Estratto del documento

I.T.C. Antonio Zanon - Udine

Libertà

« Non vale la pena avere la libertà se questo non implica avere la libertà di sbagliare »

Mahatma Gandhi

Introduzione

Libertà è considerata la facoltà di vivere, di muoversi, di agire in modo autonomo, secondo la propria volontà e la propria natura, senza essere sottoposti a limitazioni e costrizioni.

Noi siamo veramente liberi di fare ciò? Le nuove tecnologie, cellulari, internet, televisione possono considerarsi i mezzi della nostra libertà? Ogni computer o telefono cellulare che si connette a una rete ha un numero identificativo che permette la sua localizzazione sul territorio e che viene controllato per varie verifiche. È questo che noi consideriamo essere liberi? In verità non lo sappiamo, crediamo di essere liberi solo quando ci sono concessi dei piccoli momenti in cui possiamo decidere che cosa fare senza essere sotto il controllo di nessuno, sempre però limitatamente alla legge.

Origine storica

Il concetto di libertà non è sempre stato lo stesso in tutte le epoche della storia umana e questo ci fa capire che, nella storia, una libertà assoluta non è mai esistita, così come il nesso tra libertà e democrazia non è mai stato ritenuto ovvio, quindi possiamo dedurre che le libertà di parola, di opinione e di stampa sono le condizioni base per un’istituzione libera e democratica che le nomini come garanzie dell’uomo nelle costituzioni e che le metta in pratica.

Un “vero” diritto di libertà si può datare con la Rivoluzione francese che aveva alla base tre parole fondamentali: "libertà, uguaglianza e fratellanza". La rivoluzione francese portò alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto del 1789 che rifletteva le aspirazioni della borghesia dell’epoca: la garanzia delle libertà individuali, la sacralità della proprietà, la spartizione del potere con il re e tutti gli impieghi pubblici.

La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino d’altro canto non fu un episodio casuale e gran parte del contenuto della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino è confluito a sua volta nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dalle Nazioni Unite nel 1948 per evitare una terza guerra mondiale.

Dalle tappe fondamentali della rivoluzione francese alla Costituzione italiana

Le prime Costituzioni in Italia risalgono alla fine del 1700 e s’ispirarono ai principi della Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fratellanza).

La rivoluzione francese è un insieme di eventi e di cambiamenti intercorsi tra il 1789 e il 1799 che segna il limite tra l’età moderna e l’età contemporanea nella storiografia francese. Le principali e più immediate conseguenze della rivoluzione francese (che costituì un momento di epocale cambiamento nella storia del mondo) furono l’abolizione della monarchia assoluta e la proclamazione della repubblica, con l’eliminazione delle basi economiche e sociali dell’Ancien régime.

Al termine del periodo rivoluzionario il solo stato italiano in cui la Costituzione rimase in vita fu il Piemonte dove Carlo Alberto nel 1848 aveva concesso lo Statuto Albertino. Nel 1861 esso fu esteso a tutta l’Italia come un dono che il re faceva ai suoi sudditi.

Durante il fascismo Mussolini cambiò alcune leggi dello statuto e instaurò in Italia la dittatura che mantenne fino alla seconda guerra mondiale (25 luglio 1943).

Quando nel 1945 avvenne la liberazione dell’Italia da parte degli Alleati, i partiti antifascisti formarono un governo provvisorio presieduto dal democristiano Alcide De Gasperi.

Il 2 giugno 1946 tutti i cittadini italiani furono chiamati ad eleggere con suffragio universale (votano tutti i maggiorenni e anche le donne per la prima volta), l’Assemblea Costituente cioè un gruppo di persone che avrebbe dovuto scrivere una nuova Costituzione in sostituzione dello Statuto Albertino e con referendum scegliere tra Monarchia e Repubblica. L’Assemblea Costituente elesse Enrico De Nicola capo provvisorio della Repubblica italiana appena nata.

La nuova Costituzione scritta in due anni entrò in vigore il primo gennaio 1948.

« Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini»

Piero Calamandrei

Resistenza

Il periodo storico individuato comunemente chiamato come Resistenza italiana inizia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e termina alla fine del mese di aprile 1945. La scelta di celebrare la fine di quel periodo con il 25 aprile 1945 fu riferito dal CLNAI con la data dell’appello per insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano. La Resistenza italiana fu solo la prima parte del cosiddetto periodo costituzionale transitorio. In termini politici questo periodo si concluse con la nomina del primo governo Parri del 21 giugno 1945. La seconda parte terminerà il 1 gennaio 1948, giorno dell’applicazione della nuova Costituzione Italiana.

Dall’insurrezione alla liberazione

Il 19 aprile 1945, mentre gli Alleati dilagavano nella valle del Po, i partigiani su ordine del CLN diedero il via all’insurrezione generale. Dalle montagne, i partigiani confluirono verso i centri urbani del Nord Italia, occupando fabbriche, prefetture e caserme. Nelle fabbriche occupate venne dato l’ordine di proteggere i macchinari dalla distruzione. Le sedi dei quotidiani furono usate per stampare i giornali clandestini dei partiti che componevano il CLN.

Mentre avveniva ciò, le formazioni fasciste si sbandavano e le truppe tedesche allo sfacelo battevano in ritirata. Si consumava il disfacimento delle truppe nazifasciste, che davano segni di cedimento già dall’inizio del 1945 e i cui vertici si preparavano alla resa agli Alleati.

