
L’Intelligenza Artificiale? Promossa in grammatica, molto meno in cultura. Almeno secondo uno studio realizzato da Libreriamo, che ha analizzato quasi 1.500 interazioni con sistemi di IA generativa usati dal grande pubblico.
Il risultato è interessante, ma anche un po’ preoccupante: in media, solo il 38% delle risposte risulta corretto e verificabile. Il 44% rientra invece nella categoria dei contenuti plausibili ma non verificabili, mentre circa 2 risposte su 10 presentano errori evidenti o attribuzioni false.
Il problema è che spesso sembra avere ragione. Produce testi ordinati, credibili, scritti bene, ma non sempre agganciati a fonti reali.
Ed è proprio qui che nasce il rischio di quello che Libreriamo definisce un “umanesimo plausibile”: una cultura fatta di contenuti che sembrano veri, ma che possono riscrivere, semplificare o deformare il pensiero di autori, filosofi e artisti.
La buona notizia? Secondo Libreriamo, non è l’IA il problema, ma il modo in cui viene utilizzata. Per questo è stato proposto anche un decalogo con 10 regole per usare meglio l’Intelligenza Artificiale in ambito culturale, educativo e divulgativo.
Indice
- Dalla filosofia alla poesia: dove l’IA rischia di confondere le idee
- Come è stato realizzato lo studio
- Perché è nata questa ricerca
- IA promossa in grammatica, rimandata nelle materie umanistiche
- Si salva solo la grammatica italiana
- Il rischio: autori trasformati in versioni artificiali
- I 10 autori più ricorrenti suggeriti dall’IA
- Il corretto utilizzo dell’IA
- Il decalogo di Libreriamo per usare correttamente l’Intelligenza Artificiale
Dalla filosofia alla poesia: dove l’IA rischia di confondere le idee
Oggi l’Intelligenza Artificiale viene usata sempre di più per accedere, sintetizzare e produrre contenuti culturali. Si passa dalla filosofia alla poesia, dalle citazioni d’autore alle opere d’arte, fino ai riassunti di libri e ai contenuti per lo studio.
Una trasformazione che riguarda in modo diretto soprattutto studenti e giovani adulti, tra i principali utilizzatori di questi strumenti. Ma non solo: anche docenti e divulgatori usano sempre più spesso l’IA per orientarsi tra testi, autori e concetti complessi.
L’IA può generare frasi attribuite ad autori che non le hanno mai scritte, citazioni plausibili ma non verificabili e reinterpretazioni che semplificano troppo il pensiero originale.
Come è stato realizzato lo studio
Lo studio di Libreriamo si basa sull’analisi di quasi 1.500 interazioni con sistemi di Intelligenza Artificiale generativa, tra quelli più diffusi e utilizzati dal grande pubblico.
Le interazioni sono state raccolte nell’arco di circa un anno e costruite per simulare un utilizzo reale: quello di studenti, lettori e divulgatori che chiedono all’IA spiegazioni, citazioni, sintesi o interpretazioni.
Le richieste hanno riguardato sette ambiti:
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letteratura
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poesia
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libri
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citazioni d’autore
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massime filosofiche
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opere d’arte
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grammatica italiana, usata come categoria di controllo
Ogni categoria è stata analizzata attraverso 200 interazioni, con una verifica sistematica delle risposte rispetto alle fonti originali. Le risposte sono state poi divise in tre gruppi:
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corrette e verificabili
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plausibili ma non verificabili
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errate o con attribuzioni scorrette
Dall’analisi emerge un quadro chiaro e, per certi versi, controintuitivo.
Solo una parte delle risposte generate dall’IA risulta pienamente corretta e verificabile. Una quota molto ampia, invece, si colloca in una zona intermedia: contenuti che sembrano coerenti, funzionano dal punto di vista comunicativo, ma non trovano conferma nei testi originali.
Perché è nata questa ricerca
A spiegare il senso dello studio è Saro Trovato, sociologo dei linguaggi, dei media e delle culture, oltre che fondatore di Libreriamo.
“Abbiamo realizzato questo studio – afferma – perché siamo convinti che le profonde potenzialità dell’intelligenza artificiale siano oggi sempre più evidenti e riconosciute anche a livello internazionale.
Studi come il rapporto OECD Digital Education Outlook 2026 mostrano come l’IA stia trasformando radicalmente l’accesso alla conoscenza, rendendola più diffusa, personalizzata e immediata”.
In questo scenario, l’IA non è solo uno strumento tecnologico, ma diventa un vero e proprio acceleratore culturale: aiuta ad ampliare le capacità cognitive, semplifica la complessità e rende disponibili risposte rapide e coerenti su tantissimi argomenti.
