
L'integrazione scolastica non può limitarsi al semplice inserimento degli alunni stranieri in classe senza fornire loro gli strumenti per comprendere la lingua e la cultura del Paese ospitante. A sostenerlo è il ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara in una recente intervista rilasciata a ‘Il Sussidiario.net’.
Secondo il ministro, il rischio di un'inclusione passiva è quello di alimentare la dispersione scolastica e creare fin dai banchi le basi per i futuri "maranza", favorendo esclusione sociale o derive estremiste. La ricetta di viale Trastevere passa attraverso un potenziamento mirato dell'insegnamento dell'italiano, nuove assunzioni e tetti massimi di presenza nelle aule.
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Il fallimento del multiculturalismo e i valori condivisi
Per affrontare la sfida degli studenti con background migratorio, è necessario prima sgombrare il campo da modelli educativi che, secondo il ministro, hanno già dimostrato i loro limiti. Il modello multiculturale, avviato negli Stati Uniti alla fine degli anni ’70, "si è rivelato fallimentare", spiega Valditara a ‘Il Sussidiario.net’. Inserire in classe uno studente portatore di una cultura in cui, ad esempio, si ritiene la donna inferiore all'uomo, senza fornire un adeguato inquadramento valoriale, rende la semplice inclusione un concetto negativo.
L'obiettivo deve essere invece quello di valorizzare i talenti del ragazzo all'interno di un perimetro chiaro. Per questo, sottolinea il titolare dell'Istruzione, "occorre un modello che sappia integrare sulla base di alcuni valori fondamentali e condivisi, che sono quelli del patto costituente".
L'italiano come antidoto al fenomeno "maranza"
Il pilastro centrale di questa vera integrazione è, inevitabilmente, la lingua. Valditara individua nel deficit linguistico il problema più importante per i ragazzi stranieri neoarrivati o provenienti da contesti sociali svantaggiati: "Se in una classe la maggioranza dei ragazzi non conosce l'italiano o lo conosce poco e non conosce i valori di riferimento della nostra società, il successo formativo e il senso di appartenenza alla comunità scolastica non vengono raggiunti".
È proprio in questo vuoto comunicativo e identitario che proliferano i disagi urbani giovanili balzati prepotentemente agli onori della cronaca negli ultimi anni. Il mancato apprendimento dell'italiano e dei principi civici, avverte Valditara, crea di fatto "le premesse per i futuri 'maranza'", spianando la strada all'esclusione sociale o, nei casi peggiori, a fenomeni di integralismo religioso.
Fondi, docenti e limiti in classe: la strategia del Ministero
Per passare dalla diagnosi alla cura, il Ministero ha messo in campo soluzioni pratiche volte a favorire l'apprendimento mirato della lingua italiana. Valditara ricorda infatti la formazione e l'assunzione di mille docenti specializzati proprio nell'insegnamento dell'italiano agli studenti stranieri neoarrivati. A questo si aggiunge uno stanziamento di 13 milioni di euro dedicati al potenziamento linguistico dei giovani stranieri.
Le politiche di supporto si ramificano anche territorialmente attraverso l'Agenda Nord e l'Agenda Sud, programmi pensati per sostenere le scuole delle periferie urbane dove la presenza di alunni immigrati è nettamente più alta.
Ma l'impegno finanziario e di organico deve essere accompagnato da una razionalizzazione delle presenze nelle aule. È necessario, conclude il ministro, che gli studenti immigrati privi di una sufficiente conoscenza della nostra lingua "non superino una certa percentuale all'interno della classe".
Una misura di “buon senso” che, secondo il numero uno di Viale Trastevere, sembrerebbe confermata dai dati: diversi studi internazionali dimostrano infatti che un'eccessiva concentrazione di alunni con gravi lacune linguistiche nella stessa aula finisce per danneggiare sia gli studenti stranieri sia quelli nativi, abbassando inevitabilmente la qualità generale della didattica.