Comico…!?!
Drammatico…!?!
No
Luci ed ombre del 900
Tesina di Zeffiri Marta, classe 5°Cp
Anno scolastico 2008/2009
I. T. C. progetto ERICA Emanuela Loi
Come tematica del mio percorso ho scelto il teatro dell’assurdo, in quanto credo che il paradosso e l’assurdità siano parte della vita quotidiana di ogni individuo.
Ho preferito trattare non solo il concetto di assurdo, come espressione del bizzarro, della normalità stravolta e allucinata, della più completa follia, ma ho deciso di parlare di come l’illogicità, la contraddizione e l’incoerenza siano state utilizzate nel teatro. Personalmente, ritengo, che il teatro sia la più grande rappresentazione della realtà e non semplicemente il risultato di una messa in scena. Gli attori più bravi, infatti, non sono quelli che per anni studiano imparando l’arte della recitazione ma la gente più comune in quanto non si rende conto che ciò che fa non è frutto del proprio volere bensì da schemi imposti dalla società..
Le persone tutti i giorni incarnano ruoli, si comportano secondo regole, schemi, si adattano a ogni sorta di contesto celandosi dietro maschere. La vita dunque diventa un’opera teatrale, dove le situazioni e i luoghi assumono le vesti di un palcoscenico e all’apertura del sipario, ogni individuo esce sulla scena cercando di recitare al meglio il proprio copione.
L’Assurdo è, “contrario all’evidenza logica, contraddittorio, privo di ogni fondamento nella ragione e nel senso comune”, oppure “incredibile per stranezza o eccezionalità”, “ciò che non è ammissibile o pensabile perché contrario alla ragione”.
Con questa definizione ho voluto introdurre il tema del mio percorso ossia l’insieme delle contraddizioni che caratterizzano l’uomo del 900, sia in ambito letterario che nell’arte.
A questo proposito possiamo analizzare alcuni autori che hanno trattato questo argomento creando figure grottesche e artisti che hanno dato vita a bizzarri movimenti come quello Dadaista.
Gli autori sono Luigi Pirandello, Eugéne Ionesco, Samuel Beckett.
Luigi Pirandello, Eugéne Ionesco e Samuel Beckett
La crisi dell’uomo contemporaneo trova nell’arte un testimone e un’interprete d’eccezione, Luigi Pirandello. Egli infatti opera una spietata ricerca sul suo smarrimento e sulla sua disperata solitudine. Inizia così ad analizzare i sintomi dell’inquietudine che travaglia l’anima moderna.
E’ proprio dalla osservazione delle “cose” egli sviluppa una più attenta meditazione, che tende ad andare oltre le apparenze, per penetrare nella condizione intima della vita di tanti individui e cogliere i contrasti tra l’essere e l’apparire.
La realtà gli appare come qualcosa di mutevole, di vario; nulla è certo, tutto è illusione, diversa da momento a momento e da individuo a individuo. L’uomo crede di essere uno, ma in realtà non è nessuno: per chi lo osserva è centomila, in quanto assume personalità diverse secondo il punto di vista altrui. La nostra vera personalità, il nostro “volto” rimangono soffocati sul nascere da una maschera che gli altri ci impongono dell’esterno e in base alla quale noi viviamo: la società ci giudica con suoi pregiudizi e le sue consuetudini, che finiscono per inaridire lo slancio vitale o per fare di noi personalità schematizzate, senza volto. Da questa situazione tragica e dolorosa dell’individuo che inutilmente tenta di infrangere la “maschera” per scoprire il “volto“ nascono le situazioni strane, assurde, illogiche, che si incontrano nelle opere pirandelliane e in particolar modo nel teatro.
Altri autori che posseggono delle affinità con Pirandello in questa rappresentazione dell’assurdo sono in letteratura francese Eugéne Ionesco e in letteratura inglese Samuel Beckett.
Nelle opere di Ionesco i personaggi sono già troppo oltre o troppo dentro l’assurdo lo vivono e basta senza alcuna sorta di razionalità. Beckett nella sua opera “Waiting for Godot” fa vivere l’assurdo ai suoi personaggi su un palco, in un teatro davanti a degli spettatori. L’opera è incentrata su un problema di tipo temporale ed è una rappresentazione che dura solo due atti, tre sarebbero stati troppi.
