in positivo o in negativo, sono cioè molto

probabili (come avere le ali e deporre le uova) o lo sono meno (come avere le ali e

non volare), altre sono impossibili (come avere quattro zampe e volare). La

possibilità di riconoscere somiglianze e differenze è data quindi da correlazioni tra

le caratteristiche degli attributi non perfette (vd. modello classico aristotelico), bensì

biofisiologici-psicologici-socioculturali)

probabilistiche. Ci sono dei precisi motivi evolutivi ( per

30

cui certe entità condividono una correlazione più o meno probabile di attributi, e

tanto più è così tanto più saranno simili tra loro e diverse da entità che condividono

una diversa correlazione di attributi.

Una categoria è tanto più efficiente quanto più esprime salienze percepibili (in

biologici-psicologici-socioculturali ) nella realtà, cioè il maggior numero possibile

base a vincoli

di attributi condivisi dai suoi membri (massimizza le somiglianze interne) e il

numero minore di attributi che condividono con le altre entità (massimizza le

differenze tra essi e i membri esterni alla categoria). Prototipo e categorie di livello

base sarebbero quindi le ‘zone’ in cui tal principio funziona meglio. Ad esempio la

categoria SEDIA riunisce entità che hanno alcuni chiari attributi in comune non

condivisi da categorie di pari livello (i principali attributi che le sedie hanno in

comune non si trovano in letti o tavoli); a livello MOBILI invece, più generico, sono

meno evidenti le somiglianze tra i membri (è difficile individuare proprietà comuni

ai membri) e viceversa a livello SEDIA A DONDOLO, più specifico, sono ben

visibili le somiglianze (è evidente cosa hanno in comune le sedie a dondolo) ma non

le differenze (alcune proprietà delle sedie a dondolo, come ‘usata per sedersi’, si

hanno anche nelle sdraio. Analogamente il prototipo è il membro della categoria che

condivide più attributi con i membri della stessa categoria e meno attributi con i

membri delle altre.

Rilevando che all’interno di una determinata categoria ci sono membri più

rappresentativi di altri (Prototipi), e che la categorizzazione in sé stessa non è un

meccanismo cognitivo autonomo, bensì dipendente in larga misura dall’esperienza

(neurofisiologica, motoria, percettiva, culturale, mnemonica, comunicativa) e

dall’immaginazione (metaforica, metonimica, schematica, ecc.), la teoria dei prototipi

ha contribuito fortemente al superamento del cognitivismo oggettivista, dimostrando

che le categorie che si supponeva dimostrassero che il significato di simboli risiede in

una corrispondenza tra i simboli stessi con gli oggetti della realtà esterna, erano invece

delle particolari categorizzazioni ad un determinato livello di astrazione: né il più alto

(es. animale, vertebrato, mammifero, …) né il più basso (es. pastore tedesco, dalmata),

ma intermedio (es. cane) e basilare sotto il profilo cognitivo. Da qui la definizione di

Basic level categories e di Prototipi, che riflettono i livelli ai quali gli esseri umani

interagiscono maggiormente con la realtà e al quale immagazzinano e comunicano

31

informazioni in modo più efficace, almeno secondo quattro accezioni: percettiva,

funzionale, comunicativa e di organizzazione della conoscenza.

Un tale cambiamento di considerare un processo centrale come la

categorizzazione può dunque essere assunto come paradigmatico e rappresentativo dei

principali cambiamenti nel modo di concepire l’attività conoscitiva dell’uomo, sia che

ci si riferisca a teorie della mente sia che sia faccia riferimento a teorie del linguaggio,

come vedremo più nel dettaglio più avanti.

In particolare mi preme sottolineare come le posizioni classiche riflettessero

quanto già detto all’inizio del mio lavoro a proposito dei miti dell’Oggettivismo e del

Soggettivismo: una realtà che viene organizzata in funzione rispettivamente ed

esclusivamente delle sue caratteristiche intrinseche e obbiettive piuttosto che in

relazione alle personalissime vicende personali ed esistenziali del soggetto conoscente.

La mente si riduceva così ad un meccanicistico strumento computazionale piuttosto

piuttosto che ad un qualcosa che difficilmente poteva essere studiato in modo

scientifico. La posizione che emerge in particolare dai lavori della Rosch riflette invece

quanto già detto a proposito dell’esperienzialismo e articolato successivamente nelle

posizioni della cosiddetta ‘Epistemologia della complessità’, con tutto ciò che questo

implica e che da questo consegue. La realtà è così un qualcosa né assolutamente

obbiettivo né assolutamente soggettivo. La mente non è un arido meccanismo

computazionale né un caotico contenitore di sensazioni difficilmente comunicabili.

Realtà conosciuta e Soggetto conoscente (con annesse ovviamente le strutture che

permetto tale conoscenza) si co-determinano incessantemente l’una in relazione

all’altra. Non si tratta né di Rappresentazione né di Evocazione, bensì di Costruzione

reciproca di una realtà che ha si delle caratteristiche proprie, ma che possono essere

colte solo in relazione al nostro apparato fisico e che assumono un significato solo in

funzione del sistema concettuale (psicologico) e all’interno del contesto socio-culturale

di chi è protagonista di tale ‘conoscenza’.

1.5. Conclusioni

Vorrei, concludendo questa prima parte del mio lavoro, sottolineare in

particolare quali sono le nozioni e i maggiori cambiamenti che un taglio epistemologico,

teorico e metodologico del genere implicano: 32

(1) Un approccio multidisciplinare che integri i vari dati a disposizione dalle

differenti discipline. Ciò significa non più opposizione irriducibile tra l’idea di una

verità assoluta ed esterna a noi e un relativismo per cui “anything goes” (Johnson, 1987,

cap.8), tra il cosiddetto contesto della giustificazione e quello della scoperta; bensì

l’idea che esista un ampio territorio tra l’uno e l’altro che è in grado di rendere conto di

fenomeni sia peculiari che comuni ai due precedenti domini.

(2) Una prospettiva Interazionista che vada oltre le limitate e

riduttivistiche visioni Innatiste o Empiriste e che consideri la costante, dinamica e

reciproca interconnessione tra variabili interne ed esterne. Non esiste nessuna realtà

assolutamente oggettiva e condivisibile né altrettanto privata; si tratta invece di qualcosa

che emerge dinamicamente dal costante rapporto tra vincoli e possibilità rispettivamente

sia del sistema osservato che di quello osservatore. Il soggetto conoscente non si trova

più nella posizione privilegiata di colui che, esterno all’oggetto che osserva, può

coglierne oggettivamente le proprietà e le caratteristiche intrinseche, né è colui che

arbitrariamente percepisce determinati aspetti della realtà e non altri sulla base

esclusivamente delle risonanze emotive ed immaginative che questi evocano in lui.

