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Annalisa Di Clemente, 2008 Università di Roma “La Sapienza”

NUOVI MODELLI INTERNAZIONALI DI VIGILANZA BANCARIA E

SVILUPPO INDUSTRIALE IN ITALIA

Annalisa Di Clemente

di

1. Il Comitato di Basilea. - 2. Da Basilea I a Basilea II. – 3. Caratteristiche dei nuovi modelli di

determinazione del capitale bancario. – 4. Proposte per il sistema bancario italiano. – 5.

Peculiarità del tessuto produttivo italiano. – 6. Verso un nuovo modello relazionale banca-

impresa.

1. Il Comitato di Basilea

Con il termine di Basilea II si indica l’Accordo internazionale sul capitale bancario

sottoscritto nel giugno del 2004 dal Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria

internazionale. La prima versione dell’Accordo, conosciuto come Basilea I, risale al

luglio del 1988 e fu sottoscritta nella stessa città svizzera di Basilea da cui entrambi

gli accordi prendono il nome. A Basilea ha infatti sede la Bank of International

nota in Italia come Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI),

Settlement (BIS),

organizzazione che dal 1930 promuove la su scala

cooperazione monetaria e finanziaria

mondiale. All’interno della BRI opera il Comitato di Basilea, istituito alla fine del

1974 dai governatori delle Banche centrali dei dieci paesi più industrializzati (G10) e

al quale si deve la stesura di entrambi gli accordi (Basilea I e Basilea II). Attualmente

il Comitato è formato da alti funzionari delle autorità di vigilanza bancaria e dalle

banche centrali di Belgio, Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia,

Lussemburgo, Paesi bassi, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Svezia e Svizzera. Il

Comitato di Basilea stabilisce i principi comuni per l’esercizio della funzione di

controllo sulle banche al fine di:

promuovere e preservare la stabilità dei sistemi monetari e finanziari

- attraverso il rafforzamento della solidità del sistema bancario internazionale;

assicurare un livello minimo di capitalizzazione bancaria per fronteggiare

- eventuali insolvenze dei debitori;

fissare eque regole comuni al fine di favorire una leale competizione tra le

- banche internazionali non accentuando gli squilibri ma favorendo la crescita

(level playing field);

tutelare i terzi creditori (depositanti) dal rischio d’insolvenza bancaria.

-

Il Comitato, non possedendo autorità sovranazionale, non legifera ma formula solo

linee guida: gli accordi devono essere recepiti in legge nei vari paesi. Per i paesi della

UE l’obbligatorietà di quanto previsto da Basilea II discende dalla direttiva

2006/48/CE del Parlamento europeo. In Italia il ministro dell’economia Tommaso

Padoa Schioppa ha firmato il 27 dicembre 2006 il decreto legislativo di recepimento

della direttiva comunitaria sul capitale bancario. Il 24 gennaio 2007, con la

∗ Professore aggregato di “Economia dei mercati monetari e finanziari”, Facoltà di Scienze politiche, Università

di Roma “La Sapienza”. 1

Annalisa Di Clemente, 2008 Università di Roma “La Sapienza”

pubblicazione del decreto in gazzetta ufficiale, l’Italia entra ufficialmente nell’era di

Basilea II.

2. Da Basilea I a Basilea II

Basilea II nasce con l’obiettivo di colmare i limiti di Basilea I che si è occupata

“unicamente” di definire la metodologia di calcolo del Capitale di Vigilanza. Il

Nuovo Accordo (Basilea II), diversamente, si articola in tre parti o pilastri

preoccupandosi non solo di determinare più accuratamente i requisiti minimi di

capitalizzazione, in funzione dell’effettiva rischiosità del debitore, ma di definire il

ruolo delle Autorità di Vigilanza così come della trasparenza e della diffusione delle

informazioni bancarie. Precisamente, il (requisiti minimi) descrive in

primo pilastro

modo dettagliato i criteri e le metodologie per il calcolo dei requisiti minimi di

capitale bancario a copertura dei rischi di credito, di mercato ed operativi della

banca. Il (controllo prudenziale delle Banche Centrali) precisa il ruolo

secondo pilastro

delle Autorità di Vigilanza chiamate a monitorare costantemente l’adeguatezza dei

livelli di capitalizzazione rispetto ai rischi e a valutare la coerenza delle politiche

gestionali attuate dalle banche per rispettare i stabiliti dalla normativa. Il

ratios terzo

(disciplina di mercato e trasparenza) sollecita le banche a fornire al mercato

pilastro

una informativa che consenta ad azionisti, investitori e risparmiatori di conoscere i

veri profili di rischio ed i livelli di capitalizzazione delle banche al fine di poterne

valutare l’effettiva solidità.

