Jannik Sinner

L'attesa è quasi finita: Jannik Sinner è pronto a tornare protagonista nell'edizione 2026 degli US Open.

L'ultimo torneo del Grande Slam dell'anno si prepara ad accogliere il campione azzurro sui roventi campi in cemento di Flushing Meadows, a New York.

Ma quanto conosciamo davvero questo torneo così iconico? In attesa di vedere Sinner all'opera, ecco un viaggio tra primati, storia e curiosità della competizione.

Indice

  1. Le origini e i cambi di superficie
  2. Lo stadio dei record e il pubblico
  3. Un torneo pioniere: montepremi e innovazioni
  4. I giganti di New York

Le origini e i cambi di superficie

La storia del torneo americano parte da lontano. La prima edizione si è giocata nell'agosto del 1881 sui campi in erba del Newport Casino (oggi sede dell'International Tennis Hall of Fame).

A vincere fu Richard Sears, che si impose come campione per ben sette anni consecutivi. Una particolarità che rende unico lo US Open è il fatto di aver cambiato tre diverse superfici nel corso della sua storia: partito con l'erba, è passato alla terra verde nel triennio 1975-1977, per poi approdare in modo definitivo al cemento dal 1978 in avanti.

Lo stadio dei record e il pubblico

Il cuore pulsante del torneo è il Billie Jean King National Tennis Center, all'interno del quale troneggia l'Arthur Ashe Stadium. Inaugurato nel 1997 e intitolato al vincitore della prima edizione "Open" del 1968, è l'impianto permanente di tennis più grande al mondo, capace di accogliere un totale di 23.771 spettatori.

 on sorprende che per anni lo US Open sia stato il torneo con il maggior numero di spettatori al mondo (siglando il record di 732.663 paganti complessivi nel 2018). Sebbene l'Australian Open abbia battuto questo primato, nella Grande Mela hanno tutte le intenzioni di riprendersi lo scettro. L'imponenza del torneo si nota già dalle qualificazioni, che vedono due tabelloni da 128 atleti sfidarsi per cinque giorni alla ricerca di uno dei 16 posti per il main draw.

Un torneo pioniere: montepremi e innovazioni

Lo US Open è il torneo più ricco del calendario tennistico. Già nel 2019 il montepremi complessivo toccò i 57,24 milioni di dollari, destinandone 3.850.000 al vincitore (cifre da capogiro, specialmente se si pensa che il montepremi della prima edizione Open era di soli 26.150 dollari). Quest'anno al vincitore sono destinati 4,5 milioni di dollari.

Ma la ricchezza non è l'unico vanto: è stato il primo torneo del Grande Slam a uniformare i montepremi, garantendo le stesse entrate a uomini e donne. Una decisione inizialmente controcorrente, ottenuta grazie alle campagne per la parità dei sessi promosse da Billie Jean King, oggi adottata da tutti i Major.

A New York l'innovazione è di casa. Fu il primo Slam ad adottare il tie-break sul 6-6 di ogni set (e per anni l'unico al quinto set), il primo a introdurre l'Hawk-Eye nel 2006 e il primo a sperimentare lo shot clock (i 25 secondi tra un punto e l'altro) nel 2018.

I giganti di New York

I campi di Flushing Meadows hanno consacrato vere e proprie leggende. Nel maschile, il record di titoli nell'Era Open è di cinque, condiviso da Jimmy Connors, Pete Sampras e Roger Federer (l'unico ad averli vinti consecutivamente).

Jimmy Connors detiene anche il record di incontri disputati: ben 115 partite, di cui 98 vinte.

Nel circuito femminile, Serena Williams e Chris Evert dominano con sei titoli a testa nell'Era Open. La Evert, con 113 partite giocate, è l'unica atleta in assoluto capace di superare il traguardo delle cento vittorie (101).

Vincere a New York partendo dal basso è un'impresa quasi impossibile: nella storia del torneo maschile, solo tre giocatori non compresi tra le teste di serie hanno conquistato il titolo, e solo uno nell'Era Open. Si tratta di Andre Agassi nel 1994 (era numero 20 del ranking e le teste di serie erano solo 16), un trionfo che lo spinse, mesi dopo, in testa alla classifica ATP per la prima volta.

Ora, i riflettori si accendono sull'edizione 2026. La storia attende un nuovo capitolo, e Jannik Sinner è pronto a scriverlo.

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