Estratto del documento

Primo Levi - L'approdo

Felice l’uomo che ha raggiunto il porto, che lascia dietro di sé mari e tempeste, i cui sogni sono morti o mai nati, e siede a bere all’osteria di Brema, presso al camino, ed ha buona pace.

Felice l’uomo come una fiamma spenta, felice l’uomo come sabbia d’estuario,

Arbeit macht frei

(Il lavoro rende liberi) Che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,

Santoro Gessica 5°

E riposa al margine del

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Indice

  • Se questo è un uomo pag. 3
  • Primo Levi pag. 4
  • Olocausto pag. 9
  • La Champagne - Ardenne pag. 19
  • Teofilo Patini pag. 25
  • Castel di Sangro pag. 35
  • Israele ed itinerario turistico pag. 40
  • Marketing pag. 53
  • Relazione con l’interlocutore pag. 59
  • A noi tocca il dovere della memoria pag. 63

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Se questo è un uomo

di Primo Levi

Voi che vivete sicuri, vuoti gli occhi e freddo il grembo, nelle vostre tiepide case, come una rana d’inverno.

Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, i vostri nati torcano il viso da voi.

Scolpitele nel vostro cuore, stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca,

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Primo Levi

Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) è stato uno scrittore italiano.

Nel 1944 venne deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Il suo romanzo è Se questo è un uomo, che racconta le sue esperienze nel lager nazista, è considerato un classico della letteratura mondiale.

Primo Levi venne trovato morto nell’aprile 1987 alla base della tromba delle scale di casa sua, dando vita a sospetti di suicidio.

Biografia

Nato il 31 luglio 1919 da Ester Luzzati e Cesare Levi, appartenenti ad una famiglia di origini ebraiche. Primo Levi vive un’infanzia turbata da alcune incomprensioni con il padre, dovute ad una notevole differenza di età e ad un differente carattere. Nel 1934 si iscrisse al liceo “Massimo d’Azeglio” di Torino, noto per aver ospitato docenti illustri e oppositori del fascismo.

Studi universitari e prime esperienze lavorative

Nel 1937 si diploma e si iscrive al corso di laurea in chimica presso l’Università di Torino. Nel novembre del 1938 entrano in vigore, anche in Italia, le leggi razziali, che introducono gravi discriminazioni ai danni dei sudditi italiani che il regime fascista considerava “di razza ebraica”.

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Le leggi razziali ostacolano l’accesso allo studio universitario agli ebrei, ma concedono di terminare gli studi a quelli che lo hanno già intrapreso. Levi è in regola con gli esami, ma, a causa delle leggi razziali, ha difficoltà a trovare un relatore per la sua tesi; si laurea comunque nel 1941, a pieni voti con lode, con una tesi in fisica. Viene assunto in maniera semi illegale in un’impresa che lo incarica di trovare un metodo economicamente conveniente per estrarre le tracce di nichel contenute nel materiale di scarto di una cava d’amianto.

Nel 1942 si trasferisce a Milano, avendo trovato un impiego migliore presso una fabbrica svizzera di medicinali. Qui Levi, assieme ad alcuni amici, viene in contatto con ambienti antifascisti militanti ed entra nel Partito d’Azione clandestino.

Nel campo di Auschwitz

Nel 1943 si inserisce in un nucleo partigiano operante in Val d’Aosta. Nel dicembre 1943 viene arrestato dalla milizia fascista e poi trasferito nel campo di transito di Fossoli presso la città di Modena. Il 22 febbraio 1944, Levi ed altri 650 ebrei, vengono stipati su un treno merci e destinati al campo di concentramento di Auschwitz in Polonia. Levi qui fu registrato (con il numero 174 517) e subito condotto al campo di Buna-Monowitz, allora conosciuto come Auschwitz III, dove rimase fino alla liberazione da parte dell’Armata Rossa. Qui incontra Lorenzo Perrone, un civile occupato come muratore, che, esponendosi a un grande rischio personale, gli fa avere regolarmente del cibo. In un secondo viene impiegato alla Buna, una fabbrica per la produzione di gomma sintetica di proprietà del colosso chimico tedesco.