Bastano due atti a dare la sensazione di un tempo ciclico che si ripete all’infinito, infatti, come affermò lo stesso Beckett:
“La scelta di due atti quindi dove non succede quasi nulla serve a dare allo spettatore l’impressione quasi fisico-temporale del vuoto, dell’assurdo…”
Nel campo artistico questa situazione di assurdità è espressa nel dadaismo.
In questo modo l’arte genera un’inattesa visione che sorprende per la sua assurdità perché contraddice le nostre certezze.
- Italiano: Luigi Pirandello
- Francese: Ionesco, Rhinocèros
- Inglese: Beckett, “Waiting for Godot”
- Storia: La guerra fredda
- Geografia: Internet, identità online
- Matematica: Il sistema matematico
- Economia: Il bilancio d’esercizio
- Arte: Il dadaismo
La vita di Luigi Pirandello
La vita di Luigi Pirandello è l' «involontario soggiorno sulla terra» di un «figlio del caos», come egli stesso, scherzando, amava definirsi.
Nasce infatti Luigi Pirandello il 28 giugno 1867 nella villa detta Caos nei pressi di Girgenti (oggi Agrigento). La famiglia, di tradizione garibaldina e antiborbonica, è proprietaria di alcune zolfare. Dopo gli studi liceali compiuti a Palermo, rientra nel 1886 a Girgenti, dove affianca per breve tempo il padre nella conduzione di una miniera di zolfo e si fidanza con una cugina. Si iscrive prima all'università di Palermo, poi passa alla Facoltà di Lettere dell'università di Roma, ma a causa di un contrasto con il preside si trasferisce all'università di Bonn, dove nel 1891 si laurea in Filologia romanza. Intanto ha già esordito come poeta con (1889) e con
Mal giocondo Pasqua di
(1891). Nel '92, fermamente deciso a dedicarsi alla sua vocazione letteraria, si stabilisce a Roma, dove vive
Gea
con un assegno mensile del padre. Nell'ambiente letterario della capitale conosce e stringe amicizia con il conterraneo Luigi Capuana, che lo spinge verso il campo della narrativa. Compone così le prime novelle e il suo primo romanzo, uscito nel 1901 con il titolo Non abbandona tuttavia la poesia: escono nel '95 le
L'esclusa. Elegie
nel 1901 e nel 1912 la sua ultima raccolta poetica. Nel 1894 sposa a Girgenti,
renane, Zampogna, Fuori di chiave,
con matrimonio combinato tra le famiglie, Maria Antonietta Portulano, figlia di un ricco socio del padre. Si stabilisce definitivamente a Roma, dove nascono i tre figli Stefano, Rosalia e Fausto.
Pirandello vive sempre con disagio il rapporto con la fragile e inquieta moglie, avvertendo il forte peso delle norme comportamentali risalenti alle radici siciliane. Inizia una fitta collaborazione con diversi giornali e riviste letterarie, sulle quali pubblica una ricca e vasta produzione narrativa che trova consensi presso il pubblico, ma indifferenza da parte della critica. Scrive il romanzo (edito nel 1902) e lavora ai suoi primi testi teatrali che per allora
Il turno
non riescono a raggiungere le scene. Dal 1897 al 1922 insegna, senza entusiasmo ma con grande dignità, stilistica italiana presso l'Istituto Superiore di Magistero di Roma.
Nel 1903 l'allargamento di una miniera di zolfo causa alla famiglia Pirandello un grave dissesto economico: il padre Stefano perde insieme al proprio capitale anche la dote della nuora. In seguito alla notizia dell'improvviso disastro finanziario, Antonietta, già sofferente di nervi, cade in una gravissima crisi che durerà per tutta la vita sotto forma di grave paranoia. Vani saranno i tentativi di Pirandello di dimostrare che la realtà non è come invece pare alla moglie. Abbandonata la tentazione del suicidio, Pirandello cerca di fronteggiare la disperata situazione, assistendo Antonietta; e per arrotondare il magro stipendio universitario, impartisce lezioni private e intensifica la sua collaborazione a riviste e a giornali.
Nel 1904, pubblicato a puntate sulla «Nuova Antologia», riscuote un successo tale che uno dei
Il fu Mattia Pascal
più importanti editori del tempo, Emilio Treves di Milano, decide di occuparsi della pubblicazione delle sue opere.
