Concetti Chiave
- La guerra in Kosovo, inizialmente prevista per breve tempo, si protrae e coinvolge tensioni tra Milosevic e la NATO, con il rifiuto di qualsiasi compromesso.
- Milosevic considera il Kosovo non solo un territorio ma il simbolo del suo potere, rendendo difficile una eventuale concessione alla NATO.
- La situazione balcanica è complicata da politici che sfruttano il conflitto per il proprio prestigio, distogliendo l'attenzione dal benessere dei popoli coinvolti.
- I raid della NATO hanno sollevato dubbi sulla loro efficacia, con critiche che evidenziano l'assenza di risultati positivi e un aumento delle sofferenze umane.
- Una pace a qualsiasi costo potrebbe risultare più dannosa, portando a ulteriori conflitti e instabilità nella regione, senza garantire sicurezza a nessuno.
La guerra in Kosovo
La guerra che doveva durare due notti prosegue ormai da più di un mese e potrebbe durarne molti di più. È chiaro che Milosevic rifiuta qualsiasi formula di negoziato preveda una forza internazionale in Kosovo, tantopiù se organizzata intorno ad un nucleo Nato. Per quanto si possa ancora sperare che la diplomazia russa aggiri i no di Belgrado e inventi una pace praticabile, questa non è una partita che possa concludersi con un pareggio.
Milosevic e la Nato
Milosevic promette che la Nato "morirà in Kosovo" e il nucleo trainante della Nato vuole che in Kosovo muoia lui. Credere nella possibilità di un compromesso tra queste due volontà di vittoria (o di sopravvivenza), potrà anche aiutare i governi di Roma e Bonn a tenere insieme le rispettive maggioranze, ma non ci sottrarrà alla scelta che vorremmo evitare: se continuare una guerra finora inconcludente oppure accettare una pace serba alle condizioni di Belgrado. Nel campo occidentale permangono ambiguità e confusione. Da una parte si dice: "vogliamo risolvere la crisi del Kosovo". Ma Clinton, il Dipartimento di Stato, Londra, ormai da settimane aggiungono: "Milosevic deve farsi da parte. Questo progetto non è stato improvvisato per giustificare una continuazione del conflitto". Già due anni fa l'ex ambasciatore americano Morton Abramowitz esplicitava così la nuova linea del Dipartimento di Stato: "Per stabilizzare definitivamente l'ex Jugoslavia è indispensabile togliere di mezzo i regimi autoritari di Zagabria e di Belgrado". Resta Milosevic: il Kosovo è diventato l'occasione o il pretesto per toglierlo di mezzo.
Il valore simbolico del Kosovo
Se per il tradizionalismo serbo il Kosovo è la culla della patria, per Milosevic ha un valore anche maggiore: è l'origine simbolica del suo potere personale. Proprio a cavallo del risentimento anti-albanese, 12 anni fa s'impossessò del partito comunista serbo e celebrò la virata nazionalista con una grandiosa manifestazione in Kosovo.
Consegnare adesso alla Nato il palcoscenico da cui aveva promesso la "Grande Serbia", equivale ad un suicidio politico. Egli ne è così consapevole che fino allo scorso ottobre rifiutava perfino l'idea di un negoziato sul Kosovo.Ma forse la più grande vergogna della situazione balcanica risiede nel fatto che alcuni cinici politici, sia da noi sia in Occidente e in Jugoslavia, giocano adesso la carta del Kosovo non nell'interesse del popolo serbo o albanese, ma soltanto per il prestigio personale, il mantenimento del potere e per l'egemonia. Occorre notare che, salvo rari casi, molti assumono posizione a favore dei serbi o degli albanesi. Forse, la sola posizione corretta è quella pro serbi e pro albanesi allo stesso tempo, vale a dire una posizione a favore dell'uomo. Non si devono confondere i popoli con i loro estremisti e allo stesso modo non si deve demonizzare un popolo poiché qualcuno può fare altrettanto del nostro. Quindi, prudenza con i Balcani ma anche i Balcani devono essere prudenti con se stessi.
