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Istituto tecnico commerciale e per geometri statale

"Luigi Einaudi"

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Liceo costruzioni infrastrutture, salvaguardia urbanistica

Anno formativo 2008/2009

Tesi d’esame:

L’urbanistica nel ventennio fascista

L’evoluzione di Brescia e la nascita delle New Towns

Allievo

Zanotti Antonello 2

Antonello Zanotti

L’urbanistica nel ventennio

Fascista

L’evoluzione di Brescia e la nascita

delle New Towns 3

Indice

Introduzione. Pag. 3

Il fascismo. Nascita, sviluppo e caduta di un regime. Pag. 4

L’architettura del regime. Dal razionalismo allo stile imperiale. Pag. 12

La città ideale. Dalla politica delle New Towns agli sventramenti di Brescia.

Pag. 16

Motore della nazione o controllo delle masse. Pag. 17

  • La nascita delle New Towns. Pag. 18
  • Carbonia. Pag. 20

Brescia. Una città modello dell’urbanistica fascista. Pag. 24

  • Brescia. Pag. 25
  • La metamorfosi di una città. Pag. 31
  • La questione del centro. Gli sventramenti e la realizzazione
  • Di piazza della Vittoria. Pag. 45

Piazza della Vittoria. Pag. 47

  • L’ufficio postale. Pag. 59
  • La fontana e il Bigio. Pag. 64
  • L’edificio multipiano e il c.a. Pag. 68

Fuori dalla città antica. Il curioso caso dei Ronchi e la progettazione stradale. Pag. 76

I Ronchi. Pag. 77

  • La progettazione di una strada. Pag. 80

L’esproprio per pubblica utilità. Pag. 96

Bibliografia. Pag. 105 4

Introduzione

Prima e dopo l’unità d’Italia, i problemi urbanistici delle grandi città furono affrontati dalle municipalità attraverso disposizioni finalizzate all’igiene pubblica e all’ideale borghese del “bello e ordinato”.

Questi interventi urbanistici coinvolsero principalmente le zone più antiche dei centri urbani, dove s’imposero frequenti abbattimenti o addirittura demolizioni totali, per consentire riedificazioni che garantissero la sicurezza statica, rispettassero le distanze minime tra gli edifici e gli allineamenti stradali.

I proprietari degli immobili coinvolti in tali interventi difficilmente avrebbero potuto sentirsi penalizzati, perché l’esecutività di un qualsiasi programma di risanamento consentiva loro di allontanare gli affittuari e avvantaggiarsi grazie a premi di cubatura; tutto ciò permetteva loro di ricostruire edifici destinati a spazi commerciali e abitazioni, da vendere o affittare a imprenditori o a famiglie borghesi con reddito adeguato all’appetibilità degli immobili.

Nel 1918, terminata la prima guerra mondiale, le condizioni di vita nelle città italiane erano al limite del concepibile, ma le risorse del nostro paese, interamente assorbite dallo sforzo bellico, non consentivano di intervenire sul problema degli alloggi.

In questa fase di disorientamento emerse il fascismo, un movimento che avrebbe governato il paese fino al 1943 e che avrebbe lasciato un segno nel popolo italiano sia sul piano politico, sia sul piano ideologico e morale.

Un movimento sul quale è caduta per anni una censura che ha coinvolto anche l’urbanistica di quel periodo, infatti, è solo da una ventina d’anni che la storiografia urbanistica e urbana ha dedicato la propria attenzione a quest’argomento, superando l’esclusivo interesse per le epoche antiche.

Con questo mio lavoro non intendo colmare le lacune lasciate da studiosi molto più accreditati di me, ma voglio mettere in luce quest’argomento affascinante che ha gettato le basi per il futuro sviluppo italiano del secondo dopoguerra. 5

Il fascismo

Nascita, sviluppo e caduta di un regime

“Noi creeremo, attraverso un’opera di selezione ostinata e tenace, la nuova generazione”.