Ed è proprio qui che, secondo Trovato, nasce il punto più delicato. Se tutto può apparire plausibile, diventa sempre più difficile distinguere tra ciò che è solo verosimile e ciò che è autentico; tra velocità e profondità; tra sintesi e comprensione.
Da qui la necessità di un nuovo paradigma: quello di un umanesimo plausibile. Non un rifiuto della tecnologia, ma un modo più consapevole di attraversarla, rimettendo al centro il valore del contesto, delle fonti e del confronto umano.
Come sintetizza Trovato: “Il rischio non è che l’intelligenza artificiale scriva al posto nostro, ma che la plausibilità finisca per riscrivere ciò che chiamiamo letteratura”.
IA promossa in grammatica, rimandata nelle materie umanistiche
Dallo studio emerge un dato piuttosto netto: l’IA può essere molto utile, ma rischia anche di riscrivere il pensiero di autori, filosofi, scrittori e artisti.
Il paradosso è evidente. Uno strumento che potrebbe aiutare tantissimo nell’apprendimento e nell’accesso alla cultura, se usato male può produrre l’effetto opposto: alimentare quella “cultura falsa attribuita” che già circola molto online.
Il rischio, se non si corregge il tiro, è che autori come Leopardi, Manzoni, Pascoli, Tolstoj, Dostoevskij, solo per citarne alcuni, finiscano confusi con frasi anonime da tastiera. O che le loro opere vengano trasformate in qualcosa di nuovo, credibile, ma non controllato.
I numeri lo confermano: in media, circa il 38% delle risposte è corretto e verificabile, il 44% rientra nella categoria dei contenuti plausibili e il 18% presenta errori evidenti o attribuzioni chiaramente false. In alcune sintesi dello studio, la quota di errori viene indicata al 19%, quindi quasi 2 risposte su 10.
Il dato più importante resta però la fascia intermedia: quella dei contenuti plausibili.
Si salva solo la grammatica italiana
L’analisi per categorie non mostra solo dove l’IA sbaglia di più. Racconta anche una trasformazione più profonda: il modo in cui la conoscenza viene prodotta e restituita.
In letteratura, solo il 35% delle risposte risulta pienamente corretto. Il 45% è costituito da contenuti plausibili e il 20% da errori.
Nella poesia il quadro peggiora: la correttezza scende al 30%, mentre la plausibilità arriva al 50%. In pratica, in metà dei casi il contenuto appare credibile, ma non è verificabile.
Nel caso dei libri, il dato è ancora più delicato: solo il 25% delle risposte è corretto, mentre il 59% è plausibile e il 16% contiene errori.
Qui l’apparente affidabilità può nascondere un processo di semplificazione. L’IA spesso riesce a ricostruire la struttura generale di un’opera, ma tende a ridurne profondità e complessità.
Il fenomeno diventa ancora più evidente nelle citazioni d’autore e nelle massime filosofiche. Nelle citazioni, la correttezza si ferma al 15%, mentre la plausibilità arriva al 62% e le attribuzioni false al 23%. Nelle massime filosofiche, le risposte corrette sono il 13%, quelle plausibili il 65% e quelle false il 22%.
In altre parole, nella maggior parte dei casi l’IA non restituisce ciò che è stato scritto, ma ciò che potrebbe essere stato scritto. Il pensiero viene ricostruito, adattato, reso coerente con l’immagine dell’autore, ma perde il legame con il testo originale.
Le opere d’arte si collocano in una posizione intermedia: 38% di correttezza, 42% di plausibilità e 20% di “falso d’autore”. Anche qui il contenuto appare spesso affidabile, ma tende a diventare una narrazione semplificata, più accessibile che rigorosa.
Il dato più netto arriva invece dalla grammatica italiana: qui l’IA raggiunge livelli di correttezza tra l’85% e il 90%, con una presenza minima di errore.
Il paradosso è tutto qui: la macchina è molto affidabile nella forma, ma molto meno nella sostanza. Sa correggere e spiegare regole grammaticali con buona precisione, ma diventa più instabile quando deve entrare nella complessità culturale.
Il rischio: autori trasformati in versioni artificiali
Accanto agli errori e alle reinterpretazioni, lo studio mette in evidenza una dinamica più profonda: la progressiva costruzione di versioni artificiali degli autori.
Con l’uso ripetuto dell’Intelligenza Artificiale e la circolazione di contenuti generati, può consolidarsi una rappresentazione semplificata e standardizzata del pensiero di scrittori, filosofi e artisti.
