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conservazione attengono all'integrità del bene (e riguardano le erogazioni per la conservazione in

senso stretto, per la manutenzione ordinaria e straordinaria e per le riparazioni), ovvero alla sua

ricostruzione e ripristino (somme occorrenti per il rifacimento) ed afferiscono all'utilità oggettiva

del bene. Le spese per il godimento attengono all'uso delle cose (ovvero degli impianti o servizi

comuni): godimento che scaturisce da un fatto soggettivo, personale, mutevole.

L'impugnata sentenza con motivazione insufficiente e inadeguata ha ritenuto di includere le spese di

adeguamento dell'ascensore alla normativa CEE tra quelle di ricostruzione dell'impianto,

escludendo che le stesse potessero rientrare tra quelle di conservazione ossia di manutenzione

(straordinaria).

G) Sotto altro profilo, l'impugnata sentenza non ha neppure tenuto conto che, in base all'art 1124

c.c., le spese di manutenzione e ricostruzione delle scale e, quindi, dell'ascensore, sono assimilate e

assoggettate alla stessa disciplina, senza alcuna distinzione tra l'une e l'altre (così come, per l'art.

1125 c.c., le spese per la manutenzione e ricostruzione dei soffitti, delle volte e dei solai), sicché la

clausola di regolamento condominiale convenzionale che esoneri una determinata categoria di

condomini dal pagamento delle spese di manutenzione (ordinaria e straordinaria) ove sia intesa nel

senso di modificare anche detta assimilazione legale, distinguendo le varie spese, richiede una

motivazione adeguata.

H) In base alle considerazioni esposte, il ricorso principale va accolto per quanto di ragione, con

conseguentemente assorbimento del ricorso incidentale; l'impugnata sentenza deve essere cassata e

la causa rimessa per nuovo esame ad altra sezione della Corte d'Appello di Torino, che si atterrà ai

principi sopra esposti e provvederà anche sulle spese del giudizio di Cassazione, facendone questa

Corte espressa rimessione (art. 385, ult. cpv., c.p.c.).

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi, accoglie per quanto di ragione il ricorso principale, assorbito il ricorso

incidentale; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa per nuovo esame ad altra sezione della

Corte di Appello di Torino, che provvedere anche sulle spese del giudizio di Cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 9 dicembre 2003.

Depositato in Cancelleria il 25 marzo 2004

2) Cass., Sez. 3, Sentenza n. 2855 del 11.2.2005

In tema di locazione di immobili, sebbene il pagamento del canone costituisca la

principale e fondamentale obbligazione del conduttore, la sospensione parziale o totale

dell'adempimento di tale obbligazione, ai sensi dell'art. 1460 cod. civ., può essere

legittima non solo quando venga completamente a mancare la prestazione della

controparte, ma anche nell'ipotesi di inesatto inadempimento, purchè essa appaia

giustificata in relazione alla oggettiva proporzione dei rispettivi inadempimenti,

riguardata con riferimento all'intero equilibrio del contratto e all'obbligo di

comportarsi secondo buona fede; ne consegue che, se il conduttore ha continuato a

godere dell'immobile sebbene non pienamente a causa dei vizi della cosa imputabili al

locatore, non è giustificabile a norma dell'art. 1460, secondo comma, cod. civ., il rifiuto

di prestare l'intero canone, potendo però giustificarsi una riduzione dello stesso che sia

proporzionata all'entità del mancato godimento, in analogia a quanto previsto dall'art.

1584 cod. civ..

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato il 24.10.2000, Abbruzzese Franco Giovanni, premesso di aver concesso in

locazione ad uso commerciale a Dell'Isola Gennaro l'immobile sito in via Vespucci 54 di Pisticci

per il canone mensile di L. 110.000 e che il conduttore, benché diffidato, non aveva corrisposto i

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canoni relativi ai mesi di settembre ed ottobre 2000, intimava al Dell'Isola sfratto per morosità, nel

contempo convenendolo davanti al tribunale di Matera, sez. distaccata di Pisticci, al fine di sentire

convalidare lo sfratto ed emettere decreto ingiuntivo per il pagamento della somma di L. 220.000.

Si costituiva il Dell'Isola, che chiedeva il termine di grazia per il pagamento dei canoni non versati

ed assumeva che, a seguito di reintegrazione nella detenzione dell'immobile da lui ottenuta nei

confronti dell'Abbruzzese, aveva ivi trovato sei bare con i relativi paramenti funebri, di cui era stato

nominato custode dall'Ufficiale giudiziario; che tanto aveva impedito il godimento del locale, che

risultava inagibile ed occupato dalle casse da morto di proprietà dell'Abbruzzese. Esibiva, altresì,

richiesta al G.E. di trasferire le sei bare nel cimitero di Pisticci ed autorizzazione dell'autorità

cimiteriale, in questo senso, del 29.1.2001 a fronte del corrispettivo di L. 10.000 giornaliere.

Il tribunale, con sentenza del 13.6.2002, dichiarava la risoluzione del contratto di locazione e

condannava il convenuto al rilascio dell'immobile ed al pagamento di E. 113, 62, per canoni ancora

dovuti.

Avverso questa sentenza proponeva appello il Dell'Isola. La corte di appello di Potenza, con

sentenza depositata il 18.7.2003, rigettava l'appello.

Riteneva la corte di merito che con l'appello il conduttore si doleva di non aver potuto utilizzare il

locale non solo per la presenza delle sei bare con i paramenti funebri, ma anche per la sottrazione

degli attrezzi e dei pezzi necessari per la sua attività di elettrauto e per avere il conduttore rimosso i

servizi igienici, la qual cosa aveva comportato la sospensione della licenza commerciale da parte

del Comune di Pisticci; che tale ultima eccezione era nuova e quindi non ammissibile in appello, a

norma dell'art. 437 c.p.c. Quanto alla presenza delle sei bare, postevi dal locatore, successivamente

alla originaria consegna del locale, riteneva la corte di merito che non erano stati acquisiti elementi

tali da far ritenere l'inidoneità del locale ad essere adibito all'uso convenuto; che il conduttore ben

avrebbe potuto accantonare e coprire le bare, in modo da non costituire ostacolo all'attività; che il

Dell'Isola avrebbe potuto custodire altrove le bare, prima di quanto ebbe a fare.

Riteneva la corte territoriale che, poiché la morosità era pari certamente almeno a due mensilità,

doveva ritenersi grave l'inadempimento, e dichiarare risolto il contratto di locazione. Avverso

questa sentenza ha proposto ricorso per Cassazione Dell'Isola Gennaro.

Resiste con controricorso Abbruzzese Franco Giovanni.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell'art.

1455 e dell'art. 437 c.p.c., in relazione all'art. 360 n. 3, e violazione dell'art. 112 c.p.c..