Benito Mussolini, 22 giugno 1925 6

Il fascismo

Il fascismo fu un movimento politico italiano del XX secolo, rivoluzionario e reazionario, di carattere nazionalista e totalitario, che sorse in Italia per iniziativa di Benito Mussolini alla fine della prima guerra mondiale.

Raggiunse il potere nel 1922 con la Marcia su Roma e si costituì in dittatura nel 1925.

Il fascismo descrive se stesso come una terza via alternativa a capitalismo liberale e comunismo marxista, basata su una visione interclassista, corporativistica e totalitaria dello Stato.

Nacque contemporaneamente come reazione alla Rivoluzione Bolscevica del 1917 e alle lotte sindacali, operaie e bracciantili, culminate nel Biennio rosso, ma anche in polemica con la società liberal-democratica uscita lacerata dall'esperienza della prima guerra mondiale, unendo aspetti ideologici tipici dell'estrema destra (nazionalismo, militarismo, espansionismo, meritocrazia) con quelli dell'estrema sinistra (primato del lavoro, rivoluzione sociale e generazionale), inserendovi elementi ideali originali e non, quali l'aristocrazia dei lavoratori e dei combattenti, la concordia fra le classi (organicismo), il primato dei doveri dell'uomo sui diritti (originariamente concepito da Giuseppe Mazzini), e il principio gerarchico, portato al suo culmine dell'obbedienza cieca e pronta al capo di alcuni reparti d'assalto (Arditi) durante la grande guerra.

«Il Fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: Non importa se il nostro programma concreto non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro».

(Benito Mussolini, 19 agosto 1921 - Diario della Volontà)

Il giornalista, politico e antifascista Piero Gobetti nel 1922, riconduceva il fascismo alla tendenza all'autoritarismo tipica della cultura italiana, che a suo parere rifugge dal confronto delle idee e predilige invece la disciplina dello stato forte.

«Il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l'autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinunci per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco».

(Piero Gobetti, "Elogio della ghigliottina", in: La rivoluzione liberale, n. 34/1922)

Fra le innumerevoli interpretazioni successive del fascismo si riportano la seguente di Lelio Basso (1961):

«Il fascismo è stato un fenomeno più complesso, in cui hanno confluito e si sono incontrate parti diverse, ciascuna delle quali aveva naturalmente le sue radici nella precedente storia d'Italia per cui è assurdo parlare del fascismo come di una parentesi che bruscamente interrompe il corso della nostra storia, ma neppure si può affermare che esso sia semplicemente il logico punto d'approdo di questo corso precedente. Se il fascismo trova indubbiamente le sue origini nel nostro passato risorgimentale, se le componenti (…)

talché si può dire che costituiscano dei filoni ininterrotti tuttavia ciò che determinò il loro incontro in una sintesi nuova fu la guerra mondiale e la crisi del dopoguerra che, virulentando i germi preesistenti, fece esplodere in forma acuta quelle che erano state fin allora delle malattie croniche del nostro organismo. Ci sono quindi nel fascismo elementi di continuità ed elementi di novità e di rottura rispetto alla storia precedente: gli elementi di continuità sono appunto quelle malattie croniche, quegli squilibri tradizionali che in parte affondano le loro radici nei secoli passati e in parte sono un portato del processo risorgimentale, del modo cioè come l'Italia giunse ad essere uno Stato unitario e moderno, mentre l'elemento di novità è la virulentazione sopravvenuta con la guerra e il dopoguerra che, mettendo in crisi i precari equilibri precedenti, fa scoppiare tutte le contraddizioni e precipita la situazione italiana fino al punto di rottura, determinando una sintesi nuova, un equilibrio nuovo, un fenomeno nuovo che appunto s'è chiamato fascismo».

(Lezione di Lelio Basso tenuta il 30 gennaio 1961)

e quella recente (2002) dello storico Emilio Gentile:

«Un fenomeno politico moderno nazionalista rivoluzionario antiliberale antimarxista organizzato in un partito milizia con una concezione totalitaria della politica e dello Stato con un’ideologia attivistica e antiteoretica, a fondamento mitico, virilistica e antiedonistica, sacralizzata come religione laica, che afferma il primato assoluto della nazione, intesa come comunità organica etnicamente omogenea, gerarchicamente organizzata in uno Stato corporativo, con una vocazione bellicosa alla politica di grandezza, di potenza e di conquista mirante alla creazione di un nuovo ordine e di una nuova civiltà».

