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CULTURA ORGANIZZATIVA, APPRENDIMENTO ORGANIZZATIVO E LAVORO

SOCIALE

Anna Maria D’Ottavi, in La Rivista di Servizio Sociale, 2/2002 (numero esaurito)

Apporto teorico alla “sopravvivenza” delle professioni sociali.

Nella fase di passaggio economico-cultural-sociale che ha visto un percorso altalenante (esperito,

purtroppo, spesso, per tentativi ed errori da improvvisati “apprendisti stregoni” del sociale) dal

concetto di assistenza a quelli di solidarietà, protagonismo sociale, cittadinanza, con-partecipazione,

eccetera, chi opera nel campo sociale ha acquisito la consapevolezza di dover essere innanzi tutto

figura capace di coniugare vecchi saperi professionali con nuove prassi operative.

Le capacità, abilità e conoscenze dell’operatore sociale presentano, più di quelle di ogni altro

operatore o professionista, il più alto e sempre ricorrente rischio di obsolescenza e – nello stesso

tempo – la più irrinunciabile necessità di salvare l’esperienza, l’accumulo di sensibilità, l’attitudine

solidaristica, l’approccio ai valori umani: insomma quell’insieme di elementi pragmatici che

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qualcuno ricomprende nel cosiddetto il “mandato professionale” .

Cosa si intende per rischio di obsolescenza? Quali ne sono le ragioni ed i presagi più persuasivi e

pervasivi? Può significare dover pensare ad innovazioni dello “stile” professionale dell’operatore

sociale? E non si rischierebbe di buttare via il bambino dell’esperienza con l’acqua sporca di ciò che

non si adatta più alle mutate condizioni del contesto? O come si potrebbe, viceversa, acquisire e

mantenere nel tempo capacità di utilizzare l’eccellenza dell’esperienza a fronte del mutamento

continuo della società, delle politiche sociali, delle strutture e funzioni del welfare, degli organismi

di promozione e solidarietà, eccetera? 2

Le riflessioni e le ricerche su terzo sistema, volontariato, economia sociale , si pongono il problema

di come innovare (e soprattutto di “chi” dovrebbe farlo) gli equilibri, i rapporti di forza, l’intreccio

di livelli decisori ed operativi tra intervento pubblico e privato sociale, ed all’interno di ciascuno dei

due settori.

Ebbene, pur nella differenziazione di posizioni - e talvolta nel dissidio più o meno velato - rispetto a

questioni di fondo quali quelle di sussidiarietà, supplenza, mercato (tout court o sociale), diritti di

cittadinanza, bonus per l’acquisto di servizi, eccetera, ciò che emerge è l’operatore sociale come

protagonista sia della continuità che del cambiamento nelle politiche sociali, nella programmazione,

nella progettazione, nella organizzazione dei servizi; come punto di snodo e raccordo, come

1 Cfr. Clark, C.,Observing the lighthouse: from theory to institutions in social work ethichs, in “European Journal of

Social Work. The Forum for the Social Professions”, Oxford University Press, n.3/1999, il quale, esaminando sotto il

profilo etico i codici deontologici delle principali figure professionali operanti nel sociale, sostiene il rischio della

genericità e della imprecisione. A suo parere tali principi deontologici, per realizzarsi, non possono prescindere dal

riconoscimento esplicito delle istituzioni , soprattutto sotto il profilo organizzativo.

2 Cfr. Competenze professionali e formazione per gli operatori del terzo settore, Università degli Studi Roma Tre,

Rapporto di ricerca, luglio 1999, dove, insieme con i risultati di una indagine qualitativa, realizzata nell’ambito del

Progetto Frontiera, in collaborazione con altre cinque università europee e collegata ad un progetto pilota di formazione

per operatori nelle nuove forme di emarginazione sociale e per la creazione d’impiego nell’impresa sociale nelle aree

urbane, viene anche presentata una bibliografia ragionata sulle più recenti ricerche sull’argomento; e Fazzi, L. (cur.),

Cultura organizzativa del nonprofit, Angeli, Milano, 2000.

interprete e promotore di vecchie e nuove forme di socialità, intesa come quell’armonico vivere

associato capace di garantire a tutti l’esercizio attivo della cittadinanza.