Il primo accordo sul capitale (Basilea I) ha dimostrato di avere alcuni gravi limiti:

non coglie il diverso profilo di rischio (o merito creditizio) dei debitori

- appartenenti alla stessa categoria (in particolare ci riferiamo alla categoria

incentivando le banche ad assumere rischi elevati (teoricamente

corporate),

più remunerativi);

produce una non coincidenza tra capitale economico (accantonato per fini

- interni) e capitale regolamentare (accantonato per fini di vigilanza);

si occupa solo del rischio di credito (insolvenza del debitore) e di mercato

- (derivante dall’attività di negoziazione) ignorando completamente il

rischio operativo;

non ha portato ad un miglioramento della relazione banca-impresa.

-

La del Nuovo Accordo è quella di avere introdotto i nel

novità principale rating

processo di calcolo del capitale di vigilanza delle banche. In sostanza gli istituti di

credito sono chiamati ad attribuire un giudizio (rating) sul grado di affidabilità di

tutti i loro debitori che sintetizzi la capacità della controparte di far fronte agli

impegni assunti e alle scadenze prestabilite.

Solitamente i rating sono calcolati da Agenzie internazionali quali Moody’s,

Standard & Poor’s e Fitch per valutare il merito creditizio di banche, governi e grandi

imprese quotate o per esprimere un giudizio di affidabilità sull’emissione di bond. Il

rating è espresso convenzionalmente da un simbolo alfanumerico che esprime,

all’interno di una scala significativa, la cosiddetta probabilità d’insolvenza del

prenditore. Il livello minimo di probabilità d’insolvenza (rischiosità quasi vicina allo

zero) viene definito con una tripla A (AAA o Aaa) mentre il livello massimo

2

Annalisa Di Clemente, 2008 Università di Roma “La Sapienza”

d’insolvenza è definito con una D o C. Solitamente sono utilizzati nove ma anche

diciassette livelli di giudizio accorpati a loro volta in due gruppi: AAA, AA, A, BBB,

-

BB (oppure da AAA a BB ) appartengono al gruppo mentre B, CCC,

investment grade;

+

CC, C o D (oppure dal livello B a D) appartengono al gruppo o

speculative grade high

Un’azienda con un rating AAA è valutata altamente affidabile dal punto di

yield.

vista creditizio. All’aumentare del rischio d’insolvenza o al peggiorare del merito

creditizio del debitore il livello del rating scende passando dalla categoria investment

grade (ossia consigliabile ai fini d’investimento) a quella speculative grade (ossia ad

alto rischio) ed alto rendimento .

La logica seguita da Basilea II è questa: maggiore è la rischiosità del debitore,

maggiore sarà il peso di rischio assegnato al credito bancario elargitogli e maggiore sarà il

capitale detenuto dalla banca a fini di copertura della perdita di valore dell’attività creditizia

nel caso d’insolvenza del debitore.

In sostanza, il patrimonio o capitale della banca assume il ruolo di

“cuscinetto” a fronte di oscillazioni di valore dell’attivo bancario, riducendo la

probabilità che eventuali perdite associate all’attività creditizia possano generare

situazioni d’insolvenza bancaria. Quindi, più alto è il livello di capitale proprio

bancario e meno rischiosa o più solida finanziariamente è la banca per i creditori

(depositanti). Tuttavia, più alto è il capitale proprio e minore è il rendimento per gli

azionisti dell’azienda creditizia.