Non si parla più solo di singole citazioni sbagliate. Il rischio è la costruzione di un vero e proprio profilo culturale artificiale. Secondo lo studio, questo processo si sviluppa attraverso tre passaggi:
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Sintesi: il pensiero complesso viene ridotto a concetti chiave facilmente riconoscibili.
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Ripetizione: le stesse associazioni vengono riproposte più volte.
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Consolidamento: l’immagine semplificata dell’autore diventa dominante.
I 10 autori più ricorrenti suggeriti dall’IA
Dall’analisi emerge anche una tendenza precisa: l’IA propone spesso un numero limitato di autori, associandoli sempre agli stessi temi e riducendone la complessità. Ecco i dieci autori più frequentemente suggeriti, trasversalmente alle categorie analizzate:
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Friedrich Nietzsche: motivazione, forza individuale, senso della vita.
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Seneca: gestione del tempo, disciplina, stoicismo pratico.
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Socrate: conoscenza di sé, saggezza, introspezione.
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Platone: amore ideale, verità, mondo delle idee.
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Søren Kierkegaard: solitudine, angoscia, interiorità.
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William Shakespeare: amore, passioni, condizione umana.
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Dante Alighieri: viaggio, senso della vita, dimensione morale.
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Charles Bukowski: realismo, disincanto, autenticità.
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Emily Dickinson: interiorità, natura, riflessione esistenziale.
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Albert Camus: assurdo, resilienza, senso dell’esistenza.
Ogni contenuto plausibile rafforza una certa immagine dell’autore, riduce lo spazio per interpretazioni diverse e sostituisce la complessità con la riconoscibilità.
La conoscenza cambia natura. Non si basa più sulla lettura delle opere, ma sul riconoscimento di schemi. L’autore viene progressivamente sostituito da una sua versione sintetica e artificiale. Non è solo la citazione a cambiare. È l’autore stesso che viene lentamente riscritto.
Il corretto utilizzo dell’IA
Alla luce dei risultati, il punto centrale è chiaro: non è l’Intelligenza Artificiale il problema, ma il modo in cui viene utilizzata.
L’IA resta uno strumento potentissimo per ampliare l’accesso alla conoscenza. Può aiutare a orientarsi, chiarire concetti, trovare spunti, organizzare idee. Però proprio la sua capacità di produrre contenuti credibili e ben costruiti rende necessario un uso più consapevole.
Per questo Libreriamo propone un decalogo per il corretto utilizzo dell’Intelligenza Artificiale in ambito culturale, educativo e divulgativo.
Il decalogo di Libreriamo per usare correttamente l’Intelligenza Artificiale
1. Non sostituire il pensiero
L’Intelligenza Artificiale non deve sostituire il ragionamento, ma supportarlo. Le risposte che fornisce devono essere considerate punti di partenza, non conclusioni definitive.
2. Verificare sempre le fonti
Un contenuto è attendibile solo se può essere ricondotto a un testo, a un autore e a un contesto preciso. Senza verifica, non c’è vera conoscenza.
3. Distinguere tra plausibile e autentico
Non tutto ciò che appare coerente è vero. La plausibilità è una forma di credibilità, ma non garantisce l’autenticità.
4. Riconoscere le reinterpretazioni
Molti contenuti prodotti dall’IA sono rielaborazioni di concetti reali. Possono aiutare a capire, ma non devono essere confusi con testi originali.
5. Non delegare l’apprendimento
La conoscenza richiede tempo, confronto e costruzione personale. L’IA può facilitare l’accesso alle informazioni, ma non può sostituire il processo cognitivo.
6. Usare l’IA per approfondire, non solo per semplificare
La sintesi è utile, ma non può prendere il posto della complessità del pensiero e delle opere.
7. Ricostruire sempre il contesto
Ogni contenuto va inserito nel suo contesto storico, culturale e teorico. Senza contesto, la conoscenza perde significato.
8. Evitare la standardizzazione culturale
Se l’IA propone sempre gli stessi autori e le stesse interpretazioni, bisogna ampliare lo sguardo e cercare alternative.
9. Integrare il confronto umano
Libri, docenti e fonti dirette restano fondamentali. L’IA non sostituisce il dialogo, lo studio e il confronto con altre persone.
10. Sviluppare una competenza critica
Capire come funziona l’Intelligenza Artificiale e quali sono i suoi limiti è ormai parte dell’alfabetizzazione culturale. Non basta usare l’IA: bisogna anche imparare a leggerla, verificarla e metterla in discussione.