Tale rappresentazione -ove se ne verifichi oggi la reale volontà politica - trovando finalmente

rispecchiamento e probabilità di concretizzazione nella legge quadro per la realizzazione del

sistema integrato di interventi e servizi sociali (L.328/2000), può e deve attuarsi proprio attraverso

una “virtuosa” rivisitazione, in senso organizzativo, della operatività nel sociale.

Viene sottolineato, infatti, che la legge quadro, soffermandosi sulle “figure professionali sociali”,

chiarendone profili professionali e parametri sia della formazione che dell’aggiornamento,

riconosce a queste figure il ruolo chiave per la realizzazione della integrazione di interventi e servizi

sociali: “le figure sociali professionali sembrano essere il perno attorno a cui ruota

3

l’implementazione del Sistema Integrato” .

Se è questo lo scenario nel quale l’operatore sociale è chiamato ad essere attore, allora si può

sostenere che si impongono sempre nuove prassi operative, capaci di portare ad una reale – non

nominale – operatività in interconnessione attiva, in rete operativa, per progetti e processi di lavoro

che vanno “governati”.

Prassi che non possono esperirsi se non attraverso apprendimenti che rimandino continuamente

dalle conoscenze e competenze professionali specifiche alle abilità organizzative (intese non

soltanto come positiva reazione all’innovazione organizzativa, ma soprattutto come cultura

organizzativa del singolo e come apprendimento organizzativo riferito alla singola professione e/o

al singolo servizio), e viceversa.

“Sia in termini di psicologia cognitiva di matrice neo-piagetiana, sia di psicologia culturale neo-

vygotskiana bisogna tenere conto del fatto che l’acquisizione di conoscenza è correlata con il

contesto, le sue caratteristiche sociali e culturali, la partecipazione dei soggetti diversi alle

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prestazioni cognitive diverse, la condivisione e la distribuzione delle conoscenze” .

Si impone, insomma - ed è certo che si sta ormai da alcuni anni esprimendo per lo più

spontaneamente - la necessità di una sorta di operatività - che potremmo definire di “secondo

livello”, capace di portare a sintesi le nuove, e sempre rinnovantesi, complessità, monitorando nel

tempo, coordinando, indirizzando, rivedendo e correggendo l’intervento di connessione tra pubblico

e privato; sommando, appunto, antichi saperi e nuove conoscenze, consolidate abilità e recenti

acquisizioni; sapendosi collocare nel nuovo scenario dove – senza queste azioni – l’utente rischia di

diventare cliente senza mai essere riconosciuto a tutto tondo come cittadino.

Ma si impone anche, per l’operatore sociale, la capacità di apprendere dalla propria esperienza

professionale, in senso organizzativamente attivo, secondo il concetto della cosiddetta

“formatività”: capacità di rappresentarsi e rappresentare i propri problemi lavorativi, ma anche

capacità di intervenire su tali problemi, sulle circostanze che li originano, sul contesto organizzativo

5

che li “contiene” .

“Se è vero (…) che conoscenze accumulate al di fuori di una pratica concreta, anche se possono

arricchire una persona, non garantiscono di per sé un miglioramento delle sue prestazioni

professionali, è altrettanto vero che l'esperienza che si ripete senza essere analizzata dà luogo ad un

agire ripetitivo, indifferente ai mutamenti di persone e situazioni. In termini pedagogici è solo a

3 Cutini, R., Per una nuova politica sociale: legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e

servizi sociali – L.328 del 2000, in “La Rivista di Servizio Sociale, 4/2001, p.41.

4 Susi, F. (cur.), Il leader educativo, Armando, Roma, 2000, p.186.

5 Cfr. Kaneklin C., Manoukian Olivetti F., Conoscere l’organizzazione. Formazione e ricerca psicosociologica, NIS,

Roma, 1995.

determinate condizioni che l'apprendimento attraverso l'esperienza può realizzarsi, altrimenti esso si

riduce ad una forma di socializzazione passiva a comportamenti consuetudinari che confliggono con

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ogni ipotesi di innovazione degli stili professionali” . (p.190)

E’ necessario, in altri termini, un progetto “intenzionale” da parte di chi – proprio in forza di ciò – si

definisce attore organizzativo. Progetto intenzionale finalizzato ad apprendere insieme, on the job,

attraverso il ri-conoscimento dell’esperienza.

