Il sogno
Roberta Tempestoso
Classe IIIB
Liceo classico F. Bruno
Indice
- Italiano: Italo Svevo: la storia e “La coscienza di Zeno”
- Latino: Apuleio e “Il sogno di Iside”
- Greco: Apollonio Rodio e “Il sogno di Medea”
- Storia: biografia di Hitler
- Inglese: James Joyce e “Il sogno di Eveline”
- Filosofia: Sigmund Freud e “Interpretazione dei sogni”
- Educazione fisica: il sistema nervoso
- Fisica: il sogno dei fisici: la teoria del tutto
Svevo, Italo
Introduzione
Svevo, Italo Pseudonimo di Ettore Schmitz (Trieste 1861 - Motta di Livenza, Treviso 1928), scrittore italiano, la cui opera costituì un momento di passaggio tra le esperienze del decadentismo italiano e la grande narrativa europea dei primi decenni del Novecento. La coscienza di Zeno, in particolare, avrebbe influenzato la narrativa italiana degli anni Trenta e del dopoguerra.
Di famiglia ebraica, Svevo riuscì, grazie anche alle caratteristiche culturali di una città come Trieste, allora parte dell'impero austroungarico, ad assimilare una cultura mitteleuropea, che gli consentì di acquisire uno spessore intellettuale raro negli scrittori italiani del tempo. Al centro di questa sua formazione stanno da una parte la conoscenza della filosofia tedesca (soprattutto di Nietzsche e Schopenhauer) e della psicoanalisi di Freud e, dall'altra, l'interesse per i maestri del romanzo francese, da Stendhal a Balzac fino al naturalismo di Zola, e per i grandi narratori russi quali Gogol', Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij e Čechov. Svevo compì o approfondì queste letture nel tempo libero che gli lasciava il suo lavoro di impiegato in banca, iniziato nel 1880 dopo il fallimento della ditta paterna. Intanto collaborava come critico teatrale e letterario a 'L'indipendente', giornale triestino sul quale nel 1890 comparve a puntate la sua novella L'assassinio di via Belpoggio.
Una vita
La sua esperienza di impiegato gli ispirò la prima opera pubblicata in volume, Una vita (1892). Il romanzo, che portava in origine il titolo 'Un inetto', è incentrato sul personaggio di Alfonso Nitti, incapace di adattarsi alle leggi e all'ambiente dell'ufficio e infine sconfitto dalla sproporzione tra le alte aspirazioni (la pubblicazione di una grande opera, il successo in società) e la sua inettitudine che gli impedisce di tradurre l'ideale in azione.
Senilità
Il romanzo successivo porta il titolo Senilità (1898), dove il riferimento non è al dato anagrafico bensì alla patologica vecchiaia psicologico-morale di Emilio Brentani. Questa seconda figura sveviana dell''inetto' è circondata da altri personaggi che acquistano nuovo spessore rispetto al romanzo precedente: la sorella Amalia, malinconica e 'incolore'; Stefano Balli, scultore di poca fama ma uomo energico nella vita e fortunato con le donne; e la procace, sensuale ed esuberante Angiolina. Emilio, letterato di scarso successo, prende a modello l'amico Balli e, nel tentativo di riscattare la mediocrità e il grigiore della propria vita, intreccia con Angiolina una relazione che si rivelerà fallimentare per l'incapacità di Emilio di tradurre in pratica la lezione dell'amico e per la tenacia con cui proietterà nella donna i propri sogni idealizzanti.
I racconti
L'insuccesso dei primi due romanzi indusse Svevo a circa vent'anni di silenzio letterario, ma, nonostante le responsabilità imposte dalla sua nuova posizione di dirigente nella ditta di vernici del suocero, Svevo non cessò del tutto di coltivare la letteratura, come testimoniano alcuni suoi racconti: l'inizio della stesura della Madre, ad esempio, risale al 1910, sebbene il racconto sia stato pubblicato postumo, nel 1929, nella raccolta La novella del buon vecchio e della bella fanciulla; e prima del 1912 si colloca anche la scrittura di alcune delle prose brevi raccolte nel volume Corto viaggio sentimentale, pubblicato nel 1949.