L’osservatore è invece colui che gioca un ruolo primario assieme, né più né meno,

all’ambiente che cerca di conoscere (introducendo un ordine in ciò che tenta di

osservare). La realtà osservata non va quindi considerata come univoca e

oggettivamente data una volta per tutte, né eccessivamente ambigua e sfuggente nei suoi

mutevoli aspetti. Viene invece concepita alla stregua di una rete di processi

multidirezionali che, pur strettamente embricati, sono irriducibili l’uno all’altro.

(3) Un Approccio olistico che consideri l’uomo ed il suo rapporto col

mondo in tutti i suoi aspetti, da quello Biologico a quello Psicologico, Linguistico,

Socioculturale, ecc., e nell’interconnessione dei suoi livelli che ne risulta, Fisico e

Mentale, Cognitivo ed Emotivo, ecc. Non siamo esclusivamente esseri razionali o

immaginativi, ma il nostro essere umani deriva dall’interconnessione tra questi diversi

livelli. (4) Una nozione di Sviluppo che muta radicalmente. L’Adattamento

non consiste più nel progressivo modellarsi di un sistema sulle pressioni ambientali ma,

come già accennato, sulla abilità del sistema di trasformare perturbazioni in

informazioni significative. L’Evoluzione di un sistema non coincide più con un

fenomeno statico, regolata e guidato dall’esterno (Guidano, 1996, 5), in cui v’è una

modificazione del proprio stato interno in base all’ambiente. E’ invece un processo

33

dinamico emergente dall’interrelazione tra la struttura e l’organizzazione del sistema

(Chiusura) e informazioni esterne che giungono dalla nicchia di questo

sistema(Apertura), che consiste nel mantenimento della propria coerenza interna

(Chiusura) a spese dell’ambiente(Apertura).

(5) Un sistema Complesso è quindi ciò che l’evoluzione naturale ha

selezionato in quanto maggiormente adattivo. Ha una Organizzazione non lineare ma

dinamica, in cui v’è differenziazione e allo stesso tempo ordinamento gerarchico tra i

differenti sotto e sovra sistemi che lo compongono. Ciò permette di far meglio fronte

alla variabilità di un ambiente in continuo cambiamento (soprattutto se l’ambiente

dipende ora anche da come noi lo vediamo e interpretiamo grazie ai gradi di libertà che

l’autocoscienza ci ha fornito). Non più una semplice Organizzazione sulla base delle

informazioni esterne, ma un’Autorganizzazione sulla base delle informazioni sia esterne

ma soprattutto interne. Non più un sistema Allonomo ma Autonomo, che non calcola

una soluzione ma si calcola in essa, che produce qualcosa non di diverso ma simile a sé

stesso. Produrre esperienze il cui significato è determinato da parametri esterni piuttosto

che interni, la cui finalità è non ricevere input e produrre output sulla base di un

programma esterno già definito(statico), bensì produrre egli stesso i suoi input

analizzando i propri output che a loro volta …, sulla base di una autoreferenzialità

interna costantemente evolventesi. La sua stabilità consiste nell’evolvere verso livelli

maggiori e più integrati di coerenza interna e complessità. 34

CAPITOLO 2. Una prospettiva evolutiva sulla conoscenza umana

In questa parte cercherò di esporre più nel dettaglio come può essere affrontato il

problema del Significato e della Conoscenza umana alla luce di un Approccio

sistemico processualmente ed evolutivamente orientato alla complessità.

Abbiamo visto come l’evoluzione consiste nella strutturazione di sistemi (Sé)

che ricercano e producono ordine, stabilità, consistenza e coerenza all’interno di un

ambiente (Non-sé) multiforme, mutevole, aleatorio e contraddittorio, e ciò avviene

secondo livelli di complessità e organizzazione sempre maggiori. E’ un processo che

riguarda sia lo sviluppo delle diverse specie (Filogenesi) nell’arco dei secoli che la

2

crescita dell’organismo all’interno del ciclo di vita individuale (Ontogenesi) .

Lavorando nell’interfaccia tra Biologia e Psicologia, come l’epistemologia della

complessità ci permette di fare, e possibile cogliere che relazione esista tra processi

Neurofisiologici e Mentali; cogliere quale porzione di questa relazione si riferisce ad

aspetti Universali (relativi al rapporto tra diverse strutture anatomofisiologiche e diverse

modalità di processare l’informazione), e quale si riferisce invece ad aspetti più

propriamente Individuali (relativi, ad esempio, alla relazione tra specifiche circostanze

ambientali e diverse modalità di elaborazione dell’informazione). E’ possibile

analizzare come, nella relazione tra l’organismo (Sé) e l’ambiente (Non-sé), esistano da

una parte delle Funzioni evolute (definibili Innate) che rispecchiano le ‘regolarità’ di

tale interazione, dall’altra delle Risposte adattive (definibili Apprese) che invece sono

costruite per far fronte alle ‘irregolarità’ di tale relazione (Crittenden, 1997). Da una

parte quindi la presenza di determinati “Pattern genetici” e dall’altra gli “Effetti

dinamici delle informazioni sul sistema nervoso”.

Le strutture conoscitive quindi non sono considerate in relazione alle Proprietà

formali che dovrebbero caratterizzare sia il mondo esterno che il soggetto che si

propone di rappresentarselo. Divengono centrali invece i Vincoli evolutivi che hanno

caratterizzato e caratterizzano il rapporto organismo (Sé) – ambiente (Non sé), per cui

queste non consistono più in un’astratta capacità algoritmica di manipolare simboli

bensì un prodotto dell’evoluzione che permette di produrre ordine nell’ambiente a

differenti livelli di complessità.

2 A proposito è infatti possibile possibile rintracciare un parallelismo tra Filogenesi e Ontogenesi

(Guidano, 1987). 35

Nel corso di ciò che sarà esposto vi sarà costante riferimento all’idea che:

(1) la conoscenza ha raggiunto una complessità Autoreferenziale

che ha la propria base nell’attività Corporea in un ambiente ‘fisico’ e ‘culturale’ e che

solo successivamente evolve in strutture più ‘astratte’ che fanno dell’attività Mentale il

proprio centro.

(2) Tale aumento di complessità delle strutture di conoscenza è

stato parallelo Interazioni sociali

.

2.1. Evoluzione delle relazioni e della conoscenza

Prenderò qui in esame, come già accennato prima, come l’evoluzione abbia

portato all’emergere di strutture sempre più complesse in un contesto di

intersoggettività sempre più strutturato. In particolare analizzerò quali sono gli aspetti

essenziali relativi all’autorganizzazione della conoscenza e la dimensione evolutiva

all’interno della quale questa si è sviluppata.