Il “sapere, saper-fare, saper-essere” dell’operatore sociale si concretizza in un ambiente socio-

professionale che non è solo l’utenza, il contesto, il territorio, eccetera, ma è anche l’organizzazione

del servizio in cui opera ed è, soprattutto, l’insieme – in continuo divenire per definizione – dei

processi d’azione che coinvolgono tali strutture e i loro sottosistemi: l’insieme dei saperi

dell’esperienza acquisiti attraverso la pratica professionale, in altri termini la cultura organizzativa

appresa nel corso delle azioni e la sua elaborazione collettiva.

“Se la competenza professionale appare ‘come costituita da un sapere che lega l’attività del singolo

a un processo più ampio di azione organizzativa’, anche in termini cognitivi è dimostrato che ogni

persona costruisce le proprie capacità e conoscenze nell’ambito di un processo non limitato al solo

contatto con la realtà materiale e simbolica, ma anche attraverso una mediazione sociale favorita da

7

soggetti più competenti o da pari, che offrono elementi di riflessione, di analisi, di ragionamento” .

E’ d’altra parte noto, e viene propugnato da esperti di scienze dell’organizzazione, che è proprio il

mutamento considerato come risorsa (e non come “pericolo” per la stabilità di un’organizzazione)

che consente all’organizzazione di sopravvivere adattandosi, talvolta prevenendo e promuovendo, la

8

diversificazione dei contesti .

L’analisi va focalizzata, per conseguenza, sul contesto organizzativo e sulle modalità attraverso le

quali questo agisce, sull’elaborazione delle conoscenze, così come sul comportamento

organizzativo; su come facilita o, viceversa, rende difficile, raccogliere, comprendere, analizzare,

9

sistematizzare la rappresentazione dei dati di esperienza e da questi apprendere .

E’ necessario, in altri termini, uscire dall’ottica individuale, così come da quella che riguarda la

generalità di chi opera a vario titolo in un settore, per “tener conto di una dimensione intermedia,

che è appunto il collettivo dell’organizzazione come sistema sociale e culturale, caratterizzato dalla

presenza di codici interpretativi più o meno condivisi, da modi comuni o differenziati di interpretare

le regole, da competenze specifiche caratterizzanti o conoscenze e abilità generali valide in forma

10

generica” .

Per questo il concetto di apprendimento complesso di una professione, il quale - come ormai

concordano gli studiosi della formazione – prosegue per tutta la vita, è particolarmente calzante

rispetto alle considerazioni che si vanno facendo sulle professioni sociali.

6 Susi, già cit., p.190.

7 Ibid, pp.186-187, in cui si citano, rispettivamente, Ajello, A.M., Capacità trasversali, pensiero pratico e modalità di

apprendimento, in Ajello A.M., Cevoli M., Meghnagi S., “La competenza esperta”, Roma, Ediesse, 1992; e Meghnagi,

S., Conoscenza e competenza, Torino, Loescher, 1992.

8 Cfr. Cevoli, M., La ricerca sociologica sul rapporto tra organizzazione e qualificazione professionale, in Ajello,

Cevoli, Meghnagi, già cit.

9 Ibid.

10 Bolognini, B., Comportamento organizzativo e gestione delle risorse umane, Carocci, Roma, 2001, p.15.

Come è noto per apprendimento organizzativo alcuni intendono una significazione più ampia e

11

profonda dell’apprendimento , che viene inteso così non più soltanto come possibilità/capacità di

imparare o acquisire nuove conoscenze, ma come disposizione a modificare comportamenti non più

rispondenti alla situazione che è in continuo divenire, o ad acquisirne nuovi di fronte a situazioni

impreviste: inteso in questo senso il concetto è definito anche cultura organizzativa del singolo, ed è

questa la dizione che si sceglie qui quando ci si riferisce al singolo operatore.

