Estratto del documento

Fuel cells

Il progetto Hychain

Indice

  • Hans Jonas: Il principio di responsabilità ....................................................... pag. 3
  • Stephan Barron: Ozone .................................................................................. pag. 7
  • Italo Calvino: La nuvola di smog ................................................................... pag. 9
  • Progetto Hychain ............................................................................................. pag. 12
  • Protocollo di Kyoto ......................................................................................... pag. 14
  • Funzionamento delle Fuel Cells ...................................................................... pag. 16
  • Storia delle Fuel Cells ..................................................................................... pag. 18
  • Applicazioni delle Fuel Cells .......................................................................... pag. 20
  • Confronto con altri sistemi .............................................................................. pag. 24
  • Metodi di produzione dell’idrogeno ................................................................ pag. 27
  • Immagazzinamento dell’idrogeno ................................................................... pag. 29
  • Bibliografia ...................................................................................................... pag. 32

Hans Jonas: Il principio di responsabilità

Tra i filosofi contemporanei che hanno tentato di elaborare una nuova etica globale della civiltà tecnologica spicca Hans Jonas.

Nato nel 1903 a Mönchengladbach, in Germania, Jonas si è formato alla scuola di Husserl, Bultmann e Heidegger e ha avuto come compagni di studio Hannah Arendt e Günther Anders (pseudonimo di Günther Stern). Ebreo di nascita, dopo l'avvento del nazismo è emigrato prima in Inghilterra e poi in Palestina. Combattente volontario nell'esercito inglese, nel dopoguerra ha insegnato in diverse università americane, sia canadesi, sia statunitensi. Docente dal 1955 al 1976 alla New School for Social Research di New York, è morto nel 1993.

Jonas ha studiato storia delle religioni, in particolare lo gnosticismo, di cui è divenuto uno tra i massimi esperti a livello mondiale, grazie alla sua opera, Gnosi e spirito tardo-antico, pubblicata in due parti: La gnosi mitologica (1934) e Dalla mitologia alla filosofia mistica (1954), a cui ha fatto seguito La religione gnostica (1958).

Sviluppando una lettura "esistenzialistica" della gnosi, Jonas ha scorto, nel motivo della «vita straniera» (ossia del trovarsi gettati a vivere in un mondo nel quale ci si sente estraniati), un'emblematica espressione del nichilismo, ovvero della spaccatura uomo-natura e uomo-Dio.

Il capolavoro di Jonas è Il principio responsabilità: Ricerca di un'etica per la civiltà tecnologica.

Jonas è persuaso che di fronte al «Prometeo scatenato» costituito dall'odierna civiltà tecnologica, che sta minacciando la sopravvivenza stessa del globo («viviamo in una situazione apocalittica [...] sia indispensabile procedere all'elaborazione di una nell'imminenza di una catastrofe universale»),

nuova etica della responsabilità profondamente diversa dalle morali tradizionali. Mentre queste ultime si soffermavano esclusivamente sull'uomo, cioè erano di tipo antropocentrico e avevano a che fare soltanto con «il qui e l'ora», ossia con coloro che vivevano nello stesso periodo, la nuova etica, meditando sugli effetti a lungo termine dell'agire dell'uomo, deve tener conto anche del mondo extraumano e delle generazioni future (ripudiando «lo spietato antropocentrismo» e la «strutturale miopia» che contraddistinguono l'etica tradizionale di matrice ellenistica ed ebraico-cristiana).

In altri termini, di fronte agli scenari inquietanti della civiltà odierna non possiamo più richiamarci alle consuete etiche della coscienza o dell'intenzione, ignorando le conseguenze dei nostri atti. Oggi non basta più essere a posto con la propria coscienza o accontentarsi di regole formali di tipo evangelico o kantiano: occorre saper prevedere gli influssi che le nostre azioni potranno avere sulle sorti future dell'umanità e del pianeta, ad esempio ponendoci la domanda:

se continuiamo a consumare energia e a inquinare il pianeta con gli attuali ritmi, che destino riserveremo ai nostri figli e nipoti?

