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Esame di Stato 2009

Silvia Bezzi

Classe 5^ C

Tecnico Gestione Aziendale

Esame di Stato 2009 1

Indice

Prefazione pag. 1

Attualità: La dipendenza dall’apparire pag. 6

Italiano: Pirandello e la maschera pag. 8

Educazione Fisica: i Disturbi del comportamento alimentare pag. 11

Francese: L’autre face du réseau: les sites pro-ana pag. 20

Inglese: The aesthetism of Oscar Wilde

“The picture of Dorian Gray” pag. 21

Italiano: Eugenio Montale e il “male di vivere” pag. 26

Diritto - Economia: Il fallimento pag. 31 2

La dipendenza dall’apparire

L’uomo hi-tech del terzo millennio ha sì conquistato il mondo e le sue risorse, ma ha perso la capacità di apprezzare se stesso.

Poiché noi, piccoli abitanti del cosmo, siamo fragili di fronte ad ogni cambiamento, ci ritroviamo a cercare forme di difesa, o semplicemente a nasconderci dietro a muscoli o abiti griffati.

Per anni il mondo si è agitato nel dubbio esistenziale: essere o apparire?

Apparire.

È stata questa la “nostra” scelta.

Ed è così che, passo dopo passo, ci siamo ritrovati a dover gestire la valanga di problemi che l’ingresso nella “Società del superfluo” ci ha rovesciato addosso.

Non crediamo certo di essere stati i primi, né a dare importanza alle apparenze, né tanto meno a sentirci smarriti e insoddisfatti.

I disturbi del comportamento alimentare, DCA nel linguaggio comune, altro non sono che la reazione moderna alla miscela esplosiva di estetismo dannunziano e male di vivere montaliano, entrambi “portati all’eccesso”.

Se poi ad alimentare tutto questo c’è un mondo che non si rende conto che far sfilare delle mummie non è artistico oltre che altamente diseducativo, e se in questo mondo siamo tutti un po’ succubi di una televisione regina e al tempo stesso buffona di corte...

Voilà, il gioco è fatto.

L’estetismo

L’estetismo allude alla ricerca, anche esasperata, di tutto ciò che è bello, superfluo, raro, in contrapposizione a ciò che è necessario, utile, ovvio, mediocre...

Un po’ come facciamo noi.

Art for art’s sake

Estetismo è “art for art’s sake”, culto del bello fine a se stesso, è consapevolezza di un’esistenza fuggevole e di una vecchiaia sterile, esaltazione del piacere e della bellezza, unico valore reale che si sublima nelle arti.

L’esteta vive cogliendo l’attimo irripetibile, in cerca di sensazioni nuove e talvolta deleterie. 3

L’artista, che si è liberato da qualunque imperativo etico, si pone quindi l’obiettivo di ricercare e conseguire il bello, il sublime, il capolavoro, in qualunque modo egli voglia e possa esprimersi, a cominciare dalla sua stessa vita.

Se impegnato in questa missione edonistica, si trova a dover agire immoralmente e lo fa senza curarsene perché, si è detto, egli trascende i concetti di bene e di male.

L’estetismo è chiave di lettura che accomuna i romanzi di due autori d’eccezione - Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio - e impronta di vita di protagonisti straordinari come Dorian Gray e Andrea Sperelli.

Dorian Gray e l’eroe della bellezza

Il Dorian di Wilde, dandy dall’aspetto folgorante, impara a considerare la bellezza come qualcosa di sublime, tanto che, rapito dallo splendore della sua stessa immagine, riprodotta in un ritratto di Basil Hallward, sacrifica la sua anima purché il ritratto invecchi al posto suo.

Gli anni passano e Dorian è sempre bello, giovane, è uno spirito inquieto, alla continua ricerca di qualcosa in grado di appagare la sua morbosa sensibilità, appassionato di ogni frivolezza, ma anche di ogni esperienza intellettuale.

