
Un pugno così veloce che molti spettatori pensarono di non averlo nemmeno visto. Ma non era una scena di Dragon Ball: era il destro fulmineo di Muhammad Ali che mandò al tappeto Sonny Liston e diede vita a una delle fotografie più famose della boxe.
Un po' come quando Bob Beamon riscrisse i limiti del salto in lungo saltando 8,90 metri, mandando in pappa gli strumenti di misurazione dell'epoca.
E non finisce qui. C’è Maradona che usa la mano per segnare uno dei gol più discussi della storia e, quattro minuti dopo, ne realizza uno considerato tra i più belli di sempre.
Usain Bolt che, nel pieno di una semifinale olimpica dei 100 metri, trova persino il tempo di girarsi e sorridere mentre gli altri sono al limite. Michael Jordan che stringe il suo primo trofeo NBA e scoppia in lacrime dopo anni passati a sentirsi dire che, da solo, non sarebbe mai riuscito a vincere.
Sono istanti durati pochi secondi, a volte persino meno. Eppure dietro ognuno di questi scatti ci sono storie incredibili e record che sembravano impossibili. Abbiamo raccolto le 10 foto più iconiche della storia dello sport: continua a leggere, le trovi di seguito!
Indice
- Ali-Liston, 1965: il “phantom punch” e la foto che costruisce il mito di Muhammad Ali
- Brandi Chastain, 1999: un rigore che cambia la percezione del calcio femminile negli Stati Uniti
- David Tyree, Super Bowl 2008: una ricezione impossibile che distrugge la stagione perfetta dei Patriots
- Michael Jordan: qui bisogna distinguere il pianto del 1991 da quello, ancora più doloroso, del 1996
- Bob Beamon, Messico 1968: un salto così lungo che gli strumenti non erano pronti a misurarlo
- Pelé, Messico 1970: l'immagine dell'uomo che diventa definitivamente “O Rei”
- Miracle on Ice, 1980: non era la finale, e proprio questo rende la storia ancora più interessante
- Usain Bolt, Rio 2016: il sorriso che rende visibile quanto fosse superiore agli altri
- Maradona, la Mano de Dios e il Gol del Secolo: due gol in quattro minuti che raccontano le due facce del suo mito
- Tommie Smith, John Carlos e Peter Norman, Messico 1968: ogni dettaglio della foto significa qualcosa
Ali-Liston, 1965: il “phantom punch” e la foto che costruisce il mito di Muhammad Ali
Nel febbraio 1964 Sonny Liston era il campione mondiale dei pesi massimi e Cassius Clay - che poco dopo avrebbe annunciato il nome Muhammad Ali - era il giovane sfidante che molti consideravano troppo inesperto.
Clay vinse clamorosamente quando Liston non uscì per il settimo round. La rivincita del 25 maggio 1965 era quindi carica di sospetti e tensione. Nel primo round Ali colpì Liston con un destro rapidissimo, così veloce che molti spettatori quasi non lo videro: da qui il soprannome “phantom punch”.
Liston cadde, Ali non andò immediatamente all’angolo neutro e gli rimase sopra urlandogli di rialzarsi. È proprio questo il momento catturato da Neil Leifer.
La fotografia è potentissima perché sintetizza il personaggio che Ali stava diventando: non soltanto un fuoriclasse, ma un atleta provocatorio, teatrale, sicuro di sé, capace di dominare anche visivamente l’avversario.

Brandi Chastain, 1999: un rigore che cambia la percezione del calcio femminile negli Stati Uniti
La finale del Mondiale femminile tra Stati Uniti e Cina si gioca il 10 luglio 1999 al Rose Bowl di Pasadena davanti a 90.185 spettatori, allora record per una partita di calcio femminile.
Dopo 120 minuti il risultato è ancora 0-0. Ai rigori, il momento decisivo arriva quando la portiera americana Briana Scurry para il tiro di Liu Ying. A quel punto il quinto rigore degli Stati Uniti può chiudere il Mondiale: Brandi Chastain segna di sinistro, si strappa la maglia, cade in ginocchio e urla stringendola in una mano.
Chastain avrebbe definito quella reazione una sorta di “temporary insanity”. La foto finì ovunque, dalle copertine di Sports Illustrated a quelle di Time e Newsweek.