Infatti, se nel passato la presenza dell'uomo nel mondo rappresentava un «dato originario indiscutibile», ora non è più così, in quanto «essa stessa è diventata un oggetto dell'obbligazione».

Al vecchio imperativo categorico kantiano, Jonas contrappone quindi il nuovo imperativo morale dell'età tecnologica:

Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla Terra.

Oppure, tradotto in negativo:

Agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità futura di tale vita.

Oppure ancora, semplicemente:

Non mettere in pericolo le condizioni della sopravvivenza indefinita dell'umanità sulla Terra.

O ancora, tradotto nuovamente in positivo:

Includi nella tua scelta attuale l'integrità futura dell'uomo come oggetto della tua volontà.

Il nuovo imperativo morale di Jonas

Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla Terra.

Gli atteggiamenti prometeici di dominio della natura, invece di produrre un mondo felice, hanno finito per minacciare la sopravvivenza stessa della specie umana e di tutto il pianeta.

«Agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità futura di tale vita».

Le formule del nuovo imperativo ecologico:

Non mettere in pericolo le condizioni della sopravvivenza indefinita dell'umanità sulla Terra.

Includi nella tua scelta attuale l'integrità futura dell'uomo come oggetto della tua volontà».

Invece di continuare a non occuparci delle conseguenze concrete dei nostri atti, dobbiamo saper prevedere gli influssi che le nostre azioni avranno sul futuro dell'umanità.

Al posto delle tradizionali etiche della coscienza e dell'intenzione subentra una nuova e coinvolgente etica della responsabilità.

Ma perché sacrificarci per le generazioni future? Ovvero, spostando la questione sul terreno filosofico, su quale principio si basa l'incondizionato dovere di far sì che la vita continui indefinitamente?

Ancorando l'etica alla metafisica e rifiutando la cosiddetta "legge di Hume", cioè il divieto moderno di passare dall'essere al dover essere - e quindi dalla constatazione dei fatti alla prescrizione dei valori - Jonas dichiara il primato dello scopo (cioè dell'essere) sull'assenza di scopi (cioè sul non essere), affermando neoaristotelicamente che vi è un dover essere intrinseco all'essere, cioè un finalismo interno all'ordine delle cose, il quale fa sì che la vita esiga la conservazione della vita.

Nella fattispecie, se «il bene o ciò che vale» è «concettualmente definibile come quella cosa la cui possibilità include l'esigenza della sua realtà, diventando così un dover essere», ne segue che il dover essere dell'umanità risulta deducibile dall'idea dell'uomo.

Prima di essere responsabili verso gli uomini, noi siamo dunque responsabili «verso l'idea dell'uomo, che è tale da esigere la presenza delle sue incarnazioni nel mondo».

In altri termini, poiché l'esistenza dell'umanità futura risulta implicita nell'essenza ideale dell'uomo, cioè nell'idea di un'«autentica umanità» (di un'umanità «degna di esistere»), è l'idea dell'uomo che va salvata, prima ancora dei singoli individui.

Da questi presupposti deriva un imperativo categorico ontologicamente fondato:

il primo imperativo categorico è che ci sia un'umanità.

Per me, lo confesso, questo imperativo è l'unico per il quale valga veramente la determinazione kantiana del categorico, ossia dell'assoluto.

Ma poiché il suo principio non è, come per quello kantiano, l'autocoerenza della ragione che si dà leggi di condotta, cioè un'idea di azione [...] bensì l'idea [...] di possibili attori, e in quanto tale è un'idea ontologica, un'idea dell'essere, ne consegue che il primo principio di un'"etica del futuro" non è insito nell'etica stessa in quanto dottrina dell'azione [...], ma nella metafisica in quanto dottrina dell'essere (di cui l'idea dell'uomo costituisce una parte).

La manifestazione concreta dell'imperativo categorico e quindi della disponibilità a favorire, mediante l'azione, il "sì" alla vita è il senso di responsabilità, che trova il suo archetipo originario nelle cure dei genitori verso i figli. Infatti, è proprio il neonato, nella sua nuda e indifesa esistenza, che funge da attestazione evidente e da inconfutabile «paradigma ontico» della coincidenza ontologica tra essere e dover essere, ossia tra la vita e l'appello a far sì che la vita continui. Infatti, come risposta all'esortazione:

Mostrateci un unico caso [...] in cui abbia luogo tale coincidenza, si potrà indicare la cosa più familiare a tutti: il neonato, il cui solo respiro rivolge inconfutabilmente un "devi" all'ambiente circostante affinché si prenda cura di lui. Guarda e saprai!