La sua vita inimitabile è la “prima e la maggiore delle arti”. Avido di piaceri e del tutto privo di inibizioni morali, fa scelte di vita snobistiche e frivole.

Tuttavia i suoi comportamenti amorali e a volte persino criminali, gli lasciano un segno profondo così che, colto dai rimorsi, non è in grado di sopportare oltre l’immagine di depravazione che il quadro gli riflette, colpisce il ritratto con un pugnale e cade morto come se avesse colpito se stesso.

Il quadro, tremenda allegoria del rimorso, torna allo splendore originario, e Dorian, o meglio il suo cadavere, assume la terribile fisionomia che il tempo e la sua vita dissipata gli hanno procurato.

Il ritratto che invecchia al posto di Dorian è il simbolo del conflitto tra arte e vita, quel confine sottile, quasi impercettibile, tra arte come vita e vita come arte, che pian piano si esaurisce, fino a fare della vita stessa un’opera d’arte.

Dorian Gray, così come Andrea Sperelli, è un “eroe della bellezza”, un esteta esasperato, che fa del mondo il suo palcoscenico e la sua platea.

Più che un immorale è un amorale, in quanto in lui il senso del bello, al primo posto nella scala dei valori, ha fatto dimenticare i valori di bontà e giustizia. 4

È un individuo cinico e dissoluto che, ossessionato dal raggiungimento del sublime, calpesta ogni legge umana e divina, disprezza tutto ciò che è mediocre o banale e, chiuso nella sua eleganza come in un bozzolo di seta, persegue quei piaceri che sono propri di un’élite di persone eccezionali.

Sembrerebbe che l’estetismo fosse la scelta di un uomo sicuro e già forte di per sé…

Ciò che in realtà sorprende è il fatto che, a prescindere dall’epoca, la concezione edonistica della vita è posta sempre alla base di uno stato di disagio esistenziale provocato dal venir meno di alcune certezze…

La vita vissuta sul filo della bellezza, vissuta come un’opera d’arte, estranea a qualsiasi valore morale, porta Dorian a terminare la sua avventura in modo drammatico, e Andrea Sperelli a non riuscire a sostituire, né a dimenticare, la bella Elena Muti.

Sono quindi entrambi individualisti disfatti ed estenuati, la loro volontà di affermazione altro non è che una velleità destinata alla sconfitta nell’impatto con il mondo.

Questi personaggi sono qualcosa di più di semplici invenzioni letterarie: essi, come i romanzi dei quali sono protagonisti, testimoniano la grave crisi che alla fine dell’Ottocento corrode gli ideali romantici e positivistici.

Il male di vivere

L’uomo di cultura del 900 si trova immerso in un mondo sfiduciato e vive una profonda crisi d’identità; prende coscienza del fatto che, in una società basata sulla logica del capitale, il poeta ha perso il suo ruolo tradizionale di “creatore di valori” e di “vate”.

Nasce da ciò una situazione di disagio, disillusione, noia esistenziale.

Montale, nel 1925, sconvolge il panorama letterario italiano con “Ossi di seppia”, raccolta che dichiara l’impossibilità per il poeta di dare soluzioni valide in un’epoca senza certezze.

Non riesce infatti a configurare un uomo davvero alternativo, e la sua “protesta” tende a risolversi in se stessa, in una dolente quanto amara impotenza.

Il male di vivere montaliano è il tentativo di testimoniare il malessere, l’impotenza dell’intellettuale, il suo “scacco esistenziale”; elementi che si rispecchiano in arte nella rottura dei moduli tradizionali e in una poesia scabra ed essenziale.

Il poeta genovese si trova in pieno Decadentismo, periodo che vede un uomo incerto e stanco, sconfitto sul piano politico e frastornato dalla guerra, che cerca dentro di sé qualcosa che lo aiuti a superare questo senso di sofferenza irrimediabile.