2.1.1. Teoria di motivazione: motivazioni non sociali, sociali e

proattive

Le classiche analisi di MacLean (1984) indicano che sono avvenute due

modificazioni fondamentali nell’evoluzione del cervello nel corso dell’evoluzione. La

prima modificazione ha comportato la sovrapposizione del Sistema limbico (o

archipallio) al primitivo cervello dei vertebrati evolutivamente più antichi, noto come

Cervello rettiliano (o complesso R, che comprende il tronco encefalico ed i gangli della

base). La seconda modificazione coincide con la comparsa della nostra specie, Homo

sapiens, ed è rappresentata dalla sovrapposizione della Neocorteccia al sistema limbico

e al cervello rettiliano.

Le specie caratterizzate dal solo cervello rettiliano, tipicamente rappresentate

dai rettili, sono caratterizzate da Sistemi motivazionali primariamente non sociali . La

loro attività si limita prevalentemente all’ALIMENTAZIONE, all’ACCOPPIAMENTO,

all’ESPLORAZIONE e alla PREDAZIONE DEL TERRITORIO.

I vertebrati con un cervello bipartito, che unisce al cervello rettiliano il sistema

limbico, e cioè gli uccelli e i mammiferi, hanno oltre ai sistemi motivazionali non

sociali dei sistemi motivazionali che potremmo definire sociali (o interpersonali),

36

connessi alle attività dell’archipallio. Questi sono relativi, come vedremo più in

dettaglio avanti, all’ATTACCAMENTO-ACCUDIMENTO che conduce al cercare e

fornire cure, all’attività SESSUALE che conduce a coppie sessuali relativamente stabili,

all’attività AGONISTICA finalizzata a definire ranghi sociali.

Con l’aumentare della complessità dell’archipallio, si sviluppano il gioco sociale

e l’ATTIVITA’ COOPERATIVA vista di un obbiettivo condiviso, che sono però

pienamente visibili solo in quelle specie con un cervello tripartito, formato dalla

sovrapposizione di cervello rettiliano, archipallio e neocorteccia. Si può dire che

queste specie, tipicamente rappresentate dai mammiferi superiori, dai primati e ancor

più in particolare dall’uomo, possiedano anche un sistema motivazionale Neocorticale(o

proattivo ), che ha la funzione di dare ordine e coesione a tutte le informazioni o

conoscenze legate all’operare dei sistemi motivazionali più antichi, fino a costituire una

coerente visione di sé, degli altri e del mondo (Liotti, 1992; Liotti, Ceccarelli, Chouhy,

1993; Liotti, Iannucci, 1993).

In un’ottica del genere la dinamica motivazionale è vista più che in un ottica

‘energetica’ o ‘carenziale’ (Freud, comportamentismo, Lorenz), nell’ottica cibernetica

dell’elaborazione delle informazioni. Sono i segnali comunicativi ad attivare, attraverso

le informazioni e i significati che convogliano, i sistemi motivazionali di chi riceve quei

segnali. E’ chiaro come già da queste premesse emerga una nozione di Significato che

prescinde il livello ‘esplicito’ e concettuale e anzi lo fonda.

E’ all’interno di un tale contesto che compare ed opera la coscienza sorretta dai

livelli impliciti di conoscenza.

Ciò che muta è la complessità relazionale che tali strutture sono in grado di

sostenere. Si passa da un riconoscimento semplice, mediato da semplici forme di

memoria di indicatori territoriali, a forme di riconoscimento duraturo, mediato dalla

possibilità di memoria sociale, ovvero di segnali individuali emessi da conspecifici, per

arrivare al riconoscimento facciale autoriferito, mediato dal forme di memoria ancora

più complesse che permettono l’autoriferimento del percetto. L’interazione diviene

così sempre più complessa: all’inizio semplice questione di azione e reazione, diviene

col tempo la capacità di coordinare le azioni e le reazioni, prima a ‘breve’ e poi a

‘lungo’ termine. Si passa da un’attività centrata sulla competizione per risorse limitate,

negoziazione di mutui consensi. Si

anche se via via più complessa, ad una basata sulla

passa da sistemi essenzialmente Individuali a sistemi Sociali prima molto semplici fino

ai più complessi che caratterizzano la specie umana. Non si vive più in un mondo fatto

37

di comunicazione anonime, ma al cui centro si pone la necessità di riconoscere

l’identità dei singoli, prima in modo temporaneo e secondo caratteristiche non

specifiche, poi in modo più duraturo secondo specifiche caratteristiche.

L’elaborazione delle informazioni si fa sempre più complessa. Nelle specie con

Simmetria emisferico v’è la possibilità d’integrazione {vd. Crittenden, 1996) pressoché

assente nelle specie dotate di cervello bipartito: ciò permette il confronto delle

informazioni relative ai due sistemi inferiori e la risoluzione di discrepanze, anche se

con un grado minimo di complessità. Le specie con Asimmetria emisferica hanno invece

a disposizione il linguaggio, e cioè regole lessicali e semantiche che permettono la

ristrutturazione di esperienze Immediate (comportamento) e di strutture Astratte

(progettualità). Ciò inoltre permette da una parte l’abilità di Anticipare le percezioni che

gli altri hanno di noi e renderle più evidenti, aumentando la sincronia delle interazioni

(Distanziamento, Decentramento), dall’altra quella di Imitazione, per cui è possibile

simulare come gli altri guarderanno le nostre azioni, e quindi vedere sé stessi secondo la

prospettiva altrui, anche se in modo ancora molto rudimentale (percezione Prospettiva

altrui). Ciò che viene ad aggiungersi con la specializzazione emisferica è l’abilità di

tracciare distinzioni nell’esperienza immediata (DISTANZIAMENTO-

DECENTRAMENTO), e ciò si articola fondamentalmente in due aspetti: il punto di

vista non è più ‘a ciascuno il suo’ in modo non riconducibile, ma è comune e

sovraordinato ai singoli (vd. quanto appena detto sopra in relazione ai sistemi

motivazionali – SMI). Si ha asimmetria temporale anziché simmetria temporale: ciò

significa che si passa da una dimensione esistenziale in cui è solo il presente percettivo

ad avere rilevanza ad una in cui ad esso si aggiungono le dimensioni del passato e del

3

futuro .

In un percorso in cui l’Adattamento e divenuto via via questione di azione e

reazione prima, di inserimento sociale poi, e di identità (sociale e poi individuale)

infine, si può osservare lo stretto legame tra l’Aumento della complessità nelle forme

di relazione e quello nelle strutture e forme conoscitive

. La selezione naturale ci ha

fornito delle strutture di conoscenza molto complesse (semplice e autoriferita), e ciò è

stato possibile solo in un contesto in cui la vita si centrava sempre più attorno

all’intersoggettività (presenza di altri - Identificazione), e di conseguenza diveniva

3 cfr. Coscienza primaria e secondaria. 38

simmetricamente un problema di individuazione (abilità a differenziare sé dagli altri -

4

Identità) .