Nel 1905 Svevo cominciò a prendere lezioni di inglese da James Joyce, con il quale intrecciò un'amicizia che si sarebbe rivelata feconda per il suo futuro percorso letterario. Joyce, che soggiornò a Trieste fino al 1915, lesse con entusiasmo le opere di Svevo (soprattutto Senilità) e lo incoraggiò a scrivere un nuovo romanzo. Svevo, da parte sua, poté leggere non soltanto le opere joyciane già pubblicate ma anche i manoscritti di quelle ancora in fase di stesura (certamente lesse Dedalus). Intanto, nel 1908, si era accostato all'opera di Freud, che gli avrebbe fornito altri fondamentali strumenti per scandagliare la 'coscienza' del terzo inetto, Zeno Cosini.
La coscienza di Zeno
La coscienza di Zeno Romanzo di Italo Svevo, iniziato nel 1919, compiuto nel 1922 e pubblicato nel 1923 dall'editore Cappelli di Bologna. È l'opera più celebre dello scrittore triestino e quella che lo rese famoso in Italia e all'estero.
Il diario di un'analisi
La coscienza di Zeno si presenta come il diario immaginario di Zeno Cosini, un uomo maturo che, dopo vani tentativi per liberarsi del vizio del fumo, si rivolge come ultima risorsa a uno psicoanalista, il quale lo invita a mettere per iscritto gli episodi più importanti della sua vita. Il testo è preceduto da una prefazione dello psicoanalista – il sedicente Dottor S – che tenta di giustificare il fallimento del trattamento terapeutico di Zeno e sostiene l'inattendibilità del diario. Segue un preambolo nel quale Zeno, raccontando gli inizi della sua analisi, denuncia ironicamente i limiti della terapia psicoanalitica.
Si succedono quindi grandi capitoli tematici dove il protagonista rievoca alcuni avvenimenti della sua vita: i vani tentativi di smettere di fumare culminati con il volontario ricovero in una casa di cura e la successiva fuga, la morte del padre, il maldestro corteggiamento delle sorelle Malfenti e il matrimonio con quella che gli piaceva meno, la relazione extraconiugale con una ragazza del popolo, il fallimento di un'iniziativa commerciale e il suicidio dell'amico-rivale Guido. Nell'ultimo capitolo, intitolato “Psico-analisi” e datato 1915-1916, Zeno rivela di avere interrotto l'analisi e di essere guarito grazie all'avvento della prima guerra mondiale.
La figura dell'inetto
Il filosofo tedesco Schopenhauer, che Svevo conosceva bene, distingueva nel genere umano due diverse tipologie, il “lottatore” e il “contemplatore”: uno destinato a prevalere nella lotta per la vita, l'altro a soccombere. Zeno Cosini, come del resto tutti i protagonisti dei romanzi sveviani, appartiene alla seconda categoria. Personaggio grigio, abulico e nevrotico, incarna la figura dell'“inetto” incapace di lottare e di partecipare alla vita professionale, sociale e affettiva. È il prototipo dell'anti-eroe, che tanto seguito avrà nella letteratura novecentesca (si pensi, a solo titolo di esempio, all'“uomo senza qualità” di Musil) e che esprime il disagio esistenziale dell'uomo contemporaneo e l'impossibilità di combattere per l'affermazione di sé.
Il ruolo della psicanalisi
L'incontro di Svevo con la psicoanalisi, avvenuto attorno al 1911 attraverso il cognato dello scrittore, in cura da Freud, svolse un ruolo fondamentale nella concezione e nella composizione della Coscienza di Zeno. Non solo perché la trama del romanzo è la storia di un'analisi, ma soprattutto perché senza la conoscenza della teoria freudiana lo scrittore triestino non avrebbe potuto introdurre nel suo libro quelle modificazioni della tecnica narrativa che hanno condotto al superamento del naturalismo e alla nascita del romanzo moderno.
