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modifica con il tempo: il concetto di competenza comunicativa interculturale collocata sullo sfondo

di alcuni valori culturali e di alcuni fattori di particolare rischio comunicativo (essenzialmente,

quanto discusso nei paragrafi 1.6, 1.7 e nel capitolo 2) ci pare un modello universale, almeno allo

stato attuale della ricerca, ci pare cioè in grado di descrivere il fenomeno indipendentemente dal

luogo e ieri come oggi o domani – fatto salvo il cambiamento indotto dalla comparsa di strumenti

comunicativi di massa, del computer, ecc.

Se è vero che il modello di descrizione della competenza comunicativa interculturale è affidabile,

allora chi opera in ambiente internazionale può creare, come abbiamo detto già per la griglia

presentata in 7.1, un file oppure impostare un quaderno a fogli mobili indicando gli elementi della

competenza comunicativa interculturale da tenere sotto osservazione quando si interagisce con

stranieri, quando si va all’estero, quando si raccontano aneddoti a tavola, quando si guardano film

stranieri.

L’elenco è implicito nell’indice di questo volume e può essere arricchito, specialmente per quanto

riguarda i valori culturali, da alcune voci riprese dalla griglia del paragrafo precedente. I modelli

culturali e comunicativi da osservare sono:

Valori culturali di fondo

a) Il tempo

b) La gerarchia e il potere

c) Il rispetto sociale e la “correttezza politica”

d) Attribuzione e mantenimento dello status: la necessità di salvare la faccia

Uso del corpo per fini comunicativi

a) Sorriso

b) Occhi

c) Espressioni del viso

d) Braccia e mani

e) Gambe e piedi

f) Sudore (e profumo)

g) Rumori corporei

h) Toccarsi i genitali

i) Distanza frontale tra corpi

j) Contatto laterale

k) Il bacio

l) Lo spazio personale nel luogo di lavoro

Uso di oggetti per fini comunicativi

a) Vestiario

b) Status symbol

c) Oggetti che si offrono: sigarette, liquori, ecc.

d) Regali

e) Danaro

f) Biglietti da visita La lingua

a) Tono di voce

b) Velocità

c) Sovrapposizione di voci

d) Superlativi e comparativi

e) Forme interrogativa e negativa

f) Altri aspetti grammaticali

g) Titoli e appellativi

h) Registro formale/informale

i) Struttura del testo Mosse comunicative

a) Abbandonare l) Ironizzare

b) Attaccare m) Lamentarsi

c) Cambiare argomento n) Ordinare

d) Concordare o) Proporre

e) Costruire p) Riassumere

f) Difendersi q) Rimandare

g) Dissentire r) Rimproverare

h) Domandare s) Scusarsi

i) Esporsi t) Sdrammatizzare

j) Incoraggiare u) Tacere

k) Interrompere v) Verificare la comprensione

Situazioni comunicative

a) Dialogo

b) Telefonata

c) Conferenza

d) Presentazione della propria azienda, dei propri prodotti

e) Partecipazione a cocktail party, pranzo o cena

f) Riunione, lavoro di gruppo

7.3 Insegnare comunicazione interculturale

I due paragrafi precedenti si basano su un’idea di apprendimento auto-diretto e continuo che, a

nostro avviso, rappresenta la modalità formativa naturale per una persona impegnata nel fare

quotidiano.

Tuttavia, riprendendo la metafora informatica, per imparare ad imparare è necessario essere

“formattati” in maniera giusta. La formattazione è costituita dall’esperienza di apprendimento. La

maggior parte delle persone che operano in aziende, università e istituzioni diplomatiche hanno nella

propria storia di formazione due tipi di esperienze:

a) insegnamento frontale in aula

Dalla scuola all’università, alla maggior parte dei corsi di formazione aziendali la modalità di

formazione ritenuta naturale è quella per cui chi “sa” veicola la propria conoscenza a chi “non sa”

verbalmente o con il supporto di qualche lucido o video

In realtà non è possibile parlare frontalmente della comunicazione interculturale, non è possibile

“insegnarla”, se non nei termini che abbiamo cercato di proporre in questo studio: intendendo cioè

l’insegnamento frontale come sensibilizzazione al problema e fornendo strumenti di analisi e

catalogazione.

