Caro Poletti, basta sparare a zero sui giovani

Serena Rosticci
Di Serena Rosticci

foto di ministro Poletti basta

L’estero vi accoglie a braccia aperte, l’Italia vi calpesta. Salvo poi meravigliarsi di quanto sia alto il fenomeno dei cervelli in fuga nel nostro Paese. Dopo aver ascoltato la Fornero sfoderare il suo inglese più brillante nel definire i giovani italiani “choosy”, ed essere rimasti un po’ perplessi di fronte al “bamboccioni” di Padoa Schioppa, avremmo davvero preferito risparmiarci la battuta del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al Job&Orienta di Verona: “Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21”. Un affermazione piena di buone intenzioni, quanto di cose non dette. O peggio, forse addirittura ignorate. Ah, vi prepariamo: questo che state per leggere è un articolo lungo, ma vi consigliamo di arrivare fino alla fine perchè, stavolta, la parte lesa siete voi.

LAUREA A 21 ANNI= COME PARLARE A VANVERA - Partiamo dalla prima, per esempio. Forse al ministro sfugge che attualmente riuscire a laurearsi a 21 anni nel Bel Paese, è un impresa impossibile. Calcolatrice alla mano, sono i numeri a parlare. In Italia le scuole superiori durano 5 anni, uno in più rispetto all’Inghilterra, per esempio. Tradotto in soldoni, significa che un povero studente prende la maturità nell’anno del suo 19esimo compleanno. Mettiamo poi che questo stesso studente si iscriva all’università. Nel migliore dei casi, quello in cui scelga un percorso triennale, si laureerà a 22 anni se resta in corso. Peccato che nella stragrande maggioranza dei casi la “laurea breve” non è un titolo competitivo per il mondo del lavoro, e i laureati lo sanno bene, tanto che sono pochissimi a non proseguire. Poi ci sarebbe pure la laurea magistrale, visto che il nostro fantastico sistema universitario prevede il 3 + 2, e sono altre 2 primavere. Insomma, se gli dice bene, uscirà dall’università a 24 anni. In teoria. Perché in pratica, in media i neo-laureati magistrali hanno 28 anni (dati AlmaLaurea alla mano): del resto preparare non una, ma due tesi di laurea, magari con tirocinio obbligatorio, comporta i suoi tempi. Per non parlare del caso in cui lo stesso ragazzo abbia la scellerata idea di iscriversi a Medicina. Allora il suo percorso di studi si allungherebbe di altri 5 anni dandogli l’accesso al lavoro non prima di aver spento 30 candeline sulla torta.

MA A CHE SERVE LA LAUREA? - E vogliamo poi spendere due parole proprio sul sistema universitario del 3 + 2? Tempo e denaro rubati, visto che il diploma di laurea non paga. A dirlo è il rapporto Ocse “Education at Glance” presentato al Miur il 24 novembre scorso. In questo si legge di come il tasso di occupazione di un laureato italiano sia di ben 25 punti più basso rispetto a quello di uno francese o tedesco. Aggiungiamo anche il fatto che l’Italia è l’unico dei paesi sviluppati dell’Ocse in cui un diplomato trova lavoro più facilmente rispetto a un laureato. Insomma, puoi pure esserti laureato a 21 anni (non si sa come) con 110 e lode, un neo diplomato troverà sempre lavoro prima di te.

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NESSUNO VI ORIENTA - Su una cosa il ministro Poletti ha ragione: nel nostro Paese bisogna entrare il prima possibile sul mercato del lavoro senza pensare troppo alla media, tanto più che il voto di laurea conta solo nei concorsi pubblici. A essere importanti davvero sono le competenze, le skills, quello che sei capace di fare sul serio e che spesso l’università non insegna. Ecco perché i diplomati, magari proprio quelli appena usciti da un istituto tecnico o professionale, battono i laureati in termini occupazionali. Ma non potete saperlo perché l’orientamento spesso non lo fate: non è un caso che circa la metà dei diplomati si pente della scelta fatta in terza media (AlmaLaurea dixit). Non va meglio alle superiori, dove spesso fare “orientamento” e equivale a una visita o due in qualche università nel giorno della presentazione dei corsi di laurea. Che poi chissà se nei licei italiani si organizzano “gite” pure in qualche ITS. Forse, prima di darvi addosso, vi si dovrebbe mettere nelle condizioni di capire, scegliere, agire.