David Tyree, Super Bowl 2008: una ricezione impossibile che distrugge la stagione perfetta dei Patriots
I New England Patriots di Tom Brady arrivano al Super Bowl XLII con un record di 18-0: vincendo sarebbero diventati la prima squadra dell'era moderna della NFL a chiudere una stagione 19-0. I New York Giants sono invece nettamente sfavoriti.
Nel quarto periodo i Patriots conducono 14-10. Mancano poco più di 60 secondi quando Eli Manning riesce incredibilmente a sfuggire alla pressione della difesa e lancia verso David Tyree, un ricevitore che durante l'anno aveva avuto un ruolo soprattutto negli special team.
Tyree salta insieme al difensore Rodney Harrison e, mentre viene trascinato a terra, riesce a tenere il pallone premuto contro il proprio casco: la famosa Helmet Catch, guadagno di 32 yard su un terzo down.
Quattro azioni dopo Manning trova Plaxico Burress per il touchdown del 17-14. Così una delle stagioni più dominanti nella storia della NFL viene decisa anche da una delle ricezioni più improbabili mai viste.

Michael Jordan: qui bisogna distinguere il pianto del 1991 da quello, ancora più doloroso, del 1996
La fotografia con Jordan che abbraccia il Larry O'Brien Trophy risale al 1991, quando i Chicago Bulls battono i Los Angeles Lakers 4-1 e conquistano il primo titolo NBA della loro storia.
Jordan aveva impiegato sette stagioni per arrivarci e per anni aveva sentito ripetere che fosse un fenomeno individuale incapace di portare una squadra fino al titolo.
Quando finalmente ci riesce, crolla emotivamente nello spogliatoio: stringe il trofeo e piange. Suo padre James è accanto a lui, insieme alla madre Deloris e alla moglie Juanita.

Bob Beamon, Messico 1968: un salto così lungo che gli strumenti non erano pronti a misurarlo
Il 18 ottobre 1968 Beamon arriva alla finale olimpica del salto in lungo dopo aver rischiato addirittura di essere eliminato nelle qualificazioni. Al primo salto della finale parte, vola e atterra lontanissimo.
Talmente lontano che il dispositivo ottico utilizzato per la misurazione non arriva fino al punto in cui è atterrato. Gli ufficiali devono recuperare un vecchio metro a nastro e impiegano parecchi minuti per stabilire la misura: 8,90 metri.
Il precedente record mondiale era 8,35: Beamon lo migliora in un solo colpo di 55 centimetri, un'enormità in una disciplina in cui i record normalmente avanzano di pochissimo.

Pelé, Messico 1970: l'immagine dell'uomo che diventa definitivamente “O Rei”
Brasile-Italia non era una finale qualsiasi. Entrambe le nazionali avevano già vinto due Mondiali: chi avesse conquistato il terzo avrebbe ottenuto definitivamente la Coppa Jules Rimet. Il Brasile di Zagallo è una squadra straordinaria, con Gérson, Jairzinho, Rivellino, Tostão, Carlos Alberto e naturalmente Pelé.
In finale Pelé segna l'1-0 con un colpo di testa, partecipa all'azione del terzo gol e serve a Carlos Alberto il pallone del memorabile 4-1. Al fischio finale il campo dell'Azteca viene invaso e Pelé viene sollevato sulle spalle in mezzo alla folla.
Quella vittoria ha anche un valore personale enorme: dopo il trionfo da diciassettenne nel 1958 e quello del 1962, Pelé conquista il suo terzo Mondiale, cosa che nessun altro calciatore ha mai fatto.

