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Indice

Italiano pag. 1

Leonardo Sciascia pag. 2

Vita e opere pag. 2

Stile pag. 5

Il giorno della civetta pag. 6

Analisi pag. 7

Personaggi pag. 8

Storia pag. 9

Questione meridionale pag. 10

Piano Marshall pag. 14

Inglese pag. 17

George Marshall pag. 18

Calcolo pag. 20

Storia della R.O. pag. 21

Fasi della R.O. pag. 23

Problemi di scelta pag. 24

Programmazione lineare pag. 27

Matematica pag. 29

Studio di funzione pag. 30

Esempio pag. 33

Informatica pag. 35

I database pag. 36

Modelli pag. 36

Operazioni relazionali pag. 38

Linguaggio SQL pag. 41

Linguaggio HTML pag. 49

Linguaggio ASP pag. 50

Elettronica pag. 52

La storia della radio pag. 53

Funzionamento pag. 55

Onde elettromagnetiche pag. 57

Elettronica e italiano

La radio L. Sciascia

«Il giorno della civetta»

Informatica e storia

I database

Questione meridionale &

Libertà o

Piano Marshall

sfruttamento

?

Matematica

Studio di

funzione

Inglese

George

Marshall

Calcolo

Ricerca

Operativa

Premessa

Con la stesura di questa tesina si è voluto creare un percorso che non uscisse fuori dall’epoca storica che si intuisce leggendo le materie di italiano e storia. Si è cercato di seguire questo obiettivo cercando di avvicinarsi il più possibile agli eventi caratteristici dell’Italia del dopoguerra per far capire che la nostra penisola si è portata, fino ai giorni nostri, problematiche sociali ed economiche che esistevano sin da epoche più remote senza che qualcuno sia riuscito a colmare questi problemi.

Infatti come si percepisce dal titolo «Libertà o sfruttamento», anche quando l’Italia è stata aiutata si è rimasti in dubbio se gli aiuti forniti siano stati realmente da aiuto oppure eseguiti solo per accaparrarsi i privilegi che tali aiuti avrebbero fornito.

La tesina partirà dalle materie umanistiche per poi abbracciare le figure importanti dell’epoca fino ad arrivare alle scoperte nel campo elettronico e gli effetti statistici derivanti dal periodo postbellico.

Italiano

1

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Leonardo Sciascia

Vita

Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, in provincia di Agrigento (allora chiamata Girgenti), primo di tre fratelli, da un impiegato, Pasquale Sciascia, e da una casalinga, Genoveffa Martorelli. La madre proviene da una famiglia di artigiani mentre il padre è impiegato presso una delle miniere di zolfo locali e la storia dello scrittore ha le sue radici nella zolfara dove hanno lavorato il nonno e il padre.

A sette anni Sciascia inizia la scuola elementare a Racalmuto e ben presto si dimostra intenso lettore. Nel 1935 si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove si iscrive all’Istituto Magistrale «IX Maggio» nel quale insegna Vitaliano Brancati, che diventerà il suo modello e che lo guida nella lettura degli autori francesi, mentre l’incontro con un giovane insegnante, Giuseppe Granata (che fu in seguito senatore comunista), gli fa conoscere gli illuministi e la letteratura americana.

Nel capoluogo nisseno trascorrerà gli anni più indimenticabili della sua vita, come lui stesso confessa nella sua autobiografia, fatti delle prime esperienze e delle prime scoperte della vita oltre ad imprimersi la sua formazione culturale.

Richiamato alla visita di leva viene considerato per due volte non idoneo, ma alla terza viene finalmente accettato e assegnato ai servizi sedentari.

Nel 1941 prende il diploma magistrale e nello stesso anno si impiega al Consorzio Agrario, occupandosi dell’ammasso del grano a Racalmuto, dove rimane fino al 1948. Ebbe così modo di avere un rapporto intenso con la piccola realtà contadina.

Nel 1944 si unisce in matrimonio con Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto. Da lei Sciascia avrà le sue due figlie, Laura e Anna Maria.

Il suicidio del fratello Giuseppe, avvenuto nel 1948, sconvolge Sciascia lasciandogli un profondo segno nell’animo. Nel 1949 inizia ad insegnare nella scuola elementare di Racalmuto.

Dopo aver pubblicato dal ’50 in poi le sue opere più importanti, nel 1967 l’autore si trasferisce a Palermo dedicandosi prevalentemente alla scrittura e alla vita politica. Dopo che a Sciascia gli viene diagnosticato un tumore, riesce a completare alcune sue opere e successivamente nel 1989 muore lasciando una grande traccia nel panorama culturale italiano.