Lamenta il ricorrente che erratamente la sentenza impugnata abbia ritenuto che l'assunta inagibilità

del locale fosse limitata solo alla presenza delle bare, mentre essa atteneva anche alla rimozione dei

servizi igienici da parte del locatore ed alla rimozione degli strumenti di lavoro e dei pezzi di

ricambio; che tale eccezione di inadempimento era stata allegata già nel giudizio di primo grado,

assumendosi l'inagibilità dell'immobile; che conseguentemente vi era stata violazione dell'art. 437

c.p.c. e dell'art. 112 c.p.c.. 1.2. Con il terzo motivo di ricorso (riservando questa Corte al prosieguo

l'esame del secondo) il ricorrente lamenta la violazione dell'art. 437 c.p.c, per non aver la corte

ammesso le prove testimoniali dedotte, che erano indispensabili, eventualmente anche avvalendosi

dei poteri officiosi.

2.1. Ritiene questa Corte che i suddetti motivi, essendo strettamente connessi, vadano esaminati

congiuntamente. Essi sono infondati e vanno rigettati.

Va preliminarmente osservato che nelle controversie assoggettate al rito del lavoro, come quelle di

locazione, l'inammissibilità di nuove eccezioni nel giudizio d'appello stabilita dall'art. 437 comma 2

c.p.c., riguarda oltre le eccezioni in senso proprio, le contestazioni della fondatezza della domanda

che si risolvono nella deduzione di elementi di fatto già conosciuti nel corso dell'istruttoria di primo

grado ed ivi non dedotti, essendo precluso all'appellante di ampliare il tema del dibattito in

relazione alle sue esigenze difensive. Infatti va considerata nuova l'eccezione fondata su elementi e

circostanze non prospettate in precedenza, che introduca nel processo un nuovo tema di indagine e

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che alteri l'oggetto sostanziale dell'azione ed i termini della controversia, introducendo l'esame di

fatti nuovi (Cass 27/01/1995, n. 983; Cass. 11/11/1994, n. 9457; Cass. 30/05/2003, n. 8739).

2.2. Nella fattispecie in primo grado si era genericamente eccepita la non agibilità del locale per la

presenza delle sei bare, senza alcun riferimento alla mancanza del bagno, del servizio idrico e delle

attrezzature di lavoro.

Ne consegue che correttamente il giudice di appello, al quale - in quanto giudice di merito - è

riservata l'interpretazione della domanda o delle eccezioni proposte dalle parti, ha ritenuto che solo

in relazione alla presenza di dette bare andava valutata l'inagibilità del locale, mentre l'assunta

inagibilità per rimozione del bagno e degli strumenti di lavoro ad opera del locatore, costituiva

l'introduzione di una nuova eccezione, perché fondata su fatti nuovi, che non erano stati oggetto del

primo giudizio.

2.3. Il rigetto del primo motivo di impugnazione comporta anche il rigetto del terzo motivo, in

quanto, come rilevato dalla corte di appello, la prova testimoniale dedotta aveva ad oggetto

essenzialmente al suddetto profilo fattuale. Inoltre va osservato che il comma 2 dell'art. 437 c.p.c.,

nello stabilire che il collegio può ammettere, anche di ufficio, i mezzi istruttori ritenuti

indispensabili ai fini della decisione della causa, attribuisce al giudice di appello un potere

discrezionale il cui esercizio è incensurabile in sede di legittimità anche nell'ipotesi in cui manchi

un'espressa motivazione della mancata ammissione di ulteriori mezzi di prova, atteso che l'omessa

motivazione lungi dal configurare un omesso esame - configura un'implicita negazione della

indispensabilità, costituente presupposto giustificativo dell'esercizio del potere discrezionale (Cass.

05/03/2001, n. 3200). 3.1. Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e

falsa applicazione dell'art. 437 c.p.c., in relazione all'art. 115 c.p.c..

Secondo il ricorrente, per poter affermare l'idoneità del locale all'esercizio dell'attività di elettrauto,

anche in presenza delle sei bare, si sarebbe dovuto dimostrare la dimensione del locale, che, invece,

era di circa 50 mq.. Inoltre la presenza di sei bare con i paramenti funebri distoglieva l'afflusso della

clientela. 3.2. Con il quarto motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione

dell'art. 437 c.p.c. ed il mancato esame di documenti.

Si duole il ricorrente che la corte territoriale non abbia tenuto conto dei documenti prodotti con

l'atto di appello, tra cui quelli relativi alle autorizzazioni a rimuovere le bare ed a depositarle presso

il Cimitero di Pisticci.

3.3. Con il quinto motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione dell'art. 1455 c.c., in

relazione all'art. 5 della legge n. 392/1978, nonché il vizio motivazionale dell'impugnata sentenza

che ha ritenuto che il mancato pagamento di due mensilità costituisse inadempimento di maggiore

gravità rispetto a quello del locatore, mentre il primo era di gravità al più' pari ed inoltre

cronologicamente successivo e da esso dipendente.

3.4. Con il sesto motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione dell'art. 1455 c.c., in relazione

all'art. 1227 c.c.. Il ricorrente censura l'impugnata sentenza nella parte in cui ritiene che il

conduttore avrebbe dovuto operarsi prima per custodire altrove le bare; che ciò integra un

comportamento colposo del creditore, a norma dell'art. 1227/ c. 2, c.c., per non avere evitato il

danno, usando l'ordinaria diligenza; che nella fattispecie questa operazione non era di lieve sforzo

(essendo pari a L. 10.000 giornaliere) nel mentre lo stesso pagava anche il canone di L. 110.000

mensili, per cui il conduttore non era tenuto a detto comportamento. 4.1. Ritiene questa Corte che i

suddetti motivi, essendo strettamente connessi, vadano esaminati congiuntamente. Essi sono fondati

e vanno accolti.

Osserva preliminarmente questa Corte che in punto di fatto risulta pacifico che le sei bare in

questione furono immesse nel locale, dopo che era sorta la locazione e durante il periodo in cui il

locatore aveva riottenuto la detenzione temporanea dello stesso per l'esecuzione di opere di

ristrutturazione, e che furono ivi lasciate a seguito dell'esecuzione coattiva dell'ordinanza di

reintegrazione nella detenzione qualificata del conduttore.

Il problema che si pone è se detto comportamento del locatore possa qualificarsi di inadempimento

ai suoi obblighi nascenti dal contratto di locazione e se possa essere fatto valere dal conduttore ai

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fini dell'eccezione di inadempimento (art. 1460 c.c.), come giustificativa del proprio inadempimento

nel pagamento del canone, ed, infine, ai fini della gravità dell'inadempimento del conduttore, ai

sensi dell'art. 1455 c.c..

4.2. Osserva preliminarmente questa corte che tra le obbligazioni principali del locatore vi sono

quelle di consegnare la cosa in buono stato di manutenzione, di mantenere la cosa in stato di servire

all'uso e di garantirne il pacifico godimento (art. 1575 c.c.). 4.2. Anche il locatore è tenuto

all'esecuzione di buona fede del contratto, sulla base del principio generale di cui all'art. 1375 c.c..

Occorre a tal proposito ricordare che questa Corte Suprema, dopo avere in un primo tempo negato a

detto principio un rilievo giuridico autonomo (v. Cass., n. 3250 del 20 luglio 1977: "La violazione

dei doveri di correttezza e di buona fede (artt. 1175 e 1375 cod. civ.) ove non siano considerati in

forma primaria ed autonoma da una norma - come nell'ipotesi di concorrenza sleale ex art. 2598, n.