Miracle on Ice, 1980: non era la finale, e proprio questo rende la storia ancora più interessante
Alle Olimpiadi invernali di Lake Placid, gli Stati Uniti schierano un gruppo formato principalmente da giocatori universitari, allenati da Herb Brooks.
Dall'altra parte c'è l'Unione Sovietica, una macchina sportiva che aveva conquistato gli ultimi quattro ori olimpici consecutivi e che pochi giorni prima dei Giochi aveva battuto gli americani 10-3 in amichevole al Madison Square Garden.
Il 22 febbraio gli USA si trovano sotto 3-2 nel terzo periodo. Mark Johnson pareggia, poi il capitano Mike Eruzione segna il 4-3. Il portiere Jim Craig resiste all'assalto finale sovietico e negli ultimi secondi il telecronista Al Michaels pronuncia la frase diventata leggendaria: “Do you believe in miracles? Yes!”.

Usain Bolt, Rio 2016: il sorriso che rende visibile quanto fosse superiore agli altri
Il bello della fotografia è che non immortala neppure la finale. Siamo nella semifinale dei 100 metri. Bolt è l'uomo da battere da otto anni: ha già vinto i 100 e i 200 metri a Pechino 2008 e Londra 2012, possiede il record del mondo dei 100 in 9”58 e sta cercando uno storico terzo titolo olimpico consecutivo.
Durante la semifinale prende il comando, capisce di avere la gara sotto controllo e, prima ancora del traguardo, si gira sorridendo. Vince in 9”86.
Il fotografo Cameron Spencer utilizza un tempo di esposizione che accentua il movimento degli altri corridori mentre Bolt rimane riconoscibile: sembra quasi che stia correndo in una dimensione diversa. Qualche ora dopo vince la finale in 9”81, davanti a Justin Gatlin e Andre De Grasse.

Maradona, la Mano de Dios e il Gol del Secolo: due gol in quattro minuti che raccontano le due facce del suo mito
Il 22 giugno 1986 Argentina e Inghilterra si affrontano nei quarti di finale del Mondiale all'Estadio Azteca. La partita era già carica di rivalità sportiva e di un contesto storico particolarmente teso, appena quattro anni dopo la guerra delle Falkland/Malvinas.
Al 51' Diego Armando Maradona va a contrastare in aria il portiere inglese Peter Shilton e devia il pallone in rete con il pugno. L'arbitro tunisino Ali Bin Nasser non vede il fallo e assegna il gol.
Maradona darà poi la definizione destinata a diventare immortale: un po' con la testa di Maradona e un po' con la “mano di Dio”.
E il paradosso è ciò che accade appena quattro minuti dopo: Maradona riceve palla nella propria metà campo, supera una serie di avversari inglesi, dribbla anche Shilton e segna quello che la FIFA avrebbe poi consacrato come “Gol del Secolo”.

Tommie Smith, John Carlos e Peter Norman, Messico 1968: ogni dettaglio della foto significa qualcosa
Dopo la finale olimpica dei 200 metri, Tommie Smith ha vinto l'oro stabilendo il record mondiale in 19”83, l'australiano Peter Norman è argento e John Carlos bronzo.
Durante la premiazione Smith e Carlos salgono sul podio senza scarpe, con calzini neri, per richiamare la povertà della popolazione afroamericana. Quando parte l'inno americano abbassano la testa e alzano un pugno coperto da un guanto nero: Smith il destro, Carlos il sinistro.
I due guanti appartenevano in realtà allo stesso paio, che decisero di dividersi; secondo World Athletics, l'idea venne proprio da Norman. Smith indossa anche una sciarpa nera, Carlos una collana di perline legata alla memoria delle vittime della violenza razzista e dei linciaggi.
E Peter Norman non è una comparsa. Quando viene informato della protesta, decide di appoggiarla e indossa anche lui il distintivo dell'Olympic Project for Human Rights.
Smith e Carlos vengono poi sospesi dalla squadra statunitense e allontanati dal villaggio olimpico; negli anni successivi il gesto, contestatissimo all'epoca, diventa una delle immagini più rappresentative del rapporto fra sport e lotta per i diritti civili.