(Emilio Gentile Fascismo: storia e interpretazione)

Nascita e sviluppo

Il fascismo nacque ufficialmente il 23 marzo 1919 a Milano. Quel giorno a Piazza San Sepolcro, all'interno di Palazzo Castagni - sede in quel tempo del Circolo per gli Interessi Industriali, Commerciali e Agricoli della provincia di Milano ed i cui locali erano stati regolarmente presi in affitto e non certo «benevolmente concessi» dai responsabili del Capitalismo lombardo, si radunò un piccolo gruppo di circa 120 ex combattenti, interventisti, arditi e intellettuali, che fondarono i Fasci italiani di combattimento.

Il programma di questo gruppo fu essenzialmente volto alla valorizzazione della vittoria sull'Austria, sull’Ungheria, alla rivendicazione dei diritti degli ex-combattenti, al "sabotaggio con ogni mezzo delle candidature dei neutralisti". Seguì quindi un programma economico-sociale che prevedeva - fra l'altro - l'abolizione del Senato, tasse progressive, pensione a cinquantacinque anni, giornata lavorativa di otto ore, abolizione dei Vescovati, sostituzione dell'Esercito con una milizia popolare.

Un fondamentale contributo alla nascita del fascismo fu dato dal movimento dello Squadrismo, ovvero l'organizzazione di squadre paramilitari con le quali si realizzò una sistematica demolizione dei movimenti politici rivali (socialisti, popolari, comunisti, sindacalisti) e la progressiva occupazione - con mezzi legalitari e illegali - di posizioni chiave nelle amministrazioni comunali. 8

Le squadre, che, a detta di Mussolini, giunsero a raccogliere 300.000 aderenti, fornirono il nerbo della forza eversiva con la quale, il 28 ottobre 1922 il Fascismo marciò su Roma convincendo il sovrano Vittorio Emanuele III a farsi consegnare le redini del governo.

Con il congresso di Roma del 9 novembre 1921 il fascismo si trasformò da movimento in partito. In seguito alla marcia su Roma del 28 ottobre il re Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini di formare un nuovo governo. Mussolini si presentò alla Camere con un governo di coalizione formato soprattutto da esponenti liberali, cattolici e da alcuni esponenti moderati dal Partito Fascista, e ottenne la fiducia. Il programma politico aveva subito una serie di aggiustamenti con l'obiettivo di favorire gli abboccamenti con le forze conservatrici e reazionarie, le quali iniziarono quasi da subito a finanziare il movimento.

Con l'arrivo al potere, Mussolini intraprese una politica di riassetto delle casse dello stato, di liberalizzazioni e riduzioni della spesa pubblica. Venne riformata la scuola dietro impulso del filosofo Giovanni Gentile. D'altro canto diede seguito a una serie di rivendicazioni delle associazioni combattentistiche e dei sindacati fascisti, garantendo le pensioni e le indennità ai reduci e ai mutilati e rendendo obbligatoria la giornata lavorativa di otto ore agli operai. In politica estera, l'Italia accettò i patti siglati a Locarno con la Jugoslavia, ma ebbe la protezione delle minoranze italiane in Dalmazia e l'autonomia di Fiume (che nel 1924 venne unita all'Italia). Infine ci fu anche la revisione - a favore dell'Italia - dei confini delle colonie (fu rettificato il confine di Tripolitania e Cirenaica e esteso il Fezzan ad alcune oasi strategiche, e alla Somalia venne annesso l'Oltre Giuba).

La presenza tuttavia di un'ala oltranzista nel PNF, rappresentata da elementi estremisti come Italo Balbo e Roberto Farinacci, impedì la "normalizzazione" delle squadre d'azione, che continuarono ad imperversare nel paese spesso fuori da ogni controllo. Ne fecero le spese numerosi antifascisti, il più importante dei quali, Giacomo Matteotti, che accusò in Parlamento Mussolini di aver vinto le elezioni del 1924 grazie a brogli elettorali, venne assassinato il 10 giugno dello stesso anno nel corso del suo rapimento da parte di una banda di squadristi capeggiata da Amerigo Dumini.