L’Accordo precedente, Basilea I, prevedeva che la quantità di capitale di

vigilanza accantonata fosse pari all’8% dell’ammontare delle attività creditizie

ponderate per un peso di rischio prestabilito a livello regolamentare che variava solo

in funzione della tipologia della controparte. Precisamente, ai crediti verso governi,

banche centrali ed UE veniva assegnato un peso di rischio pari allo 0%; ai crediti

verso banche ed enti pubblici un peso del 20%, ai crediti ipotecari un peso del 50%, ai

crediti e alle partecipazioni un peso del 100% e alle attività in sofferenza un peso di

rischio del 200%. Nel caso dei crediti verso imprese (che rappresentano la maggiore

quota del portafoglio crediti bancario) Basilea I riconosceva un unico peso di rischio

pari al 100% del valore dell’impiego, senza distinguere l’effettiva rischiosità della

specifica impresa debitrice.

Diversamente, Basilea II sollecita le banche a calcolare internamente ed

autonomamente il rating e quindi la probabilità d’insolvenza del proprio affidato,

utilizzando informazioni di tipo quantitativo, qualitativo ed andamentale relative

all’azienda richiedente il fido. Con Basilea II l’azienda non dovrà quindi limitarsi a

fornire alla banca dati di bilancio chiari e precisi, ma dovrà coinvolgerla nella

definizione delle proprie strategie aziendali così come nelle prospettive di crescita di

medio periodo, sotto il profilo degli investimenti, del reddito e del business plan.

In sostanza, il rating assegnato dalla banca all’azienda richiedente il fido sarà

il risultato finale di un processo di scambio d’informazioni e conoscenze tra

finanziatore e prenditore basato su un’approfondita analisi quantitativa, qualitativa e

andamentale. Ricordiamo come esprima un giudizio sulla

l’analisi quantitativa

situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa attraverso gli

strumenti di analisi di bilancio. L’obiettivo è esaminare la capacità dell’azienda di

sviluppare e produrre risorse adeguate e sufficienti alla copertura dell’affidamento.

E’ quindi necessario che l’impresa tenda all’equilibrio, ovvero che i (indici)

ratios

3

Annalisa Di Clemente, 2008 Università di Roma “La Sapienza”

aziendali non assumano valori critici pur sotto la pressione delle forze “ambientali” a

cui l’azienda è sottoposta. L’analisi si occupa della ricerca e della

qualitativa

definizione degli obiettivi che l’impresa si pone sul proprio mercato di riferimento

(politica di prodotto e di produzione, ricerca e sviluppo, struttura e indirizzi

organizzativi ecc.) prestando attenzione, in particolare, all’andamento del sistema

economico generale e del settore di riferimento, così come alle capacità professionali

del management aziendale. L’analisi qualitativa si basa, quindi, sia su elementi

“oggettivi”, acquisiti dalla banca da fonti esterne e attraverso il dialogo con il cliente,

che su valutazioni “soggettive” della banca erogatrice derivanti dalla propria

esperienza nel settore e dall’approfondita conoscenza dell’impresa. A queste due

tipologie di analisi si affianca quella volta a studiare l’andamento del

andamentale

rapporto dell’azienda con la banca e con l’intero sistema creditizio.

E’ evidente come Basilea II apra la strada ad una nel senso di

nuova, evoluta

relazione banca-impresa. D’altro canto la sfida per il nostro paese è notevole. Basilea

II non richiede solo alle banche di innalzare la propria cultura manageriale,

dotandosi di sistemi interni di rating e di sofisticati modelli di misurazione e

1

gestione del rischio , ma impone soprattutto alle imprese italiane un salto di qualità

considerevole, data l’oggettiva arretratezza culturale del nostro tessuto

imprenditoriale caratterizzato da piccola dimensione, struttura proprietaria di tipo

famigliare, concentrazione nei settori tradizionali a basse economie di scala e limitato

uso di nuove tecnologie, debole struttura finanziaria.