Nel 1908 pubblica due volumi saggistici e grazie ai quali ottiene la nomina a
Arte e scienza L'Umorismo,
professore universitario di ruolo. Nel 1909 inizia la sua collaborazione, che durerà fino alla morte, al «Corriere della Sera», su cui appaiono via via le sue novelle. Scrive anche alcuni soggetti cinematografici, mai realizzati; mentre nel 1915 pubblicherà il romanzo Nel 1915-'16 inizia la sua prodigiosa e intensa attività teatrale,
Si gira...
che darà vita a dibattiti e discussioni in Italia e all'estero.
Proprio negli anni della grande guerra, (vissuti drammaticamente anche per la perdita della madre e per la partenza dei figli per il fronte), scrive alcune celebri opere: 1918 esce il primo
tra cui Così è (se vi pare).Nel
volume delle titolo sotto cui raccoglie i suoi molteplici testi teatrali. Nel 1920 il teatro pirandelliano
Maschere nude,
si afferma pienamente, e a partire dall'anno successivo raggiunge il grande successo internazionale con il capolavoro Abbandonata la vita sedentaria degli anni precedenti, Pirandello vive
Sei personaggi in cerca d'autore.
e scrive negli alberghi dei più importanti centri teatrali sia europei che americani, curando personalmente l’allestimento e la regia delle sue opere. In questi stessi anni il cinema trae diversi film dai suoi testi teatrali e narrativi, di cui continuano a uscire ristampe e nuove edizioni.
Nel 1922 esce il primo volume della raccolta La sua produzione teatrale prosegue con
Novelle per un anno. Enrico
Nel 1924 si iscrive formalmente al partito fascista, da cui ottiene appoggi e finanziamenti per la compagnia del
IV.
Teatro d'Arte di Roma che, sotto la direzione dello stesso Pirandello, porta per tre anni (fino al 1928) il teatro pirandelliano in giro per il mondo. L'interprete per eccellenza delle sue scene è la "prima attrice" Marta Abba, a cui Pirandello si lega anche sentimentalmente. Nel 1926 esce in volume il romanzo ultimo
Uno, nessuno e centomila,
romanzo, frutto di una lunga gestazione intessuto di interrogativi che il protagonista rivolge direttamente al lettore, per coinvolgerlo in una vicenda "universale", un riepilogo di tutta l’attività, narrativa e teatrale dell'autore. Nel 1929 è nominato membro dell'Accademia d'Italia.
Nel 1934 riceve il premio Nobel per la letteratura. Si ammala di polmonite, mentre segue le riprese a Cinecittà di un film tratto da Il fu Mattia Pascal.
Il comico e l’umorismo
Nel saggio "L'umorismo" Pirandello distingue il comico dall'umorismo. Il primo, definito come "avvertimento del contrario", nasce dal contrasto tra l'apparenza e la realtà.
Nel saggio citato Pirandello ce ne fornisce un esempio:
«Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere. "Avverto" che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un "avvertimento del contrario"».
L'umorismo, invece, nasce da una considerazione meno superficiale della situazione:
«Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s'inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico».
Quindi, mentre il comico genera quasi immediatamente la risata perché mostra subito la situazione evidentemente contraria a quella che dovrebbe normalmente essere, l'umorismo nasce da una più ponderata riflessione che genera una sorta di compassione da cui si origina un sorriso di comprensione. Nell'umorismo c'è il senso di un comune sentimento della fragilità umana da cui nasce un compatimento per le debolezze altrui che sono anche le proprie. L'umorismo è meno spietato del comico che giudica in maniera immediata.
« non ci fermiamo alle apparenze, ciò che inizialmente ci faceva ridere adesso ci farà tutt'al più sorridere. »
Uno, nessuno e centomila
Iniziato già nel 1909, uscì solo nel 1926, prima sotto forma di romanzo a puntate edito in una rivista e poi di volume. Quest'opera, l'ultima di Pirandello, riesce a sintetizzare il pensiero dell'autore nel modo più completo.