Ma se non sono condotte con una metodologia precisa (vedi sotto), le lezioni frontali servono

esattamene come le dimostrazioni di tecnici informatici che montano un programma e, cliccando a

velocità inumana su icone e bottoni e cartelle e quant’altro, “spiegano” al povero utente come

funziona il programma: sul momento gli pare anche di aver capito ma, uscito il tecnico, non è più

neppure capace di avviare il programma;

b) simulazioni più o meno strutturate e controllate

Le simulazioni rappresentano la modalità “alla moda” nei corsi di formazione aziendale, dove

sono stati importati dalla tradizione americana che, a differenza di quella italiana, utilizza

moltissimo la simulazione dalla scuola primaria al college. Di fronte a questa importazione dal

fascinoso nome inglese di roleplay gli adulti italiani si rassegnano, ma lo fanno malvolentieri.

D’altro canto non si possono impostare giochi di ruolo interculturali perché sono

irrimediabilmente falsi: i problemi interculturali sono di software di sistema, cioè di cultura

profonda e inconscia, di meccanismi di cui non siamo consapevoli, e nelle simulazioni si lavora solo

su ciò di cui si è consci e consapevole [1] .

Nessuna delle due modalità, né quella tradizionale né quella innovativa, è quindi funzionale

all’insegnamento della competenza comunicativa interculturale. Non lo è perché, parafrasando il

discorso di Wilhem Von Humboldt sull’insegnamento delle lingue straniere: “non si può insegnare

[la comunicazione interculturale], si può al massimo creare le condizioni perché qualcuno

l’apprenda”.

Per individuare una metodologia, un “come”, dobbiamo dunque partire da una riflessione sui fini,

sul “perché”. In questa prospettiva dunque possiamo dire che la formazione del personale aziendale,

accademico e diplomatico impegnato in ambiente multiculturale può aver senso, a nostro avviso,

solo se essa

a) mira a rendere consapevoli le persone dei problemi della comunicazione interculturale

b) le rende consapevoli del fatto che non si tratta di differenze esotiche, di superficie, del tipo “il

mondo è bello perché è vario”, ma che si tratta di diversi software mentali, che operano cioè alla

radice stessa dell’interazione in un evento comunicativo

c) offre alle persone degli strumenti concettuali, semplici e chiari (ma non per questo banalizzati,

anche se dai cenni si può cogliere che i problemi della competenza comunicativa interculturale

sono più sofisticati di quelli che abbiamo scelto di trattare esplicitamente) quali quelli che

abbiamo esposto nel capitolo 1, relativamente alle nozioni di comunicazione, di competenza

comunicativa e di parametri di valutazione, nonché quelli esposti nel capitolo 2 relativo ai valori

culturali che fanno da sfondo agli eventi comunicativi

d) offre alle persone degli strumenti operativi, quali le liste di punti da osservare che abbiamo

presentato nei due paragrafi precedenti, in questo capitolo; qualunque azienda o università può

facilmente trasformare quegli elenchi in un software, basato su un programma di data base, da

dare in dotazione al proprio personale per l’osservazione continua - e la condivisione delle

osservazioni con il resto dell’azienda attraverso una banca dati aziendale che raccolga le

esperienze individuali

e) soprattutto, convince le persone che la realtà muta ogni giorno, per cui le varie culture - sempre

più interrelate - si modificano, si integrano, per altri versi si ri-differenziano, per cui è necessario

continuare ad osservare giorno dopo giorno, anno dopo anno, con l’occhio dello scienziato che

osserva, cataloga e interpreta ciò che avviene (sulla base delle chiavi che ha avuto nei corsi di

formazione o in volumi come questo)

f) fa scoprire che la comunicazione interculturale è certo complessa, crea problemi, rallenta le

operazioni, ma che l’alternativa è una società omologata che costringe tutti a rinunciare alle

proprie radici e ai propri valori in nome di valori più universali - scelti da chi? Fa scoprire, in altre

parole, concludendo la metafora informatica, che il mondo perfetto non è quello in cui tutti hanno

Windows o Macintosh o Unix, ma in cui ciascuno ha il sistema operativo che preferisce o che si è

trovato nel suo computer e che questo non gli crea difficoltà nel collegarsi con altri.