Al canone dell'impersonalità e al narratore onnisciente del realismo ottocentesco Svevo sostituì la narrazione in prima persona, perciò il racconto non presenta la verità oggettiva dei fatti, ma l'interpretazione che ne fornisce la coscienza del protagonista: Zeno sceglie tra gli eventi del suo passato che cosa dire e che cosa tacere, operando spostamenti, rimozioni, mistificazioni, lapsus, e seguendo una sequenza temporale che non rispetta la successione naturale degli avvenimenti ma segue gli imprevedibili percorsi dell'inconscio.
La fortuna dell'opera
La fortuna della Coscienza di Zeno, e più in generale la fama dell'autore, sono dovuti a James Joyce e Bobi Bazlen. Joyce – divenuto amico e ammiratore di Svevo nel 1906, quando insegnava inglese a Trieste – nel 1924, a Parigi, ricevette dallo scrittore triestino una copia del libro e lo segnalò agli italianisti francesi, che nel 1926 dedicarono a Svevo un intero numero della rivista “Le Navire d'Argent”. Contemporaneamente, l'intellettuale triestino Bobi Bazlen suggerì la lettura dei romanzi di Svevo al giovane Eugenio Montale, che ne scrisse positivamente sulla rivista “L'Esame”. Fu l'inizio della notorietà dello scrittore triestino e della Coscienza di Zeno, oggi considerato uno dei romanzi più importanti della letteratura europea del XX secolo.
Apuleio, Lucio
Apuleio, Lucio (Madaura, Algeria 123 ca. - ? 200 ca. d.C.), scrittore latino. Nato in una famiglia molto benestante, studiò retorica e filosofia a Cartagine e ad Atene. La curiosità intellettuale, i dubbi religiosi, l'attrazione per la magia lo portarono a viaggiare a lungo.
Intorno al 155 sposò una facoltosa vedova molto più anziana di lui, i cui parenti lo accusarono di averla sedotta con arti magiche; gli eventi ci sono ampiamente riferiti nell'Apologia, la brillante autodifesa recitata a Sabratha, in Tripolitania. Oltre che per le sue numerose e fiorite declamazioni, ebbe gran fama come poeta, romanziere e filosofo, ma della sua ricca e multiforme produzione poco si è conservato. L'Apologia non è solo un prezioso esempio di discorso giudiziario (l'unico della letteratura latina conservato per intero insieme a quelli di Cicerone), ma anche un'interessante dissertazione su temi scientifici, filosofici e religiosi relativi alla magia, condotta con tono ironico e provocatorio.
La sua opera più geniale, il romanzo intitolato Le metamorfosi (o L'asino d'oro), narra le avventure di un certo Lucio che, per la troppa curiosità nei confronti delle pratiche magiche, viene accidentalmente trasformato in asino; in questa nuova veste subisce, sente e vede esperienze di ogni tipo, che gli fanno toccare il fondo della degradazione morale, finché la dea Iside lo restituisce a forma umana e Lucio diventa suo sacerdote. L'opera, simbolica e in gran parte autobiografica, contiene molte digressioni novellistiche, tra le quali la mirabile favola di Amore e Psiche, imitata e riscritta più e più volte nei secoli e nei diversi paesi. La straordinaria varietà lessicale, la sapienza nell'uso dei mezzi retorici, la ricchezza delle risorse cromatiche e sonore, la fantasia dei costrutti fanno dello stile di Apuleio uno dei più fantasiosi e originali della latinità.
Latino: Apuleio – “Il sogno di Iside”
Metamorfosi, libro XI
Il romanzo, opera stravagante in 11 libri, è forse l'adattamento (almeno nei primi 10) di uno scritto di Luciano di cui non siamo in possesso, ma del quale ci è pervenuto un plagio intitolato "Lucius o L'asino": si discute se Apuleio abbia seguito il modello solo nella trama principale, o ne abbia ricavato anche le molte digressioni novellistiche tragiche ed erotiche. Le "Metamorfosi" gravitano comunque sia nella tradizione della "fabula milesia" (novelle a carattere erotico e licenzioso) e sia in quella del romanzo greco contemporaneo, arricchito però dall'originale e determinante elemento magico. Dunque, il magico si alterna con l'epico (nelle storie, vedremo, dei briganti), col tragico, col comico, in una sperimentazione di generi diversi (ordinati ovviamente in un unico disegno, con un impianto strutturale abbastanza rigoroso), che trova corrispondenza nello sperimentalismo linguistico, nella piena padronanza di diversi registri, variamente combinati nel tessuto verbale: e il tutto in una lingua, comunque, decisamente "letteraria".