3, cod. civ. - costituisce solo un criterio di qualificazione e di valutazione del comportamento dei

contraenti. Pertanto, un comportamento ad essi contrario non può essere reputato illegittimo e,

quindi, fonte di responsabilità ove al contempo non concreti la violazione di un diritto altrui, già

direttamente riconosciuto da una norma giuridica". cfr. Cass., n. 5610/80), ha in un secondo tempo

riconosciuto che la buona fede costituisce oggetto di un vero e proprio dovere giuridico (Cass., n.

960 del 18 febbraio 1986. "La buona fede, intesa in senso etico, come requisito della condotta,

costituisce uno dei cardini della disciplina legale delle obbligazioni e forma oggetto di un vero e

proprio dovere giuridico, che viene violato non solo nel caso in cui una delle parti abbia agito con il

proposito doloso di recare pregiudizio all'altra, ma anche se il comportamento da essa tenuto non sia

stato, comunque, improntato alla diligente correttezza ed al senso di solidarietà sociale, che

integrano, appunto, il contenuto della buona fede". Conf. Cass., n. 1460/73; Conf. Cass., n. 89/66) e

costituisce quindi una possibile fonte di responsabilità (detto principio giuridico di carattere

generale ha trovato applicazione nella giurisprudenza di questa Corte Suprema in numerose

fattispecie: (cfr. ad es. - tra l'altro in tema di risarcimento del danno - Cass. 5/11/1999, n. 12310;

Cass., n. 2167/96; Cass., n. 9775/96; Cass., n. 11040/97;

Cass., n. 11041/97; Cass., n. 6475/85).

4.3. In altri termini, la violazione del dovere di comportamento imposto dal principio di buona fede

(art. 1375 c.c.) è già di per sè inadempimento e può comportare l'obbligo di risarcire il danno

cagionato a causa della violazione medesima.

Infatti, come si legge nella Relazione al codice civile, il principio di correttezza e di buona fede

"richiama nella sfera del creditore la considerazione dell'interesse del debitore e nella sfera del

debitore il giusto riguardo all'interesse del creditore" (ivi, - 558). Esso opera, quindi, come un

criterio di reciprocità che, nel nuovo quadro di valori introdotto dalla Carta Costituzionale,

costituisce specificazione degli "inderogabili doveri di solidarietà sociale" tutelati dall'art. 2 cost.

(Cass. 13 gennaio 1993, n. 343): la sua rilevanza si esplica nell'imporre, a ciascuna delle parti del

rapporto obbligatorio, il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell'altra, a prescindere

dall'esistenza di specifici obblighi contrattuali o di quanto espressamente stabilito da singole norme

di legge.

4.4. La buona fede, quindi, si pone come governo della discrezionalità nell'esecuzione del contratto,

nel senso che essa opera sul piano della selezione delle scelte discrezionali dei contraenti,

assicurando che l'esecuzione del contratto avvenga in armonia con quanto emerge dalla

ricostruzione dell'operazione economica che le parti avevano inteso porre in essere, filtrata

attraverso uno standard di normalità sociale, e, quindi, di ragionevolezza. Il debitore, pertanto,

nell'adempiere l'obbligazione deve compiere tutto quanto è necessario, secondo i predetti standards,

per il soddisfacimento dell'interesse del creditore, senza che ciò costituisca per lui un rilevante

aggravio aggiuntivo. Certamente, quindi, è da escludere che sussista l'esecuzione di buona fede del

contratto, allorché il debitore, lungi dal preservare gli interessi del creditore, ha affrontato anzi

ulteriori costi che rendono meno satisfattorio l'adempimento, per quanto formalmente effettuato.

4.5. La corte di merito, quindi, avrebbe dovuto porsi anzitutto il problema se il locatore, scegliendo

di procurarsi e poi lasciare nel locale le sei bare con i rispettivi paramenti funebri, avesse dato

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un'esecuzione di buona fede agli obblighi derivanti a suo carico dal contratto di locazione, e ciò

indipendentemente dal punto se il conduttore poi avesse effettivamente utilizzato o meno il locale,

con la presenza della bare.

Infatti, in caso di risposta negativa, rimaneva accertato l'inadempimento del locatore e si poneva

solo il problema del rapporto tra detto inadempimento e quello del conduttore, consistente nel

mancato pagamento del canone per due mesi.

5.1. Secondo un orientamento di questa Corte, in tema di locazione di immobili, non può

disconoscersi che il pagamento del canone costituisce la principale e fondamentale obbligazione del

conduttore, al quale non è consentito astenersi dal versare il corrispettivo o di determinare

unilateralmente il canone nel caso in cui si verifichi una riduzione o una diminuzione del godimento

del bene, anche quando si assuma che tale evento sia ricollegabile al fatto del locatore e ciò perché

la sospensione totale o parziale dell'adempimento di detta obbligazione, ai sensi dell'art. 14 60 c.c.,

è legittima soltanto quando venga completamente a mancare la prestazione della controparte (in tale

senso Cass. 5.10.1998, n. 9863; Cass. n. 3411 del 1983; Cass. 23.5.1962, n. 1172).

5.2. Il principio non pare condivisibile, poiché esso porta ad escludere l'applicabilità dell'eccezione

di cui all'art. 1460 in ipotesi di inesatto adempimento, limitandola all'exceptio inadimpleti

contractus.

Infatti il 2^ c. dell'art. 1460 c.c., ove non si voglia ritenere meramente ripetitivo del primo, secondo

la più attenta dottrina, va riferito anche al caso in cui la controparte potrebbe aver già adempiuto la

propria prestazione, ma in maniera inesatta. In questo caso l'eccezione sarebbe quella di non rite

adimpleti contractus.

Sennonché l'exceptio non rite adimpleti contractus, a cui è egualmente applicabile l'art. 14 60 c.c.,

postula la proporzionalità tra i rispettivi inadempimenti, da valutare non in rapporto alla

rappresentazione soggettiva che le parti se ne facciano, ma in relazione alla oggettiva proporzione

degli inadempimenti stessi, riguardata con riferimento all'intero equilibrio del contratto ed alla

buona fede (Cass. 9 agosto 1982, n. 4457; Cass. 22 gennaio 1985, n. 250; Cass. 20 giugno 1996, n.

5694).

Pertanto se il conduttore ha, in ogni caso, continuato a godere dell'immobile, per quanto lo stesso

presentasse vizi, e quindi ha ricevuto la prestazione, per quanto nei termini predetti, non può lo

stesso sospendere l'intera sua prestazione, perché in questo caso mancherebbe la proporzionalità tra

i due inadempimenti. Nell'individuazione di questa proporzionalità, da valutarsi nell'ambito

dell'economia del contratto di locazione, possono tenersi in conto per analogia i principi di cui

all'art. 1584 c.c., per cui se residua pur sempre un godimento dell'immobile da parte del conduttore,

nonostante i vizi della cosa locata imputabili al locatore, non è giustificabile, a norma dell'art. 1460,

e. 2, c.c, il rifiuto di prestazione dell'intero canone, potendo giustificarsi solo una riduzione dello

stesso proporzionata all'entità del mancato godimento.