Su queste premesse, nell’organizzazione di corsi di formazione la metodologia non potrà che essere

quella che

a) parte dalla condivisione delle esperienze di comunicazione interculturali effettivamente vissute

dai partecipanti al corso, esperienze, aneddoti, incidenti, impressioni che vengono elicitate dal

formatore fin dall’inizio della sessione;

b) prosegue fornendo la griglia di analisi, quale ad esempio quella indicata in 7.2

c) insegna ai corsisti ad osservare spezzoni di video:

- film, in cui attori e registi si sforzano di essere “naturali” e quindi di imitare consapevolmente

gesti, distanze, mosse della vita quotidiana, rendendole però facilmente osservabili proprio perché

arte-fatte

- talk show e spettacoli di varietà in cui ci sono interazioni spontanee

- telegiornali, tribune politiche, ecc., in cui abbiamo monologhi che si alternano a dialoghi

- registrazioni autentiche di lavori di gruppo, di presentazioni aziendali, di conferenze, di

negoziazioni e trattative.

Non importa, in molti di questi casi, se non si capisce la lingua: la massa di informazioni non-verbali

e relazionali che si può ricavare è immensa e il fatto di non poter contare sull’input verbale

costringe, finalmente, ad osservare tutto il restante meccanismo di comunicazione.

Lo scopo di questa attività non è quello di istruire sui contenuti ma piuttosto di far apprendere un

metodo di osservazione, e quindi la sintesi conclusiva dell’incontro non sarà basata sulle

informazioni che si sono date e che sono servite da esemplificazione, ma sul modo in cui i

partecipanti al corso sono riusciti ad osservare i personaggi dei video, ad osservare se stessi “in

differita”, richiamando alla mente episodi del proprio vissuto che a questo punto assumono una luce

nuova e vengono interpretati in maniera diversa.

Come si nota, dunque, l’esperienza personale dei soggetti i formazione rappresenta il punto di

partenza e quello conclusivo di un percorso che, dovendo solo rendere consapevoli e dare strumenti,

non richiede più di due giornate di lavoro e che può essere svolto anche con gruppi relativamente

numerosi: condividere le esperienze di 20 persone arricchisce molto di più di quello che è possibile

in un gruppo elitario di 5 partecipanti.

Quanto detto finora si riferisce a corsi specificamente organizzati per la formazione interculturale

di quadri, funzionari, tecnici, dirigenti, ecc. Un caso diverso è rappresentato dall’introduzione di

tematiche interculturali all’interno dei normali corsi di formazione linguistica, sia nelle scuole

superiori che nelle università e nelle aziende.

Esiste una letteratura ormai consolidata sul tema, che abbiamo cercato di riorganizzare in maniera

innovativa in Balboni 1996 [2] , ma è una letteratura spesso basata sugli stereotipi anziché sui

sociotipi. Inoltre, nell’insegnamento linguistico l’attenzione è e rimane ancor oggi eccessivamente


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AUTORE

Atreyu

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Dispensa al corso di Sociologia delle relazioni interculturali della Prof.ssa Enrica Tedeschi. Trattasi di un capitolo del libro di P.E. BALBONI dal titolo "Parole comuni, Culture diverse. Guida alla comunicazione interculturale" riguardante l'apprendimento, le basi e le tecniche della comunicazione interculturale: uso del corpo, uso dei segni e di oggetti, tono della voce etc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia delle relazioni interculturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Tedeschi Enrica.

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