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Il Cappellaio Matto e la follia

Il motivo per cui ho scelto di trattare questa tesi così affascinante, misteriosa e comune al tempo stesso è aver visto in età più matura e quindi con un atteggiamento diverso, il cartone animato della Walt Disney "Alice nel paese delle meraviglie". Il personaggio che mi aveva affascinato da piccola, si è riconfermato più interessante e curioso anche nella seconda occasione della visione del lungometraggio: "Il cappellaio matto".

In caso che andremmo ad analizzare la natura di questo personaggio è assurda-umoristica intesa come una cosa che noi percepiamo assurda e divertente, ma che, se analizziamo lucidamente e con un atteggiamento più critico, ci farebbe riflettere sulla schematizzazione della società che imprigiona la nostra vita. Il Cappellaio Matto non è un prodotto nato dalla mente di Disney, il suo ideatore è Lewis Carroll, ma la Walt Disney non ha privato neanche un po' il personaggio della sua folle saggezza, anzi gli ha conferito nuovi aspetti che dovrebbero far riflettere lo spettatore sulla schematizzazione della vita da parte della società moderna.

Il Cappellaio Matto è un uomo che vive con suo amico fidato coniglio, impegnato quotidianamente a festeggiare i non-compleanni, spiegando ad Alice: - Perché dovremmo festeggiare il compleanno che capita una sola volta l’anno quando abbiamo 364 non-compleanni da poter festeggiare?! Alice guarda sbigottita quello stravagante personaggio e lo prende per pazzo, ma per il Cappellaio matto e il suo compagno, è Alice la pazza, perché quello dove si trovano non è il nostro mondo; non c'è la società a decidere ciò che è normale e ciò che non lo è.

Ci troviamo in un altro mondo, dove le regole possono a noi sembrare assurde, ma là sono normali, allo stesso modo come nel nostro mondo quelle leggi sarebbero assurde. Perciò come dice Einstein: - Tutto è relativo!

Il Cappellaio Matto interpreta la sua vita come noi la interpretiamo solo nei nostri sogni, prendere decisioni per logiche, anche se vanno contro la morale e le regole della società, sia lontana da tutto ciò che può avvicinarsi alla logica, alla ragione per imboccare una strada tortuosa, piena di ostacoli e dove dovrà camminare da solo per tutto il tragitto.

Ma il Cappellaio Matto è folle? Innanzitutto bisogna distinguere la follia dalla pazzia: il pazzo non sa di essere pazzo, pensa invece di essere più lucido degli altri, mentre il Cappellaio è folle perché mette in discussione il concetto della normalità. Lui è a conoscenza della sua diversità rispetto alla società nella quale è sia emarginato, sia emarginante e lotta costantemente col suo desiderio di tornare a far parte della società rispettando le regole da essa imposte.

Nello stesso tempo, però, la sua diversità, la sua follia lo induce ad avere un certo orgoglio per il suo stato che lo porterà comunque a essere sempre solo.

È folle e malato chi è afflitto da quella patologia mentale che interferisce con la capacità della persona di riconoscere ciò che è reale o immaginario, di gestire le emozioni, di pensare in modo chiaro, di dare giudizi, di comunicare. La follia è una condizione in cui lo stato della ragione non sembra avere alcuna autorità, il regno dell'irrazionalità, dell'assurdo.

La follia nel corso della storia ha assunto significati diversi: nel Medioevo, periodo storico in cui l'uomo perde le proprie certezze e cerca in ogni modo di raggiungere il bene, la follia è legata all'antitesi tra il bene e il male e il folle è considerato sotto due punti di vista: da una parte come l'effige dell'insensatezza umana, coccolato ai margini della società ma mai escluso da essa; dall’altra come il detentore di un sapere oscuro e impenetrabile, che può accedere a realtà impercettibili all'uomo comune.

Nel Rinascimento in poi, l'orizzonte della follia si restringe facendo prevalere la sua interpretazione allegorica; prende vita così quel meccanismo che renderà il folle una minaccia. Nascono proprio in questo periodo le prime strutture, che si diffondono a macchia d'olio, condannati come complici del male.

Si svilupparono anche gli studi filosofici e medici sulla follia; importanti, infatti, sono gli studi di Descartes sulla fisionomia del cervello umano, poi proseguiti nell’800 e nel ’900. I filosofi giungono anche a ipotizzare le cause: in prossime dovute ad alterazioni del sistema e del cervello; e in lontane, dovute ad avvenimenti dell'anima violenti o intensi, o a rapporti con mondo esterno.

Nel campo medico e scientifico fu una vera e propria rivoluzione con l'avvento del metodo freudiano e con la Psicoanalisi.

La follia può essere catalogata per il suo orientamento e per il suo scopo. Per quanto riguarda l'orientamento esistono due concetti nettamente distinti di follia, uno orientato alla società, l'altro all'individuo.

