Concetti Chiave

  • Giovanni Giolitti implementò riforme sociali significative, migliorando le condizioni di vita dei lavoratori e introducendo norme a favore di categorie vulnerabili come anziani e donne.
  • Il governo di Giolitti ampliò il diritto di voto nel 1912, permettendo una maggiore partecipazione delle classi popolari nella vita politica italiana.
  • Giolitti adottò una politica di trasformismo, cercando alleanze tra diversi partiti, inclusa l'integrazione di alcune rivendicazioni del Partito Socialista per ridurre le tensioni sociali.
  • In politica estera, Giolitti si distaccò dall'alleanza con Germania e Austria, cercando di rafforzare i legami con Francia e Inghilterra per espandere l'influenza coloniale italiana in Libia.
  • La conquista della Libia nel 1911 generò divisioni all'interno del Partito Socialista e aumentò le pressioni nazionaliste contro il governo di Giolitti, culminando in una crescente instabilità sociale.

redir: https://www.skuola.net/storia-contemporanea/giolitti.html

LA POLITICA SOCIALE DEL GOVERNO GIOLITTI
Salito al trono nel 1900, Vittorio Emanuele III decise di abbandonare la politica reazionaria del padre Umberto I e affidò il governo all’esponente della Sinistra Giuseppe Zanardelli che concesse l’amnistia ai condannati politici e una limitata libertà di associazione, propaganda e sciopero. Al suo ritiro per malattia nel 1903, diventò primo ministro Giovanni Giolitti. Egli era convinto che il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori avrebbe avvantaggiato tutto il corpo sociale e che ogni classe avesse il diritto di esprimere le proprie esigenze; inoltre credeva che lo Stato dovesse essere neutrale nelle contrattazioni tra borghesi e proletari e rappresentare un’entità superiore. Per questo motivo concesse la libertà di sciopero e ogni volta che essa venne esercitata si limitò a mantenere l’ordine pubblico. Giolitti attuò un’avanzata legislazione sociale, a tutela delle categorie più deboli attuando numerose riforme:
●norme in favore di anziani, infortunati e invalidi,
●norme per la protezione di donne e bambini,
●istruzione elementare obbligatoria fino a 12 anni,
●diritto al riposo settimanale,
●provvidenze assistenziali,
●indennità parlamentare: compenso ai deputati per le spese sostenute per svolgere il proprio compito che serviva per offrire anche ai lavoratori la possibilità effettiva di candidarsi,
●migliori retribuzioni (aumenta la possibilità di acquisto dei lavoratori→ maggiore richiesta di beni di consumo→ aumento produzione),
●norme in favore delle condizioni igienico-sanitarie (distribuzione gratuita del chinino contro la malaria)→ miglioramento condizioni di vita. Tutto questo permise il risanamento dell’economia nazionale e quindi un notevole incremento delle entrate dello Stato; inoltre l’oculata amministrazione del bilancio statale di Giolitti incrementò il valore della moneta italiana e agevolò il risparmio e i depositi presso le banche che finanziarono l’attività industriale e agricola (bonifiche, irrigazioni e uso di concimi chimici) ma anche l’industria meccanica, chimica, tessile e alimentare. (Automobili Fiat→Agnelli, gomme→Pirelli). Giolitti incrementò le opere pubbliche (traforo del Sempione e acquedotto pugliese) e la rete ferroviaria che venne nazionalizzata ad eccezione di piccoli tratti che rimasero ai privati (s erano dimostrati poco efficienti), ampliata e unificata nelle attrezzature; inoltre istituì il monopolio statale nel settore delle assicurazioni sulla vita, fino ad allora gestite da privati (Istituto Nazionale per le Assicurazioni). Il suo lungo governo lasciò comunque irrisolti alcuni gravi problemi che affliggevano l’Italia: analfabetismo, tubercolosi, malaria, miseria e disoccupazione dilagante soprattutto al Sud.

