“La società italiana conosce in un brevissimo volger d'anni una rottura davvero grande con il passato: nel modo di produrre e di consumare, di vivere il presente e di progettare il futuro. È messa in movimento in ogni sua parte: esprime energie e potenzialità economiche diffuse, capacità progettuali, ansie di emancipazione differenti e di diverso segno.” Guido Crainz - Storia del Miracolo Italiano
Introduzione
Nel periodo compreso tra gli anni Cinquanta e Sessanta, dopo la fine della guerra e della dittatura, l'Italia fu protagonista di un periodo record di crescita nella produzione nazionale, tale da definirlo “miracolo economico”. Questo fenomeno caratterizzò anche molti altri paesi europei, tra cui la Germania e la Francia, in cui si verificò un miglioramento dello stile di vita. In questi anni, l'Italia riuscì a ridurre il divario economico con l'Inghilterra e la Germania e a eguagliare sistemi economici come quello belga, olandese e svedese. Nonostante il fenomeno si riferisca a un evento principalmente economico, esso ebbe una forte ripercussione sulla vita degli Italiani, che, in pochi anni, cambiò radicalmente, in positivo o in negativo, e portò nel nostro Paese un livello di progresso e benessere mai conosciuto nei periodi precedenti.
L'Italia del secondo dopoguerra
L'Italia, come la maggior parte degli altri paesi europei, nel 1945, alla fine del secondo conflitto mondiale, si presentava come uno stato completamente distrutto moralmente e materialmente; liberato, ma distrutto da tutti quegli anni in cui era rimasto chiuso dalla morsa delle truppe che arrivavano da tutti i fronti e dai bombardamenti aerei sulle città.
La povertà di quegli anni era tanta e il tenore di vita, specialmente dei contadini e delle classi più povere, era molto basso.
Davanti a tutta questa distruzione occorreva “ricostruire”. Qui in Italia, come in gran parte dell'Europa, la ricostruzione era da farsi in una situazione in cui la maggior parte della popolazione era disoccupata e la restante parte era di ritorno dalla devastante esperienza del combattimento in guerra e del campo di concentramento. 2
I fattori del miracolo italiano
La spinta degli USA: il piano Marshall
Gli Stati Uniti furono il primo fattore che determinò la ripresa economica europea.
Gli USA intervennero attivamente nella politica europea per garantire la sicurezza, la stabilità, la ricostruzione del continente e, soprattutto, la ricostruzione degli scambi commerciali ed economici tra Europa ed America.
Il 5 giugno del 1947 il segretario di Stato George Marshall tenne un discorso all'università di Harvard in cui espose il progetto per la ricostruzione delle infrastrutture economiche finanziarie e commerciali del vecchio continente.
“Nel considerare le necessità per la riabilitazione dell'Europa, le perdite umane e la visibile distruzione della città, fabbriche, miniere e ferrovie sono state correttamente valutate, ma nei mesi recenti è apparso evidente che le distruzioni visibili erano meno gravi dello sconvolgimento subito dall'intera struttura dell'economia europea. Negli ultimi dieci anni l'Europa è vissuta in condizioni del tutto fuori del comune. La febbrile preparazione alla guerra e l'ancora più febbrile mantenimento dell'impegno bellico ha bloccato tutti i settori delle economie nazionali. I macchinari non funzionano più o sono del tutto antiquati. Sotto il dispotico e distruttivo dominio nazista, qualsiasi possibile attività era mirata al mantenimento della macchina da guerra tedesca. Antichi legami commerciali, istituzioni private, banche, compagnie d'assicurazione e società di spedizione sono scomparse per mancanza di capitali, nazionalizzazione o semplice distruzione. In molti paesi, la fiducia nella moneta locale è stata profondamente scossa. Il collasso della struttura economico-finanziaria dell'Europa durante la guerra è stato completo. […].
Le industrie cittadine non producono un numero di merci sufficiente da scambiare con i cibi del contadino. Le materie prime e il carburante scarseggiano. I macchinari mancano o non funzionano. […] Così, i governi sono costretti a usare denaro e crediti stranieri per procurarsi all'estero i prodotti di cui c'è primaria necessità. Questo processo esaurisce i fondi di cui c'è invece urgente bisogno per la ricostruzione. Perciò, si sta rapidamente creando una situazione che non promette nulla di buono per il mondo.[…].
La verità è che il bisogno che ha l'Europa, per i prossimi tre o quattro anni, di derrate alimentari e altri basilari prodotti dall'estero principalmente dall'America è notevolmente maggiore delle sue attuali possibilità di pagamento, e deve avere aiuti molto più sostanziali, altrimenti subirà un gravissimo deterioramento economico, sociale e politico. Il rimedio sta nel rompere il circolo vizioso e nel ripristinare la fiducia dei popoli europei nel futuro economico del loro paese e dell'Europa nel suo complesso. Oltre all'effetto demoralizzante su tutto il mondo e alle possibilità di disordini come conseguenza della disperazione dei popoli, l'impatto negativo per l'economia degli Stati Uniti dovrebbe essere evidente a tutti. È logico che gli Stati Uniti debbano fare tutto ciò che possono per contribuire al ripristino di una sana economia mondiale, senza la quale non ci può essere nessuna stabilità politica e nessuna garanzia di pace.