2.1.2. Segni naturali e segni convenzionali

Come ha notato G.H.Mead (Hewitt, 1996), ciò che distingue il comportamento

dell’uomo da quello di specie inferiori è che esso si basa, oltre che su Condizionamenti

appresi, anche sull’Interpretazione simbolica. Più in particolare il comportamento è

considerato dipendere rispettivamente da Segni ‘Convenzionali’ oltre che ‘Naturali’.

Con segno definisco ‘qualcosa che sta per qualcos’altro’, per cui si può dire che la

relazione tra il segno, naturale o convenzionale, e le cose di cui prendono il posto, è

rispettivamente diretta e data in natura piuttosto che indiretta e costruita socialmente.

Nel primo caso mi riferisco ad aspetto fisso dell’ambiente, che al di là di aspetti

socioculturali, è relativamente inerente alla natura. Nel secondo mi riferisco a qualcosa

che è invece mediato e creato all’interno di relazioni condivise, quindi esistente solo

all’interno di convenzioni reciprocamente stabilite. Ad esempio, il fumo indica quasi

sempre esclusivamente la presenza di fuoco, mentre una bandiera può riferirsi alla

nazione che identifica coi suoi colori oppure altrettanto legittimamente al senso che gli

da un adolescente quando la usa come abbellimento per la propria camera.

Ma più in generale, cosa differenzia i Segni dai Simboli? I comportamenti che si

basano esclusivamente su Condizionamenti appresi piuttosto che anche su

Interpretazione simbolica riflettono la (a) distinzione tra sistemi Allonomi e Autonomi,

nella misura in cui il Senso (che esprime la relazione tra il ‘significato’ ed il

‘segno’(signifcante)) è si può dire subìto piuttosto che stabilito, è determinato cioè dal

Non-sé (ambiente) piuttosto che dal Sé (Organismo). E’ l’ambiente a controllare

l’apparire di un segno, mentre il simbolo è sotto il controllo di chi lo usa (Hewitt, 1996,

trad. it. p.48). (b) Un’altra differenza è che i primi sono appresi direttamente e

individualmente, mentre i secondi indirettamente e in un contesto intersoggettivo.

Hanno quindi un significato rispettivamente ‘privato’ e ‘pubblico’. (c) Infine, ma di

certo centrale, è il fatto che i segni appaiono solo quando la cosa per cui stanno è

presente, mentre i simboli non sono legati ai propri referenti. Se c’è fumo deve esserci

4 cfr. Social referencing 39

anche fuoco, mentre posso nominare la parola casa senza che questa sia presente. Ciò,

come vedremo più avanti, implica un notevole Distanziamento dall’esperienza

immediata che può essere così manipolata simbolicamente, e ciò riflette la capacità

dell’organismo di lavorare dal livello Concreto a quello Astratto, e che questi due livelli

sono intimamente connessi.

Ma segni naturali e convenzionali hanno anche degli elementi in comune

, a

sottolineare la loro comune origine evolutiva. (a) Innanzitutto è comunque necessario

un apprendimento per stabilire le connessioni esistenti tra il segno o simbolo

(significanti) ed il loro significato, pur riconoscendo che l’apprendimento in questione è

notevolmente più complesso nel secondo caso. (b) Inoltre, come per i segni e ciò che

essi indicano, si risponde ad un simbolo in modo simile a come si risponde a ciò che

simboleggia. La vista del fumo mi farà probabilmente scappare come se avessi visto

effettivamente del fuoco, e la parola casa può indurmi un senso di comodità e familiarità

simile a quello che proverei se mi trovassi concretamente in casa mia. (c) Infine, sia i

segni che i simboli introducono un elemento di anticipazione e latenza temporale tra

la percezione di uno stimolo e l’inizio di una risposta, come approfondiremo più avanti.

Lo sviluppo della capacità simbolica è forse l’elemento più importante

nell’evoluzione della specie umana, comunque sia avvenuto, e negli esseri umani è

progredito a tal punto tanto da divenire il perno su cui ruota la loro stessa evoluzione

come specie (Hewitt, 1996, trad. it. p.48). Essa consiste nell’abilità ad organizzare in

modo sempre più complesso le nostre risposte all’ambiente attraverso i simboli, e ha

avuto tre conseguenze fondamentali. Vediamo quali.

Trasformano la natura dell’ambiente

, espandendone l’ampiezza temporale (Cervello

1. rettiliano) e spaziale (Sistema limbico). Le altre specie sono confinate in un

ambiente delimitato dalla lunghezza e dalla velocità dei loro spostamenti, dalle

caratteristiche e potenzialità dei loro organi di senso, mentre l’uomo ha la possibilità

di ‘immaginare’ ciò che non è presente, ma potrebbe esserlo, o ciò che era presente

e potrebbe esserlo di nuovo. Ciò è dovuto, come abbiamo già visto, al fatto che i

segni e i simboli sono legati a cose che sono rispettivamente presenti piuttosto che

essere invocabili a distanza.

Un altro modo col quale la natura dell’ambiente viene trasformata è che questo non

è più Anonimo, bensì diviene un ambiente Denominato. I Nomi sostituiscono le

Cose, permettendoci di portare il mondo esterno nelle nostre menti e di manipolarlo

40

secondo modalità più complesse. Il comportamento non richiede così più una

raffigurazione Letterale del mondo, poiché è possibile agire su di esso in modo

molto più astratto e generalizzato attraverso la sintesi offerta dai Simboli. La realtà

significativa per ciascuno di noi è così progressivamente sempre più distante

dall’immediatezza concreta, e attiene invece ad un mondo astratto e generale. Ne è

appunto un esempio la Categorizzazione che, come già visto, fa si che aspetti diversi

del mondo vengono raggruppati in classi (categorie) e trattati così come equivalenti.

Come sottolineato dalla Rosch (e successivamente sviluppato dalla Linguistica

cognitiva, CAP. 4), la categorizzazione prima ancora che Concettuale (Astratta -

proposizionale - Indiretta) è Percettiva (Concreta - non proposizionale – Diretta).

La realtà non si riduce cioè più a ciò che abbiamo concretamente davanti, ma è

invece costruita ed inventata per dare un senso a noi e al mondo: come già visto in

precedenza, non si tratta più di considerare la conoscenza come un processo di

Rappresentazione (dal Particolare al Generale), bensì come un processo di

Costruzione (dal Generale al Particolare). L’ambiente è così in buona parte il

prodotto, da una parte delle Azioni che compiamo in esso (Cervello rettiliano e

Sistema limbico), dall’altra dei Nomi che gli diamo. I nomi non sono così

semplicemente etichette per oggetti del mondo, bensì hanno implicazioni riguardo

alla nostra azione con le cose stesse. La vita non è più esclusivamente questione di

Azione nel mondo esterno, ma anche e soprattutto di Denominazione del mondo

5

esterno ed interno .

