chatgpt scuola docenti

Negli Stati Uniti OpenAI ha reso ChatGPT gratuito fino a giugno 2028 per i docenti K-12 verificati. È un’iniziativa circoscritta a un Paese preciso e non si estende automaticamente all’Italia, dove l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella scuola procede ancora in modo molto meno uniforme.

Ma il punto non riguarda soltanto quanto costa accedere allo strumento. La domanda più interessante è un’altra: cosa succede quando ChatGPT entra davvero nel lavoro quotidiano di un professore?

A provare a rispondere è un nuovo studio pubblicato sullo European Journal of Education, che ha raccolto le esperienze di 15 docenti delle scuole secondarie svedesi per capire come l’uso dell’IA generativa stia modificando la preparazione delle lezioni, il rapporto con gli studenti e soprattutto l’autonomia professionale degli insegnanti.

Il campione è ridotto e la ricerca è qualitativa: non misura quindi se ChatGPT migliori i voti o l’apprendimento degli studenti. Offre però uno spaccato interessante di come i docenti stanno cercando di integrare questi strumenti senza cedere loro le decisioni educative.

Indice

  1. ChatGPT aiuta a preparare lezioni e materiali
  2. L’IA può aiutare, ma il controllo deve restare al docente
  3. Versione gratuita o a pagamento: cosa cambia per un professore

ChatGPT aiuta a preparare lezioni e materiali

Uno dei primi utilizzi che emerge riguarda la preparazione delle lezioni. ChatGPT può aiutare i professori a strutturare un’attività, produrre materiali didattici, riformulare una spiegazione o adattare uno stesso contenuto a livelli diversi di difficoltà.

C’è poi un impiego più raffinato nella fase di valutazione. Un insegnante può chiedere all’IA di produrre diverse possibili risposte allo stesso compito, facendo variare il livello di qualità e mettendo in evidenza perché una soluzione sia più completa o convincente di un’altra.

Non per delegare il voto alla macchina, ma per costruire esempi e criteri da utilizzare durante la correzione.

È proprio su questo confine che insiste anche OpenAI: l’azienda sostiene che l’IA debba supportare l’apprendimento e il lavoro degli insegnanti, senza trasformarsi in una scorciatoia. La scelta su quando e come utilizzarla, almeno nelle intenzioni dichiarate, deve rimanere nelle mani del docente.

L’IA può aiutare, ma il controllo deve restare al docente

Usare ChatGPT per preparare una lezione è una cosa; inserire dati degli studenti, affidargli una valutazione o utilizzarlo come se fosse un collega autonomo ne è un’altra.

Anche in Italia il tema è già molto concreto. Una ricerca realizzata da La Tecnica della Scuola insieme a Indire su circa 1.800 docenti ha rilevato che il 90% degli intervistati che utilizza ChatGPT lo fa nella versione gratuita e con funzioni di base.

La diffusione dello strumento, però, non elimina i problemi legati alla gestione delle informazioni.

Francesco Agrusti, docente di Pedagogia sperimentale all’Università Roma Tre, richiama per esempio l’attenzione sulla privacy: anche utilizzare un servizio a pagamento non significa poter inserire senza cautele dati personali o sensibili degli studenti.

OpenAI dichiara che, nei propri ambienti dedicati alle organizzazioni e all’istruzione, i contenuti condivisi non vengono utilizzati per addestrare i modelli per impostazione predefinita e mette a disposizione strumenti come account gestiti, ruoli differenziati e accessi tramite SAML SSO.

Rimane però una questione più ampia di governance: decidere quali dati possano essere inseriti, per quali attività sia opportuno usare l’IA e dove debba invece fermarsi.

Un tema sul quale anche il Global Campus of Human Rights sottolinea l’importanza di coinvolgere non soltanto le istituzioni, ma anche docenti e studenti.

Versione gratuita o a pagamento: cosa cambia per un professore

A questo punto entra in gioco anche la scelta dello strumento. Per molti insegnanti la versione gratuita può essere sufficiente per attività semplici come generare idee, riorganizzare materiali o creare una prima bozza di una lezione.

Un abbonamento può invece offrire limiti di utilizzo più ampi, accesso a funzioni aggiuntive e strumenti più avanzati, per esempio nella generazione di immagini o nell’uso dei modelli più recenti disponibili sul servizio.

Secondo Agrusti, il passaggio a una versione a pagamento può quindi rendere lo strumento più versatile, ma non cambia il principio di fondo: l’ultima parola deve restare all’insegnante, soprattutto quando entrano in gioco valutazioni, dati degli studenti e decisioni educative.

E ChatGPT non è naturalmente l’unica possibilità. Tra gli strumenti di IA generativa a disposizione dei docenti ci sono anche Claude di Anthropic e Copilot di Microsoft, ciascuno con caratteristiche e condizioni d’uso differenti.

Negli Stati Uniti OpenAI ha provato ad abbassare almeno una delle barriere, quella economica, offrendo ChatGPT per gli insegnanti gratuitamente ai docenti K-12 verificati fino a giugno 2028. In Italia non esiste al momento un equivalente generalizzato.

Ma il punto che emerge sia dalle ricerche sia dalle esperienze dei professori è probabilmente precedente alla scelta tra piano gratuito e abbonamento: prima ancora di chiedersi quale IA usare, le scuole devono decidere per cosa usarla, con quali regole e fino a dove lasciarla entrare nel lavoro dell’insegnante.

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