5.3. Quindi nella fattispecie la sentenza impugnata avrebbe dovuto anche valutare se detto

inadempimento del locatore era tale da rendere inidoneo completamente all'uso il locale o solo

parzialmente, tenendo conto che, ai fini dell'idoneità all'uso, trattandosi di attività svolta in contatto

diretto con il pubblico, va considerato anche l'eventuale riflesso del fatto-inadempimento del

locatore nei confronti dell'utenza.

Nella prima ipotesi, ove cioè la corte territoriale avesse ritenuto che la consegna del locale con le sei

bare non costituisse esecuzione di buona fede del contratto, ispirata ai principi di solidarietà, ma

inadempimento totale dell'obbligazione, avrebbe dovuto ritenere giustificato il consequenziale

inadempimento del conduttore nel pagamento delle due mensilità.

5.4. Nel caso che fosse stato ritenuto l'immobile solo parzialmente idoneo all'uso, e, quindi, non tale

da giustificare il totale mancato pagamento del canone, egualmente di tanto doveva tenersi conto ai

fini dell'accertamento della gravità dell'inadempimento, ai sensi dell'art. 1455 c.c., per la pronuncia

di risoluzione del contratto per morosità del conduttore.

Infatti nei contratti con prestazioni corrispettive, quale è quello in esame, il giudice di merito, nel

valutare la fondatezza della domanda di risoluzione per inadempimento, deve tener conto, anche in

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difetto di una formale eccezione ex art. 14 60 c.c., delle difese con cui il convenuto opponga a sua

volta l'inadempienza della parte attrice, posto che la gravità dell'inadempimento, che ai sensi

dell'art. 1455 c.c. legittima la risoluzione, deve essere accertata sulla base di un criterio relativo, nel

quadro complessivo del rapporto e dei reciproci interessi dei contraenti (Cass. 19/02/1993, n. 2022;

Cass. 03/07/2000, n. 8880).

Ne consegue che la sentenza impugnata, che non si è attenuta ai suddetti principi, ne' ha effettuato

le suddette valutazioni, è viziata.

6.1. Fondata è anche la censura, sotto il profilo della violazione dell'art. 1227, e. 2, dell'impugnata

sentenza nella parte in cui ritiene che ben avrebbe potuto il Dell'Isola, nominato custode delle bare,

attivarsi, prima di quanto ebbe a fare, per custodire altrove le medesime. Infatti l'ordinaria diligenza

di cui al comma secondo dell'art. 1227 c.c. non va identificata con quella di cui all'art. 1176 c.c.

(Cass. N. 2900 del 1972).

Il dovere del danneggiato va invece inteso come sforzo di evitare il danno attraverso un'agevole

attività personale, oppure mediante un sacrificio economico relativamente lieve. Sono comprese

nell'ambito dell'ordinaria diligenza soltanto quelle attività che non siano gravose o eccezionali o tali

da comportare notevoli rischi o rilevanti sacrifici (Cass. N. 10763/99; Cass. N. 4232/1997). La

valutazione dell'entità del sacrificio economico, dovuta dal creditore-danneggiato, va poi effettuata

non in assoluto, ma in relazione all'economia contrattuale ed ai danni da inadempimento che lo

stesso subisce.

6.2. Ne consegue che la corte di merito, al fine di potere ritenere che il conduttore doveva procedere

precedentemente al trasporto delle bare altrove, avrebbe dovuto anzitutto accertare che ciò era già in

precedenza possibile e poi ritenere che il sacrificio economico subito dal conduttore (L. 10.000

giornaliere) era di lieve entità nell'ambito di un contratto di locazione, il cui canone mensile era di

L. 110.000.

7. Fondata è anche la censura relativa all'omessa valutazione della prova documentale prodotta in

relazione alla rimozione delle bare ed alla loro allocazione nel cimitero di Pisticci. Benché detta

prova documentale sia stata prodotta solo con l'atto di appello, essa non è inammissibile a norma

dell'art. 437 c.p.c..

Infatti nel rito del lavoro, le preclusioni e le decadenze, comminate per la deduzione tardiva dei

mezzi di prova, riguardano soltanto le prove costituende, mentre la produzione di documenti, specie

se sopravvenuti nelle more del giudizio, può avvenire persino nel corso del giudizio di appello,

purché, in questo caso, i documenti stessi siano specificamente indicati dalle parti nel ricorso

dell'appellante o nella memoria difensiva dell'appellato, e depositati contestualmente a tali atti -

salvo il caso di documenti sopravvenuti nel corso del giudizio di secondo grado - ferma restando, in

ogni caso, la necessità che la produzione dei documenti sia effettuata prima delle discussione orale

(Cass. civ., sez. lav., 19/05/2003, n. 7845; Cass. 27/11/2003, n. 18138).

8. In definitiva vanno rigettati il primo ed il terzo motivo di ricorso e vanno accolti il secondo, il

quarto, il quinto ed il sesto motivo.

Va cassata, in relazione ai motivi accolti, l'impugnata sentenza. La causa va rinviata alla Corte di

appello di Salerno, che si uniformerà ai suddetti principi di diritto e provvedere anche sulle spese di

questo giudizio di Cassazione.

P.Q.M.

Accoglie il secondo, il quarto, il quinto ed il sesto motivo e rigetta il primo ed il terzo motivo di

ricorso. Cassa, in relazione ai motivi accolti, l'impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del

giudizio di Cassazione, alla Corte di appello di Salerno. Così deciso in Roma, il 20 gennaio 2005.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2005 19

3) Cass., Sez. 1, Sentenza n. 16515 del 5.8.2005

In tema di violazioni del codice della strada, la circolazione contromano, prevista e

sanzionata dall'art. 143, commi 11 e 12, cod. strada, è configurabile tanto quando il

veicolo percorra una strada a doppio senso di circolazione nella corsia destinata

all'opposto senso di marcia, che allorché percorra in senso opposto a quello consentito

una strada a senso unico, risiedendo la "ratio" della previsione nell'intralcio e nel

pericolo per la sicurezza della circolazione in relazione alla presenza di veicoli che

sopraggiungano in senso contrario, "ratio" in particolar modo ravvisabile nella seconda

ipotesi di condotta, che non vi è motivo, pertanto, di punire in maniera più lieve rispetto

alla prima. Una siffatta interpretazione delle disposizioni dell'art. 143 non è analogica,

dovendosi intendere per circolazione "contromano" quella che avviene nella direzione

opposta alla direzione consentita; sebbene, infatti, tale direzione vietata sia evocata dal

termine in esame, inteso in senso stretto, per contrapposizione all'altra "mano" (ossia

lato della strada) in cui è lecito marciare nella medesima direzione ("mano" che non

esiste in caso di strada a senso unico), tuttavia un significato più ampio del termine, che

ponga cioè l'accento essenzialmente sulla direzione errata, non è da escludere,

dovendosi pertanto ritenere, per la necessaria razionalità del sistema sanzionatorio, che

il legislatore "minus dixit quam voluit", intendendosi quel termine in senso ampio e non

stretto.

Riferimenti normativi: Cod. Strada art. 143 CORTE COST., Cod. Strada art.

143 CORTE COST.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. - Risulta dalla sentenza impugnata quanto segue.

Il 30 maggio 2001, verso le 23, 30, agenti della Polizia Municipale di Cervia contestavano all'avv.