2. Permettono la coordinazione interpersonale di atteggiamenti e comportamenti .

Abbiamo già detto che i segni hanno una natura Privata, mentre i simboli una

Pubblica. Ciò implica che possiedono un significato in quanto esso è da una parte

Intrinsecamente legato a ciò che significa e che ne segnala la presenza (siamo qui

evidentemente ad un livello Concreto), dall’altra è Convenzionalmente stabilito

all’interno di una comunità sociale che permette di immaginarlo in modo condiviso

(Siamo qui invece ad un livello Astratto) (cfr. Looking glass self, cap. 3). Non si

tratta più di una sequenza in sostanza involontaria di risposte, bensì di un uso

volontario di simboli finalizzati a provocare risposte condivise. Il punto da

sottolineare qui è che mentre nel primo caso è possibile tutt’al più una

5 cfr. Nomi di Cose e COSE dei Nomi (Hewitt, 1996). 41

sintonizzazione con l’Ambiente esterno, nel secondo caso è possibile invece

sintonizzarsi anche su Disposizioni interiori, proprie o altrui.

3. La distinzione tra Sé (organismo) e Non-sé (ambiente) è immediata per gli animali

in grado di utilizzare esclusivamente i segni (Referenzialità), mentre è mediata per

l’uomo che in grado di utilizzare simboli (Autoreferenzialità). Mentre i primi sono

in grado di utilizzare segni per riferirsi (in modo ovviamente implicito – non

cosciente) aspetti dell’ambiente, i secondi possono utilizzare simboli per

denominare sia l’ambiente che sé stessi (in modo più esplicito – cosciente). Ciò a

cui reagiscono non è più solo l’ambiente come fonte di stimolazioni esterne, ma

anche sé stessi come parte di questo ambiente. Siamo dunque capaci di azioni verso

l’esterno ma anche verso l’interno, noi stessi. Si passa dal semplice Comportamento

che ha come oggetto l’Ambiente esterno alla Riflessione che ha invece come

oggetto il Sé.

Queste nozioni saranno maggiormente chiare quando prenderemo in considerazione

due importanti teorie della coscienza. Nel momento in cui diamo un nome a noi stessi,

acquisiamo un Sé, possiamo cioè agire nei confronti di noi come agiamo nei confronti

dell’ambiente. Non siamo più esclusivamente Soggetti della nostra esperienza, ma

anche Oggetti di essa. E’ a questo punto che è possibile parlare di un’alba della

Coscienza di sé, poiché solo da questo momento un organismo può essere consapevole

della propria condotta ed esercitare un controllo su di essa.

Sarà inoltre possibile accennare, nel corso della presente trattazione, grazie a

quali presupposti ed in che modo l’organismo si costituisce come oggetto a sé stesso.

2.1.3. Teoria di elaborazione dell’informazione: cognitività,

affettività e integrazione

Abbiamo già visto come il comportamento possa essere visto come

principalmente dipendere da Condizionamenti appresi e da Interpretazione simbolica.

Siamo in presenza da una parte delle Azioni che l’organismo esegue nell’ambiente

circostante, che si organizzano in modo da fornire un’Impalcatura percettiva

all’organismo permettendogli il ‘Monitoraggio dei propri bisogni fisiologici e

dell’ambiente circostante’. Dall’altra abbiamo la capacità d’Analisi di cui solo le specie

42

massimamente evolute sono capaci, che permettono la ‘Valutazione e correzione di

errori’ grazie all’Attenzione selettiva cosciente. In relazione a questa distinzione si può

analizzare il comportamento (nell’uomo) in funzione di due parametri fondamentali: la

Fonte d’informazione ed il Grado d’integrazione che queste raggiungono (Crittenden,

1996), le cui funzioni sono rispettivamente assolte dal cervello rettiliamo e dal sistema

limbico in un caso, dalla neocorteccia (e dalla connesse strutture sottocorticali ?)

dall’altra.

Il cervello rettiliano consente l’organizzazione di comportamenti riflessi in

schemi sensomotori. Ciò avviene almeno inizialmente secondo i principi del

condizionamento ‘classico’, per cui si verrebbe a creare una predisposizione ad

associare determinate risposte condizionate con determinati stimoli che verrebbero così

col tempo considerati la Causa temporalmente associata alle risposte date. Ciò viene

definito “Cognitività” (Crittenden, 1997).

Il sistema limbico permette di organizzare livelli di attivazione eccessivi o

intermedi in sensazioni di ansia o benessere (solitamente rispettivamente elicitati da

stimoli distali, che determinano allontanamento, o prossimali, che determinano

avvicinamento). Ciò avviene almeno inizialmente secondo i principi del

condizionamento ‘operante’, per cui si verrebbe a creare una predisposizione ad

anticipare le risposte maggiormente rinforzate, che verrebbero così ad essere viste come

l’Effetto contestualmente connesso allo stimolo. Ciò viene definito “Affettività”(

Crittenden, 1996).

A questo livello quindi le informazioni sono organizzate in relazione

rispettivamente a fattori Temporali (Tempo) e Contestuali (Spazio) con più probabilità

del solito di essere PERICOLOSI, FONTE DI ACCOPPIAMENTO o importanti per la

DELIMITAZIONE DEL TERRITORIO (vd. sistemi motivazionali ‘non sociali’ e

‘sociali’, II.2.1.1.). In particolare, il comportamento viene organizzato come se le azioni

fossero connesse rispettivamente ai ‘risultati a cui portano’(stimolo condizionato

considerato la causa di una risposta condizionata), e alle ‘condizioni che le

elicitano’(risposta rinforzata che costituisce benessere o malessere). Quindi, in risposta

a stimoli rispettivamente Intensi piuttosto che Nuovi, ci troviamo in presenza di Attività

procedurali piuttosto che di Immobilizzazione/Fuga-aggressione. Da notare che con la

maturazione corticale e l’esperienze interpersonali, il condizionamento classico e

operante vengono estesi rispettivamente a quello operante e classico (Crittenden, 1996).

Questo è il livello a cui la conoscenza è Implicita, e cioè fondante e primaria. 43

La neocorteccia consente invece una integrazione di Cognitività e Affettività.

Essa consiste in un’articolazione reciproca tra Schemi sensomotori e Sensazioni di base

(ansia e benessere) (Guidano, 1987), che porta alle soglie della coscienza e alla

percezione di Emozioni e Cognizioni. Con le prime mi riferisco all’invarianza nella

relazione tra percezione (flusso sensoriale in corso) da una parte e schemi sensomotori e

sensazioni di basa dall’altra. Con le seconde mi riferisco a modalità differenziate di

percezione di sé e del mondo che emergono e sono rese possibili dalla dimensione

emotiva. E’ solo a questo punto che è pienamente raggiunta una dimensione Esplicita di

significato che, lungi dall’essere primaria, è invece subordinata all’esistenza di un

dominio di significato implicito gerarchicamente superiore.