Poste queste premesse, Jonas si fa banditore di un minimalismo programmatico che individua nella sopravvivenza, anziché nella perfezione, il suo obiettivo primario:

Per il momento, ogni sforzo in vista dell'uomo "autentico" passa in seconda linea rispetto al puro e semplice salvataggio del suo presupposto, l’esistenza dell'umanità in un ambiente naturale sufficiente.

Questa etica dell'emergenza, che all'ambizioso sforzo verso un paradiso terrestre contrappone il più modesto imperativo della sopravvivenza, si accompagna al rifiuto dell'utopismo prometeico dell'Occidente. Tale utopismo, secondo Jonas, avrebbe assunto due forme principali: la prima di tipo baconiano («sapere è potere»); la seconda di tipo marxista (che unifica escatologia e tecnica, prassi rivoluzionaria e asservimento della natura, ideale utopico e idea di progresso).

Alla pericolosa euforia delle utopie, che da innocui esercizi letterari o filosofici si sono trasformate in temibili programmi di stravolgimento del mondo, Jonas, prendendo le distanze sia dal capitalismo, sia dal marxismo, oppone l'elogio della cautela, concepita come «il lato migliore del coraggio», e afferma che la responsabilità si nutre sia della speranza, sia della paura.

Al principio speranza contrapponiamo il principio responsabilità e non il principio paura. Ma la paura, ancorché caduta in un certo discredito morale e psicologico, fa parte della responsabilità altrettanto quanto la speranza, e noi dobbiamo [...] perorarne ancora la causa, poiché la paura è oggi più necessaria che in qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel buon andamento delle cose umane, si poteva considerarla con sufficienza una debolezza dei pusillanimi e dei nevrotici.

Quando parliamo della paura che per natura fa parte della responsabilità, non intendiamo la paura che dissuade dall'azione, ma quella che esorta a compierla; intendiamo la paura per l'oggetto della responsabilità. A proposito di quest'ultimo abbiamo già dimostrato che è sostanzialmente vulnerabile e che c'è quindi da temere per esso.

Questa valorizzazione della paura porta Jonas a parlare di un'«euristica della paura», cioè di una ricerca stimolata da tale stato d'animo, a cui il filosofo affida la scoperta dei nuovi (e ancora sconosciuti) principi etici che devono ispirare i nuovi doveri concreti dell'"individuo tecnologico", al fine di tutelare l'uomo e il mondo da scelte irresponsabili.

Il timore di una possibile catastrofe ecologica, che porta Jonas a criticare anche la Chiesa cattolica e il magistero «dissennato» del papa a proposito della natalità, non conduce il nostro autore verso esiti pessimistici. Contrariamente ad altri scrittori e filosofi del nostro tempo, Jonas conserva una moderata fiducia nella ragione e nella libertà dell'uomo:

Malgrado tutto la mia speranza poggia in ultima analisi sulla ragione umana, quella ragione che si è già dimostrata così straordinaria nell'ottenere il nostro potere e che ora deve assumere la guida circoscrivendolo. Dubitare di essa sarebbe irresponsabile.

Il «principio responsabilità» di Jonas si mantiene quindi nel solco del razionalismo occidentale e si propone come una sorta di "terza via" tra l'eccesso di speranza, simboleggiato dal principio speranza di Bloch, e l'eccesso di disperazione presente in alcune opere di Anders.

Stephan Barron: Ozone

Ozone (1996): è una delle prime opere in cui Barron utilizza internet. È un'installazione sonora che traduce in musica la quantità di ozono rilevata in Australia e quella prodotta dalla circolazione veicolare a Lille.

