Padre sul divano con lo smartphone

Scene di ordinario ritorno a scuola in tempi moderni: scatti multipli per immortalare il primo giorno di scuola, l'immancabile post sui social per celebrare il nuovo inizio del piccolo eroe, l’infinita serie di notifiche che ricominciano a provenire dai gruppi WhatsApp dei genitori.

Attenzione, però: sebbene siano tutte usanze che ormai fanno parte della nostra quotidianità, in realtà ognuna di esse può nascondere insidie e rischi concreti, in alcuni casi reati o assist per diventarne una vittima. Soprattutto in un Paese, come il nostro, in cui oltre il 50% della popolazione risulta analfabeta digitale.

Così Guido Scorza - giurista esperto di tecnologia, ex membro del collegio del Garante per la protezione dei dati Personali, nonché genitore - ha firmato per Skuola.net un "Decalogo Digitale” per mamme e papà.

Dieci regole d'oro per mettere un freno alla sovraesposizione dei più piccoli, riscoprire il valore del rispetto per sé e per gli altri e accompagnare con responsabilità nell'universo di social, App e Intelligenza Artificiale.

Indice

  1. Il primo giorno di scuola non è un set fotografico
  2. Un galateo per rendere la chat di classe più utile che dannosa 
  3. Vietato decidere almeno per i figli degli altri 
  4. Scuola e immagini degli alunni sui social: c’è chi dice no (ed è giusto così!)
  5. Voti, pagelle, difficoltà e punizioni non si postano 
  6. Se non hanno l’età giusta social e chatbot possono attendere 
  7. Facciamo i genitori anche online perché i nativi digitali non esistono 
  8. Anche online non si accettano caramelle dagli sconosciuti 
  9. Insegniamo ai nostri figli a fare sexting sicuro 
  10. Diciamolo ai nostri figli: i chatbot non sono loro amici, né fidanzatine 

Il primo giorno di scuola non è un set fotografico

Quando accompagniamo a scuola i nostri figli, godiamoci il momento lasciando lo smartphone in tasca o, se proprio non sappiamo resistere alla tentazione di scattare una foto, poi non la condividiamo con il mondo intero via social

È inutile e dannoso, non foss’altro perché rende i nostri figli facili prede di ogni genere di malintenzionato dicendogli dove possono trovarli ogni giorno all’entrata e all’uscita da scuola.

Un galateo per rendere la chat di classe più utile che dannosa 

La chat di classe è uno strumento utilissimo. Incredibile che i nostri genitori siano riusciti a farne a meno. Purtroppo, però, l’esperienza ormai insegna che troppo spesso non funziona come dovrebbe, diventando spesso uno sfogatoio, una gogna, un canale attraverso il quale si rende pubblico ciò che sarebbe meglio restasse privato. 

Affinché i benefici siano superiori ai malefici, vale la pena, all’inizio dell’anno, condividere un regolamento interno sul suo uso: argomenti si e argomenti no, orari di attività e orari di silenzio. E nominare uno o più amministratori che facciano rispettare le regole.

Vietato decidere almeno per i figli degli altri 

Prima di pubblicare online qualsiasi foto o video dei nostri figli dovremmo pensarci due volte e chiederci se è, davvero, nel loro interesse e, soprattutto, se lo sarà quando diventeranno grandi, perché ci vuole una frazione di secondo a condividere un contenuto con il mondo ma una vita può non bastare per riaverlo indietro o cancellarlo. 

Foto e video dei figli degli altri, invece, non si pubblicano e basta salvo che non si sia chiesto e ottenuto il permesso dei genitori. Decidere non tocca a noi. Prima di farlo, quindi, per quanto possa sembrarci di un’altra epoca dovremmo sempre chiedere loro: “Ho fatto queste foto a tuo figlio, ti fa piacere o preferisci che eviti di condividerle nella chat della classe/sul mio profilo Facebook?”. Non siamo abituati ma è così che funziona o, almeno, dovrebbe.

Scuola e immagini degli alunni sui social: c’è chi dice no (ed è giusto così!)

 Nei prossimi giorni le scuole chiederanno a noi genitori di firmare un modulo per autorizzare la pubblicazione delle foto e dei video dei nostri figli attraverso una serie eterogenea di canali: dal giornalino di classe o d’istituto, al sito internet della scuola ai social. Bene ma a qualche condizione. 

Due più importanti delle altre: lasciare liberi i genitori di dire sì ad alcuni canali e no ad altri e, soprattutto, non suggerire in alcun modo ai genitori che intendessero negare il consenso che, così facendo, complicheranno la vita al figlio che si ritroverà escluso da alcune attività o, addirittura, a tutta la classe.