La cosiddetta "crisi Matteotti" che ne seguì mise il governo Mussolini di fronte ad un bivio: continuare a governare in modo legalitario, rispettando quantomeno nella forma lo Statuto, oppure imprimere una svolta autoritaria. Mussolini, premuto dai ras dello squadrismo, optò per la seconda scelta e il fascismo divenne dunque dittatura.

Consenso e propaganda

La maggioranza degli italiani, soprattutto dei ceti medio - alti, ma anche quel mondo agricolo vicino al Partito Popolare accolsero i principi e l’operato del fascismo, vedendo forse in Mussolini un baluardo contro il materialismo e il socialismo e soprattutto contro il disordine economico successivo alla guerra ‘15-‘18.

Tale situazione venne favorita dal riavvicinamento con la Chiesa Cattolica, che culminò nel Concordato dell'11 febbraio 1929, con cui si chiudeva la questione dei rapporti tra Stato e Chiesa aperta nel 1870 dalla Breccia di Porta Pia e che restituiva al cattolicesimo il ruolo di religione di Stato. Con i patti lateranensi firmati il 29 febbraio 1929 ci fu un accordo tra stato italiano e chiesa: la Santa Sede riconobbe lo stato italiano, che a sua volta riconosceva la sovranità della chiesa sullo stato della città del Vaticano, la quale ricevette anche delle indennità per la perdita dello stato della Chiesa. Con questi patti ci fu un riavvicinamento alla politica della popolazione italiana (in Italia la popolazione era per il 99% cattolica). 9

Inoltre è proprio a questo periodo che risalgono i notevoli risultati del regime nel campo dei lavori pubblici e delle politiche sociali, che giovarono al regime stesso altissimi consensi: sono gli anni, infatti, della bonifica delle paludi pontine, della battaglia del grano (1925) e dell'appoderamento delle vaste aree del latifondo paludoso - malarico a favore delle famiglie degli strati più indigenti tra gli ex combattenti del primo conflitto mondiale, o di iniziative come le colonie estive per combattere il gozzo (allora malattia endemica); gli anni che danno inizio alla politica delle bonifiche e delle fondazioni delle "città nuove", opera del Razionalismo italiano, rurali o coloniali come Latina (allora Littoria), Sabaudia o Portolago, che, oltre al consenso popolare, donarono un'ampia visibilità internazionale al regime.

Politica economica

Il governo mirò principalmente ad aumentare i margini d'azione, e quindi di profitto, dell'iniziativa privata. Vennero inoltre alleggerite le tasse sulle imprese, vennero privatizzati alcuni monopoli di stato, come quello sulle assicurazioni sulla vita e sul servizio telefonico, i cui costi diminuirono sostanzialmente (rimanendo comunque elevati). Si limitò la spesa pubblica, in parte però con i licenziamenti dei ferrovieri. La politica liberista in economia portò buoni successi, con un aumento della produzione agricola e industriale. Il bilancio statale tornò in pareggio già nel 1925.

Nel settore previdenziale, la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali (CNAS), istituita nel 1919, venne trasformata nel 1933 nell' ente di diritto “Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale” (INFPS, attuale INPS) e arrivò ad impiegare 6.000 dipendenti nel 1937. Furono inoltre disciplinati istituti di diritto del lavoro quale malattia, maternità e infortuni. Nel 1939 l’età pensionabile venne abbassata a cinquantacinque anni per le donne e sessanta anni per gli uomini, venendo anche introdotta le reversibilità della pensione.

Verso la guerra

Fra il 1936 e il 1939 l'Italia fascista si schierò coi franchisti nella guerra civile spagnola, inviando anche un corpo di spedizione di 20.000 uomini ed attuando un blocco navale per impedire rifornimenti di armi ai repubblicani. Già in questa fase si palesarono le deficienze della macchina bellica italiana, sia dal punto di vista tecnologico che della capacità di comando strategico e tattico, che si sarebbero acuite paurosamente pochi anni dopo.

