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C C , sez. lav., 22 giugno 2002, n. 9146; Pres. Mercurio, Est. Evangelista, P. M.

ORTE DI ASSAZIONE

Fedeli (conf.); Min. int. c. Scarica (Avv. Cabibbo); Cassa Trib. Bologna, 11-06-1999.

A seguito della distinzione delle competenze amministrative del ministero del tesoro e del ministero

dell’interno per l’accertamento dei requisiti sanitari e per la concessione di provvidenze

economiche agli invalidi civili, secondo la disciplina introdotta dagli art. 3 e 6 d.p.r. n. 698 del

1994, deve ritenersi ammissibile l’azione di mero accertamento dello stato invalidante proposta

nei confronti del ministero del tesoro (anteriormente al trasferimento delle relative funzioni alle

regioni, ex art. 130 d.leg. n. 112 del 1998), a prescindere da qualsiasi domanda di erogazione di

una determinata prestazione, ben potendosi configurare l’interesse ad agire in relazione ad uno

status, quale quello di invalidità totale, potenzialmente produttivo di una serie indeterminata di

diritti ricollegata dall’ordinamento alla condizione fisica dell’invalido.

L’art. 75 c.p.c., nell’indicare le persone processualmente incapaci, si riferisce ai soggetti che siano

stati privati della capacità di agire, in modo assoluto, per effetto di una sentenza di interdizione,

o in modo parziale, per effetto di una sentenza di inabilitazione, e che siano rappresentati o

assistiti da un tutore o curatore, senza far menzione, invece, dei soggetti colpiti da incapacità

naturale, che non risultino ancora interdetti o inabilitati nelle forme di legge; né, in relazione a

questi ultimi, si pone l’esigenza di una sospensione del processo, ex art. 295 c.p.c., per il

promovimento della procedura di interdizione mediante il rito camerale previsto dagli art. 712

seg. c.p.c., posto che la ratio della disposizione dettata dall’art. 75 cit. si fonda, da un lato,

sull’esigenza che ogni limitazione della capacità di agire, con le relative ricadute sul piano

processuale, possa operare solo all’esito finale di una specifico procedimento e, dall’altro,

sull’altrettanto incontestabile esigenza di impedire il pericolo che ogni processo possa subire

interruzioni o sospensioni sulla base di situazioni di non sollecito ed agevole accertamento, con

il conseguente pregiudizio del diritto di tutela giurisdizionale della parte che ha proposto la

domanda (fattispecie relativa a domanda di prestazione assistenziale per inabilità dovuta a

patologia psichica). SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso in appello, depositato in cancelleria il 10 luglio 1997, la sig.ra Vanda Scarica

impugnava, nei confronti del Ministero del Tesoro e del Ministero dell’Interno, la sentenza con la

quale il Pretore di Parma aveva respinto la domanda, diretta ad ottenere l’accertamento della sua

inabilità a qualsiasi lavoro proficuo e dell’irriducibilità di questa con idonei trattamenti riabilitativi.

L’adito Tribunale di Bologna, con sentenza depositata in cancelleria l’11 giugno 1999, accoglieva il

gravame ed accertava la totale inabilità dell’appellante, sulla base delle conclusioni cui era

pervenuto il C.T.U., in sede di rinnovazione della consulenza espletata in primo grado.

Il Tribunale, in particolare, prendeva atto che l’appellante soffriva di una grave forma di

depressione che investiva diverse sfere dell’attività mentale, con profonda astenia vitale e con turbe

della personalità, tale da dimostrarsi resistente alla terapia farmacologica e quella psicologica e da

apparire, pertanto, incompatibile con lo svolgimento di una qualsiasi attività lavorativa.

Per la cassazione di questa sentenza ricorrono i Ministeri del Tesoro e dell’Interno, proponendo

dieci motivi di censura.

L’intimata non si è costituita. MOTIVI DELLA DECISIONE

I primi due motivi di ricorso denunciano violazione degli artt. 12 e 19 della legge n. 118 del 1971

(primo motivo), nonché vizi di motivazione (secondo motivo), sul rilievo del difetto della

legittimazione passiva di entrambi i Ministeri, nascente dalla duplice circostanza che: a)

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l’accertamento della condizione patologica dell’interessato non è sufficiente per l’attribuzione al

medesimo della pensione di invalidità, la quale deve, invece, essere esclusa allorché manchino,

come nella specie, gli ulteriori requisiti e, in particolare, quello dell’età inferiore ai sessantacinque

anni; b) il mero accertamento dello stato invalidante nei confronti di soggetto invalido

ultrasessantacinquenne è inammissibile, attenendo ad una situazione di fatto e non già ad un diritto.

