
"Appello a tutti i professori!! Spesso e volentieri per noi ragazzi voi non siete dei semplici docenti, ma dei veri e propri punti di riferimento. Quindi vi chiediamo: vi è mai capitato di affezionarvi particolarmente a uno studente o di instaurare con lui un legame speciale?".
Questa la domanda lanciata, bianca su sfondo tramonto, da un ragazzo su TikTok. Un interrogativo diretto che ha bucato lo schermo. I docenti hanno risposto riversando nei commenti pezzi interi della loro vita scolastica.
Indice
- Il legame oltre la cattedra: "Nessuno mi stipendia per desiderare qualcosa di grandissimo per loro"
- Lo studente "disastrato" e la classe che ti porti a casa
- "La vita non mi ha dato figli, ha compensato con voi": la fatica struggente di lasciarli andare
- Piangere in macchina e l'abbraccio rubato da un gigante di due metri
- La lettera della Prof Giusy: "Non avere paura di sbagliare"
Il legame oltre la cattedra: "Nessuno mi stipendia per desiderare qualcosa di grandissimo per loro"
C'è un confine sottile tra il mestiere e la vita, e per chi sta in cattedra spesso questo confine semplicemente sparisce. Lo racconta splendidamente un insegnante, che ha deciso di mettere nero su bianco l'essenza del suo lavoro, senza tagliare nulla del suo sentire:
"Sì, mi è capitato spesso, mi capita tutt'ora e spero non smetta mai di capitarmi". Il racconto prosegue addentrandosi nelle dinamiche più crude della classe: "I rimproveri, i miei studenti che arrivavano con le ossa rotte e la fatica di cercare di riconsegnare loro la fiducia nell'insegnante, i miei ragazzi studiosi, quelli che lo sono meno e che alla fine hanno sempre qualcosa in più da dire; tutto questo per me è parte del 'legame speciale' che instauro con i miei ragazzi".
Ma è sul finale che il commento diventa un vero e proprio manifesto della professione: "Sono stati i testimoni dei miei momenti più tristi e di quelli più belli, tutti vissuti sempre con il loro sguardo puntato addosso. Come potrei mai non affezionarmi a loro? Io vengo pagato per istruirli, per formarli e dar loro gli strumenti per camminare con le loro gambe in un mondo spigoloso e pieno di spine, ma nessuno mi stipendia per desiderare qualcosa di grandissimo per ognuno di loro, che vada oltre ciò che loro sperano, per voler vederli crescere e brillare. Sempre, ovunque loro vadano".
Lo studente "disastrato" e la classe che ti porti a casa
Il paradosso della scuola è che l'affetto quasi mai segue la logica del bel voto. A volte le energie si concentrano dove c'è più bisogno, come ammette candidamente un prof: "Sì, e in genere è lo studente più 'disastrato'".
Un'altra docente allarga il campo, spiegando come il pensiero dei ragazzi sopravviva ben oltre le mura dell'istituto: "Sì, ci affezioniamo tanto. Vi portiamo nei nostri pensieri anche dopo il suono della campanella... ci chiediamo come state, ripensiamo a un vostro sorriso o a una giornata difficile e cerchiamo il modo di farvi sentire sostenuti".
È una questione di tempo che sedimenta legami indissolubili: "Impariamo a conoscervi e a volervi bene, e le vostre piccole conquiste diventano anche le nostre gioie. Con alcuni miei ex alunni mi sento ancora, e ogni loro messaggio mi fa sorridere. Vi vediamo crescere, prendere la vostra strada, ma il bene resta. Resterete sempre una parte di noi, anche quando i banchi saranno occupati da altri ragazzi".
"La vita non mi ha dato figli, ha compensato con voi": la fatica struggente di lasciarli andare
Leggere le risposte in fila restituisce la dimensione di un amore quasi genitoriale, che mescola l'odore dei grembiuli con i drammi dell'adolescenza.
Un'insegnante confida una verità intima, nuda: "Io ho avuto l'onore di lavorare sia con i piccoli del nido che con gli adolescenti delle superiori. E sì, ricordo tutti. Ricordo l'odore di ogni piccolo che ho accudito e lo sguardo dei grandi che ho accompagnato nel percorso di crescita. Siete tutti speciali per noi, così tanto che parliamo a caso di voi durante la giornata ai nostri familiari e ci venite in mente all'improvviso. La vita non mi ha dato figli miei, ma ha compensato con voi".
