Liceo scientifico statale
“C. Cavour”
Corso Tradizionale
Elaborato di Maturità Scientifica
“La dignità umana”
Giulia Bonaldi
Anno scolastico 2008 - 2009
Indice
Introduzione ...................................................................................................................................... 2
Immanuel Kant: la dignità come valore intrinseco assoluto della persona .......................... 3
Giacomo Leopardi: l’affermazione della dignità come “pessimismo energico” ................. 5
Primo Levi: la dignità come “facoltà di negare il proprio consenso” .................................... 9
Confronto: Primo Levi & Giacomo Leopardi ...................................................................... 11
Lucano: la morte di Pompeo della “Pharsalia” come testamento di dignità ...................... 12
Confronto: Lucano & Leopardi ............................................................................................ 14
George Orwell: il tentativo di recupero della dignità tramite
la riconquista della libertà d’espressione del proprio corpo ................................................ 15
Confronto: George Orwell & Primo Levi ............................................................................ 18
Conclusione .................................................................................................................................... 20
Bibliografia ..................................................................................................................................... 21
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Introduzione
Prima di poter definire il concetto di dignità, è necessario prestare attenzione al concetto di persona. La persona è l’individuo inteso nella sua accezione morale, un essere razionale dotato di coscienza di sé, e in possesso di una propria identità. Il termine deriva dal greco, maschera dell’attore, il quale se ne serviva per interpretare, per l’appunto, un prósōpon, personaggio. Ma il termine fu propriamente introdotto dal Cristianesimo, per spiegare il concetto di persona come relazione all’interno di Dio, tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e quindi come individuo in relazione con gli uomini.
Ora, la “dignità” si potrebbe definire come propria della persona umana, un sentimento di rispetto verso sé stessi e verso gli altri. Ma siamo sicuri sia così semplice giungere al vero significato di un sentimento così radicato, profondo, tanto nascosto ma così evidente e forte nell’uomo? È forse scontato cercare di cogliere la radice di quel bruciore nel petto quando i principi in cui crediamo, la consapevolezza del nostro essere ci tormenta fino al bisogno necessario di dargli voce? Ecco che la dignità è “umana”, cioè propria solo di quell’essere razionale cosciente di sé, spinto da essa ad indagare sul significato più profondo della propria esistenza, ad essere superiore a qualsiasi prezzo o abuso, ad imporre una resistenza silente ma più forte di qualsiasi oppressione e violenza, ad opporsi al destino e capire chi si è veramente nell’ultimo momento della morte, a riconquistare la propria fisicità, il proprio essere uomini. È così che Kant, Leopardi, Primo Levi, Lucano e Orwell, personalità tanto distanti quanto diverse, hanno affrontato questo tema caro all’uomo in qualsiasi spazio e tempo.
In questa trattazione saranno, perciò, esposti, approfonditi e confrontati i punti di vista dei sopracitati riguardo la dignità umana, col fine ultimo di avvicinarsi alla quanto più possibile compiuta significazione di tale concetto.
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Immanuel Kant – La dignità come valore intrinseco assoluto della persona
Nella “Critica della ragion pratica” Kant aveva espresso la prima formula dell’imperativo categorico: “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale” (C.R.Pr., A 54). La massima, prescrizione di valore soggettivo, è valida esclusivamente per l’individuo; l’imperativo, prescrizione di valore oggettivo, vale per chiunque; l’imperativo categorico ordina il dovere in modo incondizionato, ed ha perciò i caratteri della legge, di universalità e necessità: ecco, quindi, che la prima formula dell’imperativo categorico prescrive di subordinare la massima soggettiva ad una legislazione universale, cioè valida per ogni essere razionale.
Nella “Fondazione metafisica dei costumi” Kant presenta una seconda formula dell’imperativo categorico che, come dichiara egli stesso, è una specificazione o sottoformulazione della prima, in quanto quest’ultima sottintende il riconoscimento dell’umanità come valore assoluto.
“Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”
(F.M.C., pp. 67-68.)
Questo imperativo presuppone la distinzione kantiana tra cose e persone:
“Gli esseri la cui esistenza si fonda, anziché sulla nostra volontà, sulla natura, quando sono privi di ragione hanno solo un valore relativo, quello di mezzi, e prendono perciò il nome di cose; viceversa, gli esseri ragionevoli prendono il nome di persone, perché la loro natura ne fa già fini in sé, ossia qualcosa che non può essere impiegato semplicemente come mezzo e limita perciò ogni arbitrio.”
(F.M.C., cit. pp. 87-88)
“Il posto di ciò che ha un prezzo può esser preso da qualcos’altro di equivalente; al contrario ciò che è superiore a ogni prezzo, e non ammette nulla di equivalente, ha una dignità.”