Giancarlo Savoia, dopo aver intimato l'alt all'autovettura di cui era alla guida, la violazione dell'art.

143, comma 12, del codice della strada per avere "circolato contromano nella curva che da via

Ficocle immette sulla SS. n. 16 in ora notturna e quindi di scarsa visibilità".

L'avv. Savoia proponeva immediatamente opposizione davanti al Giudice di pace di Ravenna,

eccependo la nullità del verbale per varie ragioni e, in particolare, per l'erroneità della data

dell'accertamento, indicata nel 31 - anziché 30 - maggio 2001. Radicatosi il contraddittorio, il

funzioriario delegato dal Sindaco di Cervia ammetteva l'errore nell'indicazione della data e faceva

presente che comunque gli agenti avevano successivamente confermato l'accertamento,

rettificandone la data e procedendo a nuova notifica del verbale nei modi e termini di legge. Il

Giudice di pace definiva la causa con sentenza del 23 novembre 2001, dichiarando "estinto il

giudizio per cessata materia del contendere".

Nelle more di tale giudizio l'avv. Savoia proponeva, davanti allo stesso Giudice di pace di Ravenna,

tempestiva opposizione anche avverso il verbale notificatogli successivamente (il 5 giugno 2001),

recante il numero 18872/2001/V - Prot. 3660, datato 30 maggio 2001 e contenente l'avvertenza che

lo stesso annullava e sostituiva integralmente il precedente atto pari numero, in quanto la data

dell'accertamento era il 30 - e non 31 - maggio 2001, Deduceva l'opponente: difetto della

contestazione immediata dell'infrazione, essendo stata dichiarata nulla, per espressa ammissione

della Polizia Municipale, quella eseguita il 30 maggio; insussistenza della violazione contestata,

riferendosi l'art. 143, comma 12, c.d.s., alla diversa ipotesi in cui il veicolo occupi parte della

carreggiata di sinistra, mentre nella specie la strada era a senso unico e munita di divieto di accesso

per chi proveniva dalla statale.

Il Giudice di pace, con sentenza del 31 gennaio 2002, respingeva l'opposizione, osservando:

20

- che "con la richiamata sentenza del 23 novembre 2001 non è stata sancita, da questo giudice,

alcuna nullità del verbale oggetto dell'impugnazione", ma era stata dichiarata cessata la materia del

contendere, "prendendo atto della rettifica operata dalla Polizia Municipale, in applicazione del

principio dell'autotutela, al verbale di contestazione immediata (...); della già avvenuta rinotifica

dello stesso verbale così rettificato e della circostanza che anche tale secondo atto era stato

sottoposto a gravame instaurando così un secondo giudizio sul medesimo fatto contravvenzionale";

- che la rettifica operata dalla Polizia Municipale riguardava esclusivamente un vizio formale

dell'atto - l'indicazione della data di accertamento e contestazione - e non il fatto o la norma violata

o la circostanza dell'avvenuta contestazione immediata dell'infrazione;

- che, dunque, concernendo il giudizio sempre il medesimo fatto illecito, non poteva revocarsi in

dubbio che tale illecito fosse stato immediatamente contestato al trasgressore, il quale era stato

posto, fin dal primo momento, in condizioni di ipotesi difendere (finalità perseguita dall'art. 200

c.d.s.), tant'è che aveva proposto immediatamente opposizione avverso il primo verbale;

- che l'art. 143, comma 12, c.d.s. sanziona il comportamento dell'automobilista che circola

contromano in corrispondenza di una curva; circolare "contromano" non può significare altro che

circolale nella "direzione opposta a quella normale o regolare per il traffico stradale", com'era

avvenuto nella specie, essendo, pacificamente, a senso unico il tratto di Via Ficocle imboccato - nel

senso opposto a quello consentito - dal trasgressore. 2. - Avverso tale sentenza l'avv. Savoia

propone ricorso per Cassazione con tre motivi. L'intimato Comune di Cervia non svolge difese.

MOTIVI DELLA DECISIONE

3. - Con il primo motivo il ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 39 c.p.c,

lamenta che il Giudice di pace non abbia d'ufficio sollevato l'eccezione di litispendenza o,

quantomeno, disposto la riunione dei due procedimenti relativi al medesimo illecito amministrativo

e pendenti davanti al medesimo giudice, ed abbia nella sentenza fatto riferimento ad elementi

estranei agli atti perché acquisiti nel diverso procedimento relativo alla prima opposizione, violando

anche il canone del ne bis in idem.

4. - Il motivo è in parte infondato e in parte inammissibile. 4.1. - È infondato nella parte in cui

deduce la violazione dell'art. 39 c.p.c., perché le cause relative alle opposizioni avverso i due

verbali di contravvenzione nella specie succedutisi non erano identiche, avendo ad oggetto motivi di

opposizione in parte diversi riferiti a due diversi atti amministrativi. Più esattamente, nella specie

era, semmai, applicabile l'art. 274 c.p.c, trattandosi di cause semplicemente connesse pendenti

davanti allo stesso giudice, che dunque potevano essere riunite; ma il mancato esercizio del potere

discrezionale di riunione dei giudizi, ai sensi dell'art. 274 cit., non da luogo a nullità e non è

censurabile in Cassazione. 4.2. - Le censure relative all'utilizzo, da parte del giudice, di elementi

acquisiti in diverso procedimento e di violazione del ne bis in idem, poi, sono inammissibili per la

assoluta genericità dei relativi riferimenti.

5. - Con il secondo motivo, denunciando violazione degli artt. 200 e 143, comma 12, c.d.s., il

ricorrente lamenta che il Giudice di pace non abbia annullato il verbale per difetto della

contestazione immediata dell'infrazione e mancanza della indicazione, nel verbale medesimo, dei

motivi che l'avevano resa impossibile. Osserva che, se il primo verbale era autonomo dal secondo

ed era stato annullato dalla stessa Polizia municipale, come stabilito dal Giudice di pace nella sua

prima sentenza (relativa alla prima opposizione), non era poi consentito basarsi su di esso per

ritenere effettuata la contestazione immediata dell'infrazione.

6. - Il motivo è inammissibile, perché parte da un presupposto in fatto - che, cioè, con la sentenza

del 23 novembre 2001 il Giudice di pace avesse accertato la nullità del primo verbale - contrario a

quanto stabilito dalla sentenza qui impugnata, la quale, invece (secondo quanto sopra testualmente

riportato in narrativa) espressamente lo esclude e precisa che la prima sentenza aveva soltanto

dichiarato cessata la materia del contendere prendendo atto, in particolare, della mera "rettifica" del

verbale di contestazione immediata ad opera del secondo verbale notificato.

21

Tale statuizione, in quanto statuizione in fatto (riguardante il contenuto di una sentenza pronunciata

in un diverso giudizio), avrebbe dovuto essere censurata mediante la deduzione di specifici vizi

logici, ai sensi dell'art. 360 n. 5 c.p.c., che, però, il ricorso non contiene.