Nel proprio caso, specie nella letteratura moderna, il pazzo è colui che è più cosciente delle convenzioni e delle assurdità della vita borghese (Pirandello, "Uno, nessuno e centomila"). Quindi, nel concetto di salute psichica orientato alla società l'uomo è sano quando è all'altezza dei compiti che la società gli assegna.

Per il concetto umanistico sono, invece, i criteri insiti nell’uomo stesso a determinare che cosa sia la malattia o la salute psichica.

Per quanto riguarda la catalogazione a scopo, vi è la follia costruttiva, che va a costruire una dimensione in cui il proprio spirito è libero dalle condizioni di prigione imposte dalla vita e dalla società come le maschere pirandelliane, dove il pensiero divergente porta l'uomo a sfidare il mondo e tentare di cambiarlo.

Vi è poi la follia distruttiva che è portata a distruggere qualsiasi cosa circonda l'io con l'illusione di eliminare gli ostacoli per la propria elevazione spirituale; questo tipo di follia porterà solo all'autodistruzione. Ne è un esempio Adolf Hitler.

Storia

Adolf Hitler, il trionfo della follia nella storia

L'Italia fascista, l'Unione Sovietica di Stalin, la Germania nazista, la Jugoslavia di Tito sono stati i luoghi dove la follia ha preso il sopravvento sulla democrazia e ha determinato il completo abbandono della razionalità e del buon senso trascinando popoli interi verso la più totale perdizione, e verso l'eccitazione della violenza e della crudeltà in un modo barbaro ed eclatante, come non era mai successo prima nella storia dell'umanità.

Eppure la follia non è da ricercare solo nei grandi uomini, quali Stalin, Hitler e Mussolini, ma soprattutto nel popolo russo, tedesco e italiano che avrebbe potuto lasciare quelle volare al vento, anziché mostrare quell'entusiasmo e quello smisurato fanatismo che condusse inconsapevolmente verso lo sgretolamento della giustizia della libertà.

Le tre dittature che predominano nel Novecento sono tra di esse diametralmente opposte, benché in tutte rimanga costante l'esasperato nazionalismo, la violenza antidemocratica e anticostituzionale, la fondazione di un governo autoritario, il culto della personalità, la repressione degli oppositori, il controllo ideologico delle attività culturali e sociali e lo smoderato uso della pubblicità per ottenere il consenso dei "sudditi".

La dittatura bolscevica incomincia nel 1927 quando Stalin vince la dura lotta contro Trotskij e sale al potere. Il suo scopo era di diffondere il socialismo in ogni parte del mondo, ma per rendere possibile ciò egli riteneva necessario trasformare l'Unione Sovietica, il primo paese socialista, in uno di grande potenza industriale, come le rivali d'occidente.

Inizia così la politica dei piani quinquennali e brutali processi contro chi era in dissenso con la politica di Stalin, spesso accusati per crimini inesistenti e ritenuti "nemici del popolo" e sostenitori del "trotzkismo". Chiunque fosse ritenuto un traditore era deportato ai campi di concentramento della Siberia.

In Italia la situazione non era inferiore. Il 2 gennaio 1925 Benito Mussolini, capo del governo, impone definitivamente e ufficialmente la dittatura. Con le "leggi fascistissime" furono dichiarati decaduti i deputati aventiniani, e quelli rimasti vennero perseguitati e incarcerati; il Parlamento fu trasformato in Camera dei Fasci e delle Corporazioni; furono sospesi il diritto allo sciopero e la libertà di stampa; furono abolite le elezioni amministrative e il sindaco prese il nome di podestà, i giornali dell'opposizione furono sequestrati e poi "fascistizzati"; fu stabilita la pena di morte per i reati politici e furono istituiti il tribunale speciale per la difesa dello Stato e l'Ovra, la polizia politica.

Lo scopo di Mussolini era di riportare l’Italia alla gloria e alla fama dell'Impero Romano, e alla supremazia su tutti gli altri popoli. Nelle scuole furono introdotte materie come la cultura militare e fascista, e fu data grandissima importanza all'educazione fisica perché gli italiani dovevano mostrarsi come un popolo di atleti e di guerrieri, proprio come i loro antenati romani.

Le Camicie Nere, al servizio del duce, affollarono le città italiane in modo che il processo di "fascistizzazione dello Stato" fosse compiuto, anche se con la forza e la violenza.

Fu in Germania che la follia si espanse maggiormente e più atrocemente. La grande massa della popolazione tedesca vide in Adolf Hitler il suo più grande esponente, il "führer", la guida che avrebbe portato il popolo ariano alla massima glorificazione con la fondazione del Terzo Reich, il terzo Impero tedesco dopo l’Impero germanico medioevale e quello proclamato alla riunificazione della Germania.

L'intera nazione tedesca era catturata dalla potenza di Hitler e credeva ciecamente nelle sue parole e nelle sue azioni.

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