Il terzo ed il quarto motivo di ricorso denunciano la violazione dell’art. 12 della legge n. 118 del

1971 e del D.M. 5 febbraio 1992 del Ministro per la Sanità (terzo motivo), nonché vizi di

motivazione (quarto motivo), per avere il Tribunale accertato l’invalidità totale dell’interessata,

senza considerare che, per la patologia dalla quale quest’ultima era risultata affetta, il codice 2210

della tabella annessa al citato D.M. prevede un’invalidità di livello non superiore all’80%.

Il quinto, sesto e settimo motivo denunciano violazione e falsa applicazione degli artt. 75 e 83 cod.

proc. civ. (quinto motivo), nullità della sentenza o del procedimento (sesto motivo), nonché vizi di

motivazione (settimo motivo).

Sostengono i ricorrenti, che, a causa del deficit psichico riscontrato nell’interessata, la stessa non

era in grado di svolgere (in tutto o in parte) attività lavorativa alcuna. Da qui la nullità e/o

inesistenza del rapporto processuale, avendo la parte stessa, nonostante la sua incapacità assoluta,

agito personalmente in giudizio e non tramite legale rappresentante. Da qui ancora la nullità e/o

inesistenza della procura ad agire in giudizio in quanto rilasciata da incapace assoluto ed, infine, la

nullità e/o inesistenza della decisione del Tribunale di Potenza.

L’ottavo, nono e decimo motivo denunciano la violazione degli artt. 34 e 295 cod. proc. civ. (ottavo

motivo), la nullità del procedimento (nono motivo), nonché vizi di motivazione (decimo motivo).

Assumono, in particolare, i ricorrenti che il riconoscimento della totale inabilità sul presupposto

della patologia psichica si risolve nell’inammissibile accertamento di status circa la capacità di

intendere e di volere, che non avrebbe potuto intervenire incidentalmente nel giudizio avente altro

fine, ma avrebbe dovuto formare oggetto di una pregiudiziale in senso tecnico e di un apposito

accertamento in sede di autonomo procedimento camerale ai sensi degli artt. 712 e ss. c.p.c., ai fini

di un provvedimento interdittivo.

I sei motivi di ricorso, che vanno dal quinto al decimo, da esaminarsi prioritariamente in ragione

della loro antecedenza logica e congiuntamente perché riguardanti questioni relative, anche se sotto

diversi profili, alle conseguenze processuali scaturenti dalle condizioni psichiche della parte privata,

non hanno fondamento, giusta gli orientamenti già espressi dalla Corte su identiche questioni (v.

Cass. 15 aprile 2001, n. 5571; Id., 26 luglio n. 9824).

L’art. 75 cod. proc. civ., secondo cui "le persone che non hanno il libero esercizio dei diritti non

possono stare in giudizio se non rappresentate assistite o autorizzate secondo le norme che regolano

la loro capacità", nell’indicare le persone processualmente incapaci si riferisce alle persone che

siano state private della capacità d’agire, in modo assoluto, per effetto di una sentenza di

interdizione o, in modo parziale, per effetto di una sentenza di inabilitazione, e che siano

rappresentate o assistite da un tutore o curatore.

La norma non fa invece riferimento alle persone colpite da incapacità naturale, che non risultano

ancora interdette o inabilitate nelle forme di legge.

La ratio di una simile disposizione si fonda, da un lato, sull’esigenza che ogni limitazione della

capacità d’agire, con le relative ricadute sul piano processuale, possa operare solo all’esito finale di

uno specifico procedimento caratterizzato da peculiari regole processuali, e, dall’altro,

sull’altrettanto incontestabile esigenza di impedire il pericolo che ogni processo possa subire

interruzioni o sospensioni sulla base di situazioni di un sollecito ed agevole accertamento (quali

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quelle che sono all’origine dell’incapacità naturale), con il conseguenziale pregiudizio del diritto di

proporre la domanda giudiziale senza che essa sia paralizzata da lunghe interruzioni o sospensioni.

Ragioni queste che sono sottese alla pronunzia del giudice delle leggi, il quale ha affermato

l’infondatezza della questione di illegittimità costituzionale, in riferimento all’art. 24 Cost., degli

artt. 75 e 300 c.p.c., sotto il profilo di una insufficiente tutela dell’incapace, nella parte in cui gli

articoli stessi non prevedono che quando il convenuto versi in stato di incapacità naturale abituale il

processo venga sospeso e sia investito, ad opera del giudice, il Pubblico Ministero affinché

promuova la procedura di interdizione e nomina di un tutore provvisorio (cfr. in tali sensi Corte

Cost. 19 novembre 1992 n. 468).