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Nel gennaio del 1945, immediatamente prima della liberazione del campo da parte dell’Armata Rossa, si ammala di scarlattina e viene ricoverato nel “Ka-be” (dal tedesco Krankenbau; in italiano infermeria del campo), scampando così fortunatamente alla marcia di evacuazione da Auschwitz. Levi fu uno dei venti sopravvissuti fra i 650 che erano arrivati con lui al campo. La tregua, il viaggio di ritorno in Italia, narrato nel romanzo sarà lungo e travagliato. Si protrarrà fino ad ottobre, attraverso Russia, Ucraina, Romania, Ungheria ed Austria.

Chimico e scrittore

L’esperienza nel campo di concentramento lo ha profondamente sconvolto fisicamente e psicologicamente. Giunto a Torino si riprende fisicamente e riallaccia i contatti con i familiari e gli amici superstiti dell’Olocausto. Non trovando impiego si sposta a Milano, dove viene assunto da una fabbrica di vernici. Mosso dalla prorompente necessità di testimoniare l’incubo vissuto nel Lager, si getta febbrilmente nella scrittura di un romanzo testimonianza sulla sua esperienza ad Auschwitz, che verrà intitolato Se questo è un uomo. In questo periodo conosce e si innamora di Lucia Morpurgo, che diventerà sua moglie.

Nel 1947 vendono solo 1500, soprattutto a Torino.

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In questo periodo Levi abbandona il mondo della letteratura e si dedica alla professione di chimico. Trova impiego presso la Siva, una ditta di produzione di vernici di Settimo Torinese, di cui, in seguito, assumerà la direzione fino al pensionamento.

Nel 1956, ripropone Se questo è un uomo ad Einaudi che decide di pubblicarlo. Questa nuova edizione incontra un successo immediato.

Nel 1959 collabora alle traduzioni in inglese e tedesco.

Nel giugno 1971 è tra i firmatari dell’appello pubblicato su “L'espresso” che denunciavano il commissario Calabresi come «un torturatore», «responsabile della morte di Pinelli».

Incoraggiato dal successo internazionale, nel 1962, quattordici anni dopo la stesura di Se questo è un uomo, incomincia a lavorare a un nuovo romanzo sull’odissea durante il ritorno da Auschwitz. Questo romanzo viene intitolato La tregua e vince la prima edizione del Premio Campiello del 1963.

Nel 1975 decide di andare in pensione e di dedicarsi a tempo pieno alla sua attività di scrittore.

Nel 1982 torna al tema della Seconda Guerra Mondiale raccontando in Se non ora, quando? le avventure picaresche di un gruppo di partigiani ebrei di origini polacche e russe, che tendono imboscate ai tedeschi sul fronte orientale e giungeranno ad attraversare i territori del Reich sconfitto, sino a Milano, da dove alcuni prenderanno la via della Palestina per partecipare alla costruzione dello stato di Israele.

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Nel saggio I sommersi e i salvati (1986) torna per l’ultima volta sul tema dell’Olocausto. Levi cerca di analizzare con distacco la sua esperienza, chiedendosi perché le persone si siano comportate in quel modo ad Auschwitz, e perché alcuni sono sopravvissuti e altri no.

L’11 aprile del 1987 Primo Levi muore cadendo dalla tromba delle scale della sua casa di Torino, dando adito al sospetto che si trattasse di un suicidio. Questa ipotesi è avvalorata dalla difficile situazione personale di Levi che si era fatto carico della madre e della suocera malate. Il pensiero ed il ricordo del lager avrebbero, inoltre, continuato a tormentare Levi anche decenni dopo la liberazione, sicché egli sarebbe in un qualche modo una vittima ritardata della detenzione ad Auschwitz. Il suicidio di Levi rimane comunque un’ipotesi contestata da molti, poiché lo scrittore non aveva dimostrato in alcun modo l’intenzione di uccidersi e anzi aveva dei piani in corso per l’immediato futuro.