Coerenza interna tra fattori temporali e

Ciò che importa a questo livello è la

contestuali (che viene a raggiungere un grado di astrazione e complessità sempre

maggiori man mano si procede dall’infanzia all’adolescenza all’età adulta), in funzione

di informazioni relative alla sicurezza, alla riproduzione e alla delimitazione del

territorio(sistemi motivazionali non sociali e sociali) con più probabilità del solito di

essere utili per la RISOLUZIONE DI CONFLITTI (sistemi motivazionali ‘proattivi’).

2.2. Regole inconsce e rappresentazioni coscienti delle relazioni

Abbiamo fin qui visto come l’evoluzione di determinate strutture nervose, dal

cervello rettiliano alla neocorteccia passando per il sistema limbico, permetta e al tempo

stesso sia sostenuta da modificazioni del contesto intersoggettivo in cui tale evoluzione

avviene (Mac Lean, 1984). Si passa da attività primariamente non sociali (brame) ad

attività interpersonali (SMI) fino a giungere alla attività proattive (progettualità) Liotti,

1994). Ciò fa si che vi sia la possibilità di instaurare relazioni non solo sulla base della

competizione di risorse limitate, ma anche in vista di un obbiettivo condiviso, il che

accresce il grado di socialità che la complessità delle strutture nervose in grado di

sostenerla.

Ciò è possibile in quanto l’attività dell’uomo non si basa esclusivamente su

condizionamenti appresi, ma anche e soprattutto su interpretazione simbolica, con tutte

le implicazioni che ne conseguono (G.H.Mead, 1934).

Abbiamo infine visto (Crittenden, 1996) infine come ciò implichi un diverso tipo

di elaborazione dell’informazione. Mentre nelle specie inferiori queste sono organizzate

in funzione di fattori temporali e contestuali con più probabilità del solito di essere

44

PERICOLOSE, fornire opportunità RIPRODUTTIVE e di permettere la

DELIMITAZIONE DEL TERRITORIO (BRAME, SMInterpersonali), nell’uomo esiste

una tendenza a ricercare coerenza tra i fattori contestuali e temporali in funzione di

informazioni con più probabilità del solito di essere utili per la RISOLUZIONE DI

CONFLITTI (SMProattivi).

Tutto ciò sottolinea e dimostra al tempo stesso come non sia necessario postulare

alcuna dicotomia tra natura e cultura, fra istinto e apprendimento, ma piuttosto di

continuità e completamento tra predisposizioni innate e realtà ambientali in cui tali

predisposizioni vengono agite (Liotti, 1994, p.35).

Tutto ciò ci permette di sostenere che esistano delle relazioni tra le strutture

nervose e le forme di relazione di cui siamo capaci.

2.2.1. Attività cerebrali e dinamiche relazionali

Un approccio sistemico processualmente orientato permette di considerare il

sistema nervoso come una stratificazione di sistemi organizzati e gerarchicamente

interconnessi che vanno da quello Genetico, che determina i potenziali biochimici,

strutturali e comportamentali, a quelli Elettrici/Neurologici, che organizzano le

condizioni interne ed esterne per potenziare le risposte del primo, a quelli Biochimici,

che comunicano informazioni in ingresso, in uscita ed all’interno del sistema nervoso.

La sua evoluzione è relativa da una parte alla Maturazione che avviene in modo

relativamente prevedibile (aspetti Biologici), dall’altra allo Sviluppo che avviene

secondo modalità che dipendono dall’esperienza (aspetti Psicologici e Sociali) (Edlman,

1987; Kraemer, 1992).

Date le considerazioni evolutive fatte prima, emerge come debbano quindi

essere presenti delle interconnessioni innate tra i neuroni delle diverse strutture

menzionate e i diversi comportamenti relazionali (e non) osservati. Ciò significa che i

geni forniscono dei programmi di regolazione del comportamento che vengono attivati

da adatti segnali comunicativi emessi da conspecifici e che verrebbero poi variamente

6

estesi e modificati in funzione dell’apprendimento .

6 Edelman (1992) sottolinea che, anziché parlare di un rapporto innato tra le connessioni tra determinate

cellule nervose, circuiti cerebrali preprogrammati ed il comportamento (sociale e non), è preferibile

parlare di ciò che evoluzionisticamente predeterminato in termini di miglior adattamento all’ambiente e

successo riproduttivo (fitness), e cioè tra ‘valori’ assegnati a determinate configurazioni di attività

45

Ciò permette di affermare come sia possibile ricondurre ogni incontro tra esseri umani

ad una delle forme fondamentali di relazione prodotte dall’evoluzione: la forma della

Sessualità, la forma della Competizione per il potere, la forma della richiesta e

dell’offerta di cura, la forma della Cooperazione sono forme di relazione (Valori

evoluzionistici) a cui siamo spinti per motivi ‘biologici’; in funzione dell’esperienza (e

di tutti i fattori che in essa entrano in gioco) avremo poi tutte quelle variazioni che è

possibile osservare. I valori evoluzionistici a cui siamo geneticamente predisposti ci

forniscono una sorta di Rappresentazioni innate delle diverse forme di relazioni a cui ci

spingono, che potremmo definire dei prototipi (!) incompleti di queste (Liotti, 1994,

p.43-44). In base all’esperienza fatta questa rappresentazione verrà completata: diviene

così capace di regolare durevolmente il comportamente dell’animale. E’ in questo senso

che esiste un fondamentale accoppiamento strutturale in continua evoluzione tra

organismo vivente e ambiente, tale per cui “vivere è imparare” (Lorenz, 1981).

Abbiamo così dunque delle rappresentazioni innate di sé, dell’altro e di una particolare

forma di relazione Attaccamento-accudimento, Sessuale, Agonistica e Cooperativa)

evolutesi per selezione naturale grazie al loro valore di sopravvivenza e connesse alle

7

operazioni geneticamente predeterminate del sistema nervoso degli animali sociali .

Potremmo riassumere quanto detto fin qui come segue: l’uomo, come gli altri

primati, ha una vita di relazione basata su alcune forme basilari a cui è predisposto per

via innata. Queste forme di relazione appaiono soggette a regole e connesse all’attività

neuronale (innati) e diverse modalità di categorizzaione dell’esperienza (in funzione dell’esperienza), che

Anche Dennett (1991), pur

si sono prodotti per effetto dell’interazione tra l’organismo e l’ambiente.

partendo da una prospettiva diversa da quella di Edelman, sostiene che ciò che ereditiamo non un è

programma comportamentale vantaggioso, non si tratta di specifici circuiti preprogrammati, bensì le

capacità che permettono di scoprirlo, e cioè la caratteristiche funzionali globali del suo sistema nervoso.

