Scuola, le sfide che attendono il nuovo ministro Marco Bussetti

Al neo Ministro, nonché docente, Bussetti, non mancherà senz’altro il lavoro da fare. Il Professore, milanese, un passato in Cattolica (da studente di scienze motorie) e tra le sancta sanctorum dell’istruzione lombarda (da dirigente dei dirigenti), che ora guida il dicastero romano di Viale Trastevere (da ministro), ai microfoni di MIUR Radio Network, la notte prima degli esami di maturità, si è aperto agli studenti: "A causa di questo nuovo lavoro, sento di avere non un peso, ma una missione importante da svolgere". Ora, quali sono le difficoltà maggiori della pubblica istruzione che attendono di essere esaurite? Tante, così numerose che non sono scrivibili in un unico articolo, anche se sono stati fatti, nell'ultimo periodo, dei progressi per la loro finale risoluzione. Ma guardiamo al lato positivo della questione: la presenza di una persona esperta di scuola, che ha fatto un vero e proprio cursus honorum, o meglio dire una carriera ascendente in mezzo ai banchi, partendo dal ruolo di docenza, al timone del MIUR è fonte di speranza per risollevare le sorti della farraginosa scuola italiana. Vediamo sistematicamente le tre sfide più "importanti" che attendono il prof. Bussetti.


1. Far fronte all’emergenza educativa

A ruota libera, ogni giorno siamo mediaticamente bombardati da notizie del genere: “Professore vittima di bullismo: alunno sospeso”, "Botte contro un compagno di classe: denunciati x minorenni" et similia. Questi fatti recano, a tutti i non “protagonisti” della scuola, un po’ di fastidio e nostalgia ("ai miei tempi, quelli della naja, non accadevano queste cose", ricordano i più anzianotti), ma a chi, al contrario, vive l’aula quotidianamente, terrore ("non sono più a mio agio con gli alunni", "ho paura di stare con i compagni", ripetono svariati insegnanti e alunni). La violenza tra le mura scolastiche è sempre più papabile e diffusa: sarebbe inutile generalizzare, dipingendo ogni scuola nostrana come il Bronx, ma il bullismo (inteso in senso lato, giacché questo fenomeno si estrinseca in vari modi), stando ad alcuni sondaggi, tra cui uno dell’UNICEF che ha coinvolto venti stati del mondo, interessa il 90% dei ragazzi campionati. Per rendersi conto della veridicità di questo dato, basta aprire un qualsiasi quotidiano: puntuale come un orologio svizzero, ecco apparire la dovuta notizia di degrado scolastico. Come arginare il sottobosco dei bulli alias studenti? E, più in generale, qual è il modo efficace per fermare la violenza, negli istituti italiani, che colpisce grandi e piccoli democraticamente? In un’intervista rilasciata al "Corriere della Sera", il ministro prof. Bussetti ha lanciato un’idea innovativa, quanto personale, per fronteggiare la dilagante emergenza educativa. Avendo egli trascorso anni e anni nel mondo scolastico, intende far partire un segnale inequivocabile agli italiani: in caso si verifichino atti spregevoli, analoghi a quelli raccontati dalle cronache ultime, della serie “in ginocchio, qui comando io” detto da un ragazzotto a un docente di 50 anni o di violenze psicologiche e fisiche tra studenti, il MIUR si costituirà parte civile durante il seguente contenzioso in tribunale. Il motivo? "Voglio rilanciare il rispetto per quell’istituzione che io reputo la più importante del nostro Paese: da qui passa il futuro", ha affermato Bussetti. Infine, un' ulteriore idea del Professore è quella di incentivare lo studio dell’educazione civica, disciplina cerniera e poliedrica, caduta nell'oblio e fagocitata indiscriminatamente da altre materie, ma senza appesantire il greve monte orario attuale. Le premesse sono buone: gli esiti lo saranno? Certamente. Infine, sempre in tema di crisi valoriale, il collega degli Interni, il senatore Matteo Salvini, dal canto suo, ritiene che davanti a ogni scuola sia necessario collocare una pattuglia di militari e poliziotti per fermare lo spaccio di droga (cosa che spesso accade anche davanti ai nostri licei, istituti tecnici e professionale). L'idea di ridare centralità a quell’istituzione considerata il fanalino di coda del paese servirà gioco forza a far passare i bollori di alcuni adolescenti indisciplinati.

2. Telefonino sì, telefonino no

Manco fossimo alla finale dei Mondiali di Russia, le due curve dello stadio “Italia” si sono appostate: a destra, quelli con la maglietta “NO PHONE”, a sinistra, quelli con “YES PHONE”. La recente introduzione, dai cugini d’oltralpe, di una norma vietante l’ utilizzo del cellulare in classe ha innescato nuovamente il dibattito tra le due fazioni italiane. È utile a qualcosa usare lo smartphone in classe? O no? Il ministro Bussetti ha spiegato, a tal proposito: "In Italia, l’uso del cellulare in classe per fini didattici è a discrezione di ogni istituto". Pace e bene.

3. Maestre elementari

Un altro nodo spinoso, venuto recentemente al pettine, è quello della sfida tra diplomate magistrali e laureate che si contendono cattedre nelle primarie. "Sono già al lavoro", ha spiegato Bussetti in varie occasioni, dichiarandosi pronto a risolvere l’annosa questione che condensa giurisprudenza, scuola, bambini, e svariati destini di famiglie … in un’unica brodaglia. Il problema è presto detto: fino all’anno scolastico 2001/2002 chi conseguiva la maturità al liceo psico – socio pedagogico (già magistrale) otteneva un titolo abilitante all’insegnamento nella scuola primaria. Tuttavia, i problemi sono venuti fuori, quando venne istituito il corso di laurea in scienze della formazione primaria: anch’esso erogatore di un titolo, questa volta universitario, abilitante all’insegnamento nella scuola elementare. In questo duello tra aspiranti Don Milani, profeticamente, il Presidente della Repubblica, nel 1998, diramò il seguente decreto: "I titoli conseguiti nell’esame di Stato a conclusione dei corsi di studio dell’istituto magistrale iniziati entro l’anno scolastico 1997/98 conservano in via permanente l’attuale valore legale e abilitante all’insegnamento nella scuola elementare (decreto del Presidente della Repubblica 23 luglio 1998, n. 323 – Art. 15, comma 7)". E attualmente il problema è così riassumibile: i diplomati che hanno conseguito il titolo nel periodo abilitante, ma non ancora stabilizzati nella pianta organica della scuola in cui insegnano, rischiano di retrocedere in ambito lavorativo, dando terreno ai colleghi laureati, che possiedono tutte le carte in regola per occupare una cattedra ("non vogliamo essere scavalcate da delle diplomate", gridano a gran voce le scienziate della formazione). Chi ha ragione e chi no? Difficile dirlo.

Non mi resta che rivolgere un particolare augurio al Professore, da studente, privato cittadino e amante della scuola: buon lavoro, Ministro.

Alessio Cozzolino

Questo articolo è stato scritto da Alessio, studente e blogger. Se ti piace scrivere e vuoi far parte anche tu del nostro team di blogger, scrivi a blogger@skuola.net o clicca qui

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