Lo stile letterario

Lo stile letterario di Primo Levi, come emerge dalle sue maggiori opere, è uno stile di stampo realista-descrittivo. Questo stile ben si adatta al vasto pubblico a cui Levi intende rivolgersi, in special modo se si tratta di una tematica di estrema importanza come quella della prigionia del Lager.

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Olocausto

Greco

Il termine Olocausto (dal holos “completo” e kaustos “rogo”) è stato introdotto alla fine del XX secolo per riferirsi al genocidio compiuto dalla Germania nazista di tutte quelle persone ed etnie ritenute “indesiderabili”, in particolare gli Ebrei, dei quali si stima ne siano stati sterminati sei milioni. Solo in tempi recenti il termine olocausto è stato attribuito a massacri o catastrofi su larga scala. A causa del significato teologico che la parola porta, molti, ebrei e no, trovano inappropriato l’uso di tale termine: viene infatti considerato offensivo pensare che l’uccisione di milioni di ebrei sia stata una “offerta a Dio”; inoltre il popolo ebraico non è stato “tutto bruciato”, perché un suo resto è sopravvissuto al genocidio.

האושה

È stato così introdotto il termine Shoah (in lingua ebraica), che significa “distruzione”, “desolazione” o “calamità”, nel senso di una sciagura improvvisa, inaspettata, è un’altra parola utilizzata per riferirsi all’Olocausto. Questo termine viene usato da molti ebrei e da un numero crescente di non ebrei a causa del disagio legato al significato letterale della parola olocausto.

Il termine olocausto viene principalmente utilizzato per indicare lo sterminio sistematico di milioni di ebrei che vivevano in Europa prima della seconda guerra mondiale. Il numero delle vittime è confermato dalla vasta documentazione lasciata dai nazisti stessi (scritta e fotografica) e dalle testimonianze dirette (di vittime, carnefici e spettatori) e dalle registrazioni statistiche delle varie nazioni occupate.

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In alcuni ambienti il termine olocausto viene usato per descrivere il genocidio sistematico di altri gruppi che vennero colpiti nelle stesse circostanze dai Nazisti, compresi i gruppi etnici Rom e Sinti (i cosiddetti zingari), comunisti, omosessuali, malati di mente, Pentecostali (classificati come malati di mente), Testimoni di Geova, Sovietici, Polacchi ed altre popolazioni slave (detti nel complesso Untermenschen). Aggiungendo anche questi gruppi il totale di vittime del Nazismo è stimabile tra i dieci e i quattordici milioni di civili, e fino a quattro milioni di prigionieri di guerra.

Descrizione

Le eliminazioni di massa venivano condotte in modo sistematico: venivano fatte liste dettagliate di vittime presenti, future e potenziali, così come sono state trovate le meticolose registrazioni delle esecuzioni. Oltre a ciò, uno sforzo considerevole fu speso durante il corso dell’olocausto per trovare metodi sempre più efficienti per uccidere persone in massa, ad esempio passando dall’avvelenamento con monossido di carbonio dei campi di sterminio dell’Operazione Reinhard di Belzec, Sobibor e Treblinka, all’uso dello Zyklon-B di Majdanek e Auschwitz; camere a gas che utilizzavano monossido di carbonio per gli omicidi di massa venivano usate nel campo di sterminio di Chelmno.

Campi di concentramento e di sterminio

I campi di concentramento per gli “indesiderabili” erano disseminati in tutta l’Europa, con nuovi campi creati vicino ai centri con un’alta densità di popolazione “indesiderata”: ebrei, intellighenzia polacca, comunisti e gruppi Rom. La maggior parte dei campi era situata nell’area del Governatorato Generale.

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I campi di concentramento per ebrei ed altri “indesiderabili” esistevano anche nella stessa Germania: benché non fossero pensati specificatamente per lo sterminio sistematico, i prigionieri di molti di questi morirono a causa delle terribili condizioni di vita o a causa di esperimenti condotti su di loro da parte dei medici dei campi. Alcuni campi, come quello di Auschwitz-Birkenau, combinavano il lavoro schiavistico con lo sterminio sistematico.

