Musica: la sua parte storica e letterale
L'origine è piuttosto complessa, vista l'evoluzione enorme che ha subito nel corso dei millenni. I primi tentativi di risalire alla nascita della musica furono costituiti solo da ipotesi, che non furono mai state basate su dati certi.
Solo nel 1750 (anno in cui muore Johann Sebastian Bach, uno dei promotori delle forme musicali particolarmente schematiche in Germania) nacque la musicologia come disciplina vera e propria.
Il filosofo e compositore Rousseau affermò che linguaggio parlato e musica fossero nati nello stesso momento per utilizzi simili, affermando inoltre che il canto fosse un'intensificazione della parola, ossia in parole povere, il canto era visto come il tentativo di parlare a toni più acuti.
Dal punto di vista scientifico, gli Evoluzionisti sostenevano che la musica fosse nata come una subordinata dei riti sacri, di imitazione. Questo parere era anche di Charles Darwin, il quale credeva che il canto fosse un tentativo degli uccelli e dei versi degli animali.
Presso la civiltà greca, la parola “musica” significava “musa”, in altre parole perfezione. La musica occidentale, risalente ai Greci antichi, attinse fortemente dai popoli egiziani e della Mesopotamia: questi conoscevano già gli intervalli consonanti di quinta, quarta e ottava, che vennero utilizzati come punto di partenza per differenti sistemi di scale.
Fu, quindi, elaborato un sistema di relazioni tra altezza delle note e lunghezza delle corde (o dei flauti) necessaria a riprodurre tali note, a prescindere dalle relazioni matematiche alla base della produzione del suono che vennero poi codificate da Pitagora.
Il periodo rappresentato dal declino del nomadismo a causa dell'inizio della produzione agricola e dello sviluppo delle civiltà e della cultura era un periodo in cui la visione del mondo era fortemente condizionata dalle superstizioni e religioni: i Mesopotamici adoravano i pianeti e ritenevano che l'armonia tra uomo e universo fosse regolata dai numeri e questa armonia si potesse ritrovare proprio nella musica.
I principi della moderna teoria musicale vennero concretizzati dai Greci, in particolare Pitagora, che studiò sia in Egitto che in Mesopotamia.
Punto di partenza: l'antica Grecia
Le origini della musica greca si perdono nella mitologia dell'Età degli eroi, intorno al 1400 a. C., con la separazione della Grecia da Creta.
Secondo la leggenda, la lira, il flauto e il flauto ad ancia furono inventati da Ermes, Iagnis e Marsia, mentre il padre del canto era Orfeo; al flautista Olimpo venne attribuita l'introduzione delle melodie tradizionali (nomoi).
Gli aedi, o rapsodi, professionisti cantavano le gesta degli eroi e degli Dei accompagnandosi con il kitharis, lira di grandi dimensioni (il termine “lirica” deriva proprio dallo strumento utilizzato dagli aedi); sui loro canti si basò l'Iliade (850 a. C. ca.), riconosciuta come il primo grande poema epico della letteratura occidentale. In seguito i loro canti si basarono anche sull'attualità o i temi popolari.
Nelle campagne, la syrinx (flauto di Pan) era la protagonista per la musica e la danza; il canto corale era usato per accompagnare le cerimonie religiose e quelle civili in generale.
In seguito, nel VI e V secolo a. C., il teatro classico raccolse la tradizione lirica, con autori come Eschilo, Euripide e Aristofane. Il coro che accompagnava le opere era rigorosamente all'unisono, accompagnato dalla lira o dall'aulos (una sorta di flauto doppio): questo faceva da commento alla rappresentazione.
La musica (mousike = cultura dell'intelletto o arte delle Muse) venne ritenuta dai Greci come nucleo principale dell'educazione, insieme alla cultura fisica e non come attività indipendente: anche Platone affermò la sua importanza educativa.
Tra i maggiori riti in cui la musica ha un valore fondamentale, appare quello dedicato a Dionisio. Quest'ultimo rappresenta una delle divinità più complesse della mitologia greca.