LE SCELTE DI POLITICA INTERNA DI GIOLITTI
Tra le iniziative politiche di Giolitti la più importante fu l’ampliamento del diritto di voto (1912), che venne esteso a tutti i cittadini di sesso maschile di oltre 21 anni (di oltre 30 se analfabeti) e che consentiva una maggiore partecipazione delle classi popolari. Egli era infatti un sostenitore della collaborazione tra le classi sociali affinchè la politica cessasse di essere a favore esclusivo delle classi abbienti. Deciso a portare avanti una gestione personale della politica, Giolitti si destreggiò fra gli opposti partiti, appoggiando ora gli uni, ora gli altri (trasformismo) e non esitò a ricorrere perfino all’intimidazione che, con l’appoggio di prefetti e della polizia che eliminarono possibili avversari, gli permise di creare una Camera di deputati a lui fedeli e di garantire in tal modo la stabilità del governo → aspra critica da parte dello storico socialista Salvemini. Allo scopo di frenare le frange più estremiste del socialismo, Giolitti accolse alcune rivendicazioni del Partito Socialista, scelta che senz’altro contribuì al progresso del Paese, anche grazie al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. In questo modo egli cercò un accordo con il Partito Socialista che puntava ad un piano di collaborazione e le allontanava dalle tentazioni rivoluzionarie. (Invito ad entrare nel suo partito a Filippo Turati che rifiutò). In seguito ad uno sciopero generale nel 1904 e alle conseguenti elezioni che videro l’indebolimento dell’estrema sinistra, il Partito Socialista si avvicinò alla politica di Giolitti che cercò l’appoggio dei cattolici, contro il “pericolo rosso”. L’ideologia atea e anticlericale del PS, il suo linguaggio eversivo e la violenza degli scioperi, indussero il pontefice Pio per ad attenuare l’intransigenza vaticana nei riguardi del Regno d’Italia e ammorbidire il Non Eperpedit d Pio Iper ammettendo la partecipazione dei cattolici elle elezioni politiche. L’intesa con le forze cattoliche sfociò in un accordo segreto (patto Gentiloni, 1913), in base al quale i cattolici avrebbero sostenuto alle elezioni i deputati liberali (laici) in cambio dell’abbandono della politica anticlericale. All’interno del cattolicesimo italiano intanto, si veniva precisando un orientamento liberale, aperto ad una visione progressista e sociale della politica attraverso
●libertà sindacale,
●ampia legislazione sociale,
●riforma tributaria,
●decentramento amministrativo,
●allargamento del suffragio elettorale.
Il principale esponente di questa linea fu il sacerdote Romolo Murri, fondatore di un movimento (che verrà poi chiamato “Democrazia Cristiana”) aperto ai problemi sociali in vista di una conciliazione tra socialismo e religione attraverso la formazione di un’ampia rete di organismi politico-sindacali. Questo movimento però non trovò il consenso del pontefice che volevano evitare pericolose autonomie e mantenere i fedeli nell’ambito di un cauto appoggio dei deputati liberali; per questo Murri, dopo essere stato eletto deputato nel 1904, venne sospeso e poi scomunicato nel 1990. Anche il sacerdote siciliano Luigi Sturzo cercava di qualificare la partecipazione cattolica alla politica creando un partito di carattere democratico e popolare, autonomo dall’autorità ecclesiastica e capace di aggregare i ceti più deboli sulla base dei valori cristiani. Di ispirazione cattolica era anche il movimento sindacale legato a Guido Miglioli e alle leghe bianche, attive nelle campagne attraverso l’organizzazione di casse rurali e associazioni contadine.

LA POLITICA ESTERA DI GIOLITTI
In politica estera Giolitti decise di allontanarsi dall’alleanza con Germania e Austria e di avvicinarsi a Francia (con la quale prese accordi per una possibile espansione francese in Marocco) e Inghilterra, il cui appoggio avrebbe potuto favorire un ampliamento coloniale dell’Italia e un suo rafforzamento nel contesto internazionale. In tal modo egli poté preparare diplomaticamente la conquista della Libia (posta sotto il debole dominio Turco), con lo scopo di migliorare l’economia e per inviare coloni italiani e limitare l’emigrazione che era favorita dal notevolmente aumento della popolazione. L’avventura coloniale era fortemente richiesta anche dal movimento nazionalista (Corradini), sostenitore di un nuovo intervento in Africa e contro ogni tendenza pacifista; perciò, nel 1911, quando la Francia iniziò la conquista del Marocco, l’Italia prese come pretesto alcuni incidenti verificatisi a Tripoli ai danni dei cittadini italiani, e sbarcò a Tripoli invadendo tutta la costa. La conquista dell’interno fu però più difficile e lenta per le difficoltà del territorio e per l’opposizione delle popolazioni locali. Il conflitto si concluse nel 1912 con la pace di Losanna, con la quale la Turchia dovette riconoscere all’Italia il possesso della Tripolitania e della Cirenaica. L’impresa libica contribuì a rafforzare la posizione italiana sul Mediterraneo ma incoraggiò il desiderio di azione dei nazionalisti, spingendoli sempre più apertamente contro il governo, considerato debole e indeciso. Inoltre la conquista della Libia comportò una spaccatura del Partito Socialista tra riformisti, favorevoli al conflitto, e pacifisti (in maggioranza), avversi ad ogni tipo di guerra imperialistica. Il congresso di Reggio Emilia (1912) espulse dal partito alcuni riformisti (Bissolati e Bonomi) che dettero vita al Partito Socialista Riformista Italiano; gli altri riformisti guidati da Filippo Turati, rimasero nel Psi, diretto da Benito Mussolini, che rappresentava l’ala intransigente del partito, in aperta opposizione al governo. Questo contribuì ad indebolire la leadership di Giolitti che, nel 1914, fu costretto a cedere il governo al liberale moderato Antonio Salandra che però seguì una strada differente, ordinando alla polizia di intervenire durante una manifestazione socialista e uccidendo 3 persone. La situazione sociale si andava così inasprendo sulla spinta di una forte protesta operaia e contadina, che dette vita ad uno sciopero generale e ad agitazioni, tumulti e sabotaggi durati sette giorni (settimana rossa, giugno 1914).

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