IL LAVORO CHE NESSUNO VI INSEGNA - Certo, se parliamo di competenze acquisite a scuola e spendibili nella ricerca di un impiego non si può non citare pure la questione dell’alternanza scuola – lavoro. Negli istituti tecnici e professionali si fa da tempo un periodo di stage in un’azienda anche se fino all’anno passato si coglieva questa opportunità solo nel 10% dei casi. Le cose dovrebbero cambiare con l’applicazione della legge 107, dai più conosciuta come “Buona Scuola”. È in questa che si punta tutto sull’alternanza scuola – lavoro pure nei licei, anche se fino a oggi non sembra abbia riscosso molto successo. Sono tante le storie riportate dai quotidiani che hanno raccontato come molti di questi istituti non siano riusciti a trovare aziende disposte ad accogliere studenti per insegnare loro un mestiere.

FUORI CORSO: LAVORATORI CHE DEVONO PAGARSI GLI STUDI - Impossibile poi dimenticare l’ultimo “Rapporto sulla condizione studentesca”. Gli basterebbe andare a pagina 26 per capire come, se molti ragazzi si laureano fuori corso, non è perché siano sfaticati o ambiscano esclusivamente a una media alta. Il fatto è che spesso ci si trova di fronte a studenti “Con ISEE bassissimo che – si legge nel rapporto - oltre a non avere nessun supporto economico per il proprio percorso di studi, sono costretti a dover pagare anche il vitto. Questa condizione spinge gli studenti a cercarsi uno o più lavori part-time durante il percorso di studi, compromettendo così il tranquillo proseguimento della carriera universitaria”. Insomma, se vogliono la laurea devono pagarsi gli studi. Ergo, devono lavorare. Ed è difficile restare in corso se la sera, dopo una giornata di lavoro, devono pure mettersi a studiare per l’esame.

LA PENSIONE? NON È ROBA PER VOI - Il problema è che in Italia si parla senza badare ai fatti. Tanto più che a farlo sono i complici di un vero e proprio furto ai vostri danni. Perché il patto generazionale è una finzione, va detto con chiarezza. Le riforme previdenziali, quelle che dal ’90 a oggi sono state fatte “in nome dei giovani”, secondo un’intervista de Linkiesta al sindacalista della Fim Cisl, Marco Bentivogli, in realtà sono state spesate tutte sulle spalle delle nuove generazioni che, con 45 anni di lavoro regolare e continuativo, arriveranno alla pensione dopo i 70 anni. Un pensione che sarà al 45% dell'ultima retribuzione, se va bene. Senza previdenza complementare. Intere generazioni di pensionati poveri si prospettano davanti ai nostri occhi.

QUANTO SI INVESTE PER L'ISTRUZIONE? - In ultimo, sarebbe bello portare all’attenzione del ministro del Lavoro anche la scellerata riforma del titolo quinto della Costituzione. Che sì, c'entra eccome. Nel 2000 il 6% del PIL italiano era investito in Istruzione, il 3% in Sanità. Grazie alla delega che ha consentito alle Regioni di gestire il sistema sanitario, oggi la spesa in quel settore si è invertita destinando solo il 3% del PIL all'Istruzione. Avremmo bisogno di circa 15 Riforme della “Buona Scuola” per raddoppiare il budget destinato all’Istruzione e alla Ricerca, oggi fermo a circa 50 mld. Solo il giorno dopo aver fatto tutti questi investimenti senza aver visto i risultati, allora sì, qualche insulto potranno pure farvelo.

Serena Rosticci

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