Nacque a Tebe da Zeus e Semele, fu educato dalle ninfe di Nisa, località della Tracia. Trovata una vite, si ubriacò con il suo succo e fece ubriacare le sue nutrici e le divinità silvane; poi, coronato con l'edera, percorse molti Paesi fino all'India, seguito dal suo rumoroso corteo (tiaso) di ninfe, satiri e menadi.
Il rito dionisiaco rappresentava una festa orgiastica dedicata al Dio, nella quale i devoti si esaltavano fino alla frenesia. Si celebravano ogni due anni; gli adepti, solo donne, per riprodurre il selvaggio mito del Dio, correvano all'impazzata, agitando le fiaccole e tenendo stretto un cerbiatto.
Si accompagnavano con suoni assordanti e nella corsa, con le unghie e con i denti, sbranavano l'animale, del quale bevevano il sangue. Masticavano foglie inebrianti.
Infine il baccanale venne introdotto attraverso la Magna Grecia e l'Etruria. Derivato dai misteri dionisiaci, nacque come festa orgiastica in onore del dio Bacco.
A Roma, invece, gli eccessi a cui tali riti diedero luogo provocarono, nel 186 a. C., lo scioglimento delle associazioni bacchiche e la proibizione dei baccanali in tutta l'Italia.
In Italia il rito era quasi lo stesso: le baccanti, ossia le donne che accompagnarono Bacco alla conquista dell'India, erano le sacerdotesse del Dio, coloro che partecipavano alle processioni e ai riti bacchici.
Queste danzavano e correvano scapigliate, coperte di pelli di capra o pantera, coronate da edera, tra grida, canti incomposti, suoni di tamburi e flauti, agitando le fiaccole e i tirsi, finché al colmo dell'eccitazione non divoravano le carni crude di un cerbiatto, che rappresentava l'incarnazione del Dio.
La cultura romana
Passati secoli, durante il principato Flavio, precisamente sotto il princeps Tito, venne edificato l'Anfiteatro Flavio, inaugurato nell'80.
Marco Valerio Marziale, nella sua prima opera, Liber de spectaculis, scrisse 33 o 36 carmi, che descrivono vari spettacoli e giochi offerti al pubblico in occasione dell'inaugurazione del Colosseo.
Nell'opera la vita di Roma viene colta in un unico, ma peculiare aspetto: quello del divertimento rappresentato dai giochi del circo.
Oltre al motivo adulatorio, evidenziato dal numero di epigrammi dedicati direttamente al principe, si nota la volontà di osservare gli eventi, coglierne gli aspetti strani e inconsueti e magnificandoli con riferimenti al mito, nonostante preferisse il verum.
Nell'opera composta dai dodici libri di Epigrammi, Marziale affronta il mondo dell'epigrammatica nella sua totalità. Il genere gli permetteva di passare da un ambito all'altro.
Caratterizza l'opera con l'utilizzo di vari metri, oltre al tradizionale distico elegiaco. Verso il termine dei componimenti, inserisce gli elementi comici, che verranno conclusi con una battuta o un'affermazione improvvisa e fulminante (fulmen in clausula).
La tematica principale è quella relativa alla vita quotidiana, svolta in componimenti di solito brevi, ma talvolta abbastanza estesi. In questi viene rappresentato in modo oggettivo, spiritoso il mondo reale.
Insiste soprattutto sugli aspetti brutti e misteriosi, su quelli più ripugnanti di persone e oggetti. L'atteggiamento comico-realistico con cui vengono trattati i temi realistici raggiunge livelli nuovi e originali.
Il riferimento alla vita quotidiana romana acquista notevole spicco quando si tratta il tema della clientela, facendo assumere, per la prima volta, una certa importanza ad argomenti che verranno, poi, ripresi nella satira da Giovenale.
(Fine tesina: Matrimoni di interesse)
Giovenale e la satira
Decimo Giunio Giovenale è rappresentato da Marziale, intento alle faticose e umilianti occupazioni del cliente.