Altri per “apprendimento organizzativo” intendono la capacità dell’organizzazione di apprendere

dalla operatività interna, conservando memoria “collettiva” delle buone prassi che si confermano

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come tali, ed innovando – collettivamente –quelle obsolete . In questo senso si intende, in questo

lavoro, il significato della locuzione apprendimento organizzativo.

Ciò che è indubbio è che l’esplicazione della professionalità dell’operatore sociale in un servizio –

quale che esso sia, in qualsiasi settore, ai diversi livelli decisionali – deve essere quella dell’attore,

del partecipante, del protagonista di cultura organizzativa, in modo da far sì che il servizio – quale

che esso sia – proceda in un clima di apprendimento organizzativo.

Non a caso il rapporto tra burnout e organizzazione, la discrepanza lavoro-persona secondo la

prospettiva organizzativa, che vengono ora presi a base delle più attuali teorie organizzative per le

realtà produttive profit, sono state originariamente studiati a proposito dei lavori “di cura”, delle

professioni che impongono contatti con persone in difficoltà. Ma già da allora venivano considerate

- accanto alle variabili personali - anche quelle organizzative, istituzionali e sociali, e ci si

interrogava circa il ruolo svolto dall’organizzazione nel burnout, ed in che modo il clima

organizzativo contribuisse, o meno, alla “caduta emozionale”, alla spersonalizzazione, alla ridotta

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realizzazione individuale e collettiva nell’esercizio della professione .

Osservare ed osservarsi, attraverso la formazione, con lenti organizzative

“Sebbene nella letteratura siano presenti diversi paradigmi di riferimento e differenziate prospettive

epistemologiche che comportano, volta a volta, una differente configurazione della cultura

organizzativa, si può osservare, tuttavia, che gli studi hanno sufficientemente mostrato il rilievo che

assumono i processi di apprendimento nelle organizzazioni. Essi vengono considerati, a voler

schematizzare, almeno in due sensi. Il primo concerne l’apprendimento organizzativo, il modo con

cui l’organizzazione apprende rispetto al contesto ambientale; e la cultura organizzativa si profila,

in tale prospettiva, come il luogo privilegiato in cui si sedimentano i processi di apprendimento

organizzativo. Gli individui appaiono al centro di tale processo, nel senso che come ‘sono agenti

dell’azione organizzativa, così essi sono gli agenti dell’apprendimento organizzativo’.

11 Cfr Susi (già cit.) che sull’argomento richiama Alessandrini, G., La formazione continua nelle organizzazioni,

Tecnolid, Napoli, 1994,

12 Cfr. Susi (già cit.) che richiama in proposito Zan, S. (cur.), Logiche di azione organizzativa, Il

Mulino, Bologna, 1988, e OCSE, Apprendere a tutte le età. Le politiche educative e formative per il

XXI secolo, Roma, Armando, 1997. Per un approfondimento della reale possibilità di cambiare

prassi obsolete o dannose – allo scopo di prevenire gli errori anziché correggerli – si rimanda ai

concetti di apprendimento organizzativo “a giro semplice” o “a giro doppio”: cfr. Bolognini (già

cit.).

13 Cfr. Maslach C., La sindrome del burnout. Il prezzo dell’aiuto agli altri, Ed. Cittadella, Assisi, 1992 (la cui versione

originale – “Burnout – The cost of caring “ - era stata pubblicata dalla Prentice Hall Press Inc. di New York fin dal

1982); e Maslach, C., Leiter ,M.P., Burnout e organizzazione. Modificare i fattori strutturali della demotivazione al

lavoro, Erikson, Trento, 2000.


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa si riferisce alle lezioni di Sociologia e servizio sociale, tenute dalla Prof.ssa Anna Maria D'Ottavi nell'anno accademico 2011 e tratta i seguenti argomenti:
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Apporto teorico alla “sopravvivenza” delle professioni sociali;
Formazione naturale, formazione formale e servizi alla persona;
Elementi unificanti e differenziazioni: dibattito organizzativo sulle professioni sociali;
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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in discipline del servizio sociale ad indirizzo formativo europeo
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e servizio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof D'Ottavi Anna Maria.

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