Opere

Nel 1950 pubblica le «Favole della dittatura», che Pier Paolo Pasolini nota e recensisce. Il libro comprende ventisette brevi testi poetici.

Nel 1952 esce la raccolta di poesie La Sicilia, il suo cuore, che viene illustrata con disegni dello scultore catanese Emilio Greco.

Nel 1953 vince il Premio Pirandello, assegnatogli dalla Regione Siciliana per il suo saggio «Pirandello e il pirandellismo».

Inizia nel 1954 a collaborare a riviste antologiche dedicate alla letteratura e agli studi etnologici, assumendo l’incarico di direttore di «Galleria» e de «I quaderni di Galleria», edite dall’omonimo Salvatore Sciascia di Caltanissetta.

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Nel 1954 Italo Calvino scrive, riferendosi a un’opera di Sciascia:

«Ti accludo uno scritto d’un maestro elementare di Racalmuto (Agrigento) che mi sembra molto impressionante»

(Lettera di Italo Calvino a Alberto Carocci, 8 ottobre 1954)

Nel 1956 pubblica «Le parrocchie di Regalpetra», una sintesi autobiografica dell’esperienza vissuta come maestro nelle scuole elementari del suo paese. Nello stesso anno viene distaccato in un ufficio scolastico di Caltanissetta.

Nell’anno scolastico 1957-1958 viene assegnato al Ministero della Pubblica Istruzione a Roma e in autunno pubblica i tre racconti che vanno sotto il titolo «Gli zii di Sicilia».

La breve raccolta si apre con «La zia d’America», un tentativo di dissacrare il mito dello «Zio Sam», visto come dispensatore di doni e libertà.

Il secondo racconto è intitolato «La morte di Stalin», nel quale, ancora una volta, il personaggio è un mito, quello del comunismo che viene incarnato, agli occhi del siciliano Calogero Schirò, da Stalin. Il terzo racconto, «Il quarantotto», è ambientato nel periodo del Risorgimento (precisamente tra il 1848 e il 1860) e tratta del tema dell’unificazione del Regno d’Italia vista attraverso gli occhi di un siciliano. Nel racconto l’autore vuole mettere in evidenza l’indifferenza ed il cinismo della classe dominante affrontando un tema già trattato da Federico De Roberto ne I Viceré (1894) e da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo.

Alla raccolta si aggiunge, nel 1960, un quarto racconto, «L’antimonio», che ebbe favorevole consenso della critica ed al quale Pasolini dedicherà un articolo sulla rivista Officina. In esso si narra la storia di un minatore che, scampato ad uno scoppio di grisou (chiamato dagli zolfatari antimonio), parte come volontario per la guerra d’Abissinia ed, in seguito, per la guerra civile in Spagna.

Sciascia rimane a Roma un anno e al suo ritorno si stabilisce con la famiglia a Caltanissetta, assumendo un impiego in un ufficio del Patronato scolastico.

Nel 1961 esce «Il giorno della civetta» con il quale lo scrittore indica nel giallo il genere di riferimento delle sue opere. Al romanzo si ispira il film omonimo del regista Damiano Damiani, uscito nel 1968.

Gli anni sessanta vedranno nascere alcuni dei romanzi più sentiti dallo stesso autore, dedicati alle ricerche storiche sulla cultura siciliana.

Nel 1963 pubblica «Il consiglio d’Egitto», ambientato in una Palermo del ’700 dove vive e agisce un abile falsario, l’abate Giuseppe Vella, che «inventa» un antico codice arabo che dovrebbe togliere ogni legittimità ai privilegi e ai poteri dei baroni siciliani a favore del Viceré Caracciolo.

Il ritorno al saggio

Nel 1964 pubblica il breve saggio o racconto, come dice lo stesso Sciascia nella prefazione alla ristampa del 1967, «Morte dell’Inquisitore», ambientato nel ’600, che prende spunto dalla figura dell’eretico siciliano fra’ Diego La Matina, vittima del Tribunale dell’Inquisizione, che uccide Juan Lopez De Cisneros, inquisitore nel Regno di Sicilia.

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La Compagnia del Teatro Stabile di Catania, diretta da Turi Ferro, mette in scena «Il giorno della civetta», con la riduzione teatrale di Giancarlo Sbragia.

Risale al 1965 il saggio «Feste religiose in Sicilia», che fa da cornice alla presentazione ad una raccolta fotografica ad opera di Ferdinando Scianna, fotografo di Bagheria, dove torna l’accostamento della Sicilia alla Spagna, soprattutto per quanto riguarda il valore e l’importanza, in ambedue le società, della superstizione religiosa e del mito.