Prese le orme di Lucilio, Orazio e Persio, scegliendo e utilizzando il genere satirico, le cui caratteristiche erano state stabilite dai suoi predecessori.
Giovenale utilizza la satira, nella prima fase della sua carriera, per dipingere la realtà assolutamente negativa. La realtà in cui vive sembra abbia dimenticato gli antichi insegnamenti del mos maiorum, che è evocato con semplici allusioni, ma rappresenta il metro con cui l'autore giudica la perversione e la corruzione del periodo.
Continua trattando il tema delle divitiae, che sono un motivo permanente nell'opera di Giovenale. Da qui si passa a parlare di un tema quasi assente dei satirici precedenti, la clientela, in grado di garantire l'armonia tra poveri da una parte e i ricchi dall'altra.
Giovenale trova nell'antico istituto del patronato un elemento originario e centrale del mos maiorum.
Nell'opera, le satire I, III e V trattano la difficile situazione in cui si trovano i clienti e ciò che devono subire, situazione che sembrerebbe sia causata dalla concorrenza dei Greci e degli orientali, che sono pronti a ogni bassezza e pretendono di saper far tutto, che vengono anche considerati come la causa della decadenza del mos maiorum, che è stato rovinato dalla cultura ellenistica.
Le satire restanti della prima fase trattano: IV, la derisione della corte di Domiziano; II, l'avversione all'omosessualità; VI, requisitoria contro le donne; VII, le ristrettezze che gli avvocati, i poeti, gli storici e i grammatici devono subire.
Nel secondo Giovenale, sembra che cambi sensibilmente carattere, non si ostina più contro il male e i malvagi, ma contro gli illusi e l'errore:
- VIII, incentrata sull'idea filosofica che la virtù sia l'unica nobiltà;
- IX, conversazione con Nevolo, cliente corrotto;
- X, l'oggetto delle preghiere agli Dei;
- XI, il motivo del giusto mezzo;
- XII, il suo aiuto a un naufrago e i cacciatori di eredità;
- XIII, rivolta ad un amico truffato;
- XIV, tratta l'influenza che i genitori hanno sui figli;
- XV, la condanna del cannibalismo in Egitto;
- XVI, incompiuta o incompleta, l'attacco ai dei militari.
L'opera di Giovenale è caratterizzata dalla deformazione espressionistica della realtà, ricca d'artifici retorici e di procedimenti che hanno il compito di far indurre il pubblico a forti emozioni.
Sono stati utilizzati grecismi, voci infantili e volgarismi. L'opera è scritta in esametri.
L'esametro
L'esametro ha, senza alcun dubbio, una storia di secolare elaborazione orale da parte degli aedi; in seguito si è evoluto in forme ora note.
L'utilizzo dell'esametro a Roma è stato vario, come verso eroico, utilizzato per l'epica storica, per la poesia didascalica, infine per la satira; questo adattamento viene ritenuto soprattutto romano.
Divenne anche il metro della poesia bucolica, mentre fu raro l'utilizzo nella poesia lirica.
L'esametro (dattilico o eroico) è il più antico e importante dei metri in uso nella poesia latina e greca, secondo le definizioni, comunque, della metrica classica consiste in un'esapodia dattilica catalettica, ossia un verso formato da sei piedi dattilici, di cui l'ultimo manca di una sillaba (catalettico), secondo lo schema:
La polifonia
La polifonia vocale si sviluppò intorno al IX secolo e raggiunse il suo apice nel Rinascimento.
Questa indica più voci che si muovono ciascuna secondo una propria linea, creando degli intrecci tra le varie voci spesso molto complesse: tutto ciò si contrappone alla concezione usuale della musica vocale, comprendente una linea prevalente che viene semplicemente accompagnata dagli altri elementi.
La tecnica della polifonia si basa sul contrappunto, l'antica tecnica di scrittura in più parti in cui si adattano nota contro nota, ovvero “punto contro punto” (contra punctum).