7. - Con il terzo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 143, comma 12, in

relazione all'art. 154, comma 3, c.d.s., il ricorrente osserva:

- che l'art. 143, comma 12, cit., "prevede che si abbia circolazione contromano allorché un veicolo

occupi una parte più o meno grande della carreggiata di sinistra", mentre "nella fattispecie (...) la

bretella di strada in cui venne effettuata l'immissione era ed è a senso unico, e munita di un divieto

d'accesso per chi provenga dalla strada statale"; onde andava, semmai, applicata la sanzione stabilita

per la "violazione di uno dei divieti generali previsti dall'art. 116/1 punto b) del Regolamento al

Codice della strada e cioè quella di essersi immesso in un senso vietato di una strada";

- del resto, l'art. 143, comma 12, cit., fa riferimento alla circolazione contromano quando la strada

sia divisa in più carreggiate separate, mentre nella specie la via Ficocle (imboccata dal ricorrente) "è

divisa da un'isola di canalizzazione che separa, dal lato Nord la sola immissione nella Strada statale

16 Adriatica e, dalla parte Sud sia l'uscita che l'entrata"; sicché andava, semmai, configurata

l'ipotesi di cui all'art. 154, comma 3, punto b), c.d.s. 8. - Il motivo non può essere accolto.

8.1. - La prima censura pone la questione se la circolazione contromano, punita con le sanzioni

comminate dall'art. 143, commi 11 e 12, c.d.s., si configuri soltanto ove il trasgressore percorra una

strada a doppio senso di circolazione nella corsia destinata alla marcia in senso opposto, ovvero

anche allorché percorra in senso opposto a quello consentito una strada a senso unico. Il ricorrente

sostiene la prima soluzione, ma tale soluzione è errata. L'art. 143 c.d.s. non esclude, e neppure

espressamente consente, che le fattispecie di illecito previste ai suoi commi 11 e 12 comprendano

anche la circolazione in senso vietato nelle strade a senso unico;

nè da una definizione di circolazione contromano.

La ratio delle previsioni in questione, però, risiede evidentemente nell'intralcio e nel pericolo per la

sicurezza della circolazione in relazione alla presenza di veicoli che sopraggiungono in senso

contrario. E tale ratio vale indiscutibilmente sia per l'ipotesi che il trasgressore circoli su una strada

a doppio senso, sia - e, anzi, in particolar modo - per ipotesi in cui circoli su una strada a senso

unico.

Non vi è ragione, pertanto, di punire la prima condotta in maniera più lieve rispetto alla seconda; il

che si verificherebbe, invece, ove si ritenessero le fattispecie di cui art. commi 11 e 12 dell'art. 143

cit. limitate soltanto alla prima ipotesi, in quanto per la seconda non resterebbe che applicare - come

sostiene il ricorrente - le generiche fattispecie di violazione dei divieti indicati dalla segnaletica

stradale, assai più blandamente sanzionate (art. 6, commi 4 lett. b) e 14, e art. 7, commi 1 e 14,

c.d.s., fatti salvi dall'art. 146, comma 2, dello stesso codice).

L'interpretazione qui sostenuta non è analogica - e dunque non viola il divieto di cui all'art. 1 l. n.

689 del 1981, richiamato dall'art. 194 c.d.s. - in quanto per circolazione contromano s'intende la

circolazione che avviene nella direzione opposta a quella consentita e, sebbene tale direzione vietata

sia evocata dal termine in esame, inteso in senso stretto, per contrapposizione all'altra mano (ossia

lato della strada) in cui è lecito marciare nella medesima direzione (mano che non esiste in caso di

strada a senso unico), tuttavia un'accezione più ampia del termine, che ponga, cioè, l'accento

essenzialmente sulla direzione errata, la necessaria razionalità del sistema sanzionatorio (sopra non

è da escludere; sicché deve ritenersi, richiamata), che il legislatore minus dixit quam voluit,

dovendosi intendere quel termine in senso ampio e non stretto. 8.2. - La seconda censura, il cui

senso, invero, non è del tutto chiaro, è in ogni caso inammissibile per novità, in quanto si basa su

una circostanza di fatto - la sussistenza di una svolta con isola di canalizzazione - non menzionata

dalla sentenza impugnata (che parla di curva) ed introdotta in giudizio soltanto con il ricorso per

Cassazione.

9. - In conclusione, il ricorso va respinto. Non vi è luogo a provvedere sulle spese processuali

perché l'intimato non ha svolto difese.

P.Q.M. 22

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 4 marzo 2005.

Depositato in Cancelleria il 5 agosto 2005

4) Cass., Sez. 1, Sentenza n. 6441 del 17.3.2009

In tema di diritto dello straniero al ricongiungimento familiare, il cittadino

extracomunitario legato ad un cittadino italiano ivi dimorante da un'unione di fatto

debitamente attestata nel paese d'origine del richiedente, non può essere qualificato

come "familiare" ai sensi dell' art. 30, primo comma, lettera c), del d.lgs. n. 286 del

1998, in quanto tale nozione, delineata dal legislatore in via autonoma, agli specifici fini

della disciplina del fenomeno migratorio, non è suscettibile di estensione in

via analogica a situazioni diverse da quelle contemplate, non essendo tale

interpretazione imposta da alcuna norma costituzionale. Ne tale più ampia nozione può

desumersi dagli artt. 8 e 12 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo o dall'art.

9 della Carta di Nizza (recepita nel Trattato di Lisbona, ratificato dall'Italia l'8 agosto

2008, ma non ancora da tutti gli Stati membri) in quanto tali disposizioni escludono il

riconoscimento automatico di unioni diverse da quelle previste dagli ordinamenti

interni, salvaguardando l'autonomia dei singoli Stati nell'ambito dei modelli familiari.

Infine, non può trovare applicazione la più recente normativa di derivazione

comunitaria, in quanto il d.lgs. n. 5 del 2007 si applica soltanto ai familiari di

soggiornanti provenienti da paesi terzi e il d.lgs. n. 30 del 2007 tutela la libertà di

circolazione e di soggiorno dei cittadini UE e dei loro familiari nel territorio di uno

stato membro diverso da quello di appartenenza, e non il diritto al ricongiungimento

familiare con un cittadino di uno Stato membro regolarmente residente e dimorante nel

suo paese d'origine.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il cittadino neozelandese M.D.W., avendo già

ottenuto visto d'ingresso e permesso di soggiorno per motivi di studio per la durata di un anno,

facendo valere il riconoscimento della qualità di "partner de facto" del cittadino italiano T.R. da

parte delle competenti autorità neozelandesi, ha chiesto al questore di Livorno la conversione del

titolo di soggiorno in permesso per motivi familiari ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 30,

comma 1, lett. c) in relazione alla L. n. 218 del 1995, artt. 24 e 65.