Per la rinascita di un'economia funzionante la nostra politica non è diretta contro alcun paese o alcuna dottrina, ma contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos. Il suo obiettivo deve essere la rinascita di una economia funzionante in tutto il mondo da permettere lo sviluppo do condizioni politiche e sociali che garantiscono istruzioni libere. Un aiuto di questo tipo non deve essere fornito a spizzichi, ogni volta che scoppia una crisi. Qualsiasi assistenza che questo governo potrà fornire in un futuro deve essere una vera cura e non un semplice palliativo. Ogni governo che sia pronto a dare il proprio contributo nello sforzo di ripresa avrà, ne sono certo, la piena collaborazione del governo degli Stati Uniti. Ogni governo che cercherà di impedire la ripresa di altri paesi non avrà il nostro aiuto. Inoltre, i governi, i partiti politici e tutte le organizzazioni che cercheranno di mantenere la miseria umana per avvantaggiarsene politicamente o in qualsiasi altro modo dovranno affrontare l'opposizione degli Stati Uniti.
Prima che gli Stati Uniti possano intraprendere nuovi sforzi per migliorare la grave situazione e aiutare l'Europa verso la ripresa, ci deve essere, come appare chiaro a tutti, un qualche accordo tra i paesi europei sulle esigenze della situazione […]. L'iniziativa deve partire dall'Europa. Il ruolo del nostro paese deve essere quello di un aiuto amichevole nell'elaborazione di un programma europeo, e successivamente quello di un concreto sostegno a tale programma, nella misura delle nostre possibilità e priorità. Il programma dovrebbe essere comune, concordato da tutte o almeno da un buon numero di nazioni europee.
La passione e il pregiudizio politico devono essere tenuti assolutamente fuori.[…]
Il mondo intero, e il suo futuro, dipendono da una corretta valutazione del problema. Dipende, io penso, in grande misura dalla capacità del popolo americano di comprendere esattamente quali siano i vari fattori in gioco. […]” (George Marshall, 5 giugno 1947)
Come si può comprendere nel discorso, l'obiettivo degli americani non era semplicemente quello di ricostruire le città distrutte dai bombardamenti o di fornire derrate alimentari per la sopravvivenza della popolazione, bensì quello di ricostruire l'intera economia, finanziando l'acquisto di macchinari e fattori produttivi, che avrebbero portato ad una netta diminuzione della disoccupazione con una conseguente crescita della domanda e, quindi, della produzione di beni e servizi, facendo crescere l'intera economia e portando benessere. 4
Nel 1948 la struttura produttiva statunitense cominciò a fornire all'Europa soprattutto materie prime ed energia. Il piano consisteva nello sfruttare direttamente tali beni o nel venderli per ricavare denaro da investire in progetti governativi, sempre sotto il controllo e la supervisione delle autorità statunitensi. Come contropartita, gli stati europei dovevano fornire le materie prime eventualmente richieste loro da Washington e agevolare gli investimenti statunitensi.
L'Italia, che era stata profondamente ferita dai bombardamenti anglo-americani e dalle distruzioni lasciate dai nazisti, utilizzò quel denaro per ricostruire le nostre fabbriche e ricreare le infrastrutture, le linee ferroviarie, i porti, gli aeroporti distrutti dalla guerra. La voglia e l'impegno che la popolazione italiana dimostrò nel voler ricostruire le proprie città, nel cercare di mettersi in condizione di vivere degnamente e far riprendere l'economia del paese furono davvero straordinarie.
Il governo e le scelte politiche
Innanzitutto, è importante ricordare che, dopo la fine dell'epoca fascista, l'Italia compie un grande passo in avanti con la Costituzione della Repubblica Italiana. La democrazia permise un grande coinvolgimento delle masse nella vita politica e si affermarono due principali partiti: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista.
Con le elezioni politiche del 18 aprile 1948, che videro la netta vittoria della DC, inizia la fase del centrismo, in cui il Paese fu guidato da governi con Presidenti del Consiglio democristiani, con l'appoggio dei partiti minori di centro (liberali, repubblicani, socialdemocratici). La formula politica del centrismo assicurò una fase di sufficiente stabilità politica, nella quale venne completata la ricostruzione economica del Paese e si iniziò lo sviluppo. 5
Oltre alle libertà portate dalla democrazia, un altro fattore importante che ha consentito lo sviluppo è stato senza dubbio la scelta economica della fine del protezionismo e l'adozione di un sistema di tipo liberista, che rivitalizzò il sistema produttivo italiano, favorito inizialmente dall'adesione alla Ceca (Comunità europea del carbone e dell'acciaio) nel 1951; poi dalla creazione del Mercato Comune Europeo e della CEE (Comunità Economica Europea) a cui l'Italia aderì nel 1957 con i trattati di Roma.