Lungi dal rafforzare economicamente il paese, queste imprese indebolirono il consenso al regime gettando i primi semi del risentimento popolare, e in politica estera lo allontanarono da Francia e Inghilterra spingendolo ad allinearsi in maniera crescente con la Germania nazista (1936: Asse Roma - Berlino, 1937: Patto Anticomintern comprendente anche l'Impero giapponese; 1938: acquiescenza di Mussolini all'annessione dell'Austria; 1939: Patto d'Acciaio in funzione offensiva).

Nel 1938 Mussolini fece promulgare da re Vittorio Emanuele III le leggi razziali antisemite, che non avevano precedenti in Italia e che furono applicate senza entusiasmo.

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Sintesi

L'urbanistica nel ventennio fascista

Tesina - Premio maturità 2009

Titolo: L'urbanistica nel ventennio fascista

Autore: Zanotti Antonello

Descrizione: Prima e dopo l'unità d'Italia, i problemi urbanistici delle grandi città furono affrontati dalle municipalità attraverso disposizioni finalizzate all'igiene pubblica e all'ideale borghese del bello e ordinato. Questi interventi urbanistici coinvolsero p

Materie trattate: Urbanistica, Progettazione, Storia, Diritto, Estimo, Topografia, Inglese

Area: tecnologica

Sommario: Architettura-Urbanistica, L'architettura nel ventennio fascista, Razionalismo, Stile Imperiale, Giuseppe Terragni, Marcello Piacentini, la progettazione urbanistica delle città, gli sventramenti di Brescia, le New Towns. Progettazione, il cemento armato. Storia, il fascismo, nascita, sviluppo, caduta, e ideologia del movimento. Topografia, la progettazione stradale, la via Panoramica dei Ronchi a Brescia. Inglese, Carbonia, la New Towns costruita in Sardegna. Diritto-Estimo, l'esproprio per pubblica utilità.

Prima e dopo l'unità d'Italia, i problemi urbanistici delle grandi città furono affrontati dalle municipalità attraverso disposizioni finalizzate all'igiene pubblica e all'ideale borghese del bello e ordinato.

Questi interventi urbanistici coinvolsero principalmente le zone più antiche dei centri urbani, dove s'imposero frequenti abbattimenti o addirittura demolizioni totali, per consentire riedificazioni che garantissero la sicurezza statica, rispettassero le distanze minime tra gli edifici e gli allineamenti stradali.

I proprietari degli immobili coinvolti in tali interventi difficilmente avrebbero potuto sentirsi penalizzati, perché l'esecutività di un qualsiasi programma di risanamento consentiva loro di allontanare gli affittuari e avvantaggiarsi grazie a premi di cubatura; tutto ciò permetteva loro di ricostruire edifici destinati a spazi commerciali e abitazioni, da vendere o affittare a imprenditori o a famiglie borghesi con reddito adeguato all'appetibilità degli immobili.

Nel 1918, terminata la prima guerra mondiale, le condizioni di vita nelle città italiane erano al limite del concepibile, ma le risorse del nostro paese, interamente assorbite dallo sforzo bellico, non consentivano di intervenire sul problema degli alloggi.

In questa fase di disorientamento emerse il fascismo, un movimento che avrebbe governato il paese fino al 1943 e che avrebbe lasciato un segno nel popolo italiano sia sul piano politico, sia sul piano ideologico e morale.

Un movimento sul quale è caduta per anni una censura che ha coinvolto anche l'urbanistica di quel periodo, infatti, è solo da una ventina d'anni che la storiografia urbanistica e urbana ha dedicato la propria attenzione a quest'argomento, superando l'esclusivo interesse per le epoche antiche.

Con questo mio lavoro non intendo colmare le lacune lasciate da studiosi molto più accreditati di me, ma voglio mettere in luce quest'argomento affascinante che ha gettato le basi per il futuro sviluppo italiano del secondo dopoguerra.

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