3. Caratteristiche dei nuovi modelli di determinazione del capitale

bancario

I requisiti di capitalizzazione sono dal 1988 il principale strumento della

vigilanza prudenziale per la gestione del rischio di credito e per la tutela del sistema

finanziario dalle insolvenze bancarie. In tale contesto, l’organo internazionale di

supervisione bancaria (il Comitato di Basilea) e l’organo di controllo nazionale

(Banca d’Italia) intervengono nell’analisi del merito creditizio della clientela e,

non

più in generale, nella gestione dell’intero rapporto, ma definiscono di tipo

condizioni

e preordinate a garantire una “sana e prudente” gestione della

quantitativo qualitativo

banca. Tali richieste regolamentari non dovrebbero quindi limitare le singole scelte

aziendali bancarie, ma solo fissare dei confini generali all’interno dei quali contenere

il complesso dell’attività creditizia.

In particolare, le regole di adeguatezza patrimoniale dovrebbero fissare i

criteri standard per la rilevazione dei rischi connessi con le partite attive e il livello

minimo obbligatorio dei mezzi patrimoniali adatto al particolare profilo di rischio

della banca. In quest’ottica, dunque, Basilea II non dovrebbe assumere la

solo

caratteristica di evento regolamentare, ma bensì quella di In altri

evento gestionale.

termini, Basilea II non può tradursi solo in un aumento dei requisiti di

capitalizzazione a fronte delle attività creditizie più rischiose (tipicamente i prestiti

alle piccole e medie imprese non finanziarie che presentano probabilità d’insolvenza

generalmente più alte), ma deve produrre un innalzamento della

necessariamente

1 Vedi per esempio A. Di Clemente e C. Romano (2006).

4

Annalisa Di Clemente, 2008 Università di Roma “La Sapienza”

cultura manageriale delle banche accanto ad una improrogabile maturazione

culturale dell’imprenditoria italiana.

I modelli regolamentari di determinazione dei requisiti patrimoniali minimi a

fronte del rischio di credito dell’attività bancaria si basano su tre elementi

fondamentali:

1) la definizione del patrimonio di vigilanza (K);

2) il calcolo delle attività ponderate in base al rischio (RWA - Risk Weighted Asset);

3) la fissazione del coefficiente minimo di capitale (k = 8%).

Relativamente alla definizione di patrimonio di vigilanza ammesso, Basilea II

2

mantiene le regole stabilite nell’Accordo del 1988 (Basilea I) . Il valore minimo del

coefficiente patrimoniale, k, rimane fissato all’8%. Quindi, l’ammontare minimo di

capitale regolamentare K a copertura del rischio di credito deve essere pari all’8% del

valore delle attività ponderate per il rischio RWA. Sinteticamente: .

K 8 % RWA

= ×

K

Quindi: .

8 % = RWA

In sostanza, dal primo Accordo del 1988 ad oggi gli sforzi regolamentari si sono

concentrati sulla corretta stima delle attività pesate per il rischio RWA e, in

particolare, sulla più accurata metodologia di calcolo dei pesi di rischio delle attività

creditizie. L’obiettivo dichiarato è rendere maggiormente sensibile al rischio la

determinazione dei requisiti minimi di capitale bancario.

A tal fine il Comitato consente alle banche di scegliere tra di

due distinti modelli

calcolo dei requisiti minimi di capitale a fronte del rischio di credito.

La prima metodologia, chiamata permette alle banche di

metodo standard,

utilizzare le stime del merito creditizio dei propri prenditori effettuate dalle agenzie

pubbliche di rating.

Il secondo metodo, basato sui rating interni (internal rating based - IRB),

incoraggia le banche a valutare internamente e quindi autonomamente il grado di

affidabilità dei propri debitori sviluppando dei propri sistemi di rating. Il Comitato

inoltre stimola le banche più evolute a calcolare internamente non solo la probabilità

3

d’insolvenza, PD , dei propri affidati (metodo ma anche le altre

IRB di base)

componenti del rischio di credito, indispensabili per il calcolo dei requisiti minimi,

4

quali la perdita data l’insolvenza (LGD ), l’esposizione al momento dell’insolvenza

5 6

(EAD ) e la maturità residua del prestito (M ), adottando il metodo In

IRB avanzato.

entrambi i metodi basati sui rating interni, quello di base e quello avanzato, vanno

comunque considerati tre elementi fondamentali: 7

(PD, LGD, EAD, M e );

le componenti di rischio

ρ

2 Tali regole sono precisate nel comunicato stampa del 27 ottobre 1998 sugli “Strumenti ammessi a far parte del

patrimonio di base”.