Sempre nel 1965 esce la sua commedia «L’onorevole» che è una impietosa denuncia delle complicità tra governo e mafia.

Nel 1966 ritorna con un romanzo, A ciascuno il suo, che riprende le modalità del «giallo» già utilizzate ne «Il giorno della civetta».

La vicenda narrata è quella di un professore di liceo, Paolo Laurana, che inizia per curiosità personale le indagini sulla morte del farmacista del paese e dell’amico dottore, ma che si scontra con il silenzio di tutti i paesani, silenzio dovuto alla paura ed alla corruzione. Come commento alla tenacia nelle indagini del professore e alla sua tragica fine, l’explicit del libro si risolve in una frase lapidaria: «“Era un cretino.” disse don Luigi»

Nel 1967 diventa un intellettuale controcorrente, problematico, deciso a criticare e guardare con ottica disincantata tutti i movimenti politici ed ideologici, compresi quelli a lui vicini, come il comunismo e il partito radicale. «Il contesto», uno scritto del 1971, non manca di sollevare alcune polemiche anche in questi ambiti, tirando in ballo espressioni come «ragione di stato» e «ragione di partito».

È la «sicilitudine», come la chiama l’autore, il tema della raccolta di saggi che va sotto il titolo «La corda pazza», pubblicata nel 1970. Nel 1974, in pieno clima referendum nazionale, vede le stampe il brillante «Todo modo». Le gerarchie ecclesiastiche e i vertici democristiani bocciano il libro, il quale mette a nudo il sistema di connivenze e le reti di potere tra Clero e Governo, raccontando la storia di una serie di delitti misteriosi capitati in un ex istituto ecclesiastico nel quale si celebrano «certi esercizi spirituali». Il protagonista, a differenza degli altri libri dell’autore di Racalmuto, non è un detective, né un poliziotto che indaga, ma un pittore famoso trovatosi per caso ospite nell’edificio.

Nel 1975 lo scrittore si candida per le liste del Partito Comunista a Palermo e viene eletto. Due anni dopo però rassegna le proprie dimissioni. Il compromesso storico, gli estremismi e tutte quelle ragioni di partito tanto criticate anche nei suoi saggi, non gli consentono di proseguire con serenità la sua vita politica, almeno non nel suo territorio. Sempre nel 1977 esce «Candido», ispirato all’opera di Voltaire, autore sempre caro a Sciascia.

Nel 1979 però si lascia convincere dai radicali e si candida sia in Europa che alla Camera. Sceglie Montecitorio, occupandosi dei lavori della commissione d’inchiesta sul rapimento di Aldo Moro. Nel frattempo, esce il volumetto «L’affaire Moro», pubblicato nel 1978, nel quale l’autore esprime la sua linea, basata sul tentativo di una trattativa con i terroristi, per giunta molto criticata sia a destra che a sinistra. Sorgono infatti nuovi contrasti con Berlinguer, il leader del Partito Comunista Italiano, e lo scrittore abbandona al termine del suo mandato la vita politica nazionale, scegliendo Parigi come meta del suo ritiro.

Stile e appartenenza letteraria

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La scrittura di Sciascia è lineare, elegante e nitida, priva di sbavature emotive o di sensi figurati della parola che fanno immaginare una realtà diversa. Ne risulta uno stile essenziale, quasi lapidario, specialmente quando riferisce argomenti di cronaca usando ironia e sarcasmo.

Il lessico risulta anche semplice e a volte scarno, ma è l’ideale per il suo genere di racconti.

È molto forte l’influsso del dialetto siciliano, adoperato durante i dialoghi.

La sua opera rappresenta inoltre un punto di riferimento di quella corrente letteraria e saggistica che fa a capo alla definizione di «realismo critico».

Lo scrittore infatti esordì nel panorama letterario con «Prove neorealiste», ma verso la metà degli anni ’50 il Neorealismo era entrato in una profonda crisi e stava quindi scomparendo, così Sciascia non può collocarsi in una precisa corrente letteraria ma egli maturò, come altri scrittori di quell’epoca, una poetica personale e autonoma che lo spinse nell’impegno di indagare le piaghe del malcostume siciliano (la mafia) e contemporaneo (corruzione politica, disuguaglianze sociali).

«Il giorno della civetta»

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Nella prima pagina del libro viene descritto l’omicidio di Salvatore Colasberna e viene svelato come è stato ucciso e perché; tutto il libro è dedicato alla ricerca delle prove giuridiche che possano incriminare i veri colpevoli, prove che non saranno trovate costringendo le forze dell’ordine a desistere e a dichiararsi sconfitte. Il racconto prende spunto da due fatti realmente avvenuti: l’omicidio del sindacalista socialista Miraglia avvenuto nell’immediato dopoguerra, e la presenza in Sicilia di un ufficiale dei carabinieri, Renato Candida divenuto poi molto amico di Sciascia.