Voti, pagelle, difficoltà e punizioni non si postano 

Essere genitori è difficile, crea tante ansie e spesso dà poche soddisfazioni. Esserlo in solitudine e senza confrontarsi con altri genitori lo è ancora di più e, quindi, la tentazione di condividere frustrazioni, preoccupazioni e gioie è enorme. Non sui social o nella chat di classe, però. 

O, almeno, non condividendo successi, insuccessi, voti, disturbi dell’apprendimento, difficoltà e punizioni dei nostri figli. Non è giusto per loro e può non esserlo per altri genitori e/o per i compagni di scuola dei nostri figli.

Se non hanno l’età giusta social e chatbot possono attendere 

I social, le app di messaggistica, i chatbot, i servizi di Intelligenza Artificiale generativa sono riservati - dalle stesse società che li rendono disponibili al pubblico - a chi ha almeno tredici anni, qualche volta quattordici, in alcuni casi addirittura diciotto. 

Eppure, sono pieni di bambini più piccoli. Spesso, siamo noi stessi ad accompagnare i nostri figli in questi mondi. Perché non conosciamo tali limiti di età, perché pensiamo che i nostri figli siano più grandi della loro età anagrafica e sappiano confrontarsi con tutto quello che trovano online o semplicemente perché lo smartphone sembra un’ottima babysitter

Non è una buona idea. Non facciamolo più, se non hanno l’età giusta, social, app, chatbot e AI possono attendere.

Facciamo i genitori anche online perché i nativi digitali non esistono 

Sono anni che sentiamo ripetere che i nostri figli sono nativi digitali. Questa espressione ha persuaso loro di non aver bisogno di noi quando sono online perché tanto ne sanno più di noi e ha convinto noi, per la stessa ragione, di non aver nulla da insegnare a loro nella dimensione digitale. 

È una balla. I nativi digitali non esistono. Aboliamo questa espressione e recuperiamo il nostro ruolo di genitori anche online, tendendo la mano ai nostri figli per aiutarli a attraversare le autostrade digitali, proprio come facciamo sul ciglio delle strade delle nostre città.

Anche online non si accettano caramelle dagli sconosciuti 

I nostri figli, ormai, escono da scuola e da casa rimanendoci dentro attraverso gli schermi degli smartphone. Ieri - e, per la verità ancora oggi - insegnavamo loro, all’uscita da scuola, dal campo da calcio o dal catechismo a non accettare caramelle dagli sconosciuti, inviti a prendere un gelato o fare un giro alle giostre. Giustissimo. 

Solo che oggi frotte di malintenzionati offrono loro “caramelle digitali” online, nelle piattaforme nelle quali giocano, nei social, nelle app di messaggistica. Insegniamo ai nostri figli che non si accettano regali e offerte allettanti da chi non si conosce neppure online e potremmo salvare loro la vita o, almeno, risparmiare loro inutile sofferenza.

Insegniamo ai nostri figli a fare sexting sicuro 

I nostri figli hanno fatto, fanno o faranno sexting prima del sesso. Magari non tutti, ma la maggior parte si. Ormai, specie dopo la pandemia e la conseguente digitalizzazione forzata di una quantità enorme di esperienze umane, è una normale evoluzione della naturale esplorazione della sessualità. Nel sexting in sé non c’è niente di particolarmente sbagliato o pericoloso. 

Ma può finir male e trascendere in episodi di pornografia e pedopornografia non consensuale. Chi riceve le foto o i video che i nostri figli gli inviano nell’ambito di un patto di riservatezza e intimità, potrebbe rendere pubblico ciò che era nato per restare segreto. Insegniamo ai nostri figli come limitare questi rischi, anche grazie a un uso intelligente della tecnologia, come reagire se temono che qualcosa possa andare storto e come difendersi se qualcosa va storto.

Diciamolo ai nostri figli: i chatbot non sono loro amici, né fidanzatine 

Stanno diventando i migliori amici dei nostri figli, i loro “fidanzatini”, i loro confidenti, compagni di gioco e di compiti. Talvolta, persino i loro analisti. E i genitori, con poche eccezioni, non li conoscono. 

Si chiamano chatbot companion e, a dispetto dell’apparente profondità dei rapporti che ci hanno costruito i nostri figli, li conoscono quanto noi se non meno. Dobbiamo invece conoscerli, come faremmo con dei loro amici in carne ed ossa e dobbiamo spiegare ai nostri figli cosa sono, cosa non sono e che non possono essere né amici, né amori né compagni di gioco e, soprattutto, che sono creature del mercato nate prima per far gli interessi delle società che li producono e non i loro.

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