La musica sacra
Il canto liturgico fu il primo e vero punto di partenza per lo sviluppo della polifonia, utilizzato soprattutto nel luogo di culto cristiano: la Chiesa; la musica era eseguita nella liturgia della messa.
Esso, canto piano, era caratterizzato da una singola linea melodica, cantata all'unisono, senza accompagnamento degli strumenti musicali.
Quindi la forma iniziale della musica liturgica era probabilmente monodica (ossia affidata a un solista) e basata su variazioni d'intonazioni attorno ad una nota fondamentale (corda di recita), variazione che era dettata dall'enfasi (prosodia) delle parole del testo sacro, nello stile musicale detto sillabico.
A questo stile, che occupava gran parte della messa, venne opposto un secondo stile riservato ai momenti di maggiore enfasi, ad esempio l'Offertorio, in cui il solista intonava il testo variando liberamente l'intonazione all'interno di una stessa sillaba in uno stile definito melismatico.
Il canto principale fu rappresentato dal canto gregoriano, che era il corpus dei canti codificati nel VI secolo da Papa Gregorio Magno.
Fu proprio a lui che probabilmente si dovette l'unificazione dei riti, che erano stati consolidati nelle varie aree liturgiche europee: i principali furono il rito vetero-romano, il rito ambrosiano a Milano, il rito visigotico-mozarabico in Spagna, il rito celtico nelle isole britanniche, il rito gallicano in Francia.
Tuttavia la vera unificazione si deve spostare con ogni probabilità di due secoli; infatti, si pensa che questa sia avvenuta grazie a Carlo Magno e all'impulso dell'unificazione politica, che portò alla nascita del Sacro Romano Impero.
L'attribuzione a Papa Gregorio Magno si spiegherebbe con l'intenzione di superare le resistenze al cambiamento dei diversi ambienti ecclesiastici, costretti a rinunciare alle proprie tradizioni.
Il prodotto dell'unificazione dei due riti più importanti, quello vetero-romano e quello gallicano, fu codificato nel cosiddetto antifonario gregoriano, che conteneva tutti i canti permessi alla liturgia unificata.
L'unificazione classificò i brani di musica sacra in uso secondo un sistema di modi, ispirati, per i nomi, ai modi della tradizione greca: dorico, ipodorico, frigio, ipofrigio, lidio, ipolidio, misolidio, ipomisolidio.
Il repertorio del canto gregoriano è piuttosto vasto ed è diviso a seconda dell'epoca di composizione, regione di provenienza, forma e stile; questo è costituito da Canti dell'Ufficio, recitati quotidianamente dal clero, e dai Canti della Messa.
- Nei canti dell'Ufficio si trovano le forme liturgico-musicali come le Antifone, i Responsori, brevi o prolissi, e gli Inni;
- Nei Canti della Messa esistono le forme legate alle parti dell'Ordinario o Ordinarium Missae, cioè che non mutano mai: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei, e del Proprio o Proprium Missae, cioè i testi che variavano a seconda delle diverse festività: Introito, Graduale, Alleluia.
Sia nei Canti dell'Ufficio che in quelli della Messa si possono ritrovare tutti i generi-stili compositori del repertorio gregoriano, che possono essere classificati in tre enormi gruppi:
- I canti di genere sillabico, quando ad ogni sillaba del testo corrisponde solitamente una sola nota: Antifone e le melodie semplici dell'Ordinario;
- I canti di genere semiornato, quando ogni sillaba del testo è corrisposta da piccoli gruppi di note: Introiti e Communio della Messa;
- I canti di genere ornato, quando ogni sillaba del testo è corrisposta da molte note: Graduali e Offertori o i responsi prolissi dell'Ufficio.
Dalla scrittura neumatica alla nascita della notazione
La riforma gregoriana sostituì lo studio dei testi alla trasmissione orale delle scuole di canto delle origini, sacrificando il ruolo dell'improvvisazione, le particolarità regionali e l'intonazione microtonale.