La storia narra di un giovane chiamato Lucio (identificato da Apuleio con lo stesso narratore), appassionato di magia. Originario di Patrasso, in Grecia, egli si reca per affari in Tessaglia, paese delle streghe. Là, per caso, si trova ad alloggiare in casa del ricco Milone, la cui moglie Panfila è ritenuta una maga: ha la facoltà di trasformarsi in uccello. Lucio vuole imitarla e, valendosi dell'aiuto di una servetta, Fotis, accede alla stanza degli unguenti magici della donna. Ma sbaglia unguento, e viene trasformato in asino, pur conservando coscienza ed intelligenza umana. Per una simile disgrazia, il rimedio sarebbe semplice (gli basterebbe mangiare alcune rose), se un concatenarsi straordinario di circostanze non gli impedisse di scoprire l'antidoto indispensabile. Rapito da certi ladri durante la notte stessa della metamorfosi, egli rimane bestia da soma per lunghi mesi, si trova coinvolto in mille avventure, sottoposto ad infinite angherie e muto testimone dei più abietti vizi umani. Nella caverna dei briganti, Lucio ascolta la lunga e bellissima favola di "Amore e Psiche", narrata da una vecchia ad una fanciulla rapita dai malviventi: la favola racconta appunto l'avventura di Psiche, l'Anima, innamorata di Eros, dio del desiderio, uno dei grandi dèmoni dell'universo platonico, la quale possiede senza saperlo, nella notte della propria coscienza, il dio che lei ama, e che però smarrisce per curiosità, per ritrovarlo poi nel dolore di un'espiazione che le fa attraversare tutti gli "elementi" del mondo. Sconfitti poi i briganti dal fidanzato della fanciulla, Lucio viene liberato, finché – dopo altre peripezie – si trova nella regione di Corinto, dove, sempre sotto forma asinina, si addormenta sulla spiaggia di Cancree e, durante una notte di plenilunio, vede apparire in sogno la dea Iside che lo conforta, gli annuncia la fine del supplizio e gli indica dove potrà trovare le benefiche rose. Il giorno dopo, il miracolo si compie nel corso di una processione di fedeli della dea e Lucio, per riconoscenza, si fa iniziare ai misteri di Iside e Osiride.
L'ultima parte del romanzo (libro XI), che si svolge in un clima di forte suggestione mistica ed iniziatica, non ha equivalente nel testo del modello greco. È evidente che è un'aggiunta di A., al pari della celebre "favola" di Amore e Psiche, che si trova inserita verso la metà dell'opera: centralità decisamente "programmatica", che fa della stessa quasi un modello in scala ridotta dell'intero percorso narrativo del romanzo, offrendone la corretta decodificazione. Ci si può chiedere se queste aggiunte non servano a spiegare l'intenzione dell'autore. In realtà l'episodio di Iside, come quello di Amore e Psiche, ha un evidente significato religioso: indubbio nel primo; fortemente probabile nel secondo, interpretato specificamente ora come mito filosofico di matrice platonica, ora come un racconto di iniziazione al culto isiaco, ora – ma meno efficacemente – come un mito cristiano. Certo è, comunque, che tutto il romanzo è carico di rimandi simbolici all'itinerario spirituale del protagonista-autore: la vicenda di Lucio ha, infatti, indubbiamente valore allegorico: rappresenta la caduta e la redenzione dell'uomo, di cui l'XI libro è certamente la conclusione religiosa. Il tutto farebbe delle "Metamorfosi", così, un vero e proprio romanzo "mistagogico".
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