3 PD = Probability of Default.

4 LGD = Loss Given Default.

5 EAD = Exposure At Default.

6 M = Maturity

7 = coefficiente di correlazione dell’attività creditizia.

ρ 5

Annalisa Di Clemente, 2008 Università di Roma “La Sapienza”

fissate a livello regolamentare, attraverso

le funzioni di ponderazione del rischio,

le quali le componenti di rischio vengono trasformate in attività ponderate per

il rischio e quindi in requisiti patrimoniali minimi;

che le banche devono rispettare per poter applicare il

gli standard minimi

8

metodo IRB ad una data classe di attività .

Nel il Comitato stabilisce i valori del coefficiente di ponderazione

metodo standard 9

(RW) in corrispondenza di cinque distinti gruppi di rating esterni. Ai crediti verso

imprese (comprese le compagnie assicurative) dotate di rating esterno le banche

devono quindi applicare una ponderazione minima che va dal 20% al 150%. Per le

imprese sprovviste di rating esterno la ponderazione minima fissata dal Comitato è

del 100% sul valore dell’attività. La tabella sotto (tab.1) illustra la precisa

articolazione dei coefficienti di ponderazione tra i diversi gruppi di rating esterni.

Tab. 1 - Coefficienti di ponderazione dei crediti verso imprese nel metodo standard -

Gruppi di da AAA a AA da A a A da BBB a BB < a BB Senza

- + - + - -

rating rating

Ponderazione 20% 50% 100% 150% 100%

Fonte: BIS (giugno 2004)

Inoltre il Comitato stabilisce che ai crediti verso imprese, ma rispondenti a quattro

precisi criteri regolamentari, potendo questi essere considerati come esposizioni al

dettaglio ai fini dei requisiti minimi patrimoniali e quindi inclusi nel portafoglio

“retail” regolamentare, possa applicarsi una ponderazione del 75% (metodo

standard).

Nel le banche devono ripartire i crediti verso imprese in cinque

metodo IRB

sottoclassi di esposizioni creditizie specifiche: finanziamento di progetti (project

finance); finanziamento di attività materiali a destinazione specifica (object finance);

finanziamento su merci (commodities finance); finanziamento di beni immobili;

finanziamento di beni immobili ad alta volatilità del tasso di perdita.

Le esposizioni al dettaglio a loro volta sono distinte in tre sottoclassi.

Ricordiamo che per le esposizioni al dettaglio le banche devono fornire

sempre

proprie stime della PD, LGD ed EAD. Per questa classe di attività non vi è quindi

distinzione tra metodo IRB di base ed IRB avanzato.

Sempre nel quadro del modello IRB, le banche possono trattare le esposizioni

10

verso le Piccole e Medie Imprese (PMI) separatamente da quelle verso le grandi

imprese. Per le esposizioni verso le PMI è infatti previsto un aggiustamento specifico

nella formula per il calcolo dei coefficienti di ponderazione che passa attraverso una

detrazione del valore del coefficiente di correlazione (ρ). Più precisamente, Basilea II

8 Nel sistema IRB le banche devono ripartire i crediti del “banking book” in ampie classi di attività con differenti

caratteristiche di rischio sulla base di precise definizioni regolamentari. Le cinque classi di attività sono

rappresentate da: esposizioni verso imprese, esposizioni verso governi, esposizioni verso banche, esposizioni al

dettaglio, esposizioni azionarie.

9 Con credito verso impresa s’intende, in linea generale, un’obbligazione di debito in capo a società per azioni,

società di persone o imprese individuali.