Ciò porta ad escludere anche l’applicabilità nel caso di specie dell’art. 295 cod. proc. civ., non

essendovi alcuna pregiudizialità sul piano logico-giuridico tra procedimento ex art. 712 ss. c.p.c.,

finalizzato all’acquisizione di misure giudiziarie incidenti sulla capacità di agire del soggetto affetto

da minorazioni psichiche e procedimento diretto all’accertamento della condizione psico-fisica che

si concreta nel diverso status, non già di interdetto o di inabilitato, ma di invalidità rilevante, come

si vedrà più avanti, ai fini della potenziale attribuzione dell’una o dell’altra provvidenza ricompresa

nel coacervo degli interventi previsti dal legislatore, in applicazione del sovrordinato precetto di cui

all’art. 38 Cost., in favore dei soggetti che versino in tale condizione.

Può, pertanto, procedersi all’esame degli altri motivi di ricorso.

I primi due, da esaminarsi congiuntamente, per la connessione che deriva dalla loro comune

finalizzazione all’accertamento del difetto della legittimazione passiva di entrambe le

amministrazioni ricorrenti, non hanno fondamento nei confronti del Ministero del Tesoro, mentre

sono fondati, ma nei soli sensi di cui in motivazione, non coincidenti con quelli che improntano le

censure in esame, nei confronti del Ministero dell’Interno.

Le Sezioni Unite di questa Corte (Cass. 12 luglio 2000 n. 483; 3 agosto 2000 n. 529) hanno

affermato che, in materia di assistenza agli invalidi civili, la regola della distinzione delle

competenze per l’accertamento dei requisiti sanitari e per la concessione di provvidenze

economiche, rispettivamente assegnate (anteriormente al trasferimento delle relative funzioni

statuali al Fondo di gestione Inps e alle Regioni, ex art. 130 decreto legislativo 31 marzo 1998 n.

112) al Ministero del Tesoro e al Ministero dell’Interno, ai sensi dell’art. 11 della legge 24

dicembre 1993 n. 537 e degli artt. 3 e 6 del regolamento contenuto nel d.P.R. 21 settembre 1994 n.

698 comporta che, da un lato, è possibile l’esercizio di un’unica azione nei confronti di quest’ultimo

Ministero, al fine dell’erogazione della prestazione e con accertamento soltanto incidentale dello

status di invalido); e, dall’altro lato, non è esclusa la proponibilità di una autonoma domanda di

accertamento del medesimo status con efficacia di giudicato, risultando, poi, rispetto a questa,

passivamente legittimato il Ministero del Tesoro, quale amministrazione competente in materia.

Dottrina e giurisprudenza concordano nel ritenere che le controversie giudiziarie aventi per oggetto

una prestazione assistenziale, o previdenziale, non riguardano se non incidentalmente la legittimità

dei provvedimenti emessi dagli enti che amministrano le diverse forme di assistenza o previdenza, e

tendono al diretto accertamento delle condizioni per la nascita e la realizzazione di diritti soggettivi;

infatti i beneficiari delle prestazioni sono titolari di diritti di credito verso l’ente erogatore, e non di

meri interessi alla legittimità dei provvedimenti che esso emetta.

Questi provvedimenti a loro volta non esprimono alcuna discrezionalità amministrativa ma hanno la

sola funzione di attribuire certezza giuridica a fatti già verificatisi, giustificando e documentando la

nascita dell’obbligazione dell’ente. Suole perciò parlarsi di atti amministrativi di certazione.

Conseguenza di ciò è che il processo civile, iniziato dal privato che pretenda con fondamento la

prestazione assistenziale o previdenziale e che abbia esaurito il procedimento amministrativo di cui

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE DISPENSA

Questa dispensa fa riferimento al corso di Diritto Processuale Civile I, tenuto dal prof. Giorgio Costantino nell'anno accademico 2011.
Il documento riproduce il testo della sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, n. 9146 del 2002.
Oggetto della sentenza sono le segeunti questioni:
- Azione di mero accertamento dello status di invalido civile
- Precisazioni sulla capacità processuale degli incapaci naturali (rif. art. 75 cpc).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Processuale Civile I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Costantino Giorgio.

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