Carrozza: test Invalsi anche all'Università

ministro dice si all'invalsi all'università per misurare competenze dei laureati

Il tanto temuto test Invalsi potrebbe approdare anche tra i banchi universitari. Questa è la volontà manifestata dal ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, in un'intervista rilasciata a La Stampa.it. Lo scopo? Valutare la qualità degli atenei e le reali competenze acquisite degli studenti alla fine del loro percorso di studi. Le dichiarazioni del Ministro nascono in seguito al dibattito nato dal problema delle competenze e del grado di istruzione degli italiani, troppo basso rispetto a quello degli altri Paesi confrontati, secondo quanto messo in evidenza dal nuovo rapporto Ocse. Rapporto che nei giorni scorsi il ministro del Lavoro Giovannini ha commentato definendo i giovani italiani "inoccupabili". A rincarare la dose le affermazioni del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, secondo il quale, dal punto di vista lavorativo, in Italia studiare conviene meno rispetto agli altri paesi europei, visto che il numero dei diplomati assunti equivale quello dei laureati. Ma Almalaurea non ci sta: il problema reale è il ritardo, i vantaggi dello studio esistono ma si ritrovano solo nel lungo raggio.

PIU' COMPETENZE, PIU' CRESCITA - Visco sostiene che, rispetto al resto dell'Europa, "in Italia studiare conviene meno: per i laureati tra i 25-39 anni, la probabilità di essere occupati era pari a quella dei diplomati (73%) e superiore di soli 13 punti percentuali a quella di chi aveva conseguito la licenza media". Per essere veramente competitivi nel campo della crescita economica, dice Visco, questa tendenza deve cambiare. Alzare il livello di competenza dei giovani laureati, che secondo l'Ocse in Italia è particolarmente bassa, è il presupposto quindi per crescere ed essere competitivi nei mercati globali. Su La Stampa.it il Ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, risponde a Visco mettendo in luce una difficile questione: "Le imprese non investono, cercano qualifiche più basse rispetto a quelle offerte dai giovani. Io penso che esista un problema; la qualifica non corrisponde alla competenza". Si può dunque essere laureati, ma ciò non vuol dire essere preparati, questo è il problema. Soprattutto se un laureato italiano "ha competenze paragonabili a quelle di uno studente di scuola secondaria del Giappone", dice il Ministro.

QUANTO VALE L' UNIVERSITA'? LO DICE L'INVALSI - "Conta quello che si sa fare, mentre nel dibattito politico c’è troppa attenzione al punteggio per ottenere i titoli necessari. Preferisco i concorsi che premiano la competenza e vorrei che le università venissero valutate". Durante l'intervista a La Stampa.it, il Ministro sostiene che questa valutazione avverrà tramite il già conosciuto e molto criticato sistema dei test Invalsi, opportunamente migliorato e adattato, ovviamente: "Ho sostenuto fin dall’inizio del mio incarico i sistemi di valutazione Invalsi e Anvur. Voglio sapere se gli studenti escono dagli atenei con una laurea in grado di essere alla pari con quelle di altri Paesi" e questo avverrà "all’uscita dall’università". E nella stessa intervista annuncia che, se il risultato delle politiche sull'istruzione degli ultimi 20 anni ha portato a questa situazione, è necessario cambiare rotta sui molti punti deboli della scuola, rivoluzionando l'intero sistema: dal turn over degli insegnanti al metodo di valutazione degli studenti, al rapporto scuola-università-lavoro. E tutto questo, quando? "Ci sto lavorando", risponde il benintenzionato Ministro.

ALMALAUREA RISPONDE - Non solo il Ministro dell'Istruzione, ma anche Almalaurea risponde alle dichiarazioni di Visco. Secondo il presidente Andrea Cammelli, è vero che i diplomati e i neo-laureati hanno lo stesso tasso di occupazione nei primi tre anni dalla laurea, ma il discorso cambia nel tempo: nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni il tasso di disoccupazione risulta al 9% per i diplomati della scuola secondaria di secondo grado e al 12% per i laureati, ma scende al 2% per i laureati oltre i 35 anni. "Per quanto la differenza di 3 punti percentuali del tasso di disoccupazione nei laureati rispetto a quello dei diplomati tra 25 e 34 anni non faccia emergere una migliore opportunità in termini occupazionali con la laurea, nel lungo periodo il vantaggio di chi prosegue negli studi risulta evidente” sostiene Cammelli. Ma aggiunge che il problema del ritardo rispetto agli altri paesi europei non è privo di conseguenze: "Il problema dei tempi lunghi di inserimento e valorizzazione dei laureati, aggravati dal percorso di studi secondari, uno dei più lunghi d’Europa, comportano che in Italia il differenziale retributivo tra laureati e diplomati, pari ad oggi al 48% nell’arco dell’intera vita lavorativa, si riduca al 22% nella fascia d’età 25-34 (contro una media OCSE del 40%), e lieviti, fino al 68%, in quella 55-64 anni (contro una media OCSE del 73%)

E tu sei favorevole ai test Invalsi all'Università?

Carla Ardizzone

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