Dopo una faticosa autoanalisi, accompagnata dalla consapevolezza di quanto sia amaro far parte della storia in una società che cerca la propria grandezza lontano dalla cultura, Montale trova nella divina indifferenza la strada per eludere il disagio e l’angoscia. 5

Utilizzare l’indifferenza per rifugiarsi al di fuori della realtà risulta tuttavia una fuga un po’ egoistica, un invito al disimpegno rispetto alla crisi che accompagnava il ‘900.

L’antidoto del poeta contro il “male di vivere” esprime superiorità e un giudizio negativo nei confronti di una società massificata alla quale egli guarda con ironia e amarezza.

Ed è qui che troviamo il collegamento con i D.C.A.

Il collegamento con i disturbi alimentari

L’anoressia non va vista solo come ricerca della bellezza estetica che porta al rifiuto del cibo; voler morire senza un grammo di carne addosso cela una profonda crisi interiore e quindi una domanda di aiuto, una richiesta di riconoscimento del proprio dolore, dolore di vivere, di accettarsi, di essere.

Un dolore tanto forte e lacerante da risultare impossibile da sviscerare.

Montale adotta la poetica del correlativo oggettivo per esternare un sentimento che altrimenti sarebbe inesprimibile.

E lo stesso fa chi soffre di D.C.A.: attraverso il rifiuto del cibo o il suo bisogno spasmodico, esprime il più disperato degli urli, un linguaggio universale rimasto l’ultima risorsa per gridare al mondo un disagio talmente esasperato da non poter essere espresso a parole.

Altra cosa che accomuna il male di vivere del poeta genovese ai disturbi alimentari, è il senso di superiorità e la fuga egoistica dal reale.

La ragazza che riesce a rinunciare al cibo si nega qualcosa della quale gli altri non riescono a fare a meno, e questa conquista la fa sentire un gradino più in alto: domina il suo stomaco mentre gli altri sono schiavi della loro fame.

Si illude, attraverso il controllo ferreo sul corpo, di poter pilotare anche la realtà, nascondendosi così dalla vera difficoltà e giudicando in modo negativo la società in cui vive, che, piena di problemi, non riesce a fare altrettanto.

E così come la divina indifferenza di Montale, questa scelta risulta egoistica, nonché amaramente impotente di fronte al problema.

Se tutte le persone intenzionate a togliersi qualche chilo di dosso e insoddisfatte della società fossero malate di D.C.A., credo non si salverebbe nessuno.

Passi pure l’innocua quanto inutile dieta anti-rotolino, ma il dramma arriva quando si sconfina nella malattia mentale.

Sembrerebbe che tra il proverbiale bidone di lardo e uno stecchino ci fosse una via di mezzo abbastanza ampia da far felici tutti, eppure c’è chi inconsapevolmente si ostina a volersi dissolvere. 6

La malattia diventa tale nel momento in cui ci si accorge che nella vita ormai non esiste altro.

Quando la voglia di scomparire non lascia un attimo di pace, non fa sentire più nulla, fa perdere l’emozione della vita, nasconde le sensazioni migliori.

Quando una ragazza in preda ai vincoli assurdi dei “dittatori del look” si limita su tutto è come se tracciasse un cerchio intorno a sé e dicesse: “Niente che possa distrarmi oltrepasserà questo segno”.

Il suo mondo si restringe ad un singolo punto d’interesse: peso e cibo.

Quando la voragine è talmente grande da non poter lasciare spazio ad altro, quando tutto passa inevitabilmente in secondo piano, quando non si notano più le cose belle, quando la testa non può e non vuole più vedere altro, allora significa che la “febbre del corpo perfetto” ha colpito.

È il tragico, assurdo, inevitabile rovescio della medaglia.