(F.M.C., cit. p. 93)
Le cose, prive di ragione, hanno solo un valore relativo, possono essere usate esclusivamente come mezzi per i propri fini. Le persone, invece, in quanto esseri razionali, hanno un valore assoluto e intrinseco, sono fini in sé, cioè fini oggettivi e non possono essere usate solamente come mezzi. Importante risulta, perciò, la relazione fra “valore” e “dignità”. È definito “valore” la stima di una cosa in relazione ad un’altra. Dei “valori” possono essere considerati equivalenti tra loro e dunque, nello scambio, essere tradotti in un prezzo. Ora, il valore che non può essere scambiato con nessun altro, quello che non ha prezzo, non essendo equivalente a nulla, è il valore assoluto di qualcosa. Le cose hanno un prezzo, ma le persone, superiori ad ogni prezzo, sono dotate del valore intrinseco assoluto di dignità.
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E poiché solo la moralità “è la condizione esclusiva affinché un essere ragionevole possa essere fine in sé”, ne consegue che la dignità è dell’uomo esclusivamente in quanto membro del regno dei fini, la comunità ideale degli esseri razionali in cui ogni membro è allo stesso tempo legislatore e suddito, obbedendo e istituendo le leggi della morale. La moralità, come condizione di questa autonomia legislativa, è dunque la condizione della dignità dell’uomo.
Kant deduce il contenuto di questa seconda formula dell’imperativo categorico dall’analisi del suo concetto: a causa del suo carattere supremo e incondizionato, non può che prescrivere il rispetto dell’umanità, nella propria come nell’altrui persona. Alla dignità di ogni persona deve essere concesso quel riconoscimento incondizionato che è cosa del tutto naturale pretendere per se stessi.
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Giacomo Leopardi – L’affermazione della dignità come “pessimismo energico”
“Un pensiero in movimento di sorprendente attualità” scrive, a proposito del pensiero di Giacomo Leopardi, il critico Sergio Solmi. Ed è proprio questa continua evoluzione, un costante ribollire di riflessioni, appunti e abbozzi che caratterizza il pensiero leopardiano, il cui andamento è ritratto nel prezioso Zibaldone di pensieri. Per comprendere meglio questa figura si deve partire dal fulcro del suo pensiero: la teoria del piacere.
“L’insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l’animo […] proviene da una cagione più materiale che spirituale”- Zibaldone [165]. Partendo da una base pessimista, sensista e materialista, Leopardi afferma che l’anima umana desidera unicamente, per inclinazione posta dalla Natura nell’uomo, non uno o più piaceri, ma il piacere, illimitato, infinito sia per estensione che per durata, il piacere che Lucrezio definiva “catastematico”, totalizzante. Ma la natura delle cose pone che tutto esista limitatamente, perciò nessun piacere è eterno o immenso, e quindi non ottenibile. “Il piacere è –perciò- cosa vanissima sempre” e quello infinito “non si può trovare nella realtà, si trova così nell’immaginazione, dalla quale derivano le speranze, le illusioni”- Zibaldone [167]. Ecco delinearsi un altro punto fondamentale del pensiero del poeta: le illusioni sono l’unica speranza di consolazione per l’uomo; ma la facoltà immaginativa, sebbene più grande nell’uomo istruito, è più potente negli antichi, negli ignoranti e nei fanciulli, dai quali la Natura ha voluto che l’immaginazione fosse considerata come facoltà conoscitrice, e non ingannatrice quale è. Questo tipo di speranza è quasi annullata per il moderno sapiente, allontanato dalle illusioni e dalla Natura a causa del progresso. Questa fase di pensiero è stata denominata dalla critica “pessimismo storico”, in cui Leopardi attribuisce alla Natura ancora una certa benevolenza, annullata dal fato e dal progresso. Propria di tale fase è la poetica del vago, della rimembranza, del sentimento, delle illusioni che provocano sensazioni appaganti, una poetica che è punto di raccordo di suoni e ricordi indefiniti. Ma, come soprascritto, la poesia dell’immaginazione, quella degli antichi, non è più praticabile dall’uomo moderno, che si deve affidare alla cosiddetta “poesia sentimentale” indicata da Schiller, che nasce dalla consapevolezza del vero, dall’infelicità. Ecco che Leopardi ispirandosi ad un romanticismo più europeo che italiano, predilige la poesia lirica, che traduce le illusioni ed esprime il sentimento.