Ciò sarà anzi tanto più possibile quanto meno cablaggi rigidi saranno presenti nel sistema nervoso in

questione, quanto maggiore cioè sarà la ‘plasticità’ cerebrale. Riprenderemo più avanti questa nozione. E’

importante sottolineare come il ‘trucco’ non si situa precisamente nell’individuo o nel suo ambiente, ma

nell’interfaccia della loro relazione (Liotti, 1994, p. 38-39). Le informazioni quindi, evolutive e non, non

hanno un Significato intrinseco, questo è invece fornito dall’incontro tra il sistema nervoso e gli effetti

dinamici dell’esperienza su di esso.

7 Nella considerazione di fenomeni del genere, denominati ‘Imprinting’, il termine Rappresentazione per

l’etologo e l’epistemologo evoluzionista corrisponde alla struttura anatomo/fisiologica dell'animale che si

è evoluta in modo da adattarsi a determinati aspetti dell’ambiente, riproducendone alcune caratteristiche

in modo da sfruttarle. Nessuna qualità mentale è attribuita a tale termine in questa sua accezione

etologico-evoluzionista (Liotti, 1994). 46

di ben determinate strutture nervose. Il sistema di regolazione di ogni data forma di

relazione corrisponde ad un ‘valore evoluzionistico’ di sopravvivenza e successo

riproduttivo (fitness) per tutti i contraenti la relazione. Ogni forma di relazione può

dunque essere considerata come un sistema di regole di condotta sociale che

chiameremo “sistema comportamentale” o “sistema motivazionale” interpersonale.

Abbiamo già parlato in precedenza di quali sono le principali forme di relazione

a cui l’uomo è ‘spinto’. Per motivi di esaustività li descriverò brevemente.

2.2.1.1. Sistemi motivazionali interpersonali

I sistemi motivazionali interpersonali (SMI) appaiono essere cinque (Gilbert,

1989; Liotti, 1994, p.39; si vesa il capitolo sul manuale di Lichtenberg per una versione

leggermente diversa):

1. Il sistema dell’attaccamento (Bowlby, 1979), le cui regole dicono: “Quando ti trovi

in difficoltà (per paura, stanchezza, vulnerabilità, dolore) avvicinati ad un membro

conosciuto del tuo gruppo sociale che ti appaia più forte o più saggio di te”.

2. Il complementare sistema dell’accudimento, le cui regole dicono:”Se un membro

conosciuto del tuo gruppo ti chiede aiuto, daglielo – e daglielo con particolare

sollecitudine se è un tuo discendente genetico”.

3. Il sistema agonistico, le cui regole dicono:” Se ti trovi a competere con un membro

del tuo gruppo per un bene o una risorsa qualsiasi, mostragli la tua forza; se nella

contesa rischi di essere danneggiato perché l’avversario si rivela più forte di te,

comunicagli che riconosci la sua superiorità attraverso un segnale di sottomissione; se

invece è l’altro a darti dei segnali di sottomissione, smetti di attaccarlo e consentigli di

restarti vicino (in modo che sia permessa, dopo la contesa, la coesione del gruppo)”.

4. Il sistema sessuale, le cui regole corrispondono a cercare un partner dell’altro sesso

che si dichiari disponbile per l’accoppiamento, all’accertarsi reciproco di tale

disponibilità attraverso i segnali di corteggiamento, al consumare il coito e al mantenere

poi la vicinanza reciproca in vista sia di nuovi incontri sessuali che dell’accudimento

della prole.

5. Il sistema cooperativo paritetico, le cui regole inducono a condiderare 47

un membro del gruppo, che sia interessato al conseguimento di un dato obbiettivo più

facile da raggiungere attraverso uno sforzo congiunto, come un pari e non solo in base

al rango di dominanza eventualmente definito attraverso precedenti competizioni

agonistiche rituali (nel caso si mirasse all’obbiettivo da una posizione di dominanza, si

dovrebbe impedire all’altro di accedervi per primo piuttosto che tentare di raggiungerlo

insieme).

Da sottolineare come il sistema Cooperativo, a differenze degli altri, come già

detto richieda e sua volta comporti l’intervento di strutture che hanno segnato

nell’evoluzione della specie la comparsa delle abilità maggiormente astratte di cui

troviamo traccia nei primati superiori. Vi è cioè la capacità ci considerare la realtà (e in

particolare quella interattiva) non esclusivamente ‘alla lettera’ , bensì secondo la

prospettiva del ‘come se’. Ciò appare a posteriori evidente se si considera come ciò sia

necessario per la risoluzione di conflitti.

Il pentagramma degli SMI consente dunque di produrre infinite ‘musiche

relazionali”, attraverso la più varia successione e combinazione delle sue ‘note’. Detto

questo, appare utile considerare un’ulteriore questione, e cioè se e come le

rappresentazioni innate dei vari sistemi motivazionali sociali possano acquisire la

qualità della coscienza ed eventualmente, nell’uomo, essere inglobate nei processi

cognitivi coscienti, essere rivestite di forme linguistiche, essere trasformate in

8

narrazioni coscienti .

2.2.2. Da regole inconsce a rappresentazioni coscienti delle

relazioni

Che rapporto esiste fra la coscienza e le operazioni relazionali regolate dai

diversi SMI? Prenderò in considerazione due diverse teorie in proposito.

8 Bruner (1990), fra gli altri, hanno fornito validi motivi per preferire il termine ‘narrazione’ a quello più

usuale di ‘rappresentazione’ quando si parla di processi umani coscienti. Ciò apparirà maggiormente

chiaro più avanti nel corso del lavoro. 48

2.2.2.1. Coscienza primaria e coscienza di ordine superiore

Edelman (1989, 1992) ha fornito una compiuta teoria neurobiologica che

permette di spiegare l’itinerario che conduce da processi nervosi non coscienti alla

nascita della coscienza. Secondo l’autore il cervello opera principalmente classificando

gli eventi, costruendo cioè categorie percettive, mnestiche, concettuali e linguistiche

(quest’ultime possibii ovviamente esclusivamente per il cervello umano) degli eventi.

Queste corrispondono alla costituzione di gruppi, reti e mappe neurali attraverso

processi sinaptici di facilitazione-inibizione. Le categorizzazioni compiute dal cervello

vengono accoppiate a ciò che Edelman chiama Valori, che corrispondono

ondamentalmente ai valori evoluzionistici di sopravvivenza considerati nei paragrafi

precedenti, a proposito dei sistemi motivazionali (sociali e non sociali).