Le sofferenze dei popoli
Le ininterrotte processioni di profughi albanesi innocenti mostrate sugli schermi televisivi inclinano l'animo umano alla misericordia. Ma lo stesso sentimento suscitano le case in fiamme dei serbi. E' tragico che Russia e America vedano attraverso la televisione due guerre diverse: la guerra è una sola!La Nato continua, comunque, i suoi attacchi, ma finora il regime serbo ha retto, i generali hanno obbedito, e la guerra anzi ha prodotto l'opposto dei risultati dichiarati. Questo è lo stato delle cose, e non si può negare fondatezza alle obiezioni di chi in Italia sostiene che i raid siano stati (finora) controproducenti.
Il rischio di compromessi
Il problema è che il partito degli scettici avrebbe dovuto manifestarsi molto prima: in autunno, quando la Nato, su richiesta americana, propose la minaccia di bombardamenti al negoziato sul Kosovo. Quello era il momento di opporsi e di suggerire strade meno avventurose. Ora è troppo tardi. Se adesso la Nato rinunciasse ai bombardamenti e accettasse il ricatto di Belgrado (rimpatrio dei deportati albanesi, ma alle nostre condizioni), Milosevic trionferebbe. Il presidente jugoslavo diventerebbe la prova di una possibile rivincita sui valori che le democrazie occidentali rappresentano. Il partito umanitario può obiettare che questa è un'ipotesi astratta rispetto all'unica certezza: il prezzo imposto alle popolazioni dal perdurare della guerra. Ma non è difficile intuire che sofferenze ben maggiori attenderebbero gli albanesi, i montenegrini, i macedoni, i bosniaci e gli stessi serbi nel caso gli occidentali accettino un qualunque compromesso Milosevic possa realisticamente vendere per una vittoria. Né il Kosovo né alcune tra le nazioni confinanti con la Serbia sarebbero al sicuro. Se dunque la guerra è stata finora fallimentare, una pace ad ogni costo sarebbe assai peggio.
Qual è la questione irrisolta del Kosovo?
La questione del Kosovo resta, quindi, tuttora irrisolta e di difficile soluzione. Di certo dovrebbe essere chiaro che la soluzione non è in quei generali che rischiano di cadere nella trappola di Milosevic, una guerra con truppe di terra il cui esito è prevedibile: una mostruosa spartizione etnica del Kosovo, dopo una sconfitta militare serba che Milosevic trasformerebbe agevolmente nella propria vittoria politica (gli basterebbe la morte di cento soldati occidentali per gridare: ho fermato l'invasore). Le opinioni pubbliche europee andrebbero poste di fronte alla realtà: questa probabilmente non sarà una guerra di settimane, e produrrà altro dolore e solo il futuro potrà darci una risposta a quello che, all'alba del giubileo del 2000, sembra essere un conflitto inspiegabile.
* "la Repubblica.it - Quotidiano OnLine", 28 aprile '99
* "Corriere della sera On Line", 25 aprile '99
* "Washington Post", 17 agosto '97
* "L'Espresso", 22 aprile '99
Domande da interrogazione
- Qual è la posizione di Milosevic riguardo alla presenza della NATO in Kosovo?
- Qual è il significato simbolico del Kosovo per Milosevic?
- Quali sono le conseguenze della guerra in Kosovo per le popolazioni coinvolte?
- Perché è considerato rischioso accettare un compromesso con Milosevic?
- Qual è la situazione attuale della questione del Kosovo?
Milosevic rifiuta qualsiasi formula di negoziato che preveda una forza internazionale in Kosovo, specialmente se organizzata attorno alla NATO, e promette che la NATO "morirà in Kosovo".
Per Milosevic, il Kosovo rappresenta l'origine simbolica del suo potere personale e consegnarlo alla NATO equivarrebbe a un suicidio politico, poiché è legato alla sua virata nazionalista e alla promessa della "Grande Serbia".
La guerra ha portato a sofferenze per entrambe le parti, con profughi albanesi e case in fiamme dei serbi, evidenziando che la guerra è una sola e che le sofferenze umane sono condivise.
Accettare un compromesso con Milosevic potrebbe portare a una sua vittoria politica e a sofferenze maggiori per le popolazioni albanesi, montenegrine, macedoni, bosniache e serbe, rendendo la situazione ancora più instabile.
La questione del Kosovo rimane irrisolta e complessa, con il rischio che una guerra di terra possa portare a una spartizione etnica e a un ulteriore dolore, rendendo difficile trovare una soluzione duratura.