Appartengono a questa poetica le canzoni e gli idilli, espressioni di affezioni, definite dallo stesso poeta “le avventure storiche del mio animo”. Tra questi ultimi “L’infinito” tratta di un infinito soggettivo, basato su sensazioni fisiche, in cui l’annegarsi della coscienza, e dunque dell’infelicità, provoca piacere, felicità e si configura come la reazione alla consapevolezza del vero e della disillusione. Quest’idillio è quindi esempio della poetica del vago, dell’indefinito, delle immagini che scaturiscono a causa di un ostacolo: “L’anima si immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre li nasconde, e va errando in uno spazio immaginario e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si estendesse dappertutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario” – Zibaldone [113]. Importante è inoltre
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soffermarsi un momento sull’idillio “La sera del dì di festa”, in particolare sulla reazione del poeta di fronte all’amore non ricambiato di una donna, e soprattutto sull’atteggiamento evolutosi davanti all’ ”antica natura onnipossente, - che mi fece all’affanno” (v.v.13-14): attraverso il climax “mi getto, e grido e fremo”(v.23) Leopardi lascia un segno di ribellione, di titanismo, quell’energia che scaturisce da un desiderio di reazione e affermazione di dignità, e che sarà più avanti specifico oggetto di questo lavoro nell’approfondimento su “La Ginestra o il fiore del deserto”. Riguardo gli idilli infine è utile citare l’ “Ultimo canto di Saffo”, in cui ritroviamo un’altra sfaccettatura del pensiero in movimento del poeta: la poetessa greca Saffo, pur facendo parte di quel mondo antico che Leopardi diceva privilegiato per la sua intatta capacità immaginativa, ha perso ogni illusione sulla vita, sul “ferrigno mio stame”: il contrasto tra la nobiltà d’animo e la bruttezza del corpo la escludono dall’armonica comunione con la natura, da quell’equilibrio classico tra corpo e mente. È evidente qui l’evolversi dello stile, che, mentre nei precedenti idilli si arricchiva di termini dell’indefinito e del vago, ora oscilla tra vaghezza (resa dalla stessa antichità e quindi lontananza di Saffo), e linguaggio del vero, ritmo spezzato con sentenze secche e metafore ardite del vero.
Inizia poi un periodo di silenzio poetico, che dura fino al 1828, caratterizzato dalla caduta delle illusioni, che impedisce al poeta l’immaginazione e lo indirizza verso l’analisi dell’arido vero attraverso la prosa. Nascono così le “Operette morali”, le cosiddette “prose liriche” a carattere filosofico che, tramite paradossi e dialoghi, mettono in scena personaggi storici, fantastici, a volte proiezioni del poeta, e sono incentrate su un pessimismo senza illusioni. Fondamentale è il “Dialogo della natura e di un islandese”, che segna il passaggio dal pessimismo storico a quello cosmico. L’islandese rappresenta un Leopardi resosi conto della vanità del tutto, dell’irraggiungibilità del piacere totalizzante, in un dialogo con una Natura che rivela il suo unico compito: la conservazione del mondo tramite leggi oggettive regolanti un eterno ciclo di produzione e distruzione, e anche, perciò, tramite atti brutalmente indifferenti dell’uomo. Quest’ultimo è destinato a un “perpetuo disagio”, continuamente danneggiato dalla Natura che lo illude, nascondendo pericoli dietro illusioni e piaceri; il solo atteggiamento possibile da assumere diviene quello dell’atarassia e della solitudine. È avvenuta l’inversione di ruoli tra fato e Natura: essa diviene potenza maligna, cieca, distruttiva, è definita “nemica scoperta”, “carnefice della tua propria famiglia”: siamo pienamente nella fase del pessimismo cosmico.
La produzione dei Grandi idilli o Canti pisano-recanatesi segnano la fine del periodo di aridità poetica, e rappresentano il passaggio ad un ”equilibrio rarissimo e straordinario tra arido vero e il caro immaginario”: non c’è più ribellione, ma una consapevolezza del vero che porta Leopardi a riprendere i temi degli idilli in modo più soffuso e sottile. I Grandi idilli inaugurano inoltre una stagione stilistica più libera, in cui prevale l’uso della canzone, che alterna endecasillabi e settenari, con rime libere e più enjambements. Importante è “A Silvia” in cui il parallelismo tra la fine della giovinezza di Silvia spenta dalle morte, e la caduta delle illusioni del poeta nella Natura benigna, termina non più con l’annegamento della coscienza dell’ “Infinito”, ma con la soluzione dignitosa e sorprendentemente reattiva
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di una speranza che “con la mano – la fredda morte ed una tomba ignuda – mostravi di lontano”(vv.61 a 63);
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Tesina - Premio maturità 2009
Titolo: La dignità umana
Autore: Bonaldi Giulia
Descrizione: analisi del concetto di dignità umana in kant, leopardi, primo levi, lucano, orwell, per giungerne al più completo significato.
Materie trattate: Filosofia, Letteratura Italiana, Letteratura Latina, Letteratura Inglese
Area: umanistica
Sommario: Filosofia, Immanuel Kant, Fondazione della metafisica dei costumi Letteratura Italiana, Giacomo Leopardi, La ginestra, Primo Levi, Se questo è un uomo Letteratura Latina, Lucano, Pharsalia Letteratura Inglese, George Orwell, 1984