È l’incubo di chi si è lasciata abbindolare dalle pagine lucide delle riviste, che le hanno regalato visioni di un futuro preso in prestito…

Da restituire con gli interessi. 7

La società dell’apparenza

Una delle innumerevoli dipendenze diffuse nella società odierna è senza dubbio quella che fonda le sue radici nell’apparenza.

Credo sia banale e scontato rilevare che siamo tutti un po’ schiavi dell’apparire, basta guardarsi intorno e scoprire come ci adeguiamo alle mode di ogni tipo o ci inchiniamo a ciò che gli altri ci richiedono.

Perché l’apparenza è più importante della realtà?

Tra le tante possibili risposte penso all’appartenenza ad un gruppo, alla competitività degli ambienti in cui viviamo, al giudizio che viene dall’esterno e contro cui ci dobbiamo difendere continuamente.

Ci sono tantissime altre motivazioni che ci inducono a sottostare a questa “schiavitù”.

Mi spiego meglio: perché preferiamo apparire qualcosa che non siamo piuttosto che mostrarci per ciò che siamo realmente?

Forse perché dobbiamo essere all’altezza di una società che ci chiede di primeggiare ad ogni costo?

Perché non possiamo permetterci di sbagliare?

Perché non possiamo permetterci di essere diversi dal comune modo di pensare, poiché essendo diversi saremmo tagliati fuori?

C’è una perfezione che cerca la società odierna che non è la perfezione adatta a portarci verso la gioia e la pienezza. 8

La perfezione di questo mondo è essere vincitori ad ogni costo, è essere bellissimi con ogni ritocco chirurgico necessario, è essere potenti con ogni (illecito) mezzo, è essere ricchi senza (giusta) misura, è essere rispettati tra gli uomini con ogni sottomissione possibile.

Questo tipo di perfezione è ciò che rende gli uomini di questo tempo (e di ogni tempo) assolutamente infelici, depressi, schiavi.

Il perché è facilmente constatabile: questo tipo di perfezione non esiste e non esisterà mai, di conseguenza la sua ricerca è un inseguire una folle illusione che ci porterà soltanto a continui insuccessi o frustrazioni.

Serve solo a farci sentire mancanti, difettosi, sbagliati, così da cercare le soluzioni che la società stessa desidera venderci.

Inoltre per raggiungere una delle perfezioni sopra citate, il più delle volte è necessario screditare la propria dignità attraverso compromessi molto bassi e meschini, che schiavizzano la nostra coscienza oltre che la nostra felicità.

E che dire degli abiti che indossiamo e dei personaggi che interpretiamo per piacere a chi ci sta intorno?

Che sia per essere accettati o per affermarci, che sia per piacere o per dovere, ogni giorno impersoniamo il nostro pseudo-ruolo che possa sopravvivere in questa società; sopravvivere al giudizio degli altri, sopravvivere alle regole degli altri, sopravvivere ai nostri desideri sbagliati che ci spingono verso la ricerca di ciò che non ci fa bene, sopravvivere e non vivere.

Forse dovremmo mettere in discussione chi ci vuole in un’altra maniera e non come siamo realmente, forse dovremmo cominciare a contestare chi ci vuole adeguare al sistema, chi ci giudica male quando non siamo di suo gradimento, chi ci abbandona quando non siamo perfetti o quando commettiamo degli errori, chi in pratica, anche inconsapevolmente, ci costringe ad una sorta di dipendenza che ci danneggia.

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero.”

Oscar Wilde

9

Pirandello e la maschera

Un velo di apparenza sulla realtà

Il contrasto tra ciò che appare all’uomo e ciò che l’individuo realmente è si può già intuire dall’etimologia della parola persona, “persona” significa in latino “maschera d’attore”, e indica il ruolo recitato sulla scena.

Oggi “persona” indica l’individuo visto come unità intellettuale, morale e psicologica.

La psicanalisi ha poi messo in crisi questo concetto, mostrando come il soggetto è sempre, nel profondo, diviso e contraddittorio.