Salvatore Colasberna, piccolo impresario edile, onesto titolare di una ditta che riesce ad ottenere modesti appalti per la costruzione di opere pubbliche, viene ucciso alle 6,30 di mattina sull’autobus che congiunge il piccolo centro con Palermo da due colpi di arma da fuoco; subito dopo è descritto l’arrivo dei carabinieri che tentano di capire dagli astanti cosa è successo ma «cozzano contro un muro di silenzio».

Sciascia ci pone subito di fronte al problema della omertà generalizzata e al distacco fra cittadini e rappresentanti dello Stato che caratterizzano la società che egli si accinge a descrivere. Nella scena seguente i parenti di Colasberna vengono chiamati in caserma per l’interrogatorio: i due fratelli Colasberna bruciano di vergogna per il luogo in cui si trovano, non per la tragica morte del fratello, ci avverte Sciascia: lo scontro fra «cittadini» e carabinieri diviene ancora più esplicito all’arrivo del protagonista del racconto, il capitano Bellodi, giovane ufficiale dei carabinieri, democratico ed ex partigiano: «.... dalle prime parole che disse i soci della Santa Fara pensarono continentale con sollievo e disprezzo insieme; i continentali sono gentili ma non capiscono niente».

Tuttavia, contrariamente alle loro convinzioni, i fratelli del morto si trovano di fronte ad un continentale molto intelligente, già penetrato fino in fondo ai segreti della Sicilia, capace di ricostruire con chiarezza e lucidità il meccanismo del delitto e le sue motivazioni. In questa ricostruzione Sciascia descrive attraverso Bellodi gli interessi della Mafia in ambito edilizio ed i meccanismi con cui esercitava e manteneva il potere. Le vicende del capitano Bellodi in Sicilia si alternano nella narrazione a quelle del Palazzo, a Roma, dove parlamentari e ministri vengono informati sul troppo zelante ufficiale che cerca di inchiodare alle loro responsabilità quadri intermedi e boss mafiosi.

Nel dialogo fra un imprenditore siciliano e un parlamentare riguardo alle coperture politiche su un problema relativo alle zolfare, Sciascia denuncia amaramente la cattiva gestione dello Stato e la collusione manifesta fra Mafia e politica. Successivamente compare un nuovo personaggio, un confidente, che darà la possibilità al capitano di provare giuridicamente le sue supposizioni. Parrinieddu, questo il soprannome del confidente, è il personaggio più ambiguo del romanzo: egli vive assediato dalla paura, è costretto dalle circostanze a convivere con la Mafia e con lo Stato, cercando di cavarsela tra queste due realtà inevitabili; tuttavia il confidente nel momento in cui incontra il capitano Bellodi capisce che la sua speranza di trarre profitto dalla sua posizione di informatore è conclusa e che è destinato a rimanere schiacciato da quella stessa ambiguità. Subito entra in scena un altro personaggio, il potatore Paolo Nicolosi, scomparso dalla mattina del delitto, secondo la dichiarazione della moglie.

Il capitano Bellodi intuisce che tra i due fatti c’è una relazione. Conduce così un interrogatorio complesso con grande rispetto per la donna, moglie di Nicolosi, che

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finalmente confessa l’ingiuria, cioè il soprannome con cui è conosciuto in paese l’uomo che suo marito ha incontrato pochi istanti dopo il delitto divenendone uno scomodo testimone: Zicchinetta. Dunque Zicchinetta - Diego Marchica - viene arrestato e subito il confidente capisce di essere un uomo morto. Spedisce dunque al capitano Bellodi una lettera con due nomi e poi, come temeva, qualche ora dopo viene ucciso; la lettera con la sua delazione arriva sul tavolo di Bellodi dopo la sua morte e subito il capitano può fare arrestare i due personaggi denunciati: il Pizzuco, ma soprattutto il mandante dei delitti, il noto capomafia, il protettissimo Don Mariano Arena. Malgrado il grande rispetto per Bellodi Don Mariano ha amici potenti in Parlamento e nel Governo che userà per far cadere come un castello di carta tutta la corretta impalcatura logica costruita dall’ufficiale.

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Sintesi

Italiano: Leonardo Sciascia (Giorno della civetta)

Storia: la questione meridionale; il piano Marshall

Inglese: George Marshall

Calcolo: la Ricerca Operativa

Matematica: studio di funzione

Informatica: database e linguaggi

Elettronica: radio ed onde elettromagnetiche

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