Se un cervello possiede una memoria valori-categoria abbastanza grande, questa

potrà ricorsivamente collegare la percezione (che è sempre in funzione di valori

evoluzionistici) che è stata di eventi passati con quella in corso: è possibile cioè un

confronto attraverso connessioni rientranti tra mappe mnestiche (Sé) e percettive (Non-

sé), dalla cui ricorsiva articolazione si costituiscono, di momento in momento delle

“Mappe globali”. Queste corrisponderebbero a SCENE (Guidano, 1987; Tomkins,

1978) che sono caratteristicamente analogiche e quindi sintetiche, in cui il presente

percettivo è colorato da Sensazioni e tonalità affettive di base relativi alla memoria di

incontri con categorie percettivamente simili. Ciò avviene appunto in modo

estremamente sincretico, ed è in questi termini che a tale livello è possibile parlare di

PRESENTE RICORDATO (Edelman, 1989). Bisogna ricordare come essa

evolutivamente compaia in connessione con l’esercizio dei sistemi motivazionali sociali

e della capacità di reciproco riconoscimento durevole: ciò che caratterizza questo livello

è in particolare la capacità di categorizzare la realtà in modo da permettere un intenso

Attunement emozionale (Guidano, 1987, 1991).

Ma come è facile intuire la nostra esperienza di tutti i giorni è ben più complessa

e articolata di questa. La sovrapposizione di determinate aree neocorticali a quelle già

sopramenzionate, ed in particolare le cosiddette aree del linguaggio (Area di Broca e

Wernicke), fa si che sia possibile la sovrapposizione di memorie semantiche (Tulving,

1972) alle memorie valore.categoria già esistenti e caratterizzanti la coscienza primaria.

Ciò determina la costituzione di “Sequenze narrative”. Queste corrisponderebbero ai

cosiddetti SCRITTI (Guidano, 1987, 1991; Abelson, 1981; Greenberg e Safran, 1984;

49

Sameroff, 1982; Schank e Abelson, 1977), che ‘includono’ quelle Emozioni e

Cognizioni verbalizzabili, e cioè di natura sequenziale. Ciò fa si che la simmetria

temporale che caratterizzava il livello precedente venga rotta e si adunque possibile la

narrazione del passato e l’anticipazione del futuro. Anche qui bisogna ricordare come

tale ‘processo’ appaia evolutivamente in stretta correlazione con l’operare del sistema

motivazionale interpersonale Cooperativo e della capacità di interagire a livelli ancora

più astratti e complessi per poter risolvere i conflitti e progettare le attività comuni. Ciò

che caratterizza questo livello è in particolare la capacità di formare categorie di

categorie (cioè di metacategorizzare) in modo da rendere possibile l’autoriferimento del

percetto.

Se si considera il ricorsivo rapporto che si instaura tra Sé e Non-sé, e possibile

osservare come nel caso della coscienza primaria ci troviamo di fronte all’operare di un

Sé biologico, “costitutivo”, caratterizzato essenzialmente da memorie procedurali e per

immagini, e che per questo ci vincola al presente effettivo. Siamo qui ad un livello

ancora abbastanza concreto, in cui è centrale ancore la Referenzialità. Nel caso della

coscienza di ordine superiore abbiamo invece un Sé sociale, che emerge dal primo, che

è invece essenzialmente “comunicativo”, costituito da memorie episodiche e

semantiche. Ciò permette da una parte il cosiddetto distanziamento dalla realtà

immediata, per cui è possibile immaginarsi un futuro possibile e ricordarsi un passato

ormai trascorso, dall’altra un decentramento dagli altri per cui ci riconosciamo come

entità separate dagli altri. E’ chiaro come qui ci troviamo ad un livello estremamente più

complesso e astratto, in cui è l’Autoreferenzialità il principio motore. 50

2.2.2.2. Versioni multiple inconsce e versione unica cosciente

La teoria di Dennet (1991) ci permette di cogliere più da vicino gli aspetti

formali del rapporto fra processi mentali coscienti e non coscienti. La sua è una teoria

funzionalista, che deriva da un approccio cognitivista sperimentale. In essa è

sottolineata l’idea, su cui peraltro esiste ampio accordo tra i ricercatori, che la coscienza

sia un processo sequenziale e fondato su una “società distribuita” di diversi processi nel

cervello che avrebbero come caratteristica principale invece di essere appunto distribuiti

in parallelo (Baars, 1988), sulla base di quella che è spesso indicata come parallel

distributed processing (PDP). In relazione a questa i processi non coscienti sono

considerati delle Operazioni di controllo ed elaborazione di informazioni: dei moduli

(Fodor, 1983) o società di specialisti (Minsky, 1985), mentre i processi cognitivi

coscienti sarebbero rappresentati da una sorta di Luogo di lavoro globale (Global

working space), a cui i primi possono o meno afferire per essere poi ridistribuiti a

livello inconscio. Avremmo quindi due sistemi dove le informazioni vengono, come

detto più sopra, elaborate in funzione del loro valore di sopravvivenza, ma in due modi

sostanzialmente diversi: nel primo caso un’elaborazione simultanea che permette il

monitoraggio dei propri bisogni fisiologici e dell’ambiente esterno, nel secondo

abbiamo processi lineari: l’attività dei diversi moduli verrebbe cioè sequenzializzata, di

modo che l’informazione rilevante per ciascun modulo può essere analizzata una per

volta (quello con maggiore priorità) in base alle esigenze, mentre gli altri rimangono per

così dire all’erta e disponibili (Crittenden, 1996). Ciò permette quindi Narrazioni

consapevoli, e cioè l’esperienza soggettiva così come (solo) noi umani la conosciamo

delle nostre brame, delle nostre emozioni e del nostro pensiero, che questo livello è

ovviamente linguistico proposizionale. Da sottolineare due cose. I diversi SMI visti

precedentemente potrebbero essere considerati come esempi di distinti moduli o

specialisti di cui si è detto qui. Inoltre, Dennet afferma come il passaggio tra una

modalità di elaborazione delle informazione e l’altra non sia brusca; al contrario

costituirebbe un processo in continua revisione, per cui un contenuto di coscienza non

taglia mai fuori nettamente tutti gli altri, ma di questi è anzi sempre possibile

rintracciare delle tracce.

Il modello di Edelman permette di cogliere quali meccanismi sottendano il

funzionamento rispettivamente di regole inconsce e di rappresentazioni coscienti delle

relazioni, la teoria di Dennet permette di focalizzare l’attenzione a quali processi

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Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Le dispense trattano due macro-argomenti: il paradigma dell'approccio sistemico (oggettivismo, soggettivismo ed esperienzialismo, epistemologia evolutiva, il problema della categorizzazione) e la complessità del Sé (evoluzione delle relazioni e della conoscenza, regole inconsce e rappresentazioni coscienti delle relazioni, doppio livello di conoscenza e relazioni complesse, intersoggettività e sviluppo, relazioni interpersonali e costruzione del Sé.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Docente: Gelo Omar
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Gelo Omar.

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