Questa scissione è evidente nella realtà che è, a parere di Pirandello, inconoscibile, in quanto ogni essere ha la propria, che non coincide mai con quella degli altri.

Chi attribuisce al proprio punto di vista il carattere di una verità assoluta, si chiude nel cerchio della propria limitatezza, precludendosi così ogni vera conoscenza.

Le mille sfaccettature di una realtà che mai potrà essere unica e oggettiva, si riflettono anche sulla personalità del singolo individuo;

Pirandello sostiene infatti che ogni uomo indossa delle maschere, talmente tante e talmente varie da non sapere chi sia in realtà, se una di queste o ciò che dietro vi si cela.

La molteplicità della realtà, così come quella delle maschere che dobbiamo indossare, porta inevitabilmente l’uomo ad interrogarsi sul problema della distanza tra realtà e apparenza.

È nella maschera che troviamo il contrasto più profondo tra illusorio e reale, tra l’illusione che la propria realtà sia uguale per tutti e la vita che ci obbliga a una forma dalla quale non potremo mai liberarci.

La maschera è la rappresentazione più evidente della condanna dell’individuo a recitare una parte sulla base delle condizioni che reggono l’esistenza della massa, e il mantenimento di essa è l’unico modo per evitare l’isolamento.

Quando un personaggio cerca di rompere la forma, o quando “capisce il gioco”, viene inevitabilmente allontanato, rifiutato, non trova più posto nella massa perché ad essa si è “ribellato”. 10

Secondo Pirandello, l’uomo vive da sempre in un mondo privo di senso e, cercando di dare un significato alla propria esistenza, si crea una serie di autoinganni e illusioni, individuali e sociali, che l’autore siciliano chiama “forma” dell’esistenza.

Ciò che invece chiama “vita”, e che è bloccata e paralizzata dalla forma, è una forza profonda che fermenta sotto la forma, e che riesce ad erompere solo saltuariamente, nei momenti di sosta o di follia.

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Sintesi

Tesina - Premio maturità 2009

Titolo: 21esimo secolo in bilico... tra essere e apparire

Autore: Bezzi Silvia

Descrizione: i disturbi del comportamento alimentare come reazione alla miscela esplosiva di male di vivere montaliano ed estetismo dannunziano (portati all'eccesso - e ai nostri giorni)

Materie trattate: Italiano, Attualità, Inglese, Francese, Diritto, Educazione Fisica

Area: umanistica

Sommario

  • Attualità: la dipendenza dall'apparire, ciò che ci rende schiavi delle maschere che ci è imposto indossare (e che, portato all'eccesso, sfocia tra i fattori scatenanti dei disturbi alimentari).
  • Educazione fisica: i disturbi del comportamento alimentare (cause, fattori di mantenimento, tipologie della malattia, sintomi etc...).
  • Italiano: Pirandello e il concetto della maschera (Uno, nessuno e centomila; Il fu Mattia Pascal), D'Annunzio (estetismo, ricerca esasperata della bellezza ad ogni costo), Montale e il male di vivere (il dolore di vivere, di accettarsi, di essere... anche della società odierna - altro fattore scatenante dei D.C.A.).
  • Inglese: Oscar Wilde and "The Picture of Dorian Gray" (Dorian sacrifica la sua anima e la sua vita affinché il ritratto invecchi al posto suo, le persone ammalate di anoressia fanno a grandi linee la stessa cosa, sacrificano la propria vita per la "bellezza" - ammesso che così la si possa chiamare).
  • Francese: i siti Pro-ana e il provvedimento governativo della Bachelot per dichiararli illegali (primo passo per aiutare a sconfiggere il dilagarsi di questa malattia).
  • Diritto: il fallimento (dopo aver trattato il "fallimento interiore", inteso come scacco esistenziale, c'è una piccola parentesi riguardo al fallimento economico-giuridico e in particolare sugli effetti che questo ha sulla persona fallita).
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