“Considero quest’opera una forte esperienza fisica. Nel 1994, abitavo in un HLM al centro di Lille. Nel mio quartiere tutta la vita sociale, l’ecologia urbana, erano perturbate dall’incessante passaggio delle automobili dei clienti delle prostitute. Dieci volte, venti volte, giorno e notte, le automobili e i camion passavano facendo vibrare i muri. Il rumore provocato da quel passaggio e la percezione dello smog mi divennero assolutamente insopportabili.”

L’idea iniziale era quella di inserire un pianoforte programmato nei luoghi destinati all’esposizione. Questi strumenti che all’apparenza dovevano sembrare comuni, in realtà dovevano produrre una musica realizzata attraverso l’interazione di fenomeni umani e naturali. L’installazione finale doveva essere composta da un pianoforte inagibile, azionato a distanza da fenomeni planetari immateriali. Il progetto iniziale prevedeva l’uso di una macchina singola, azionata da una pompa ad ozono che metaforicamente ne regolasse l’eccesso presente nella città per compensare quello che mancava dalla stratosfera. I suoni acquisiti dalla circolazione veicolare di Lille e dalla rottura della calotta d’ozono in Australia, furono diffusi simultaneamente nel giardino di un fabbricato storico di Adelaide, e in una strada ad Roubaix.

La “musica era nata senza intervento umano, ma come prodotto dell’attività planetaria dell'uomo (ozono sprigionato dallo smog urbano) e dall’interazione con la natura (la naturale calotta d’ozono e il sole). L’opera durante la fase della sua realizzazione subì numerose variazioni; all’inizio Barron pensava di costruire delle macchine specifiche integranti dei rilevatori d’ozono a Lille e dei rilevatori di UVB, che avrebbero permesso una misurazione diretta della calotta d’ozono in Australia. Tuttavia questi rilevatori erano molto costosi e molto difficili da installare. Apparve così immediatamente preferibile riutilizzare dei dati collettivi offerti dagli istituti di ricerca.

Nonostante le difficoltà, Barron riuscì ad ottenere i dati relativi all’inquinamento di Lille dall’istituto AREMA e dal CSIRO (Commonwealth Scientific Industrial Research Organisation) che lo mise in contatto con la Skin Cancer Foundation di Adelaide (Fondazione per la lotta al cancro della pelle) per i dati relativi all’Australia. La fondazione australiana gli inviò molti grafici sulla misurazione degli ultravioletti B lasciandogli libero accesso a tutte le misurazioni prese sullo studio della calotta d’ozono e dell’inquinamento.

Ozone passò così da un’installazione autonoma di due luoghi legati tra essi, ad un progetto collegato ad un reticolo di misure e dati. Il progetto ottenne la possibilità di ricevere un aiuto dalla Villa Médicis Hors-les-Mures e di essere selezionato dal festival Internazionale di Adelaide. L’installazione fu infine mostrata al Festival Internazionale di Adelaide, nel marzo del 1996, nel giardino di un fabbricato storico, l’ “Old Treasury Building. Gli altoparlanti vennero nascosti tra le rose e gli alberi del giardino.

Il progetto di inserire due pianoforti fu alla fine modificato, poiché l’installazione doveva avere luogo all’esterno: in un giardino ad Adelaide, e nelle strade di Roubaix. La scelta finale previde l’uso di suoni sintetici di pianoforte e di voci numerate, diffuse da altoparlanti. Per Barron Ozone divenne espressione di inquietudine e di meraviglia.

L’inquietudine come presa di posizione di fronte al pericolo virtuale, la meraviglia come forma di presenza, di partecipazione alla totalità e alla globalità del pianeta poiché i fenomeni ai quali siamo rapportati sono complessi, immateriali, informativi, interdipendenti. Ozone diventerà così “un sogno dentro una menzogna. L’ozono è impalpabile, immateriale, “numerico e mediatico. La nostra sola possibilità per acquisire delle informazioni è ascoltare esperti e scienziati non senza rimanere perplessi dalle loro affermazioni e successivamente prendere posizioni legate alla nostra storia personale, fisica, intellettuale e sociale.

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Sintesi

Le celle a combustibile come fonte ecologica di energia per il futuro: i propositi del Progetto Hychain

Materie trattate: Scienze della terra, biologia, filosofia, arte, italiano, chimica, fisica

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