La mattina del 14 aprile, in un’Imola che sembrava deserta, entrò per primo l’87° Reggimento Fanteria del Gruppo di Combattimento "Friuli" [13] che, però, fu subito comandato di dirigersi verso Bologna. Poco dopo giunse la divisione Carpatica polacca, comandata dal Generale Władysław Anders insieme ai soldati del Gruppo di Combattimento "Legnano" [14], che furono accolti dagli imolesi che, nel frattempo, erano usciti dai loro rifugi. Ancora la mattina del 21 aprile, fu il "Friuli" ad entrare per primo[15] a Bologna, passando per la Porta Maggiore, nel tripudio dei bolognesi. In giornata giunsero anche i polacchi, il "Legnano" e altri gruppi. Gli americani liberarono Modena il 22 aprile, Reggio Emilia il 24 e Parma il 25. Nella stessa data, a Genova, inizia l’insurrezione, che porterà il generale tedesco Gunther Meinhold ad arrendersi formalmente al CLN ligure il 25 aprile. Milano e Torino furono liberate il 25 aprile: questa data è stata assunta quale giornata simbolica della liberazione di tutta l’Italia dal regime nazifascista e, denominata Festa della Liberazione, viene commemorata annualmente in tutte le città italiane.

Le truppe alleate arrivarono nelle principali città liberate nei giorni seguenti. La liberazione di molte città, inclusi centri industriali di importanza strategica, prima dell’arrivo degli alleati rese l’avanzata di questi più rapida e meno onerosa in termini di vite e rifornimenti. In molti casi avvennero drammatici combattimenti strada per strada; i resti dell’esercito tedesco e gli ultimi irriducibili fascisti della Repubblica Sociale Italiana sparavano asserragliati in vari edifici o appostati su tetti e campanili su partigiani e civili. Tra essi e le forze partigiane avvennero talvolta vere e proprie battaglie (come a Firenze nel settembre 1944), ma solitamente la loro resistenza si ridusse a una disorganizzata guerriglia, per esempio a Parma e a Piacenza.

La notte tra il 25 e il 26 aprile 1945 Benito Mussolini, con i suoi gerarchi e famiglie pernotta a Grandola ed Uniti nell’hotel Miravalle nella frazione di Cardano.

Il 27 aprile 1945 Benito Mussolini, indossando la divisa di un soldato tedesco, fu catturato a Dongo, in prossimità del confine con la Svizzera, mentre tentava di espatriare assieme all’amante Claretta Petacci.

Riconosciuto dai partigiani, fu fatto prigioniero e giustiziato il giorno successivo 28 aprile a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como; il suo cadavere venne esposto impiccato a testa in giù, accanto a quelli della stessa Petacci e di altri gerarchi, in piazzale Loreto a Milano, ove fu lasciato alla disponibilità della folla, che infierì sul cadavere. In quello stesso luogo otto mesi prima i nazifascisti avevano esposto e dileggiato, quale monito alla Resistenza italiana, i corpi di quindici partigiani uccisi.

Il 29 aprile la resistenza italiana ebbe formalmente termine, con la resa incondizionata dell’esercito tedesco, e i partigiani assunsero pieni poteri civili e militari.

Il 30 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ebbe a commentare che "la fucilazione di Mussolini e dei suoi complici è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali."

Il 2 maggio il generale britannico Alexander ordinò la smobilitazione delle forze partigiane, con la consegna delle armi. L’ordine venne in generale eseguito e le armi in gran parte consegnate, in tempi diversi nei vari luoghi in dipendenza dell’avanzata dell’esercito alleato, della liberazione progressiva del territorio nazionale, e del conseguente passaggio di poteri al governo italiano; una parte delle forze partigiane fu arruolata nella polizia ausiliaria ad hoc costituita.

Costituzionalmente

Lo statuto Albertino fu la prima Costituzione dello Stato italiano. Promulgato nel 1848 nel Regno sardo-piemontese, successivamente, con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, fu esteso a tutto il territorio italiano. Lo statuto non rappresentò una rivoluzione, ma solo una riforma della monarchia assoluta in senso liberale. Esso era il frutto di un compromesso tra il vecchio e il nuovo mondo: era una carta costituzionale concessa dal sovrano ai suoi sudditi e, perciò molto diversa dalle Costituzioni approvate da apposite assemblee elette dai cittadini.

Nel caso dello Stato albertino il re fu costretto a concedere lo statuto. L’oggetto dell’accordo tra il re e la borghesia fu l’instaurazione di una monarchia costituzionale o rappresentativa. Questa formula non indicava semplicemente la monarchia dotata di una costituzione, ma di un tipo di organizzazione costituzionale – lo Stato liberale borghese –, nella quale la borghesia entrava a far parte della vita politica. Nello statuto il re fece alla borghesia due concessioni:

  • I diritti di libertà e di proprietà, questo diritto si ispirava alla Dichiarazione dei diritti emanata all’inizio della Rivoluzione francese (1789);
  • L’istituzione di una Camera in cui la borghesia potesse eleggere i propri rappresentanti.

La monarchia costituzionale fu realizzata per mezzo di un nuovo organo – la Camera dei deputati – che rappresentava i ceti medio-alti della borghesia. Per questo venne chiamata anche monarchia rappresentativa. Questa monarchia era un regime instabile in quanto basata su due organi tra loro indipendenti, il re e la Camera dei deputati, quindi poteva funzionare solo in base al loro accordo.

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