Un affetto che si fa presenza fisica, azione tangibile fuori dalla scuola: "certo che sì, e sono sempre qui per i miei amati studenti. uno lo sono andata a trovare in ospedale quando si è rotto una gamba, con un altro sono andata al cinema a vedere l'Odissea, uno mi scrive ogni volta che gli succede qualcosa di importante. per me alcuni sono come dei fratellini minori che iniziano la loro vita da adulti".
E poi c'è il momento del distacco, fisiologico ma non per questo meno doloroso: "Sì, a tanti. Partecipare alla meraviglia del loro passaggio dalla pubertà all'età adulta, per lasciarli andare nel mondo è infatti la parte più bella, emozionante e struggente del nostro lavoro".
Piangere in macchina e l'abbraccio rubato da un gigante di due metri
Quando il riconoscimento arriva, travolge tutto. Ripaga di anni di lezioni preparate fino a tardi e di stipendi magri. Un docente lo ammette senza filtri, raccontando cosa succede quando uno studente diventato adulto si ricorda di te: "È bello vederli crescere, raggiungere degli obiettivi e la cosa più bella è quando ti vedono, gli parli e ti dicono grazie a lei che ora faccio questo lavoro. È molto emozionante e non nego che poi quando sono solo mi emoziono e piango perché forse qualcosa ho lasciato in loro".
Le sorprese, poi, sono pugni nello stomaco (in senso buono). Lo racconta un professore, ricordando un momento preciso: "A quasi tutti, sia i bravi che i meno bravi. Ricorderò per sempre quando mi hanno fatto la sorpresa per la festa del papà dicendomi 'lei è un po' il nostro secondo papà', son riuscito a trattenermi poi appena entrato in macchina ho pianto a dirotto".
E ancora, l'episodio fisico, l'impatto di un abbraccio sproporzionato che scardina ogni insicurezza di inizio carriera: "Il ricordo più bello che ho è quello di uno studente che l'ultimo giorno di scuola mi ha chiesto se potesse abbracciarmi. Lui, alto quasi 2 metri, che mi prende e mi alza letteralmente da terra... Mi ha commossa soprattutto il fatto che in classe mi sembrava distaccato e mai avrei pensato di 'godere così appieno della sua fiducia'. Mi ha fatto sentire veramente viva, anche se per un momento ho pensato se fosse appropriato (era il mio primo anno e mettevo in discussione tutto quello che facevo... ). È il ricordo a cui mi aggrappo quando le cose non sembrano andare troppo bene, ancora oggi, a distanza di qualche anno...".
La lettera della Prof Giusy: "Non avere paura di sbagliare"
C'è poi chi, sapendo di non tornare in quella classe l'anno successivo, ha sentito l'urgenza di lasciare un'eredità di parole alla sua studentessa. È il caso della Prof. Giusy, che ha inviato un lungo messaggio privato. Lo riportiamo, così come lo ha riportato la studentessa tra i commenti, perché racchiude il senso ultimo di questo strano mestiere:
"Sei una ragazza riservata, riflessiva e sensibile, e proprio per questo forse a volte tendi a stare un po' in disparte e a dubitare troppo di te stessa. Io, però, ho avuto modo di vedere che hai delle belle qualità e che, quando ti applichi e decidi di metterti in gioco, riesci a fare davvero bene".
La docente si sofferma sui dettagli invisibili ai registri elettronici: "Hai anche una capacità che ho sempre apprezzato molto: sai essere paziente, equilibrata e attenta agli altri".
Poi, l'augurio, il lancio nel vuoto verso il futuro: "Quello che ti auguro è di diventare un po' più sicura di te e di imparare a riconoscere il tuo valore. Non avere paura di esporti, di provare e anche di sbagliare: hai molte più capacità di quelle che pensi. Mi mancherete e sono stata davvero felice di aver condiviso con voi questi anni. Continua a impegnarti e, soprattutto, credi un po' di più in te stessa. Ti faccio un grandissimo in bocca al lupo per tutto quello che verrà! Un abbraccio, Prof. Giusy".