L'autore stesso definisce quest'opera come il romanzo "più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita". Il protagonista Vitangelo Moscarda, infatti, può essere considerato come uno dei personaggi più complessi del mondo pirandelliano, e sicuramente il più pieno di autoconsapevolezza di questo mondo. Dal punto di vista formale, stilistico, si può vedere la forte inclinazione al monologo dell'uomo, che molto spesso si rivolge al lettore, ponendogli interrogativi e problemi in modo da coinvolgerlo direttamente nella vicenda, che è senza dubbio di portata universale. La lunga gestazione dell'opera potrebbe far pensare che essa sia frammentaria e disorganizzata. Al contrario, essa può essere considerata come l'apice della carriera dell'autore e della sua tensione narrativa.
La storia
Il protagonista di questa vicenda, Vitangelo Moscarda, è una persona ordinaria, che ha ereditato da giovane la banca del padre e vive di rendita affidando a due fidi collaboratori la gestione dell'impresa. Un giorno, tuttavia, in seguito alla rivelazione da parte della moglie di un suo difetto fisico (il naso leggermente storto), inizia a scoprire che le persone intorno a lui hanno un'immagine della sua persona completamente diversa da quella che lui ha di sé. È la consapevolezza di essere presente nelle persone intorno a lui in centomila forme differenti che accende il desiderio di distruggere queste forme a lui estranee, con l'obiettivo di scoprire il vero sé. Inizia, quindi, ad agire con il fine di strappare queste immagini sbagliate di sé che sono nelle persone, iniziando con la moglie e il suo
(il nomignolo con cui lo chiamava e cui ella affidava l'immagine del marito). La sua prima consapevolezza,
Gengè
dunque, ha come oggetto ciò che non è, e nel tentativo di distruggere queste errate convinzioni, apre la strada per la scoperta di ciò che è. La difficoltà, però, sta nel conoscere se stesso, la vera essenza di sé. Vitangelo Moscarda tenta di sorprenderla in un attimo in cui si affaccia sulla realtà, ma nel momento in cui si rende conto di ciò, la fa scomparire. Ne deriva l'impossibilità a conoscere l'io profondo, l'essenza stessa di sé.
Il protagonista arriverà alla follia, che non è considerata in modo negativo, ma è considerata come un momento in cui, sospesi tutti i comportamenti prima automatici, la facoltà percettiva riesce ad allargarsi e vedere il mondo con "altri occhi", perché finalmente libera dalle regole consuete.
L'opera finisce con la presentazione della "vera vita", finalmente libera dalle costrizioni, capace di rinascere in ogni attimo. Vitangelo Moscarda conclude che per uscire dalla prigione in cui la vita rinchiude, non basta cambiare nome, ma bisogna rifiutare ogni nome, inteso come la rappresentazione della forma di una cosa, la sua parte statica. Proprio perché la vita è una continua evoluzione, il nome rappresenta la morte. Dunque, l'unico modo per vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso.
Titolo e significato dell'opera
Il titolo di questo romanzo pirandelliano è un'ottima chiave di lettura per comprenderlo fino in fondo. Quella di Vitangelo Moscarda è la storia di una consapevolezza che si va man mano formando. La consapevolezza che l'uomo non è Uno, e che la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal considerarsi unico per tutti (Uno) a concepire che egli è un nulla,(Nessuno), passando alla consapevolezza di se stesso che l'individuo assume nel suo rapporto con gli altri (Centomila).
In questo modo, la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell'infinito vortice del relativismo. Nel suo tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da come lo immagina.
Vitangelo Moscarda è il "forestiere colui che ha capito che le persone sono "schiavi" degli altri e di se
della vita",
stesse. Egli vede gli altri vivere in questa trappola, ma neanche lui ne è completamente libero: il fatto che la gente l'abbia preso per pazzo è la dimostrazione che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui. È possibile solo farle impazzire.
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Tesina - Premio maturità 2009
Titolo: L'assurdo, luci ed ombre del 900
Autore: Zeffiri Marta
Descrizione: ho trattato il tema del bizzarro non solo come espressione del bizzarro ma come l'illogicità e la contraddizione si ritrovano nel teatro, che per me è la più grande rappresentazione della vita reale.
Materie trattate: Italiano, Francese, Inglese, Storia, Geografia, Matematica, Economia, Arte
Area: umanistica
Sommario: ITALIANO: Luigi Pirandello FRANCESE: Ionesco, Rhinocèros INGLESE: Beckett, Waiting for Godot STORIA: LA GUERRA FREDDA GEOGRAFIA: Internet, Identità online MATEMATICA: Il sistema matematico ECONOMIA: Il bilancio desercizio ARTE: Il dadaismo