10 Si definiscono esposizioni verso le PMI quei crediti verso società facenti parte di un gruppo consolidato il cui

fatturato dichiarato è inferiore a 50 milioni di euro. 6

Annalisa Di Clemente, 2008 Università di Roma “La Sapienza”

permette uno “sconto” in termini di requisiti di capitalizzazione in funzione del

fatturato annuo della PMI. Lo sconto massimo è previsto per esposizioni creditizie

verso imprese con fatturato annuo inferiore e pari a 5 milioni di euro. Al crescere del

valore del fatturato annuo e, quindi, all’aumentare della dimensione dell’azienda

debitrice, lo “sconto” prima in termini di e, successivamente, in termini di capitale

ρ

bancario riduce fino ad annullarsi in corrispondenza di un valore annuo delle

vendite pari e superiore a 50 milioni di euro.

Le banche, infatti, solo utilizzando le funzioni di ponderazione fissate a livello

regolamentare, possono trasformare le componenti di rischio (PD, LGD, EAD, M e ρ)

in attività ponderate per il rischio e calcolare il requisito totale di capitale a copertura

della propria attività creditizia. Ricordiamo come la PD debba essere calcolata su un

orizzonte temporale di un anno e non possa scendere sotto il valore minimo di 0,03%

(nel caso di insolvenza del prenditore la PD per definizione è pari al 100%).

In particolare, l’approccio prevede una LGD (ossia il complemento

IRB di base

ad 1 del tasso di recupero, RR) pari al 45% per i prestiti senior non garantiti dai

11

collaterali ed una LGD del 75% per i crediti subordinati . La EAD può avere un

valore definito o un valore incerto. Nel primo caso, l’esposizione all’insolvenza è

considerata uguale al valore nominale dell’esposizione; nel secondo caso è valutata

nella misura del 100% per la quota utilizzata (prelevata dal debitore) e in misura del

75% per la quota ancora non utilizzata. La componente di rischio M, ossia la durata

residua del prestito, attualmente è stabilita a livello regolamentare pari a 2,5 anni per

tutti i crediti (tranne che per le transazioni pronti contro termine dove la M è di 6

mesi). Per quanto riguarda la determinazione del valore del coefficiente di correlazione

(RHO), rappresentativo della quantità di o di mercato che grava

rischio sistematico

ρ

sul richiedente il fido bancario, Basilea II stabilisce che le banche debbano calcolarlo

come media ponderata tra due valori estremi, rispettivamente fissati a livello

regolamentare al 12% e al 24%, laddove i pesi (della funzione regolamentare di

calcolo del sono a loro volta funzione della probabilità d’insolvenza specifica del

)

ρ

debitore (PD). In generale, una probabilità d’insolvenza pari a zero (corrispondente

12

al gruppo di rating da AAA a AA) dovrebbe produrre il più alto valore del

coefficiente di correlazione, ossia il 24%, mentre una PD massima pari ad 1 dovrebbe

condurre al valore più basso del coefficiente di correlazione, ossia all’incirca al 12%.

Nel caso specifico della classe il valore più basso di (il 12%) si ha in

corporate, ρ

corrispondenza di una PD del 20% (associata all’incirca ad un rating creditizio CCC),

mentre il valore più alto di (il 24%) si ha in corrispondenza di una PD dello 0.03%

ρ

(relativa ad un rating AA-).

Nella tabella sotto (tab.2) riportiamo i valori di RHO, in funzione dei valori

delle PD, calcolati adottando la funzione regolamentare.

11 BIS, June 2004.

12 Standards & Poor’s, 2001. 7


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AUTORE

Atreyu

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+1 anno fa


DESCRIZIONE DISPENSA

Materiale didattico per il corso di Economia e gestione delle imprese della prof.ssa Annalisa Di Clemente. Trattasi di un articolo della professoressa dal titolo "NUOVI MODELLI INTERNAZIONALI DI VIGILANZA BANCARIA E SVILUPPO INDUSTRIALE IN ITALIA" riguardante i nuovi modelli di vigilanza bancaria così come sanciti dall’Accordo internazionale sul capitale bancario sottoscritto nel 2004 dal Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria internazionale, nonchè gli effetti dell'accordo sullo sviluppo e la struttura del sistema industriale italiano.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze delle pubbliche amministrazioni
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia e gestione delle imprese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Di Clemente Annalisa.

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