Nello stesso periodo si sviluppò anche l'esigenza di “trascrivere e annotare” i testi scritti in modo da aiutare i cantori ad eseguire musiche sempre allo stesso modo, con una linea melodica che ne indicava la direzione ascensionale o discensionale.
A questa esigenza si deve la nascita di segni particolari, i neumi, nati forse dai gesti del direttore del coro, che, trascritti tra le righe dei codici, rappresentavano l'andamento della melodia, permettendo però di lasciare liberi sia l'intonazione che il ritmo.
La scrittura ottenuta lasciava perciò molto all'immaginazione del lettore; di conseguenza si dimostrava inadatta alla stesura di composizioni più complesse, che mettevano alla prova la memoria dei cantori.
Perciò, grazie all'opera di Guido d'Arezzo, monaco benedettino, si affermò il primo sistema di scrittura diastematica, quindi una scrittura che permetteva di indicare le diverse altezze delle note da intonare.
Il monaco chiamava il suo sistema tetragramma perché inseriva dei segni, le future note, in una griglia costituita molto spesso da quattro righe.
Infine alle note poste nella griglia vennero assegnate le sillabe iniziali dei primi sei versetti di un inno dedicato a San Giovanni Battista, come memorandum per gli allievi; questo avrebbe poi posto le prime basi del solfeggio:
«Ut queant laxis, Re Resonare fibris, Mi Mira gestorum, Fa Famuli tuorum, Sol Solve polluti, La Labii reatum, Si Sancte Johannes.»
In seguito il tetragramma che dapprima aveva linee variabili venne caratterizzato da cinque linee fisse, assumendo il nome di pentagramma, e la nota Ut si sarebbe trasformata in Do.
L'Ars Nova
In contrapposizione all'Ars Antiqua del XII e XIII secolo, la polifonia del tardo Medioevo venne detta Ars Nova da Marchetto da Padova.
Il contrappunto dei compositori dell'Ars Nova raggiunse vette di notevole complessità; infatti, venne maggiormente sviluppato il concetto di notazione mensurale, ossia una nota, oltre che essere divisa in tre note di durata minore, poteva raggiungere anche altri tipi di durata.
Vennero moltiplicate le voci dei cantori e introdotta la forma politestuale del mottetto.
Il maggiore tra i maestri dell'Ars Nova fu senza alcun dubbio Francesco Landini, eccellente organista, cieco dalla nascita, chiamato anche “il cieco degli organi”, e compositore di molti madrigali e ballate.
Musica profana
Fino a questo punto la musica era stata sempre messa in collegamento con la religione; la musica era utilizzata sempre come mezzo per giungere nelle grazie delle varie divinità.
Nel Medioevo, comunemente considerato il periodo buio, si sviluppò l'esecuzione musicale anche fuori dalle
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Tesina - Premio maturità 2009
Titolo: La Musica
Autore: Caddori Elisabetta
Descrizione: storia della musica occidentale attraverso i vari secoli e movimenti, parte scientifica e studio della funzione periodica, espressione dei sentimenti attraverso la danza
Materie trattate: Storia, Latino, Italiano, Filosofia,arte, Inglese, Fisica, Matematica, Geografia Astr., Ed. Fisica
Area: umanistica
Sommario: Storia, storia della musica, l'utilizzo della musica nei vari periodi Latino, Marziale e giovenale, la metrica Filosofia, Nietzsche, l'impulso apollineo e l'impulso dionisiaco Italiano,Giovanni Pascoli, fonosimbolismo, arte, la simultaneità , Kandinskij, lo spirituale nell'arte, Inglese, Blues, Auden, Refugee Blues, Hughes, The Weary Blues, Jazz, Fisica, le onde, le onde sonore, Matematica, la funzione periodica e studio della funzione, Geografia astronomica, l'effetto Doppler Educazione Fisica, la ginnastica ritmica, lo sviluppo psicomotorio, lo svilippo somatico, lo schema corporeo, le capacità condizionali, equilibrio e coordinazione