Il provvedimento del 15 ottobre 2004 del questore, che ha dichiarato irricevibile l'istanza, è stato

dichiarato illegittimo dal tribunale di Firenze con decreto del 4 luglio 2000, ma la Corte d'appello di

Firenze, con decreto del 6 dicembre 2006, in riforma della decisione di primo grado, ha respinto la

domanda del M. affermando che:

a) la condizione di partner de facto, attestata dalle autorità neozelandesi, secondo il nostro

ordinamento giuridico è diversa da quella di "familiare", che può essere riconosciuta soltanto a

soggetti legati da vincoli parentali e, solo in alcuni casi, anche di affinità;

b) non è possibile una lettura costituzionalmente orientata di tale disciplina che consenta di

pervenire a interpretazioni estensive, perché la Corte costituzionale ha costantemente affermato la

legittimità costituzionale delle norme che non consentono di estendere alle convivenze di fatto la

disciplina della famiglia legittima (sentenze nn. 313/2000, 2 e 166 del 1998, 127/1997, 237/1986,

45/1980), anche con specifico riferimento alla normativa in materia d'immigrazione e in particolare

con riferimento alla norma che limita il divieto di espulsione allo straniero coniugato o parente

entro il quarto grado di cittadino, escludendo lo straniero convivente more uxorio (sentenza n.

23

313/2000);

c) la legge neozelandese che riconosce la qualità di conviventi di fatto a persone dello stesso sesso,

tanto più se dovesse intendersi anche come costitutiva dello status di "familiare", è contraria

all'ordine pubblico italiano;

d) l'art. 3, comma 2, lett. b) della direttiva n. 2004/38/CE, che riconosce il diritto di soggiorno nel

territorio degli stati membri ai partner stranieri che abbiano una relazione stabile debitamente

attestata, non è applicabile nella specie perché il M. non è cittadino di uno stato dell'Unione

Europea e perché, comunque, l'equiparazione dell'unione registrata al matrimonio, al fine del

riconoscimento della qualità di "familiare" e quindi del diritto di ingresso e di soggiorno, deve

essere prevista dalla legislazione nazionale dello Stato membro ospitante;

e) l'art. 12 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo e l'art. 9 della Carta dei diritti

fondamentali dell'Unione europea riservano alle legislazioni nazionali la competenza a disciplinare

il diritto ad instaurare rapporti coniugali o unioni familiari di tipo diverso, e poiché il nostro

ordinamento riconosce le unioni di tipo coniugale solo nelle ipotesi di convivenze tra persone di

sesso diverso, il recepimento di una normativa di altro Stato (tra l'altro non comunitario) che

riconosca la qualità di convivente di fatto a persone dello stesso sesso produrrebbe effetti contrari

all'ordine pubblico.

Avverso il decreto della corte d'appello di Firenze il M. e il T. hanno proposto ricorso per

Cassazione articolato in cinque motivi, illustrati con memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo i ricorrenti deducono la violazione dell'art. 112 c.p.c. in quanto la Corte

territoriale avrebbe ritenuto che la domanda proposta davanti al tribunale di Firenze fosse diretta a

ottenere il recepimento nel nostro ordinamento della normativa neozelandese che riconosce la

qualità di conviventi di fatto a persone dello stesso sesso, mentre la domanda stessa aveva ad

oggetto soltanto il riconoscimento, ai sensi della L. n. 218 del 1995, di uno status già acquisito dallo

straniero nell'ordinamento giuridico di appartenenza.

Il motivo non è fondato.

La Corte territoriale ha correttamente individuato ed esaminato la domanda proposta dagli attuali

ricorrenti, come diretta a contestare la legittimità del provvedimento di rigetto (per "irricevibilità")

della richiesta di permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art.

30, comma 1, lett. c). Nell'iter argomentativo diretto a individuare l'esatta portata della nozione di

"familiare" (di cui alla citata disposizione normativa, la Corte territoriale ha anche affrontato il

problema della possibile rilevanza della qualità del T. di "partner de facto" del cittadino

neozelandese, attestata dalle autorità dello stato di appartenenza di questo, negandola per la ritenuta

contrarietà all'ordine pubblico della norma straniera sulla base della quale sarebbe stata rilasciata

l'attestazione. Tuttavia il decisum del provvedimento impugnato è limitato alla questione relativa

all'applicazione della disciplina dell'immigrazione e non investe, principaliter, il riconoscimento di

status o, comunque, di qualità personali, come gli stessi ricorrenti ammettono nell'articolazione del

terzo motivo di ricorso, e pertanto la censura appare inconferente.

2. Con il secondo motivo, deducendo la violazione e falsa applicazione della L. n. 218 del 1995,

artt. 24 e 65 in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 28, comma 2, e artt. 30 e 31, i ricorrenti

sostengono che, ai fini dell'applicazione dell'art. 30 cit. il giudice nazionale non doveva valutare se

lo status di convivente di fatto sia equiparabile a quello di familiare alla stregua delle norme

nazionali, ma accertare se, secondo la disciplina neozelandese applicabile in virtù della L. n. 218 del

1995, art. 24, il M. debba considerarsi "familiare" del cittadino italiano. Nè il limite dell'ordine

pubblico può derivare dalla sola mancanza di una disciplina legislativa interna in materia di rapporti

di tipo familiare tra persone dello stesso sesso, che, peraltro, trovano tutela nell'art. 2 Cost. che

prende in considerazione tutte le formazioni sociali nelle quali, secondo il sentire sociale che

riconosce diverse tipologie di rapporti familiari, si realizzano i valori della persona. D'altra parte,

24

anche nel diritto interno (D.P.R. n. 54 del 2002, art. 3, comma 3 e il D.Lgs. n. 72 del 2007) la

nozione di familiare è più ampia di quella di persona legata da rapporto di coniugio e si estende al

partner.

Anche con il terzo motivo i ricorrenti, deducendo la violazione e falsa applicazione della L. n. 218

del 1995, artt. 24 e 65 in relazione all'art. 16 della stessa legge e vizio di omessa e contraddittoria

motivazione, censurano, sotto ulteriori profili, l'affermazione della contrarietà all'ordine pubblico

del riconoscimento della qualità di familiare al partner dello stesso sesso, osservando che a tale

conclusione può pervenirsi soltanto sulla base di un contrasto con principi che trovino espressione

nella Costituzione e abbiano, per le loro caratteristiche economiche, sociali, morali e politiche,

importanza fondamentale. Inoltre sul punto è necessaria una analitica motivazione che invece la

Corte territoriale non avrebbe fornito. Peraltro, ribadiscono i ricorrenti, la domanda del M. non è

diretta a ottenere il riconoscimento di uno status o l'equiparazione del rapporto di convivenza con

quello di coniugio, ma, sulla base della presa d'atto di una qualità riconosciutagli dal proprio

ordinamento di appartenenza, mira a ottenere la produzione di un effetto sostanziale nel nostro

ordinamento consistente nel rilascio di un titolo di soggiorno per motivi familiari, effetto che non

può considerarsi inaccettabile per l'ordinamento interno, nell'ambito del quale la convivenza

esprime valori di solidarietà in sintonia con il costume sociale.

Può infine essere congiuntamente esaminato, essendo strettamente connesso, anche il quinto motivo

con il quale si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 8 e 14 della Convenzione europea

per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e vizio di motivazione perché il rifiuto di rilascio del

permesso di soggiorno per motivi familiari costituirebbe illegittima interferenza nella vita privata e

familiare, intendendosi con quest'ultima espressione, in conformità con la giurisprudenza di

Strasburgo, il riferimento anche a relazioni diverse da quelle fondate sul matrimonio.