All’arrivo in questi campi i prigionieri venivano divisi in due gruppi; quelli troppo deboli per lavorare venivano uccisi immediatamente nelle camere a gas (che erano a volte mascherate da docce) e i loro corpi bruciati, mentre gli altri venivano impiegati come schiavi nelle fabbriche situate dentro o attorno al campo. I nazisti costrinsero anche alcuni dei prigionieri a lavorare alla rimozione dei cadaveri e allo sfruttamento dei corpi. I denti d’oro venivano estratti (senza anestesia) e i capelli delle donne (tagliati a zero prima che entrassero nelle camere a gas) venivano riciclati per la produzione industriale di feltro. Tre campi, Belzec, Sobibor e Treblinka II, erano usati esclusivamente per lo sterminio. Solo un piccolo numero di prigionieri veniva tenuto in vita per svolgere i compiti legati alla gestione dei cadaveri delle persone uccise nelle camere a gas. Il trasporto dei prigionieri nei campi era spesso svolto utilizzando convogli ferroviari composti da carri bestiame, con un ulteriore elemento di umiliazione e di disagio dei prigionieri.

Ebrei

L’antisemitismo era comune nell’Europa degli anni ’20 e ’30 (anche se le sue origini risalgono a molti secoli prima). L’antisemitismo fanatico di Adolf Hitler venne esposto nel suo libro del 1925, il Mein Kampf, che, inizialmente ignorato, divenne popolare in Germania quando Hitler acquistò potere politico.

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Il 1° aprile 1933, poco dopo l’elezione di Hitler al cancellierato, il fanatico antisemita Julius Streicher, con la partecipazione delle Sturmabteilung ed attraverso le colonne della rivista antisemita Der Stürmer da lui diretta, organizzò una giornata di boicottaggio di tutte le attività economiche tedesche gestite da ebrei (l’ultima impresa gestita da ebrei rimasta in Germania venne chiusa il 6 luglio 1939). Nonostante la fredda accoglienza da parte della popolazione tedesca che fece rientrare il boicottaggio dopo solo un giorno, questa politica servì a introdurre una serie di progressivi atti antisemiti che sarebbero poi culminati nella Shoah.

Con una serie di successive leggi le autorità tedesche limitarono sempre più le possibili attività della popolazione ebraica fino a giungere, nel settembre 1935, alla promulgazione delle leggi di Norimberga che, di fatto, esclusero i cittadini di origine ebraica da ogni aspetto della vita sociale tedesca.

L’iniziale politica tedesca di obbligare gli ebrei ad un’emigrazione «forzata» dai territori del Reich raggiunse il suo apice nel corso del pogrom del 9-10 novembre 1938, passato alla storia con il nome di «Notte dei cristalli», quando circa 30.000 ebrei vennero deportati presso i campi di Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen ed obbligati ad abbandonare, spogliati di ogni bene, la Germania e l’Austria (annessa nel marzo di quell’anno alla Germania) per poter riottenere la libertà.

Allo scoppio del secondo conflitto mondiale la politica di emigrazione forzata non poté più essere praticata con successo a causa delle difficoltà imposte dalla guerra stessa. La nuova «soluzione» si basò sul fatto che in molte città d’Europa gli ebrei avevano vissuto in zone ben delimitate. Per questo i nazisti formalizzarono i confini di queste aree e imposero una limitazione degli spostamenti agli ebrei che vi erano confinati, creando i ghetti moderni.

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I ghetti erano, a tutti gli effetti, prigioni nelle quali molti ebrei morirono di fame e malattie; altri furono uccisi dai nazisti e dai loro collaboratori dopo essere stati sfruttati nell’impiego a favore dell’industria bellica tedesca.

Durante l’invasione dell’Unione Sovietica oltre 3.000 uomini appartenenti ad unità speciali (Einsatzgruppen) seguirono le forze armate naziste e condussero uccisioni di massa della popolazione ebrea.

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