Inoltre, fu importante il ruolo svolto dallo Stato, caratterizzato da un notevole interventismo nell'economia. Venne finanziata la costruzione di un gran numero di infrastrutture, in particolare le vie di comunicazione, essenziali per lo sviluppo economico del Paese, tramite stanziamenti statali e prestiti a tasso agevolato che ammontarono a più di 714 miliardi di lire.
Nel 1959, Antonio Segni, Presidente della Repubblica di quel periodo, in un discorso tenuto nel Consiglio dei Ministri, sottolineò l'importanza dei lavori pubblici che rappresentavano l'unico rimedio possibile alla crisi congiunturale e alla disoccupazione.
La Banca d'Italia mantenne un tasso di sconto estremamente favorevole per gli istituti di credito, i quali concessero prestiti a tassi molto bassi (circa 3,5 %) che permisero un più facile accumulo di capitali, anche tra i piccoli risparmiatori, al fine di agevolare gli investimenti e la nascita di piccole-medie imprese. 6
Un altro fattore determinante per la ricostruzione dell'Italia fu l'espansione del commercio mondiale, reso sicuro da un mercato regolato in seguito agli accordi di Bretton Woods (1944), i quali erano destinati a ripristinare un sistema monetario internazionale anche attraverso la nascita del Fondo Monetario Internazionale, dove era necessario promuovere lo sviluppo economico e ricreare un sistema di scambi multilaterali in condizioni di stabilità dei cambi. Nei 15-20 anni successivi, i movimenti di capitali si erano enormemente intensificati e accelerati in un fenomeno in cui prevale la competizione internazionale dei Paesi, oggi conosciuto come globalizzazione.
L'integrazione all'interno dell'economia europea, dunque, aprì alle esportazioni italiane un ampio mercato.
L'economia cresce
Congiuntamente alle scelte politico-economiche dello Stato, vi furono altre condizioni favorevoli:
- La disponibilità di manodopera a basso costo rispetto alla media degli altri paesi europei, proveniente dalle campagne e dal centro-sud;
- La disponibilità di materie prime che potevano essere importate ad un prezzo costante (N.B.: L'Italia, ancora oggi è un paese povero di materie prime!);
- La disponibilità abbondante di fonti di energia grazie anche alla nascita compagnia statale ENI (Ente Nazionale Idrocarburi);
- La disponibilità di tecnologie avanzate per l'industria provenienti dall'America grazie al piano Marshall.
Tra il 1958 e il 1963, anni di massima crescita economica, il PIL crebbe addirittura del 6,3% e la produzione industriale raddoppiò, innescando un circolo vizioso che, grazie alla minor disoccupazione, portava a maggiori consumi di massa e, quindi, a una maggior domanda di beni interna ed esterna, grazie alle agevolazioni degli scambi commerciali all'interno degli stati europei. 7
Mercato e industria
Sin dall'inizio, la struttura produttiva italiana si caratterizzò per il fenomeno chiamato “dualismo”, che consisteva in un'ampia sfasatura e livello di crescita tra mercato interno ed esterno. Infatti l'Italia presentava un vantaggio competitivo sulla produzione interna basata sui settori tradizionali, mentre la domanda estera dei paesi ricchi e industrializzati premeva per prodotti sempre più innovativi dove invece, i fattori produttivi maggiormente usati erano il capitale e la tecnologia. L'urgenza di soddisfare questa domanda e quindi cercare di ottenere un vantaggio competitivo anche in Europa, portò lo sviluppo di settori che divennero il fulcro del boom e la base della nascente industria italiana. Si assiste, quindi, ad un mercato estero caratterizzato da una forte dinamicità a cui si contrapponeva quello interno, decisamente statico.
L'Italia cercò di sfruttare questo dinamismo di idee e di capitali, riuscendo ampiamente ad imporsi nel campo degli elettrodomestici, dell'automobilismo e delle manifatture; infatti, in questi anni nascono le grandi industrie italiane la cui produttività aumentava progressivamente, grazie alle nuove tecnologie da loro utilizzate. Fiat, Zanussi, Candy, Olivetti, sono solo degli esempi del passaggio da un'Italia fondamentalmente agricola ad un Paese dove l'industria era il settore maggiormente produttivo. L'alta tecnologia impiegata nei processi produttivi permise alle imprese di autofinanziarsi più facilmente, perché non era necessario assumere manodopera; inoltre, la stabilità dei prezzi portò a un relativo contenimento dei salari, a un sempre maggior investimento produttivo e a una crescita dei consumi. Nonostante questa situazione positiva portasse il Paese verso un benessere sempre maggiore, gli squilibri non mancarono. La crescita della domanda estera conferì un'importanza eccessiva alla produzione di beni di consumo anche di lusso, a scapito, invece, degli investimenti in infrastrutture. 8
Questa distorsione venne riscontrata anche a livello di consumi individuali, proprio a causa del diverso dinamismo e ritmo di crescita dell'economia. Infatti, i beni primari risultavano proporzionalmente più costosi rispetto a quelli secondari, proprio perché la volontà di emulare le ricche società europee aveva causato un salto troppo brusco per un Paese ancora provinciale e contadino, dove spesso l'auto era un necessario status-symbol e i servizi igienici solo una comodità di pochi.
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