3. I motivi non sono fondati.

Come si è già rilevato nell'esame del primo motivo, la Corte territoriale non è stata chiamata ad

accertare e dichiarare lo status o un diritto della personalità del M., accertamento in relazione al

quale avrebbe dovuto farsi riferimento alla sua legge nazionale, ai sensi della L. n. 218 del 1995,

art. 24, ma a verificare la sussistenza del requisito soggettivo richiesto dal D.Lgs. n. 286 del 1998,

art. 30, comma 1, lett. c).

Tale essendo l'oggetto del presente giudizio, il giudice del merito correttamente ha limitato il suo

esame alla disciplina di diritto interno relativa all'immigrazione, sia pure alla luce delle norme

sovranazionali e, in particolare, di quelle di provenienza comunitaria, competenti secondo il sistema

delle fonti delineato dalla carta costituzionale.

Vero è che il provvedimento impugnato non si è limitato alla predetta verifica, che, essendosi

conclusa nel senso dell'impossibilità di intendere la nozione di "familiare" di cui all'art. 30 cit. come

comprensiva anche di quella di partner de facto del cittadino neozelandese debitamente attestata

dalle autorità dello Stato straniero, sarebbe stata sufficiente a sorreggere la decisione, ma, con ratio

decidendi del tutto autonoma, ha anche affermato, "peraltro", che, se al fine di decidere, e quindi

dell'applicazione della disciplina dell'immigrazione, fosse stato necessario fare applicazione della

legge neozelandese che riconosce le convivenze di fatto tra soggetti dello stesso sesso, tale

applicazione sarebbe stata in contrasto con l'ordine pubblico italiano.

Entrambe le rationes decidendi sono oggetto di censura, ma è evidente che, in ordine logico deve

essere esaminata prioritariamente la questione relativa alla corretta interpretazione della nozione

legislativa di "familiare" utilizzata dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 30, perché in caso di

infondatezza delle censure mosse nei confronti della soluzione raggiunta sul punto dalla corte

territoriale rimarrebbe assorbita la problematica relativa alla correttezza dell'utilizzazione del limite

dell'ordine pubblico. 4. La normativa contenuta nel titolo quarto del D.Lgs. n. 286 del 1998 (diritto

all'unità familiare e tutela dei minori), e in particolare quella di cui all'art. 30 cit., avente ad oggetto

il permesso di soggiorno per motivi familiari, presuppone la nozione di "familiare", che il

legislatore ha delineato in via autonoma, agli specifici fini della disciplina del fenomeno migratorio.

Come risulta dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 29, comma 1, nel testo risultante dalle modifiche

25

introdotte dapprima con la L. n. 189 del 2002, art. 23, comma 1, e successivamente con il D.Lgs. n.

5 del 2007, art. 2, comma 1, lett. e) richiamato dall'art. 30, la nozione di "familiare" comprende:

a) il coniuge;

b) i figli minori;

c) i figli maggiorenni non autosufficienti per ragioni di salute;

d) i genitori a carico che non dispongano di adeguato sostegno familiare nel paese di origine o di

provenienza.

A fronte della lettera delle indicate disposizioni si pone tuttavia il problema di verificare se

l'esclusione dal novero dei "familiari" aventi diritto al permesso di soggiorno ai sensi dell'art. 30 dei

soggetti, dello stesso o di diverso sesso, conviventi e legati da una stabile relazione affettiva,

oggetto di registrazione o di semplice attestazione, si ponga in contrasto con norme costituzionali,

in particolare con gli artt. 2, 3 e 2 9 Cost. in modo da imporre, in prima battuta, l'adozione del

canone ermeneutico secondo cui il principio di supremazia costituzionale impone all'interprete di

optare, fra più soluzioni astrattamente possibili, per quella che rende la disposizione conforme a

Costituzione, e, in caso di esito negativo di tale percorso interpretativo, di sollevare questione di

legittimità costituzionale. Chiamata a verificare la compatibilità della nozione di "familiare"

individuata dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 29 (in particolare dal comma 1, let. e) come modificato

dalla L. n. 189 del 2002) con le indicate norme costituzionali, la Corte costituzionale ha avuto modo

di escludere il contrasto (ord. n. 368/2006, n. 464/2005 e sent. n. 224/2005) sulla base del rilievo

che "l'inviolabilità del diritto all'unità familiare...deve ricevere la più ampia tutela con riferimento

alla famiglia nucleare, eventualmente in formazione, e quindi in relazione al ricongiungimento dello

straniero con il coniuge e i figli minori" mentre negli altri casi il legislatore, che in materia gode di

un'ampia discrezionalità limitata solo dal vincolo che le scelte non risultino manifestamente

irragionevoli, può bilanciare il diritto dello Stato a regolamentare l'ingresso in Italia e il diritto degli

stranieri all'unità familiare, che rispetto al primo assume pari dignità e rango (così espressamente

ord. 464/2005 cit.). Più specificamente la Corte Costituzionale ha esaminato e risolto l'ulteriore

problema della possibilità di estendere per analogia la nozione di "familiare" a situazioni diverse da

quelle espressamente previste.

A tal fine, mentre si è ritenuto (sent. n. 198/2003) che debba essere riconosciuta ai minori già

sottoposti a tutela ai sensi dell'art. 343 c.c. al compimento della maggiore età, la possibilità di

ottenere il permesso di soggiorno, così come è previsto per i minori in affidamento (D.Lgs. 25

luglio 1998, n. 286, art. 32, comma 1), stante l'identità di presupposti e di caratteristiche del

rapporto di tutela con il rapporto di affidamento, viceversa in materia di divieto di espulsione

previsto dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 2, lett. e), la giurisprudenza della Corte

Costituzionale (ord. n. 313/2000, 192 e 444/2006, richiamate anche dalla più recente ord. n.

118/2008) è costante nel negare la possibilità di estendere, attraverso un mero giudizio di

equivalenza tra le due situazioni, la disciplina prevista per la famiglia legittima alla convivenza di

fatto, richiamando l'affermazione secondo la quale "la convivenza more uxorio è un rapporto di

fatto, privo dei caratteri di stabilità e certezza e della reciprocità e corrispettività dei diritti e dei

doveri (...) che nascono soltanto dal matrimonio e sono propri della famiglia legittima (sentenze n.

45 del 1980, n. 237 del 1986, n. 127 del 1997)".

Ne deriva che l'interpretazione estensiva della nozione di "familiare" delineata nella legislazione

sull'immigrazione invocata dai ricorrenti non può ritenersi imposta da alcuna norma costituzionale.

5. Nè la nozione di "familiare" risultante dal combinato disposto dal D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 29

e 30 può essere ampliata, al fine di ricomprendervi anche i soggetti legati da una stabile relazione

affettiva realizzata attraverso una convivenza di tipo non matrimoniale, registrata o attestata, per

effetto dell'art. 12 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà

fondamentali (le cui norme costituiscono fonte integratrice del parametro di costituzionalità

introdotto dall'art. 117 Cost., comma 1: sentenze nn. 348 e 349/2007) o alla luce dell'art. 9 della

Carta di Nizza, parte integrante del trattato di Lisbona ratificato dall'Italia l'8 agosto 2008, ma non

ancora efficace in attesa delle ulteriori necessarie ratifiche da parte degli altri Stati dell'Unione,

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Atreyu

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Granelli Carlo.

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